<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669</id><updated>2012-02-08T12:55:23.622+01:00</updated><category term='Libri'/><category term='sofia'/><category term='scrittori'/><category term='testi'/><category term='diario newyorkese'/><category term='diario di montagna'/><category term='laboratorio di scrittura'/><category term='canzoni e poesie'/><title type='text'>Capitano mio Capitano</title><subtitle type='html'>e risuona il mio barbarico YAWP sopra i tetti del mondo</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>82</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-8936796169730444705</id><published>2012-01-27T17:02:00.009+01:00</published><updated>2012-01-27T19:22:47.824+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sofia'/><title type='text'>IN AUTOBUS</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp; (Oggi vi presento Sofia. Dopo più di quattro anni, ce ne sono di pezzi che ho scritto e che non finiranno mai in nessun racconto. Ad alcuni sono affezionato, ma la scrittura assomiglia a un crostaceo più che al maiale dei proverbi: per avere un pezzetto di polpa si butta via quasi tutto. Così ho pensato di pubblicare qui qualcuno di questi frammenti. Prendeteli come un assaggio del libro che verrà.)&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;In autobus, appoggiata alla spalla di un ragazzo conosciuto centocinquanta miglia fa, la notte del New Jersey che scorre nel finestrino, a Sofia viene in mente che &lt;i&gt;sparire&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, quello che desiderava una volta, non sarebbe una soluzione. Risolverebbe molte cose, ma non tutto. Estinguerebbe il suo dolore ma non il dolore che ha provocato agli altri. Non cancellerebbe le ferite che ha inferto. Per fare questo non basta &lt;/span&gt;&lt;i&gt;accelerare il normale decorso biologico, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;saltare i prossimi cinquant’anni e arrivare subito alla fine. Se si potesse, bisognerebbe fare l’esatto contrario. Come l’indietro veloce dei vecchi film in cassetta. L’autobus sobbalza, e mentre il ragazzo si agita nel sonno Sofia immagina come sarebbe la scena: ora l'autista inverte la marcia, la giovane donna si alza dal suo sedile ed è di nuovo a New York. Entra in una casa in cui due ex amici non si parlano più, poi i due ex amici litigano furiosamente. Cocci di ceramica si innalzano dal pavimento come spruzzi di schiuma dal mare e diventano piatti, tazzine da caffè. I frantumi delle cose tornano cose intatte, la giovane donna non va a letto né con uno né con l’altro dei due ex amici, i due ex amici sono di nuovo amici. All’autunno segue l’estate, l’aereo della giovane donna decolla in retromarcia. Ora è in Italia, a Roma; la ragazza invece di scappare ritorna, la sua vita non è una fuga senza fine ma un viaggio a ritroso nei posti in cui è stata felice. Esce dalle piscine emergendo per i piedi, miracolosamente asciutta. Comincia i libri dall’ultima pagina, fuma sigarette che si allungano invece di accorciarsi, sputa bevande nelle bottiglie vuote. Non prova più nulla per un maestro di teatro e poi se ne innamora, poi va a vederlo per la prima volta recitare. Le sue relazioni sentimentali si riducono a diciannove, diciotto, diciassette. Ora la ragazza sale su un treno e va a Milano. Torna in case in cui la aspettano persone care, ritrova città di cui conosce le strade e poi se le dimentica lentamente. Ricomincia a parlare con i suoi genitori, fa di nascosto cose che prima faceva alla luce del sole. La sua esperienza in fatto di uomini si riduce un giorno dopo l’altro: ora non è mai andata con nessuno che abbia il doppio dei suoi anni, mai con due ragazzi insieme, mai con il ragazzo di una sua amica. Una notte riconquista la verginità nella casa sull’albero costruita da suo padre: “Io non ho paura di niente”, dice al vicino di casa premuroso, scoprendo che quello impaurito&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; è lui. Poi si baciano, si vestono, lui scompare dietro la siepe, lei si arrampica e rientra in camera dalla finestra. La bambina ha i capelli corti e il giorno dopo all’improvviso lunghissimi. Ha un apparecchio che le storta i denti, ossa che si accorciano, piedi sempre più piccoli. Ora non sa più mentire, non sa più rubare, non sa più dubitare di quello che le viene detto: comincia a credere in Dio, nella felicità domestica, negli slogan pubblicitari, nell’infallibilità di suo padre, non ha mai visto sua madre piangere né stare sdraiata per ore al buio. Dimentica come si fa a leggere e scrivere. Adesso le sue parole si riducono a tentativi di parole e poi a sillabe e suoni disarticolati, gridolini di piacere, strilli di pianto. Smette di mangiare qualsiasi cosa non sia una pappetta schiacciata, e poi solo latte materno. Dorme quasi tutto il tempo. Ora è in una scatola di vetro, ora tra le braccia di un’estranea, ora smette di sapere che cosa sia la luce; le contrazioni si calmano e le pareti intorno a lei diventano morbide e rassicuranti; le due uniche qualità del mondo ora sono l’umidità e il tepore, il mondo stesso un bagno denso e vibrante di gorgoglii, pulsazioni, rimbombi, sospiri. Ora lo spazio esterno e lo spazio interno non sono più due cose separate, è proprio come essere un oggetto fatto della stessa sostanza del mondo, ma è un’armonia che dura pochissimo: poi le dita della bambina rientrano nelle mani, le mani nelle braccia, le braccia nel busto; la bambina non ha più un cervello né un cuore né un sesso, dunque non è nemmeno più una bambina, è solo un ammasso di cellule che si dimezzano a velocità stratosferica, un vertiginoso precipitare delle potenze di due. Da otto milioni a quattro milioni, da trentaduemila a sedicimila, da centoventotto a sessantaquattro, e poi otto, quattro, due. Le due cellule si dividono ed è in questo preciso momento che Sofia, o il materiale di cui Sofia è stata fatta, &lt;i&gt;smette di esistere.&lt;/i&gt; Poi ci sono soltanto un uomo e una donna in un letto, e fine della storia.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-8936796169730444705?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/8936796169730444705/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2012/01/in-autobus.html#comment-form' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8936796169730444705'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8936796169730444705'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2012/01/in-autobus.html' title='IN AUTOBUS'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-2112830840860119698</id><published>2012-01-01T20:49:00.012+01:00</published><updated>2012-01-02T13:38:32.712+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='testi'/><title type='text'>SCARTOFFIE</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Ho scritto il mio primo racconto quindici anni fa. Me ne sono reso conto stamattina, per via del capodanno che mi ha spinto a riaprire i cassetti, mettere ordine tra le cose vecchie e fare un po’ di spazio per quelle nuove. Così ho ritrovato &lt;i&gt;Bianca, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;una storia del gennaio 1997. Da allora non ho più smesso: non ricordo un periodo in questi quindici anni passato senza un racconto su cui lavorare. Più che un mestiere è diventato un modo di essere, l’&lt;/span&gt;&lt;i&gt;habitus &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;di cui parlava Flannery O’Connor - un abito, un’abitudine e un’abitazione - tanto da confondersi pericolosamente con la mia identità. So di prendere la scrittura un po’ troppo sul serio, e certe volte mi dispiace. Non ho mai scritto racconti per gioco, né per soldi, né per fare un regalo a qualcuno, e non ne ho mai cominciato uno sull’onda dell’entusiasmo per poi lasciarlo a metà, così non sono uno di quegli scrittori di cui è difficile ricostruire il lavoro, perché hanno sparso frammenti, romanzi incompiuti, racconti comparsi solo su riviste o antologie, appunti abbandonati nei bauli, e perfino loro non saprebbero ben dire quanta roba hanno scritto e dov’è. Io invece lo so benissimo: ho scritto ventisei racconti, sto scrivendo il ventisettesimo. Considero i primi cinque il mio apprendistato, e sono contento che riposino in pace in una scatola da scarpe. Sette racconti sono finiti nella prima raccolta, cinque nella seconda, i restanti dieci formeranno la terza. Ventisette racconti in quindici anni fanno un po’ meno di due all’anno. Sono lento, lo so, ma anche molto ostinato, e mi sento come Andy Dufresne in quel romanzo di Stephen King, l’ergastolano che impiega trent’anni a scavare un tunnel con un martelletto, però alla fine frega tutti e scappa di prigione.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Non sono una di quelle persone che dicono: fin da piccolo scrivevo storie, ho sempre saputo che avrei fatto lo scrittore. Quando leggo questo genere di affermazione, nelle interviste e nelle biografie, provo una certa invidia: mi sembrano vite invidiabili quelle illuminate fin dall’inizio da una vocazione. Anche quelli che hanno cominciato tardi dicono: scrivo perché mio padre mi raccontava un sacco di storie, o perché ero figlio unico e dovevo inventarmi da solo le mie avventure, o perché anche da bambino sono sempre stato un ladro, un bugiardo e un seduttore, e insomma ero uno scrittore fin da prima di saperlo. Ci inventiamo delle origini, se non le abbiamo, per essere certi di fare quello a cui eravamo destinati. Non ci piace coltivare il dubbio di avere sbagliato strada. È raro che qualcuno dica: a diciott’anni ho provato a scrivere una storia e ho scoperto che mi piaceva. Avrei anche potuto fare altro nella vita, però è finita che ho fatto lo scrittore. Magari sarei stato più bravo come meccanico. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Io da bambino volevo fare il falegname. In montagna, possibilmente. Il falegname montanaro. Durante l’adolescenza invece avevo deciso che avrei fatto il barbone: leggevo Hesse in quel periodo, &lt;i&gt;Narciso e Boccadoro,&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; e quello era il tipo di barbone che volevo diventare, un libero cercatore, un cavaliere errante votato alla povertà. Nel frattempo, tutti sapevano che avrei fatto il matematico. Anch’io lo sapevo. Era la cosa che mi riusciva meglio da quando ero molto piccolo, un linguaggio che capivo d’istinto. Ed era pure il gioco più appassionante che conoscessi, quello con cui sfidavo me stesso. Ecco, se avessi preso quella strada ora potrei dire: fin da piccolo giocavo con i numeri, ho sempre saputo che avrei fatto il matematico. Però non è successo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Quello che è successo, invece, è che ho scoperto le donne. La porta della letteratura me l’hanno spalancata a quindici anni le ragazze di cui mi innamoravo, e che non si innamoravano mai di me. Ho cominciato a provare un bisogno che non veniva soddisfatto dalla matematica. Avrei potuto buttare quattro stracci in un sacchetto, legare il sacchetto a un bastone e cominciare subito la mia carriera di barbone, ma ci voleva un bel coraggio per farlo, e mentre cercavo il coraggio leggevo, andavo in sala giochi con il mio migliore amico, ragionavo con lui sull’amore, la libertà, la morte, il motivo per cui le ragazze andavano sempre con quelli più grandi e gli altri misteri della vita.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Noi due avevamo cominciato a tenere un quadernetto, che chiamavamo il &lt;i&gt;quaderno dei frasoni. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;I &lt;/span&gt;&lt;i&gt;frasoni &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;potevano essere indifferentemente aforismi di grandi filosofi, brani di romanzo, versi di canzoni o battute di film, o perfino qualcosa che qualcuno aveva detto sull’autobus per andare a scuola, purché illuminasse, a nostro parere, uno dei suddetti misteri della vita. Il mio amico era l’esperto di Emil Cioran e film americani, io di Hermann Hesse e buddismo zen. Nel nostro quaderno andavano forte anche i western di Sergio Leone, pieni com’erano di sentenze su cui meditare (“&lt;/span&gt;&lt;i&gt;Ne ho incontrati tanti di uomini nella vita: bugiardi, ladri, codardi, preti, preti spretati, anche uomini onesti, ma uomini e basta mai”), &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;le lezioni del professor Keating alla sua classe di poeti estinti&lt;/span&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;(&lt;/span&gt;&lt;i&gt;“Andai nei boschi per succhiare il midollo della vita, e non scoprire in punto di morte che non avevo vissuto”), &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;e le sparate vagamente fasciste degli alpinisti degli anni Trenta (&lt;/span&gt;&lt;i&gt;“E l'ebbrezza di quell'ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia. Osa, osa sempre, e sarai simile a un Dio”&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;). Come si vede, l’ironia non era una qualità che ai tempi apprezzavamo. Eravamo terribilmente drammatici, e lo erano anche i frasoni. Nelle ore lentissime in cui avremmo dovuto imparare la chimica inorganica o la poesia italiana del Risorgimento, uno dei due diceva all’altro: “Mi passi il quaderno dei frasoni?”. Lo leggevamo e rileggevamo. Era lì dentro la nostra lezione. Cucivamo insieme quegli scampoli di verità per costruirci una veste più ampia, dentro cui saremmo stati finalmente le persone che volevamo diventare.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Poi, com’erano entrate, le parole cominciarono a uscire. Fu un processo del tutto naturale. Prendemmo l’abitudine di scrivere dei pezzi sul diario dell’altro (li chiamavamo &lt;i&gt;i dedicozzi, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;che facevano il paio con &lt;/span&gt;&lt;i&gt;i frasoni, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;dunque a ripensarci qualche tipo d’ironia ce l’avevamo). Erano meditazioni che ogni tanto diventavano storie vere e proprie: me ne ricordo una scritta dal mio amico, in cui si immaginava da vecchio mentre saliva una montagna. Aveva le gambe tremanti e camminava con un bastone. Un ragazzino all’inizio lo accompagnava, ma a un certo punto lui gli diceva: adesso vattene, da qui in poi devo proseguire da solo. Infine arrivava in cima, dove trovava una capanna di legno con il camino acceso e la sedia a dondolo, e sulla sedia a dondolo c’ero io, altrettanto vecchio e stanco, che gli dicevo: finalmente sei arrivato, ti aspettavo. Gli offrivo un bicchiere di vino, se mi ricordo bene. Lo stavo aspettando per morire. Nella sua storia avevamo avuto vite opposte, io da solo lassù in montagna e lui a esplorare le città e gli oceani, proprio come Narciso e Boccadoro, ma alla fine ci riunivamo per morire insieme.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;I dedicozzi furono una buona palestra per il passaggio successivo, cioè le lettere d’amore alle ragazze. Ora non serviva più trovare un pretesto per incrociarle in corridoio, balbettare qualcosa di patetico nei bagni comuni: andavi dritto a cercarle in classe e con dignità consegnavi il tuo foglio a quadretti, strappato a un quaderno di matematica e piegato in quattro. Io diventai un produttore seriale di questi testi. Scoprii prestissimo che le lettere d’amore annoiano non solo chi le legge ma pure chi le scrive, perché dicono sempre la stessa cosa, e così al posto di lettere cominciai a scrivere storie, i cui protagonisti, seguendo l’intuizione del mio amico, eravamo noi due, cioè la ragazza e io. Nelle storie ci allontanavamo, ce ne andavamo in giro per il mondo, avevamo vite intense e dolorose e belle, poi ci rincontravamo e finalmente ci amavamo. Alle ragazze queste storie piacevano molto. Ne volevano sempre di nuove. Però scoprii anche che lo scrittore, con le ragazze, fa spesso la fine di Cyrano: tu scrivi e scrivi e le riempi di idee romantiche, poi arriva uno con la moto e se le porta via.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Comunque, nel gennaio del 1997 un liceo di Milano lanciò un concorso tra gli studenti delle superiori, per un racconto di cinque cartelle a tema libero. Arrivò una circolare che fu letta in classe e io pensai: eccomi, sono qui. Con una spontaneità che adesso rimpiango, quella sera mi sedetti sul pavimento della mia stanza e scrissi la storia di due uomini che viaggiavano in macchina lungo una strada deserta. Guidavo io, e il passeggero era il mio amico (avevo appena preso la patente e per anni avrei ambientato i miei racconti in macchina). C’era un terzo personaggio, una donna, che stava a casa e guardava fuori dalla finestra. Naturalmente era la ragazza che mi piaceva in quel periodo. Nel racconto stava un po’ con tutt’e due, e sembrava aspettare il loro arrivo. I due amici in macchina parlavano poco ma intanto dividevano una sigaretta, ascoltavano musica dall’autoradio, e più il viaggio proseguiva più avevi la sensazione di una tensione che si scioglieva: le parole tra loro riaffioravano, l’intimità veniva lentamente ricostruita. Così capivi che non stavano andando verso la ragazza, ma &lt;i&gt;via &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;dalla ragazza; che l’amore per la stessa donna era stato la causa del conflitto tra di loro, e che alla fine avevano deciso di rinunciare a lei e partire insieme. Anch’io e il mio amico ogni tanto avevamo problemi per via delle donne di cui ci innamoravamo, e questa storia era la mia risposta alla sua sulla montagna, il mio modo di immaginarci vecchi e di nuovo uniti. Finii il racconto la sera stessa e lo intitolai con il nome della ragazza, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Bianca.&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; Nel 1997 in casa non c’era ancora il computer, così domandai a una vicina se potevo andare a batterlo da lei: aprii un programma di scrittura per la prima volta in vita mia, copiai il racconto usando due dita e mettendoci mezza giornata, lo stampai e vederlo stampato mi sembrò un miracolo, lo misi in una busta e lo spedii al concorso. Dove poi andò bene, e quel risultato mi spinse a continuare. Non avrei mai sperato di ritrovare l’articolo in cui se ne parlava, invece &lt;a href="http://archiviostorico.corriere.it/1997/maggio/20/premio_Elena_Ceva_tre_studenti_co_0_97052011159.shtml"&gt;eccolo qui&lt;/a&gt;: e così, da qualche parte in rete, ho ancora diciannove anni e sono un ragazzo della quinta D.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Ecco, questa è la storia del mio primo racconto. Ora torno a occuparmi del ventisettesimo. Liberato il cassetto dalle vecchie scartoffie, è tempo di cominciare a riempirlo con le scartoffie nuove. Buon anno a tutti.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-2112830840860119698?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/2112830840860119698/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2012/01/scartoffie.html#comment-form' title='12 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2112830840860119698'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2112830840860119698'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2012/01/scartoffie.html' title='SCARTOFFIE'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>12</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-7361007368023500122</id><published>2011-11-26T19:04:00.004+01:00</published><updated>2011-11-27T16:24:32.281+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario newyorkese'/><title type='text'>BEFORE I DIE I WANT TO</title><content type='html'>Vicino al vecchio municipio di Brooklyn c’è una casa abbandonata, che un artista di New Orleans ha ricoperto di pannelli neri. Sono fatti di un materiale simile alla lavagna, e scatole di gessetti colorati sono a disposizione sul marciapiede. Su ogni pannello c’è stampata la frase: prima di morire vorrei. Così chi passa può prendere un gessetto e scrivere il suo desiderio più importante, o almeno quello che il pensiero della morte rende tale. Immagino che il risultato sarebbe diverso se la premessa fosse: &lt;i&gt;prima di stasera vorrei. &lt;/i&gt;Oppure: &lt;i&gt;entro dieci anni vorrei.&lt;/i&gt; Voglio dire che anche i desideri cambiano a seconda della prospettiva. E cose come ottenere un buon lavoro, comprare una casa, o conquistare quei traguardi che uno tende a desiderare pensando di &lt;i&gt;avere ancora tempo&lt;/i&gt;, non valgono più molto se immagini che subito dopo sia finita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così ho passato più di un’ora lì davanti a leggere e classificare i desideri dei miei concittadini. Il quartiere del vecchio municipio è un posto povero, a maggioranza nera e latino-americana. E magari alcuni desideri non dipendono dai soldi che uno ha e dalla vita che gli è toccato fare, ma altri sì. In ogni caso al primo posto c’era un desiderio che non c’entra nulla con le classi sociali: &lt;i&gt;sposarmi e fare un figlio&lt;/i&gt;. A volte solo il matrimonio, altre volte solo il figlio. Quest’ultimo mi sembrava un desiderio molto femminile, ma potrebbe anche essere un mio pregiudizio di genere. Una persona aveva scritto: &lt;i&gt;avere una bella famiglia. &lt;/i&gt;Un’altra: &lt;i&gt;poter vivere abbastanza da diventare nonna. &lt;/i&gt;Un’altra ancora: &lt;i&gt;rivedere i miei genitori. &lt;/i&gt;In questo caso, sono quasi sicuro che si trattasse di un emigrante.&lt;br /&gt;Al secondo posto c’erano i desideri legati ai luoghi. &lt;i&gt;Visitare il Sud Africa,&lt;/i&gt; diceva uno. &lt;i&gt;Vedere l’India. &lt;/i&gt;Chissà perché proprio l’India e il Sud Africa, mi sono chiesto, forse sono le terre d’origine di quelle persone? Molti avevano scritto &lt;i&gt;girare il mondo.&lt;/i&gt; Ho trovato anche un &lt;i&gt;vivere vicino al mare,&lt;/i&gt; però i miei preferiti erano questi due:&lt;i&gt; andarmene da New York&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;tornare a casa.&lt;/i&gt; Forse perché alcuni desideri spalancano porte sulle vite degli altri, ti spingono a immaginare esistenze e trame. E il bisogno di scappare o ritornare è sempre il motore di grandi storie.&lt;br /&gt;Al terzo posto c’era &lt;i&gt;vivere per Gesù.&lt;/i&gt; Però mi sa che era sempre la stessa persona ad averlo scritto più volte, usando gessetti di colori diversi. Con tutto il rispetto per i desideri altrui, questo sapeva molto di propaganda evangelica.&lt;br /&gt;Al quarto posto c’erano i desideri rivoluzionari: &lt;i&gt;cambiare il mondo, &lt;/i&gt;o &lt;i&gt;riportare l’amore sulla terra.&lt;/i&gt; Uno aveva scritto: &lt;i&gt;legalizzare la marijuana. &lt;/i&gt;Un altro: &lt;i&gt;bruciare Wall Street.&lt;/i&gt; Quello di bruciare Wall Street è un desiderio diffuso in questi giorni a New York, lo trovi spesso scritto sui muri, sui manifesti pubblicitari. Si respira più rabbia che amore camminando per le strade.&lt;br /&gt;Soltanto uno aveva scritto: &lt;i&gt;vincere la lotteria. &lt;/i&gt;E soltanto uno: &lt;i&gt;fuck, fuck, fuck.&lt;/i&gt; Per i miei soliti pregiudizi di genere, questo mi pareva un desiderio tipicamente maschile. E ho pensato che non gli sarebbe stato difficile realizzarlo, con tutte quelle ragazze ansiose di riprodursi. Bastava scambiarsi i numeri di telefono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giorno dopo ha piovuto, e la pioggia ha cancellato tutti i desideri. Per un po’ di tempo sulle lavagne è rimasta una poltiglia di gesso, di quel colore indefinibile che ottieni quando ne mescoli troppi insieme, ma con uno sbuffo di giallo da una parte, una traccia di azzurro dall’altra, echi di desideri brooklyniani, il mormorio di una folla in cui solo ogni tanto distingui una voce più acuta o un grido. Poi qualcuno, non so se l’artista di New Orleans o la nettezza urbana, ci ha passato uno straccio sopra, e le lavagne sono tornate al nero, a quella pace dei sensi che appartiene così poco alla natura dell’uomo. Per qualche motivo una vita senza desideri ci sembrerebbe intollerabile, e infatti la gente ha subito ricominciato a chiedere, a sperare, a pregare, e in poche ore le lavagne si sono riempite di parole. I desideri nuovi erano incredibilmente simili a quelli vecchi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(però tra quelli nuovi c’era pure: &lt;i&gt;scrivere un bel libro&lt;/i&gt;)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-7361007368023500122?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/7361007368023500122/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/11/before-i-die-i-want-to.html#comment-form' title='12 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7361007368023500122'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7361007368023500122'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/11/before-i-die-i-want-to.html' title='BEFORE I DIE I WANT TO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>12</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-7662515309779651683</id><published>2011-10-31T13:02:00.007+01:00</published><updated>2011-10-31T22:35:15.945+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario newyorkese'/><title type='text'>DOVE SI GUARDA C’È QUELLO CHE SIAMO</title><content type='html'>Nevica. È bella Brooklyn sotto la neve, mi fa sentire bene. Cammino tra gli uomini che spalano i marciapiedi, spargono il sale davanti alla porta di casa. A Williamsburg, sul vecchio molo dove attraccano i traghetti di linea, i gabbiani volteggiano nonostante la tormenta, puntano le interiora delle prede abbandonate dai pescatori. Mi fermo in un negozio di vestiti usati per comprare degli scarponi. Ne trovo un paio di robusti, di cuoio, caldi e resistenti all’acqua, e le mie scarpe dell’estate ormai cadono a pezzi, così le getto in un bidone all’angolo della strada, proseguo con quelle dell’inverno ai piedi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fuori dal Jalopy Theatre, il locale dove il mercoledì vado a sentire un po’ di musica, un amico mi ha chiarito un’idea che mi girava in testa da qualche giorno. Anche lui conosce bene la montagna. È cresciuto in Valtellina, ma ora abita a Brooklyn da quasi un anno. Mi ha descritto la sua baita in mezzo ai boschi e la stanza che ha trovato qui, in un’ex caserma dei pompieri. Non è mica quel grande salto che tutti pensano, ha detto. New York è solo un altro tipo di solitudine.&lt;br /&gt;Proprio così, Simone. Il punto non è il paesaggio che hai intorno, ma il modo in cui ci vivi dentro. Il mondo è il tuo specchio: le parti che osservi più spesso sono quelle in cui riesci a rifletterti, le cose che ti colpiscono sono scoperte di te. Probabilmente amo New York per questo: perché, tra le infinite città che contiene, c’è anche quella che mi assomiglia. Io preferisco la mattina presto alla sera tardi. Preferisco i margini di Brooklyn, i quartieri vicino all’acqua, a tutti i possibili centri di Manhattan. Preferisco i marciapiedi deserti alle strade gremite, le vecchie fabbriche in mattoni rossi ai grattacieli. Non è New York a essere così, sono io. Il marciapiede deserto sono io. La fabbrica in mattoni rossi sono io.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho letto da qualche parte che l’impressionante aumento della miopia nel mondo occidentale non è dovuto a computer e televisori, ma al fatto che viviamo in appartamenti, uffici e strade di città. Per la maggior parte del tempo, quello che abbiamo bisogno di mettere a fuoco si trova a pochi metri da noi, e il corpo adatta i propri organi di conseguenza. I nostri occhi non sono più abituati a guardare lontano.&lt;br /&gt;Dopo aver letto l’articolo ho pensato al mio amico Rambo, lassù in montagna, e a quando mi diceva: lo vedi il capriolo?&lt;br /&gt;Dove?, chiedevo io.&lt;br /&gt;Là in cima, vicino a quei larici, lo vedi che è uscito a brucare dove c’è l’erba buona?&lt;br /&gt;Ah eccolo, dicevo io, mentendo.&lt;br /&gt;Così, tra me e me, ho fatto una promessa a Rambo per i prossimi due mesi: ogni giorno dedicherò un po’ di tempo ai miei occhi. Osserverò l’orizzonte e mi allenerò a distinguere quello che vedo. La prima volta l’ho fatto dal tetto di casa: mi sono ficcato una birra nella tasca della giacca, ho risalito la scala a pioli che c’è sul pianerottolo, ho spinto la botola con la testa e sono uscito. Ho bevuto la birra al tramonto, osservando le gru del porto di Red Hook e la superficie luccicante della baia, e poi sempre più in là fino alla costa del New Jersey.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di mattina vado a scuola. Ho messo la sveglia alle sei, per poter scrivere un po’ prima di uscire. A quell’ora è buio, e nell’oscurità che precede l’alba c’è solo un’altra finestra illuminata oltre alla mia. Sta nella casa di fronte, al primo piano. Un uomo con la maglietta gialla e una gran pancia sporgente è in piedi davanti ai fornelli, si cucina la colazione. Uova, bacon, forse i pancake? Io prendo soltanto caffè nero. Dai lineamenti è messicano o portoricano. Anche lui ogni tanto guarda in qua, e vedendo la mia luce magari pensa: chi è arrivato nella casa degli italiani? Ci studiamo a distanza mentre il quartiere dorme. L’uomo con la maglietta gialla sono io.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di sera bevo birra, Brooklyn Lager in confezione da sei. Quando esco di casa la mattina, porto giù le bottiglie vuote nel bidone del vetro. Quelle del giorno prima non ci sono mai. Questa sparizione del vetro è rimasta un mistero finché, una notte, sono stato svegliato da un tintinnio che arrivava dalla strada. Mi sono affacciato e ho visto un barbone coperto da molti strati di lana, guanti, cappotto, un paio di berretti, che frugava nei bidoni, tirava fuori le bottiglie e le trasferiva nel suo carrello della spesa. Ho visto ad Harlem dove vanno a finire quei vuoti: ci sono macchine simili ai distributori di bibite, ma funzionano all’incontrario. Tu inserisci lattine e bottiglie e loro ti pagano cinque centesimi al pezzo. Lì davanti si formano lunghe file. Così adesso, la mattina, quando porto fuori il mio vetro penso a quell’uomo, al momento in cui lo troverà, al paio di dollari alla settimana che rappresento per lui. Mi sembra come un piccolo segreto tra noi due. L’uomo che fruga nei bidoni sono io.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altre cose che ho visto. Ho visto una ragazza farsi le trecce in metropolitana, specchiandosi nel finestrino in galleria. Di fronte a me ho visto un uomo così grasso che si era addormentato appoggiando la testa alla sua stessa pancia. Uscendo sulla Trentaquattresima Strada ho visto i giochi di luce che i grattacieli rivolti a est formano su quelli di fronte: sono bagliori lenticolari che si muovono, tracciano disegni sulle facciate, attraversano le finestre frantumandosi in schegge iridescenti. Ho preso molta pioggia una mattina, e più tardi, finita la scuola, un improvviso sole estivo mi ha sorpreso sulla Settima Avenue. Allora mi sono tolto la giacca e ho avuto voglia di camminare, e me sono andato in maniche di camicia fino a Chinatown, cinquanta isolati più a sud. Per tre dollari ho comprato un piatto di ravioli coi gamberi e ho pranzato su una panchina. Oggi che nevica fitto pare impossibile che quel pomeriggio sia esistito. Il cielo era di un blu ripulito dalla pioggia, e io mi sono ritrovato a immaginare come sarebbe stato vedere le montagne giù in fondo, tra i grattacieli, come succede a Milano quando il vento di aprile si porta via i fumi del nostro scontento, e il Monte Rosa compare all’orizzonte. Alzando gli occhi con questa fantasia, ho visto uno stormo di piccioni viaggiatori volteggiare intorno a un tetto dell’East Side. Ho pensato a un qualche Ghost Dog che li addestrava a ritornare a casa. Dicono ci sia un incrocio, a Manhattan, che sta a un livello un po’ più elevato del mare, perciò da lì attraversando la strada riesci a vedere entrambi i fiumi, l’East River da una parte, l’Hudson dall’altra, e quello è il posto in cui sai una volta per tutte e senza più alcuna possibilità di dubbio di essere su un’isola, io però non l’ho ancora trovato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-7662515309779651683?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/7662515309779651683/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/10/dove-si-guarda-ce-quello-che-siamo.html#comment-form' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7662515309779651683'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7662515309779651683'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/10/dove-si-guarda-ce-quello-che-siamo.html' title='DOVE SI GUARDA C’È QUELLO CHE SIAMO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-8917228220751888646</id><published>2011-10-08T13:25:00.006+02:00</published><updated>2011-10-08T21:23:56.588+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>LA CARNE DELL'ORSO</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Avrei voluto un giorno di pioggia per andarmene dalla montagna, non questa luminosa estate d’ottobre. Da domani i &lt;i&gt;tetti del mondo &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;per me saranno di nuovo le terrazze, le cisterne corrose dalla ruggine e le nuvole veloci di Brooklyn. Sono fortunato, passo da un posto all’altro del mio cuore. Ma l’ultimo giorno è lo stesso denso di nostalgia, in una mattina che sembra d’agosto: se non fosse per i sentieri deserti, l’erba secca, il filo d’acqua che scorre nei torrenti, i larici in giallo. Solo le marmotte vagano stordite sotto il sole. Dei camosci, ora che la stagione della caccia è cominciata, resta l’ombra che si dilegua, lampi neri percepiti dalla coda dell’occhio, fantasmi di capre. Per una legge fisica che i montanari conoscono bene, in autunno i suoni arrivano più lontano. Così capita di sentire un trattore e vederlo passare qualche chilometro a valle, o il guaito di un bracco che sta inseguendo una lepre nel bosco. Ma in un giorno così non c'è tempo per l'ascolto. Prima di fare le valigie ho tirato su tutto quello che rimaneva nell’orto: l’ultima insalata, un solitario cavolo coraggioso, i porri. Poi ho strappato le radici, rastrellato la terra, sparso la cenere del camino. Non so se sia granché come concime, ma mi è sembrato giusto farlo: è stato come prendere il larice che era caduto in giugno sotto la neve, quello che mi ha dato legna per tutta l’estate, e rimetterlo a posto. Ho coperto la pianta di salvia con della paglia secca. Ho riportato in casa la ciotola dei cani.&lt;/span&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Dei due amici che ho quassù, uno è arrivato e mi ha detto: non sono molto pratico con gli addii. Nemmeno io, gli ho risposto. Allora ciao. Si è allontanato seduto sulla pala del trattore, con suo figlio che guidava e il cane che gli mordeva le ruote anteriori, come fa sempre, abbaiando e mettendosi di traverso sulla strada, come a dire fermati, dove vai? L’altro amico mi ha cacciato di casa, quando sono passato a salutarlo, e poi mi ha scritto per scusarsi, perché era triste e non è stato capace di abbracciarmi. Capisco bene anche lui. Alla fine mi sono lavato per l’ultima volta alla fontana: le mani, la faccia, il collo. Ho lasciato i bastoni sul balcone, perché è lì che devono stare, e poi ho chiuso la porta e me ne sono andato.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Ho letto tanti libri di montagna in questa lunga stagione. Per motivi che non sto qui a spiegare, il racconto che me la ricorderà sempre è &lt;i&gt;Ferro &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;di Primo Levi. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La facile cresta doveva essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda a un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; “E per scendere?”&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; “Per scendere vedremo”, rispose; e aggiunse misteriosamente: “Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso”. Bene, la gustammo, la carne dell'orso, nel corso di quella notte che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora; il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Alla prima luce funerea ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio. Ma tornammo a valle con i nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: e ora che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Me ne vado con quel sapore in bocca. Spero di conservarlo a lungo. E ora Brooklyn.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-8917228220751888646?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/8917228220751888646/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/10/la-carne-dellorso.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8917228220751888646'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8917228220751888646'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/10/la-carne-dellorso.html' title='LA CARNE DELL&apos;ORSO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-4340165261912248630</id><published>2011-09-21T19:23:00.014+02:00</published><updated>2011-09-22T17:16:17.482+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='testi'/><title type='text'>SULL’INGENUITÀ</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Il 18 settembre sono stato invitato dal Festival Arca Puccini di Pistoia a un convegno dal titolo: “Est/Ovest: stati dell’arte”. Ero lì a rappresentare l’occidente insieme a Simon Reynolds, critico musicale inglese, che nel suo ultimo libro, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Retromania &lt;/span&gt;&lt;i&gt;(Isbn 2011), lamenta l’invadenza del revival nostalgico nel pop-rock contemporaneo. Secondo Reynolds la mania del retrò - la rivisitazione di mode musicali del passato recente - ha prodotto un decennio, gli Anni Zero, in cui si fatica a riconoscere segni originali, uno “spirito dell’epoca” da lasciare alla storia. A meno che lo spirito dei nostri tempi non sia proprio la nostalgia. Io ne so poco di musica, ma leggendo il libro durante il viaggio mi chiedevo: e nella narrativa come siamo messi? E soprattutto: e io come sono messo? Pubblico qui il mio intervento, ringraziando Nevrosi per l’invito e i ragazzi di Pistoia per l’ospitalità.&lt;/i&gt;  &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Quali possibilità ho, come scrittore, di raccontare qualcosa di autentico, originale, tipico dei miei tempi? Se scrivere fosse come scalare una montagna, dove potrei trovare una cima vergine, o almeno una via mai percorsa prima? E se non esistesse più nessun territorio inesplorato? Queste domande mi fanno tornare in mente il famoso finale del &lt;i&gt;Grande Gatsby. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Nick Carraday, il narratore, osserva il panorama di Long Island dopo che l’estate è finita, Gatsby è morto e la sua villa sulla spiaggia è ormai buia e deserta.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La maggior parte delle grandi case della costa erano chiuse adesso e non si vedevano che rade luci, a parte il bagliore, mobile e indistinto, di un battello che attraversava lo stretto. E mentre la luna si stagliava più in alto, quelle costruzioni effimere cominciavano a dissolversi, finché a poco a poco mi resi conto di come appariva l’isola che in tempi andati era sbocciata agli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco e verde del nuovo mondo. I suoi alberi scomparsi, gli alberi che avevano fatto spazio alla casa di Gatsby, col loro bisbiglio avevano un tempo assecondato il più grande ed estremo dei sogni umani. Per un fuggevole e incantato istante l’uomo doveva aver trattenuto il respiro al cospetto di questo continente, costretto a una contemplazione estetica che non capiva e non desiderava, faccia a faccia per l’ultima volta nella storia con uno spettacolo all’altezza della sua capacità di meravigliarsi.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; La meraviglia è uno dei sentimenti su cui &lt;i&gt;Il Grande Gatsby&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; è costruito. Jay Gatsby suscita meraviglia nelle persone, tutte tranne l'unica che gli interessi affascinare. La sua è la storia di un uomo dalle umili origini che lotta contro il destino: si arricchisce facendo il gangster, si innamora della moglie di un miliardario, cerca di conquistarla meravigliandola, infine paga la propria audacia con la vita. Tuttavia da lettore mi è chiaro che il desiderio di Gatsby non riguarda Daisy, né i soldi, né un posto in quel mondo dorato. Ma allora che cosa vuole? E perché Fitzgerald chiude la sua storia con un’immagine che non c’entra nulla, i marinai olandesi al cospetto del nuovo continente? Io penso che&amp;nbsp; Gatsby sia soprattutto un uomo deluso. È deluso dalle cose che possiede e da se stesso. La ricchezza non è come lui sperava. Forse è quel sentimento che desidera più di ogni altro, la meraviglia che si prova di fronte a una nuova frontiera? È la &lt;/span&gt;&lt;i&gt;capacità di meravigliarsi &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;il lusso che non può comprare?&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Nello stesso periodo, la metà degli anni Venti, Hemingway scrive uno dei suoi racconti migliori: &lt;i&gt;Il grande fiume dai due cuori. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;La trama è tanto semplice che si potrebbe riassumere così: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Nick Adams va a pescare. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Nella prima parte del racconto Nick scende da un treno, si addentra nel bosco, trova una radura in cui campeggiare, accende un fuoco, si prepara la cena e va a dormire. Nella seconda si sveglia, cattura alcune cavallette da usare come esche, fa colazione, scende al fiume a pescare, prende due belle trote e se ne torna felice alla tenda. La storia sembrerebbe oscura se non fosse preceduta dagli altri episodi di &lt;/span&gt;&lt;i&gt;In Our Time&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;: giunti alla fine della raccolta sappiamo che quei boschi del Michigan sono i posti in cui Nick è cresciuto; che ha imparato dal padre a pescare, cacciare e godere della vita all’aria aperta; che a diciott’anni è partito per la prima guerra mondiale, e sul fronte italiano è rimasto ferito nel corpo e nello spirito. Dunque, questa battuta di pesca è un ritorno. Anzi di più: una cura. Dopo la guerra Nick si sente un uomo debilitato, e nei boschi della sua infanzia cerca la guarigione. Non è il fiume ad avere due cuori, è lui stesso: il cuore torbido del reduce di guerra, il cuore limpido del ragazzo che era stato. Rileggendo il racconto mi colpisce ogni volta la sua sensualità. Nick ha letteralmente i sensi all’erta, ogni gesto gli provoca un piacere acuto: sdraiarsi sull’erba, portare alla bocca il primo boccone di carne in scatola, perfino infilzare una cavalletta con l’amo. È come se facesse queste cose &lt;/span&gt;&lt;i&gt;per la prima volta. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;O usando le parole di Fitzgerald, come se stesse recuperando la propria &lt;/span&gt;&lt;i&gt;capacità di meravigliarsi.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Se cerco un nome per questa qualità, quello più adatto mi sembra &lt;i&gt;ingenuità. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Sono andato a controllare l’etimologia, e ho scoperto che in latino un &lt;/span&gt;&lt;i&gt;in-genuus &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;era un figlio di genitori liberi, contrapposto a chi nasceva da schiavi. Legalmente, un ingenuo era un uomo con pieni diritti di cittadinanza. Ma idealmente (in un’ideologia classista) era molto di più: un onesto, un puro, un cittadino dall’animo nobile e non corrotto. Ai nostri tempi l’ingenuo è diventato uno che crede a tutto, incapace di vedere la verità nascosta sotto le apparenze, facile da raggirare. I più ingenui tra gli esseri umani sono i bambini: fiduciosi e vulnerabili perché non conoscono il male.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;/i&gt;Jay Gatsby e Nick Adams il male lo conoscono eccome. Le loro&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;sembrano storie molto diverse, ma secondo me non lo sono: parlano di uomini che hanno perso l'ingenuità, e cercano di riconquistarla. Perché la capacità di meravigliarsi è necessaria per continuare a vivere.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; A volte in montagna ho una fantasia: quella di trovare una cresta, un picco nascosto, o almeno una fessura o una cengia, in cui prima di me non abbia messo piede alcun essere umano. So che è una fantasia ingenua. Sulle Alpi non c’è nemmeno un sasso che non sia stato toccato dall’uomo: nessuna Alaska, nessuna frontiera, nessun’isola boscosa e incontaminata. Ma io ho bisogno di non pensarci troppo. Così mi capita di individuare una cima e una via di salita - una cima senza nome e una via che non compare in nessuna mappa - e arrampicarmi fino a lassù solo per trovare, alla fine, un ometto di sassi o un bastone conficcato in un buco, segno inequivocabile di chi è stato lì prima di me. E scopro di non essere un esploratore né un pioniere, ma solo uno che passa. Il fatto è che per arrivare in cima, per affrontare la salita e godere delle sensazioni che mi dava, avevo bisogno di farlo come se fossi il primo, di salvare la mia preziosa ingenuità dagli attacchi della consapevolezza.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Anche quando scrivo è così. Sto parlando della soggezione che provo  al cospetto della letteratura, e dell’incoscienza che mi serve per raccontare una storia. Dello sconforto e della fiducia. Qualunque scrittore è soltanto uno che passa: non fa altro che prendere il lavoro dei suoi predecessori e aggiungerci un pezzettino. Non solo quel pezzo è minuscolo, ma c’è la seria possibilità che sia un pezzo inutile: in quel caso verrà dimenticato dalla storia, eliminato senza rimpianti. Eppure, se ti siedi davanti al foglio con questo spirito, non puoi ottenere altro che una pagina bianca. Per cominciare a mettere&amp;nbsp; una parola dopo l'altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare: e raccontare una storia come se fossi il primo in questo mondo a farlo.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-4340165261912248630?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/4340165261912248630/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/09/sullingenuita.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4340165261912248630'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4340165261912248630'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/09/sullingenuita.html' title='SULL’INGENUITÀ'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-24128700752577754</id><published>2011-09-09T11:03:00.006+02:00</published><updated>2011-09-16T17:21:59.118+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>BAITA MAGICA</title><content type='html'>&lt;style&gt;@font-face {  font-family: "Times New Roman";}p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }table.MsoNormalTable { font-size: 10pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; }&lt;/style&gt;    &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Giù per il pendio inghiottito dalla frana gli scarponi affondavano nella terra molle: una pasta silicea, grigiastra, vischiosa come malta fresca, che rendeva ogni passo una pena. Così sono salito su un tronco sradicato e l’ho percorso in equilibrio per superare quel caos di pietre smosse, rivoli d’acqua fangosa ed enormi zolle d’erba scaraventate intorno come da un’esplosione, appoggiate in bilico su un masso o incastrate in una crepa del terreno, e anche in quelle posizioni innaturali si ostinavano a fiorire. In alto, dove si era staccata la frana, una placca scura tagliava la montagna. Roccia umida e marcia, con le radici dei larici che sporgevano a metà parete e non riuscivano a tenerla insieme. Di animali selvatici nessuna traccia. Né un fischio d’allarme sui prati, né il fruscio di una corsa tra i rami, né un rintanarsi improvviso nel ginepro ai miei piedi. Perfino gli uccelli tacevano, lasciando nell’aria soltanto un mormorio di fondo, il gorgogliare di una corrente d’acqua sotterranea. Mi sono sentito sollevato quando alla fine ho superato gli ultimi detriti, ho ritrovato una traccia di sentiero che piegava sulla sinistra, mi sono lasciato la frana alle spalle e ho ricominciato a salire.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Avevo idea di passare la notte su un prato, in riva a un lago che conosco bene, scaldandomi al fuoco e guardando le stelle d’agosto, ma non c’è niente da fare: questa è l’estate della pioggia, e quando ormai ero arrivato su ho sentito avvicinarsi il temporale. Saranno state le sette di sera. Un fronte di nuvole gonfie e scure tuonava qualche chilometro a valle, sul paese da cui ero partito poche ore prima. In riva al lago due pescatori si affannavano a montare una tendina canadese, mettendo al riparo abiti e cibo mentre il vento complicava tutto il lavoro. Arrivava a folate gelide, increspando la superficie del lago e rendendolo ancora più lugubre. Io ho puntato verso un gruppo di massi sperando che ce ne fosse uno sporgente, adatto a farmi da riparo, e salendo per i pascoli ho superato i ruderi di alcuni alpeggi. È lì che ho trovato la mia &lt;i&gt;baita magica. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;L’ho chiamata così solo più tardi, ricordandomi dell’autobus di Chris. Era un alpeggio abbandonato come gli altri, però i muri stavano ancora in piedi e sul tetto era stata posata una lamiera. Se qualcuno lo usa ancora, ho pensato, avrà un lucchetto da qualche parte, o sarà chiuso a chiave. Ma non c’era né serratura né lucchetto. La porta era tutta storta, incastrata per via del cedimento dei muri. Ho provato a spingerla con le mani, l’ho sentita muoversi appena, e poi le ho dato una bella spallata spalancandola.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;Gli occhi ci hanno messo un po’ ad abituarsi al buio. Fuori la pioggia cominciava a picchiare sulla lamiera. Dentro non c’era nessuna finestra, ma una fessura tra le pareti e il tetto lasciava passare un po’ di luce. Il focolare stava al centro della stanza: quattro pietre piatte a delimitare il braciere, e accanto il perno girevole su cui una volta si fissava la caldaia del formaggio. Poi una mensola di legno con una lampada a olio, qualche bottiglietta vuota, una pistola giocattolo. Che cosa ci faceva lì dentro una pistola giocattolo? Era l’imitazione di un revolver, tutta rotta e tenuta insieme dal nastro adesivo. Così mi sono ricordato di quei bambini selvaggi che da piccolo vedevo in montagna, sporchi, silenziosi, tutti seri quando ci incontravano, atteggiati da adulti mentre guardavano le loro mucche, e io cercavo di immaginarmi a cosa giocavano quando noi non c’eravamo più. Ho trovato anche un pezzo di specchio inchiodato a una trave, forse per farsi la barba la mattina, e un piatto sporco, due tazze di metallo, un vecchio materasso sventrato. Saranno stati i topi a dilaniarlo, perché il pavimento era cosparso di batuffoli di lana marcia, cocci di bottiglie rotte, fieno e chissà cos’altro. Per fortuna era abbastanza buio da non vedere. Il temporale sulla lamiera ora faceva un frastuono assordante: io ho liberato meglio che potevo un pezzo di pavimento per stendere il sacco a pelo, poi mi ci sono seduto sopra e ho preso dallo zaino la mia cena. Una pagnotta, una scatoletta di carne, due mele, una borraccia di vino. Mangiare al buio si prospettava l’unico modo per ammazzare il tempo e così ho provato farlo molto piano, masticando a lungo il pane e bevendo il vino a piccoli sorsi, sperando che mi bastassero per qualche ora. Invece più tardi il temporale si è calmato. Ho trovato della legna secca in un angolo della stanza e sono riuscito ad accendere un fuoco, fuori, contro il muro della baita, e quando ha ricominciato a piovere era già un bel falò vivace. Stando seduto sulla soglia riuscivo a non bagnarmi e ad avere comunque un po’ di luce per leggere, così ho preso il mio Hemingway e il mio vino e ho passato la serata con Nick Adams sul &lt;i&gt;Grande fiume dai due cuori&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. Il suo torrente si chiamava Black River. Anche la mia montagna, quella che avrei provato a scalare il giorno dopo, aveva un nome nero. Mi è sembrato di buon augurio. La mia grande montagna dai due cuori.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&amp;nbsp;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt;"&gt;Il giorno dopo mi sono alzato alle cinque e mezza, appena ho visto che fuori impallidiva. Non ne potevo più di stare lì a rigirarmi sul pavimento, evitando i cocci di vetro e l’acqua che veniva giù dal tetto e pensando a come il tempo riusciva a restringersi e dilatarsi, un anno intero poteva volare via in un battito di ciglia e una sola notte non finire mai. Ho avvolto il sacco a pelo e rifatto lo zaino, mi sono allacciato gli scarponi e ho lasciato lì il giornale con cui avevo acceso il fuoco: se mai qualcuno l’avesse trovato, sopra c’era una data a testimoniare il mio passaggio. Poi ho salutato la baita magica, mi sono chiuso la porta alle spalle e ho preso un gran respiro di aria pulita. Mi sentivo tutto rotto e ancora più stanco della sera prima, però sapevo che quella sensazione sarebbe svanita camminando. Ho cercato di non pensare alla parola &lt;i&gt;caffè. &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-size: 12pt;"&gt;Ho risalito gli ultimi pascoli, mi sono fermato in riva a un torrentello e mi sono lavato con cura i denti, la faccia, il collo. Adesso ero del tutto sveglio. La mattina stava sorgendo limpida e fredda, con il lago ancora in ombra duecento metri sotto di me e la cima del monte mille metri più in alto, già illuminata dal sole. Il bianco sporco dei vecchi nevai languiva sulla roccia nera, e nei canaloni un bianco nuovo, brillante e quasi d’argento, screziava le pareti, incideva bordi e pieghe come un gessetto sulla lavagna. Ho pensato che in alto potesse aver nevicato, ma non avevo mai visto la neve disegnare linee così nette. Avrei scoperto più tardi che si trattava di ghiaccio: la grandine notturna era scivolata tra le rocce accumulandosi nelle fessure e sulle cenge, e ora fondeva al primo sole del mattino tracciando quelle venature luccicanti. Quanto a me, mi aspettavano almeno due ore di pietraia sconnessa prima di uscire in cresta. Così ho abbassato lo sguardo, ho infilato i pollici nelle bretelle dello zaino e ho ricominciato a salire.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-24128700752577754?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/24128700752577754/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/09/baita-magica.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/24128700752577754'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/24128700752577754'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/09/baita-magica.html' title='BAITA MAGICA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-8817816776147063340</id><published>2011-08-09T18:49:00.011+02:00</published><updated>2011-09-09T11:12:41.646+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>PER LA COMMOVENTE RESISTENZA DEI GHIACCIAI</title><content type='html'>&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;Per quanto mi svegliassi presto, in rifugio, c’era sempre qualcuno che si svegliava prima di me. Avevo una finestra affacciata a est, su una catena di montagne nere da cui l’alba arrivava di taglio alle sei di mattina, abbagliando il muro della stanza d’arancione e d’oro. Aprivo gli occhi in quella luce improvvisa e sentivo l’odore del fuoco salire dalla cucina. Legno di faggio, portato su dai boschi che coprono la valle duemila metri più in basso. La stufa andava avanti a bruciarlo per tutto il giorno eppure riusciva a malapena a scaldare la cucina, perciò ci trovavamo sempre lì. Sulla stufa facevamo il caffè, cucinavamo, stendevamo i vestiti fradici di pioggia, tostavamo i pistacchi che un giorno abbiamo trovato, umidi e molli e vecchi di chissà quanto, in fondo a un armadio in dispensa.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;Dei due ragazzi Andrea era quello pigro, o era la sua calma nel prendere il lavoro che ti ingannava. In realtà quando io mi alzavo lui aveva già acceso il fuoco, messo su la colazione, lavato i piatti della sera prima, e ora stava fumando e guardando vecchi film, o profili di ragazze in giro per la rete. Sedeva sempre dalla stessa parte del tavolo, accanto alla finestra. A una cert’ora della mattina passava dal caffè al vino allungato con acqua, oppure acqua e Pernod oppure bianco e Campari, arrotolando sigarette di Golden Virginia e mostrandomi le ragazze a cui d’inverno aveva insegnato a sciare. Adesso erano in spiaggia, pubblicavano foto in costume. Sembravano di un altro mondo. Su di noi pioveva ogni giorno e certe volte la pioggia diventava grandine, e quando non pioveva o grandinava tirava un vento gelido, appena sopra lo zero. L’unica ragazza che vedevamo spesso praticava la corsa in montagna: la avvistavamo con il binocolo mentre saliva per il sentiero, ma poi raggiungeva il colle, toccava il muro del rifugio, si voltava e tornava giù, fugace come ogni apparizione di bellezza.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;Davide sedeva nel posto di fronte, scendeva tardi in cucina ma da quel momento era in moto perpetuo. Ogni due o tre giorni faceva il pane che poi metteva a cuocere nel forno della stufa. Teneva i conti, rispondeva al telefono ed era lui ad avere a che fare con i clienti in sala da pranzo, dato che Andrea per sua natura preferiva parlare poco, e muoversi ancora meno. Davide aveva sempre più idee di quelle che riusciva a realizzare. Progetti per migliorare il rifugio. Una turbina eolica da montare sul tetto, una rosa dei venti in pietra sul selciato, spille e magliette, muri da imbiancare. Se si ritrovava con le mani in mano, afferrava una sgorbia dal davanzale e si metteva a intagliare un portacenere di legno, o il manico di un coltello. Diceva di non riuscire a disegnare forme simmetriche, e che ci doveva essere qualcosa, in lui, che faceva a pugni con la simmetria, forse per via dello zigomo che si era spaccato anni prima e che gli aveva segnato i lineamenti. Lavorando al suo intaglio raccontava, rifletteva e a volte se ne usciva con una nuova idea, che Andrea approvava con un borbottio distratto. Tanto sapeva bene come sarebbe finita.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;A parte la cronica mancanza di ragazze, il problema principale in rifugio era l’energia elettrica. Non c’era abbastanza sole per alimentare i pannelli, la turbina eolica ordinata da un mese non arrivava mai, e la benzina per il generatore andava centellinata. Così, se arrivavano clienti, la prima raccomandazione era quella di spegnere la luce ogni volta che uscivano da una stanza. Se eravamo noi da soli evitavamo del tutto di accenderle, e il pomeriggio diventava un lento abituarsi al buio. Seduto a capotavola leggevo i racconti di Conrad. Verso le sei, solo spostandomi vicino alla finestra riuscivo a catturare sulle pagine un po’ di quel chiarore lattiginoso, appena sufficiente a distinguere le parole. Più tardi accendevamo un paio di candele, e quando finivano anche quelle era ora di andare a dormire. A letto mettevo quattro coperte una sopra l’altra. Dormivo dentro vestiti che sapevano di zuppa di cipolla, stufato lasciato per ore a sobbollire, fumo di legna e di tabacco. Solo quando un cliente chiedeva di farsi la doccia e toccava accendere lo scaldabagno, era la volta che potevamo lavarci tutt’e tre. Io che passavo per ultimo sperimentavo puntualmente, appena dopo essermi insaponato dalla testa ai piedi, la fine dell’acqua calda.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;Dalle due valli salivano nebbie che parevano eterne, e guardare fuori dalla finestra era un lungo esercizio di contemplazione delle nuvole. La mattina presto si trovavano più in basso di noi, ma poi il primo calore le spingeva verso l’alto, ad avvolgerci per il resto del giorno. La bandiera sul colle, più che risvegliare in noi l’amor di patria, ci segnalava la direzione del vento: l’est dava qualche speranza per il pomeriggio, l’ovest annunciava tormenta. Perfino chiusi in cucina riuscivamo a sentire il cavo metallico della bandiera sbattere contro il pennone, e quel tintinnio era la musica del colle insieme a qualche rado fischio di marmotte, al frusciare violento dell’erba, al motore a scoppio del generatore e alla chitarra che ogni tanto Davide o Andrea imbracciavano, benché nessuno dei due la sapesse davvero suonare. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-family: Times,&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;,serif;"&gt;A volte non ne potevo più di aspettare, e allora uscivo e partivo. Puntavo la cima di una montagna attraverso la pietraia e cercavo di arrivare fin lì. Nel tragitto stanavo camosci e stambecchi, scoprivo laghi nascosti in conche imprevedibili, mi lasciavo tentare da cambi di rotta e giochi solitari. Per via di questa estate fredda e piovosa, molti piccoli nevai resistono dove normalmente ad agosto trovi soltanto pietre, e lungo certi canaloni potevo buttarmi giù scivolando sulle valanghe ghiacciate, cadendo, rialzandomi, ridendo da solo e obbedendo all’istinto di ululare. Una volta su una cima ho avuto una visione: avevo le nuvole in basso da un lato della cresta, e uno scorcio di sole è comparso all’improvviso sopra di me. Il sole ha proiettato sulle nuvole un arcobaleno circolare, in mezzo al cerchio c’era l’ombra di un uomo e ho impiegato qualche istante a capire che ero io. Ero alto e sottile, con gambe e braccia lunghissime se le agitavo per salutare quell’altro me stesso, un alieno circonfuso di luce. Non ho potuto godermi a lungo lo spettacolo, perché subito dopo il sole è svanito di nuovo, l’aria si è fatta buia ed elettrica e mi sono ritrovato in mezzo al temporale. Mi sono detto ecco, ora mi lavo. Tornando lungo la cresta immaginavo il fuoco, il profumo della stufa e il silenzio dei due amici che mi aspettavano in rifugio.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-8817816776147063340?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/8817816776147063340/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/08/per-la-commovente-resistenza-dei.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8817816776147063340'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8817816776147063340'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/08/per-la-commovente-resistenza-dei.html' title='PER LA COMMOVENTE RESISTENZA DEI GHIACCIAI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3716864146122934379</id><published>2011-07-11T10:32:00.002+02:00</published><updated>2011-07-11T12:44:58.593+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>PASTORE DOVE VAI</title><content type='html'>E così sei un &lt;i&gt;sovversivo&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, mi dice versando il vino, dopo che abbiamo discusso per un po’ della situazione politica. È un punto dolente da quando vivo qui: gli uomini come lui parlano da razzisti e maschilisti, vestono con abbigliamento militare, credono nelle maniere forti e guardano con sospetto chiunque intenda un modo diverso di essere uomo. Eppure, nella vita di tutti i giorni, siamo molto più simili di quanto le nostre idee dimostrino, così di solito evito l’argomento. Se sento qualche discorso che non mi piace protesto apertamente, ma poi non mi va di stare lì a litigare. Mi pare che non serva a nulla. Per come la vedo io è la vita che ti cambia le idee, non le parole. E poi sono convinto che sia molto più anarchico lui di me: Rambo che non ha un lavoro fisso né una famiglia tradizionale, non possiede una televisione né un computer, non mette piede negli uffici pubblici, nelle banche, nei centri commerciali, non è rintracciabile in rete, non fa numero in nessun sondaggio né analisi di mercato. Un uomo così, che si è costruito un’esistenza ai margini e lì ci vive felicemente, senza seguire regole imposte da qualcun altro, è quanto di più sovversivo io riesca a immaginare per quest’epoca, però non trovo le parole per dirglielo. Quando mi avventuro in discorsi complicati mi accorgo che mi guarda storto, e se uso parole che non capisce smette di ascoltarmi. Così lo accontento. Annuisco e basta. Forse hai ragione tu, dico. Mi sa proprio che sono un sovversivo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;/span&gt;Lui non dice &lt;i&gt;le mucche, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;dice &lt;/span&gt;&lt;i&gt;le baracche. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;È un modo affettuoso che ha di chiamarle, perché sono goffe e pesanti e hanno paura di tutto. “Mettiamo a nanna le baracche”, dice. Poi spalanca il portone della stalla, apre un varco nel filo elettrificato e con pazienza le chiama. &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Vièn, vièn, vièn. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Quando la capobranco si muove verso di lui, le altre la seguono docilmente. Per la mezz’ora successiva dalla stalla arrivano grandi bestemmie nel dialetto che ho cominciato a capire. Al momento di essere legate le mucche si ribellano: girano su se stesse, si scambiano di posto e si mettono di traverso, così bisogna convincerle con altri mezzi, e spingerle e tirarle in quel caldo opprimente, umido del loro fiato e sudore. Poi per fortuna Rambo ne ha da mungere due, ed è così che ritrova la calma. È un gesto che fa da quando era bambino e lo rilassa molto. C’è chi munge con il pollice piegato dentro al pugno, mi spiega, usando la nocca per stringere la mammella, ma a lui quel modo non piace perché è poco delicato. Preferisce usare tutta la mano anche se è più faticoso. Vedi come?, mi fa. Mentre mi mostra la sua tecnica, il secchio con il latte è rimasto lì nell’angolo e quando ci voltiamo è vuoto. Saranno stati cinque litri. Lupo si aggira con le orecchie basse, il passo di un cane sazio e colpevole. Se l’è bevuto tutto lui.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi parla spesso di un mondo perduto in cui, lassù nel villaggio, ogni casa era abitata da una famiglia. Uomini al lavoro nelle stalle, ragazzini nei pascoli, le donne a occuparsi degli animali da cortile. Due ore di mulattiera per arrivare dal paese. Polenta e latte a pranzo e cena. Bastavano poche settimane per dimenticarsi della civiltà, levarsi di dosso scarpe e vestiti e tornare allo stato selvatico. Per la carne cacciavano le marmotte: di camosci e caprioli in giro non se ne vedevano, estinti da secoli di bracconaggio. Eppure, ci tiene a dirmi che il &lt;i&gt;pastore &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;è quello che ha le pecore, per chi ha le mucche c’è un’altra parola. &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Vacquier. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Non è una differenza da poco. Il pastore di pecore era un nomade, pascolava sui radi prati d’alta quota e dormiva all’aperto, il pastore di mucche invece era un sedentario. Con campi suoi, una casa, una stalla.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Poi, chiacchierando, ho scoperto che questo mondo non l’ha mai visto davvero. Quand’era bambino lui, il villaggio era già abbandonato. In queste case vuote e cadenti inventava i suoi giochi. La montagna abitata non è un ricordo, ma una leggenda dell’età dell’oro e un sogno di felicità: gli piacerebbe venire su con i suoi due figli, che hanno diciannove e vent’anni e sono più grossi di lui, e poi galline, un asino, un paio di capre e maiali. Parla spesso di comprarsi quel po’ di bestiame che basterebbe per vivere in autonomia. Invece ha solo il cane, e nemmeno una mucca sua. Gliele mandano su per quattro mesi all’anno dalle stalle di pianura. I prati intorno al villaggio sono tutto quello che possiede.&lt;br /&gt;Anzi no: i prati, e una stalla da quaranta posti, e un trattore scassato, e una piccola baita di una sola stanza. Il muro a monte andrebbe rimesso a posto, perché sta facendo la pancia che prima o poi lo porterà a crollare. Al tetto manca qualche &lt;i&gt;losa&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, e le assi del soffitto annerite di fumo si infradiciano ogni volta che piove. La stanza è stipata di oggetti. Una collezione di collari e campanacci di ogni dimensione. Le coppe vinte alla battaglia delle regine. Le foto dei &lt;/span&gt;&lt;i&gt;bocia &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;quand’erano piccoli e delle mucche migliori. Una vetrinetta di cristallo (con dentro un paio di calici sbeccati, il boccale da un litro di una festa della birra, i bicchieri della Nutella), un mobiletto in truciolare degli anni Sessanta (segato a metà in altezza perché non ci stava), un piccolo e molto più antico armadio a muro, solo due ante e un fermo a chiudere una nicchia nella pietra. I piatti di legno, il paiolo di rame. Gli strumenti per fare il formaggio appesi sopra la stufa.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lì dentro ho passato molte serate anch’io. Siccome a me piace cucinare e a lui no, ma a nessuno può dispiacere cenare con un amico, certe volte ci organizziamo così. Io salgo a casa sua verso le sette, prendo la grossa chiave nascosta sotto una pietra, entro e accendo la stufa. Se ci sono pentole e piatti sporchi, vado a lavarli alla fonte. Lì Rambo ha sistemato una vecchia vasca da bagno che usa come tinozza per sé, i vestiti e le stoviglie. C’è un asse di legno con il sapone, una spazzola, alcune vecchie pagliette. Mi fa uno strano effetto lavare i piatti sotto i larici alla luce del tramonto, e usando acqua gelida e niente detersivo c’è parecchio da strofinare, ma non riesco a immaginare un lavatoio più bello di questo. Riempio d’acqua la pentola della pasta. Quando torno dentro la stufa è già ben avviata e io accendo la radio, metto l’acqua a scaldare, pelo le patate e aspetto che lui torni. A quel punto butto gli spaghetti. Pasta al pomodoro, patate bollite e formaggio sono la nostra dieta quotidiana. Non esattamente alta cucina. Ma Rambo è contento di trovare la cena pronta, e divertito quanto me da questi ruoli che ci siamo dati: una volta c’era il &lt;i&gt;casaro&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, mi dice, che faceva il tuo mestiere. Lui le mucche non le toccava nemmeno. Il suo compito era quello di fare il formaggio e di cucinare per tutti, a colazione, pranzo e cena. Bè, gli dico, se mi insegni a fare il formaggio io faccio volentieri pure quello. E lui: magari una volta o l’altra ci proviamo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Quando invece è lui a venire giù da me si siede sempre nello stesso posto, sulla panca, le spalle al muro per osservare la casa. Tu sì che vivi bene, mi dice guardandosi in giro, perché ho una cucina vera, un caminetto e perfino un divano, il bagno, l’acqua corrente, i muri dritti e il tetto tutto intero e non devo stendermi sotto al tavolo quando piove. Mi porta sempre un chilo di pasta o un pezzo di formaggio. Una volta è arrivato con un pollo arrosto che si era procurato chissà dove. Un’altra volta era andato a lavorare giù in pianura, a spaccare legna e &lt;i&gt;spostare roba&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; nella cascina di un suo amico, ed è tornato con un sacco di riso da cinque chili che mi ha lasciato in regalo. Rideva tutto contento perché laggiù un bambino gli aveva chiesto: come mai ti chiamano Rambo? È perché sei molto forte?&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Alla fine ha un modo elaborato di andar via. È una specie di cerimonia che ci ho messo un po’ di tempo a decifrare. La prima volta ha detto: &lt;i&gt;bien&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, mi sa che adesso vado; e così io mi sono alzato per aprirgli la porta e salutarlo. Lui mi ha guardato strano e ha chiesto: hai tanta fretta? Io no, ho risposto. Ho scrollato le spalle e mi sono rimesso a sedere. Così ho capito che, prima di farlo sul serio, deve dire &lt;/span&gt;&lt;i&gt;adesso vado &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;almeno cinque o sei volte, e può passare un’ora nel frattempo, un altro caffè, un’altra storia dei tempi andati, un’altra bottiglia di vino. E naturalmente ho dovuto imparare a fare altrettanto. Quando sono su da lui, a un certo punto della serata mi stiracchio la schiena, dò un’occhiata al buio che c’è fuori e dichiaro: adesso vado.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Prendi un altro pezzo di formaggio, risponde lui, ignorando le mie parole e riempiendomi ancora il bicchiere. Strizziamo un altro bottiglione?&lt;br /&gt;Perché no, rispondo io (quassù non si beve e non si mangia: si &lt;i&gt;trita &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;una costina di maiale, si &lt;/span&gt;&lt;i&gt;strizza &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;una bottiglia di vino).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Alla fine, come una clessidra, è proprio la bottiglia a dire quando il tempo è scaduto. Finché c’è vino si resta. Quand’è finito, o fai un’altra spedizione in cantina o ti rassegni ad andare a dormire. E non è mai una decisione facile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 29 giugno, San Pietro, patrono dei montanari, dopo cena saliamo insieme fino alla stalla. Lui ha passato il pomeriggio a fare avanti e indietro dal bosco, riempire il rimorchio di rami secchi e ammucchiarli vicino a un grande masso. Ora ce n’è una catasta alta più di un metro. Verso le dieci ci versa sopra una tanica di benzina, poi appicca il fuoco che in pochi secondi divampa. Dalla stalla arrivano i sospiri delle mucche che si muovono nel sonno, dai prati il canto dei torrenti che nella notte scendono verso valle. Noi ci sediamo nell’erba a osservare i profili scuri delle montagne, cerchiamo altri falò come il nostro. Ne contiamo tre, quattro, cinque, alcuni a molti chilometri di distanza, in posti di cui nemmeno conosciamo il nome. Quelle fiammelle gialle e tremolanti dicono: io sono qui. E anch’io, anch’io, anch’io. Poi si fanno più flebili, si estinguono una per una. Anche da noi, per via del vento che soffia da sotto in su, le scintille si alzano come sciami di lucciole contro il cielo notturno, e in breve tempo tutto è ridotto a un mucchio di braci.&lt;br /&gt;Nel salutarmi, Rambo mi presta un maglione che sa di stalla e mi dice: passa pure dai prati. È un grande onore quello che mi concede. A fine giugno l’erba è già alta e se la pesti poi è difficile da tagliare, e quando trovi un camminatore che va su in mezzo a un pascolo volano parole grosse. Ma si vede che questa è una notte speciale. Con il sentiero dovrei fare un ampio giro, per i prati invece arrivo giù dritto fino a casa: scendo al buio, allargo le braccia nel vento e sento le spighe della segale solleticarmi i palmi delle mani. Lanciandosi il loro richiamo rauco i caprioli si inseguono nel bosco.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3716864146122934379?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3716864146122934379/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/07/pastore-dove-vai.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3716864146122934379'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3716864146122934379'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/07/pastore-dove-vai.html' title='PASTORE DOVE VAI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-5373556139929844767</id><published>2011-07-02T16:39:00.000+02:00</published><updated>2011-07-02T16:39:22.223+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrittori'/><title type='text'>UN CUORE DA BAMBINO</title><content type='html'>&lt;i&gt;Ma avere un cuore da bambino non è una vergogna. È un onore. Un uomo  deve comportarsi da uomo. Deve sempre combattere, preferibilmente e  saggiamente, con le probabilità a suo favore, ma in caso di necessità  deve combattere anche contro qualunque probabilità e senza preoccuparsi  dell'esito. Deve seguire i propri usi e le proprie leggi tribali, e  quando non può, deve accettare la punizione prevista da queste leggi. Ma  non gli si deve dire come un rimprovero che ha conservato un cuore da  bambino, un'onestà da bambino, una freschezza e una nobiltà da bambino.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/-0kwYLXnGjnQ/Tg8sCQpCooI/AAAAAAAAAJg/ugY5HfvF6eA/s1600/h.jpg" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="208" src="http://2.bp.blogspot.com/-0kwYLXnGjnQ/Tg8sCQpCooI/AAAAAAAAAJg/ugY5HfvF6eA/s320/h.jpg" width="320" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Il 2 luglio di cinquant'anni fa, all'alba, il più grande scrittore americano del Novecento diceva addio al mondo. È una delle poche date che mi ricordo ogni anno. Ho idea che non scriverei come scrivo, anzi forse non scriverei per nulla, se il vecchio ubriacone non fosse passato per questa terra. Grazie di tutto Hem. Non vedo l'ora di bere un bicchiere e incrociare i guantoni con te.&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-5373556139929844767?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/5373556139929844767/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/07/un-cuore-da-bambino.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5373556139929844767'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5373556139929844767'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/07/un-cuore-da-bambino.html' title='UN CUORE DA BAMBINO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/-0kwYLXnGjnQ/Tg8sCQpCooI/AAAAAAAAAJg/ugY5HfvF6eA/s72-c/h.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-5070582091953292479</id><published>2011-06-12T15:38:00.005+02:00</published><updated>2011-06-20T15:27:29.924+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>IL CAMPO DI FAGIOLI</title><content type='html'>Prima ho costruito la panchina. Ho tolto due grosse pietre squadrate dai resti della mulattiera e ci ho appoggiato sopra una tavola trovata nel bosco, grigia per tutta la pioggia e il sole che deve aver preso, le vene del legno in rilievo come sul dorso delle mani dei vecchi. Poi mi ci sono seduto sopra e ho letto il capitolo di &lt;i&gt;Walden &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;sul campo di fagioli: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Cosa significasse questa regolare, orgogliosa, piccola fatica, io non lo sapevo. Giunsi ad amare i miei fagioli, sebbene fossero molti di più di quanti me ne occorressero. Mi attaccavano alla terra, e così ne ricevevo forza. Ma perché dovevo coltivarli? Solo il cielo lo sa. Questo fu il mio curioso lavoro per tutta quell’estate: far sì che questa porzione della superficie terrestre, che fino a quel momento aveva dato solo trifogli, more e fiori gentili, producesse invece legumi. Fare che la terra dicesse “fagioli” invece che “erba”: ecco il mio lavoro quotidiano.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Incantato dalle parole di Thoreau, ho osservato il pascolo che scende fino al torrente. Ne ho individuato un pezzetto quasi in piano sotto la fontana: è terra scura, argillosa, concimata ogni anno alla fine della stagione dell’alpeggio. Prende il sole dalle nove di mattina alle otto di sera, e l’acqua per irrigarla è lì a due passi. Così mi sono fatto prestare gli attrezzi e per due giorni l’ho zappata e rastrellata. Ho tolto pietre e strappato radici, scoprendo che quei &lt;/span&gt;&lt;i&gt;fiori gentili&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; hanno bulbi poderosi e inestirpabili, nascosti a grandi profondità per sopravvivere al gelo. Ho rivoltato le zolle e le ho sbriciolate con le mani. Poi sono sceso in paese a comprare le piantine: lattuga, spinaci, erbette, porri e coste. Per proteggerle da lepri e caprioli, ho perfino costruito uno steccato con quattro paletti di larice. Ci ho avvolto intorno una rete robusta, ed ero tutto contento di come stava venendo il mio orto di montagna, ma quando alla fine mi sono seduto a contemplarlo il fantasma di Thoreau è svanito, e mi è venuto in mente &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Il suonatore Jones&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; di De André. Quel pezzo in cui dice che nei campi coltivati dorme la libertà. Di colpo, quelle sei gobbe di terra smossa mi sono sembrate tumuli sepolcrali. C’era la mia libertà seppellita lì sotto. E la libertà dei caprioli. E perfino la libertà del prato. Mi sono un po’ depresso, così ho messo via zappa e rastrello, ho preso il bastone e ho deciso di andarmene a camminare.&lt;/span&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Era la prima volta quest’anno che salivo ai laghi e a un certo punto ho dovuto abbandonare il sentiero, perché tutto il versante in ombra era ancora innevato. Mi sono tenuto a sud risalendo i pendii d’erba morta. Nella valle non c’era nessuno: le nuvole basse, la minaccia di pioggia e il vento freddo avevano tenuto lontani i camminatori. Sono salito su un picco e finalmente ho visto il lago, coperto da uno strato di ghiaccio e circondato dalla neve. Da lì non potevo più proseguire. Allora mi sono sdraiato sull’erba e sono rimasto lassù, le mani sotto la nuca, a guardare le nuvole gonfie d’acqua. C’era un odore intenso di terra in disgelo. Sopra di me, i gracchi volteggiavano in stormi sugli alpeggi deserti: sono uccelli onnivori, che possono mangiare insetti, vermi, carcasse di mammiferi, rifiuti di cibo, e forse erano proprio questi che cercavano intorno alle case. Oppure i resti di qualche animale che non aveva superato l’inverno.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Scendendo ho deciso di ignorare il sentiero e andare giù dritto tra le balze d’erba. La montagna è zuppa d’acqua in questo periodo: ho attraversato una torbiera, sono sprofondato in una pozza e poi ho trovato di nuovo un nevaio. Però, con i piedi fradici e la neve che si infilava negli scarponi, ho sentito che stavo recuperando il buonumore. Infine sono capitato in una piccola radura popolata dalle marmotte. Mi ha accolto una selva di fischi e un fuggi fuggi generale. Ce n’era una che sembrava più coraggiosa delle altre: mentre le sue compagne correvano a rintanarsi nel primo buco disponibile, lei indugiava sulla soglia e mi guardava. Allora mi sono avvicinato piano, cercando di non fare movimenti bruschi. Quando sono arrivato a tre o quattro metri è sparita nel buco e io mi sono fermato, ho posato il bastone, mi sono seduto per terra. Ho pensato di cantarle una canzone, e siccome mi girava in testa da tutto il giorno ho scelto proprio De André:&lt;i&gt; In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità, a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. Sono bastati i primi due versi per vedere il suo muso rispuntare dalla tana: mi ascoltava, mi annusava, cercava di capire che razza di nemico ero. Io sono andato avanti a cantare: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore; e allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore? &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;La marmotta ogni tanto tornava sotto, ma più che altro stava lì e mi guardava. E questo chi è? Che cosa sta facendo? &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Libertà, l’ho vista dormire nei campi coltivati, a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Libertà, l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco.&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; Gliel’ho cantata per tre volte di fila, e lei le ha ascoltate tutte. Poi mi sono alzato e la marmotta si è subito nascosta, ho preso il mio bastone e ricominciato a scendere a salti verso casa.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-5070582091953292479?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/5070582091953292479/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/06/il-campo-di-fagioli.html#comment-form' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5070582091953292479'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5070582091953292479'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/06/il-campo-di-fagioli.html' title='IL CAMPO DI FAGIOLI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-2905931907059770731</id><published>2011-05-17T18:11:00.006+02:00</published><updated>2011-05-18T00:26:30.180+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>TOPOGRAFIA</title><content type='html'>Il posto in cui abito è un villaggio fantasma chiamato Fontane. Occupo la prima di quattro baite allineate, la facciata rivolta a sud, la stalla al piano di sotto e la casa di sopra, sul colmo di una valletta erbosa percorsa da un ruscello senza nome. Dico &lt;i&gt;fantasma &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;perché le altre tre baite sono ruderi, e non ci vive nessuno. Una volta, quando questi alpeggi erano ancora in funzione, una mulattiera arrivava fin quassù dal paese. Era scavata nel terreno e delimitata da muretti a secco, perché le bestie che ci passavano non invadessero i pascoli altrui. In certi punti è ancora ben visibile, una trincea larga un metro che costeggia le quattro case di Fontane, affiancata ogni tanto da cumuli di pietre bianche, squadrate con mazza e scalpello dagli antichi pastori. Il ruscello là sotto, a cui si deve l’esistenza del villaggio, non si è meritato un nome per via della sua brevità: l’ho misurato a passi e non ne ho contati cento. Sgorga da una sorgente in mezzo al pascolo e si getta in un altro torrente poco più giù. Scorre tra l’erba alta su una ghiaia fine, dai riflessi bianchi e azzurri, incredibilmente simile al letto di un fiume. Accanto al ruscello, in corrispondenza di ogni baita, c’è una piccola costruzione in pietra. É la cantina in cui veniva portato il latte dopo la mungitura: l’acqua della fonte lo raffreddava facendo affiorare la panna, che poi sarebbe stata lavorata in burro. Ora nella mia cantina non ho i secchi del latte ma un compressore elettrico, che prende l’acqua dal torrente e me la pompa in casa. Benchè io mi lavi le mani e beva come qualunque uomo di città, cioè aprendo un rubinetto e dosando a mio piacere il caldo e il freddo, quando lo faccio mi ricordo sempre che l’acqua viene da lì, dalla ghiaia bianca e azzurra in mezzo all’erba alta, e nel suo sapore di notte mi sembra di sentire la brina.&lt;/span&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Da molti secoli il terreno che ho intorno, ricco di sorgenti e ben esposto al sole, è stato disboscato, liberato dai sassi e terrazzato dov’era necessario, prima per coltivare la segale e pascolare le mucche, poi per le piste da sci. Fino agli anni Cinquanta era difficile trovare un albero da queste parti. Nelle vecchie cartoline i campi coltivati si spingono ad altezze oggi impensabili, e tutta la montagna ha l’aspetto di un prato ben curato. Poi, nel dopoguerra, è cominciato l’esodo dalle terre alte, e così il bosco ha riconquistato terreno. Succede anche adesso: bastano pochi anni senza fienagione perché in un prato spuntino i primi arbusti. In altre zone il rimboschimento è stato pianificato. Produrre legname era forse meno redditizio, ma anche molto meno faticoso che coltivare cereali o mantenere in ordine un pascolo. Il bosco di larici che ho vicino a casa è nato allora: sono alberi giovani, di una cinquantina d’anni o poco più, diradati in modo che in mezzo continui a crescere un po’ d’erba per le bestie. Infine, tra gli anni Settanta e Ottanta, una parte degli stessi alberi è stata abbattuta, per fare spazio alle piste che tagliano i fianchi della montagna come scie di valanghe. Sono comparsi i piloni degli impianti e certi pendii accidentati sono stati spianati e seminati a erba, e così il luogo ha assunto più o meno le sembianze che ha ora. Perché mi sono avventurato in questa ricostruzione? Perché certe volte ho bisogno di ricordarmi una cosa molto semplice: che il paesaggio che ho intorno, dall’aspetto così autentico e selvaggio, fatto di alberi, prati, acqua, sassi e sentieri, è in realtà il prodotto di molti secoli di lavoro umano, è un paesaggio artificiale tanto quanto quello di una città. Senza l’uomo, niente qui intorno avrebbe la forma che ha. Nemmeno il ruscello né certi alberi maestosi. Perfino il prato in cui sono seduto a scrivere sarebbe un bosco fitto, reso impenetrabile da tronchi e rami caduti, dai cespugli degli ontani intorno ai corsi d’acqua, dai massi coperti di muschio e aghi di larice, da un sottobosco folto di ginepro, mirtillo e radici intricate.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Così le mie esplorazioni nei paraggi hanno spesso il carattere di un’indagine, il tentativo di comprendere che cos’è successo qui prima di me. È come il lavoro del geologo, che nella forma e qualità delle rocce legge una lunga storia fatta di glaciazioni, alluvioni, eruzioni e scosse della terra. Meno romanticamente, raccolgo rifiuti. Un vecchio secchio di legno marcio e mezzo sepolto nel letamaio, una serratura arrugginita. La storia che interessa a me è tutta umana: perché, per esempio, la baita dietro la mia ha quell’ampliamento su un lato? Forse le cose a un certo punto sono andate meglio, e la famiglia ha avuto bisogno di una stalla più spaziosa? È la più grande di tutte, ma anche la più spartana. Finestre minuscole, tre tavole sconnesse a fare da balcone. La terza baita, misteriosamente, ha la pianta invertita, e la facciata rivolta a nord. Anche qui ci dev’essere un motivo: questioni di confini da rispettare, i soliti litigi tra vicini? La quarta baita infine è la più curata, forse anche la più recente. Ha un balconcino con qualche tentativo di decorazione, i vetri alle finestre e perfino l’intonaco sui muri esterni. Un impasto grezzo, con qualche gobba qua e là, di un bianco sporco che mi piace molto. Fuori ci sono due piccoli recinti addossati alla casa, per le galline o i conigli o qualche altro animale domestico. Siccome il villaggio è disposto in leggera salita, la baita bianca domina dall’alto quella girata all’incontrario, quella con la stalla grande e la mia, che in compenso gode di un panorama senza ostacoli.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Osservandole a volte mi chiedo: ci sarà stato davvero un tempo in cui Fontane era un villaggio abitato? Con le sue quattro case riscaldate dal fuoco, le bestie nei pascoli qui intorno, i ragazzini, i cani, le galline? Oppure è un’età del sogno che non è mai esistita se non nelle storie? Nessuno, nemmeno i vecchi del paese, ricorda la montagna a quell’epoca. Quando loro erano bambini, i campi erano già abbandonati e gli uomini cercavano lavoro in pianura. Erano i vecchi di questi vecchi a raccontare di quando la montagna assomigliava a un giardino fiorito, abitato da un popolo laborioso, e chissà poi se non erano anche quelli racconti di racconti. Ho l’impressione che il presente, quassù, da molto tempo sia un mucchio di cocci che non è più possibile rimettere insieme. Si può solo girarseli tra le mani e immaginare a che cosa servivano, come succede a me quando smuovo una pietra e ci trovo sotto una vecchia lattina contorta: una lattina di birra, di quelle con la linguetta che si staccava, come non se ne vedono più da vent’anni.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Anche se fa un po’ ridere, ognuna delle quattro baite ha il suo numero civico. A un certo punto qualche funzionario comunale deve aver ricevuto il compito di registrare tutti gli edifici, e così capita di andare a camminare in montagna, sbucare in una di quelle magre radure in mezzo alle pietraie, scorgere un rudere con il tetto crollato e trovare sopra la porta la targhetta con il numero. Il mio è l’uno. Un giorno o l’altro scenderò in pianura e mi spedirò una cartolina, &lt;i&gt;frazione Fontane numero uno&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, e poi tornerò qui ad aspettare il postino che arranca su per il sentiero. La baita con la stalla grande ha il numero due, quella girata all’incontrario il tre, quella bianca il quattro. Ma lì ci abitano solo i ghiri, i tassi e i topi che sento muoversi quando mi avvicino. Sono io la popolazione. Rappresento, allo stesso tempo, l’abitante più in vista e quello caduto in rovina, il nobile possidente, il fedele custode, il servo della gleba, l’ubriacone, l’eremita, lo scemo del villaggio, il vecchio saggio e il giovane sprovveduto, il sovrano e il suddito del mio regno: ho così tanti me tra i piedi che a volte la sera esco, e vado a fare un giro nel bosco per stare un po’ da solo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-2905931907059770731?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/2905931907059770731/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/05/topografia.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2905931907059770731'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2905931907059770731'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/05/topografia.html' title='TOPOGRAFIA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-1263813425742855711</id><published>2011-04-30T13:37:00.009+02:00</published><updated>2011-04-30T14:29:47.895+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>CASE A PRIMAVERA</title><content type='html'>C’è una specie di commozione nel riaprire una casa a primavera. Spalanco stanze rimaste chiuse per sei mesi, con il gelo come unico padrone e gli abbaini oscurati dalla neve. Passo un dito sul tavolo, la sedia, la mensola, su cui si è posato uno strato di polvere, come la cenere vecchia che ho dimenticato nel camino. Avranno un modo, le case, per sentire il tempo che passa? O un inverno per loro vale come un istante? Ripenso al mattino grigio d’inizio novembre in cui ho sollevato lo zaino e chiuso le imposte per l’ultima volta, dando una lunga occhiata a tutto. Oggi il senso del ritorno non è la vista ma l’olfatto, è questo profumo di legno e resina che mi rassicura di essere di nuovo a casa. Le ho chiesto: è stato molto duro l’inverno? L’ho immaginata gemere e scricchiolare nelle notti di gennaio, quando la temperatura è scesa oltre i venti sotto zero, e poi godere del pallido sole di marzo, i muri tiepidi, la neve che gocciolava nelle grondaie. Se il fine di una casa è quello di essere abitata, forse prova una sua forma di felicità nel sentire di nuovo un uomo che va avanti e indietro con la legna, accende il camino e la stufa, si lava le mani in cucina e così quest’acqua fatta di neve e roccia ricomincia a circolare nei muri come linfa in un albero, il fuoco come sangue in un corpo.  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;In un racconto che amo molto, intitolato &lt;i&gt;Le mie quattro case, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Mario Rigoni Stern ripercorreva le età della sua vita attraverso le case abitate. Non tutte erano case reali: si abita una casa anche nell’atto di immaginarla, descriverla, disegnarla. La prima era una casa perduta: la dimora storica degli Stern, vecchia di quattrocento anni e andata distrutta durante la Grande Guerra. Lui la conosceva grazie ai racconti degli anziani, ma non l'aveva mai vista con i suoi occhi. Era il luogo in cui rimpiangeva di non essere nato. La seconda era una casa reale, quella della giovinezza, piena di angoli segreti come sono le case in cui siamo stati bambini: con le storie ascoltate in cucina, la soffitta eletta a rifugio e terra di avventure. La terza era una casa immaginaria: prigioniero nel campo di concentramento, nel ’45, il Sergente aveva trovato un foglio e una matita e trascorso lunghi giorni di fame e gelo a progettare una baita. La immaginò in una radura di montagna dove avrebbe vissuto di caccia, libri e solitudine, a curarsi dalla guerra, come il Nick Adams di Hemingway nel &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Grande fiume dai due cuori&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. Quel disegno lo protesse a lungo dalla disperazione. La quarta era la casa che costruì davvero, e in cui visse per cinquant’anni, con il bosco davanti alla finestra, le arnie delle api, i prati su cui pascolavano i caprioli, l’orto e la legnaia, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;con mia moglie, i miei libri, i miei quadri, il mio vino, i miei ricordi&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. Immagino che dia una grande pace, vivere in una casa fatta con le tue mani. Quella in cui vivo io è stata costruita dai pastori, un paio di secoli fa, per ospitare bestie e uomini durante la stagione dell’alpeggio, e ricostruita dal mio amico Remigio all’inizio del secolo nuovo, per onorare una sua promessa privata. È una casa infestata dai fantasmi ma non fa paura: è un po’ come abitare insieme a tutti quei montanari, conoscerli attraverso il paesaggio e la forma delle cose.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;La casa dove, da bambino, ho messo le radici in queste montagne, era nata come albergo nel 1855, ma quando ci ho abitato io era ormai in rovina. Ho trovato alcune cartoline in cui è ritratta la sua età dell’oro. Sorgeva fuori dal paese, a 1400 metri di quota. Per arrivarci si risaliva un viale costeggiato da due file di faggi, che nelle foto erano poco più che arbusti ma nei miei ricordi sono alberi secolari. Sui prati in cui correvo, cent’anni prima i gentiluomini giocavano a croquet, mentre le dame passeggiavano reggendo ombrellini da sole. Sull’intonaco scrostato della facciata, una targa di marmo ricordava l’estate in cui all’albergo aveva soggiornato la regina. L’officina del meccanico era stata la sala da ballo, e il suo tetto invaso dalle erbacce la terrazza coperta, in cui si serviva il tè nel pomeriggio. La messa del mattino veniva celebrata in una piccola cappella che spiavo attraverso le fessure del portone. Tutto, intorno a me, portava i segni di una nobiltà decaduta, una lunga storia le cui tracce si sovrapponevano confuse. L’albergo aveva funzionato fino agli anni Trenta, ma era stato saccheggiato dai tedeschi durante la guerra e venduto subito dopo. Ai miei tempi aveva ormai l’aspetto di un glorioso maniero diroccato: apparteneva a due sorelle ricche e anziane, che non avevano alcun interesse né a cederlo, né a rimetterlo a posto, ma l’avevano suddiviso in alloggi e ci guadagnavano qualcosa con gli affitti dell’estate. Per gli altri dieci mesi restava chiuso. Mancando la manutenzione, ogni inverno subiva nuovi danni. Le nevicate del 1986 gli diedero il colpo di grazia: una valanga travolse una parte dell’edificio distruggendola, e un’intera ala fu dichiarata pericolante. Sui muri rimasti in piedi, l’estate successiva erano comparse grosse crepe, e negli anni le ortiche prosperarono sulle macerie che nessuno aveva rimosso. Ma io, più che la rovina, ricordo lo stupore di trovare la neve all’inizio di luglio, così alta, ghiacciata e dura da diventare uno scivolo per gli slittini. Restò per sempre &lt;i&gt;l’anno della valanga.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Arrivare dalla città era come entrare in un’altra epoca. Un tempo in cui le case avevano scale e pavimenti di legno, grandi sale da bagno con vasche in ferro smaltato, stufe a legna per preparare la cena. Sul soffitto, nella mansarda in cui dormivo, c’erano incisi due nomi femminili. Angela e Maddalena. Sapevo che, ai tempi dell’albergo, in quelle stanze alloggiava la servitù: così mi chiedevo se Angela e Maddalena fossero due cameriere d’inizio secolo, al servizio di qualche dama di corte, oppure due ragazze non molto più grandi di me, passate di lì pochi anni prima. &lt;br /&gt;Non so se le case abbiano un’anima ma io in quella ho lasciato un bel pezzo della mia: ci ho abitato per una ventina di estati, due mesi all’anno, dal 1979 in poi. Con la fine del Novecento è arrivata anche quella del vecchio albergo: venduto, demolito e ricostruito per farne un edificio identico, ma nuovo. Così di quel luogo, come scriveva Mario Rigoni Stern, &lt;i&gt;sono rimaste ora solamente queste mie parole.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Nel pascolo qui di fronte la neve resta a languire in grandi chiazze ghiacciate, protette dall’ombra del bosco. Ogni giorno si riducono un po’: rivoli d’acqua corrono giù per il prato scoprendo una terra nera e umida, un’erba come bruciata. Uccellini dal ventre bianco e il dorso scuro stanno lì a becchettare il terreno ai margini della neve. Ho preso un libro per riconoscerli e sono quasi sicuro che siano fringuelli alpini: cercano larve d’insetto, c’è scritto, in quella terra intrisa d’acqua di fusione, e “nidificano nelle cavità delle rocce o sui muri delle baite”. Infatti uno di loro ha fatto il nido proprio sopra la trave di colmo della mia, in quel cantuccio riparato e buio tra la trave e il tetto. Vola avanti e indietro tra il prato e il nido e mi tiene compagnia mentre scrivo, seduto al tavolo davanti alla finestra.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Nel pomeriggio si alza una nebbia densa: la vedo arrivare dal fondo della valle, risalire il torrente e i prati e infine avvolgere tutto. Resto immerso in questa coltre bianca finché si fa buio. Niente luna né stelle stasera, ma una pioggia con dentro un po’ di neve che comincia a cadere quando vado a letto.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;È difficile dormire, le prime notti, in una casa riaperta a primavera. I rumori non sono come gli odori, c’è bisogno di tempo per riabituarsi a loro. Con gli occhi spalancati fisso il soffitto e penso: questa è la brace che si consuma nel camino. Questo è il motore del vecchio frigorifero che parte. Questa è la pioggia sul tetto di pietra. E questi passi fuori, ai primi bagliori dell’alba, sono di un animale selvatico che viene in cerca di cibo. Se restano sul prato, potrebbe essere un capriolo. Se salgono le scale forse è la volpe. Più tardi controllerò le orme, ora mi volto dall’altra parte e provo a dormire.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-1263813425742855711?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/1263813425742855711/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/04/case-primavera.html#comment-form' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1263813425742855711'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1263813425742855711'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/04/case-primavera.html' title='CASE A PRIMAVERA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-4859510751973572745</id><published>2011-04-12T00:20:00.000+02:00</published><updated>2011-04-12T00:20:41.731+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>I SALICI CIECHI E LA DONNA ADDORMENTATA</title><content type='html'>Ho trovato un’altra bella raccolta di racconti: Haruki Murakami, &lt;i&gt;I salici ciechi e la donna addormentata&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. Sono una ventina di storie scritte tra il 1983 e il 2005, cioè dai tempi dei suoi esordi fino a quelli della consacrazione. Di solito, nelle antologie di questo tipo, i racconti vengono presentati in ordine cronologico, e uno può leggerli anche per vedere come passa il tempo: in una vita di scrittura cambiano i personaggi, i luoghi, i temi delle storie; le pagine aumentano, la trama svanisce, la lingua si fa più complessa e l’autobiografia ingombrante, e ti accorgi che scrivere, per quella persona lì, anziché semplice è diventato sempre più complicato. Con Murakami non succede. Nel libro ha deciso di mischiare le carte, così capita di leggere un racconto del 1983 dopo averne letto uno del 2002, e di non accorgersi del tempo che li separa. La prima caratteristica della raccolta a me sembra questa: la fortissima coerenza che la tiene insieme. Come se lui avesse sempre saputo che cosa voleva scrivere, e abbia continuato a farlo per vent’anni.&lt;/span&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Che tipo di racconti sono? Murakami una volta ha detto: &lt;i&gt;Fino a quando non ho incontrato Raymond Carver, non c'era mai stata una persona che, come scrittore, potessi considerare il mio mentore. È stato senza dubbio l'insegnante più prezioso che abbia mai avuto, oltre che il mio migliore amico letterario.&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; La letteratura produce amori imprevedibili. Lo sapevate che, per molti anni, l’Italia e il Giappone sono stati i paesi in cui i libri di Carver hanno avuto più successo? Anche i racconti di Murakami parlano di persone comuni e della loro segreta disperazione, dei piccoli miracoli con cui la vita quotidiana li sorprende. Il mio preferito si intitola “Tony Takitani”: è la storia del figlio di un jazzista giapponese innamorato dell’America, di sua moglie ammalata di shopping compulsivo, dell’enorme cabina armadio in cui naufraga il loro matrimonio. Poi, a volte, il soprannaturale fa irruzione in queste esistenze ordinarie: un uomo sparisce misteriosamente, inghiottito dal proprio condominio; una cameriera consegna la cena in camera a un vecchietto eccentrico, che la ricambia offrendosi di realizzare un suo desiderio; un custode notturno incrocia la propria immagine allo specchio, e si accorge che quella persona non è lui. La presenza minacciosa del destino, l’ossessione per le coincidenze, mi hanno fatto pensare spesso a Paul Auster. È strano leggere uno scrittore giapponese come se fosse americano? Nel caso di Murakami penso di no. Ha gestito per anni un locale jazz a Tokyo, ha vissuto a lungo negli Stati Uniti, è il traduttore di Carver, Capote, Fitzgerald e Salinger, e quella tradizione risuona nelle sue storie. È la prova vivente di una mia convinzione: ogni scrittore ha il diritto di scegliersi i suoi maestri, ed è un legame senza patria e senza tempo. Ecco un piccolo brano illuminante dal racconto “Birthday Girl”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Posso farti una domanda?”, dissi. “Anzi, a dir la verità le domande sarebbero due”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Prego”, mi incoraggiò lei. “Me lo immagino cosa vuoi sapere. Prima di tutto, che desiderio ho espresso quel giorno”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Però mi è parso che tu non avessi voglia di dirlo”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Ti ho dato quest’impressione?”&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Annuii.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Lei posò la barchetta di carta e strinse gli occhi, come se volesse guardare lontano.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Quando si esprime un desiderio, non bisogna rivelarlo a nessuno”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Non ho intenzione di obbligarti a farlo. Quello che vorrei sapere, innanzi tutto, è se sia stato esaudito o meno. E poi se ti sei mai pentita di aver scelto, quella volta, quel desiderio lì. Qualunque cosa fosse. Non hai mai pensato che avresti fatto meglio a trovarne un altro?”&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Alla prima domanda rispondo di sì, ma anche no. Ho ancora un bel po’ di anni da vivere davanti a me, e non posso sapere come andranno a finire le cose”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Era un desiderio che richiedeva del tempo?”&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Già”, disse la mia amica. “Era una cosa in cui il tempo aveva un ruolo essenziale”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“E riguardo alla seconda domanda?”, chiesi.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Qual era la seconda domanda?”&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Se ti sei mai pentita di aver scelto quel desiderio”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Un breve silenzio. Lei mi rivolse uno sguardo distratto. Sulla bocca le affiorò l’ombra di un sorriso spento. Che mi fece capire che a un certo punto c’era stata una rinuncia.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Adesso io sono sposata con un commercialista che ha tre anni più di me”, disse. “Ho due bambini, un maschio e una femmina. Un setter irlandese. Possiedo un’Audi e due volte alla settimana vado a giocare a tennis con le amiche. Questa è attualmente la mia vita”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Niente male, mi sembra”, risposi.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;“Ciò che voglio dire”, proseguì in tono pacato, strofinandosi il lobo dell’orecchio, un lobo molto ben fatto, “ciò che voglio dire è questo: che una persona, qualunque cosa desideri, per quanto faccia, non&amp;nbsp; potrà mai diventare altro che se stessa. Tutto qui”.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Scoppiò in una risata. E quell’ombrà stentata di un sorriso che aveva sulle labbra di colpo si dileguò.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Haruki Murakami, &lt;i&gt;I salici ciechi e la donna addormentata&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Traduzione di Antonietta Pastore, Einaudi 2010&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-4859510751973572745?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/4859510751973572745/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/04/i-salici-ciechi-e-la-donna-addormentata.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4859510751973572745'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4859510751973572745'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/04/i-salici-ciechi-e-la-donna-addormentata.html' title='I SALICI CIECHI E LA DONNA ADDORMENTATA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-274535237347405933</id><published>2011-03-28T06:12:00.009+02:00</published><updated>2011-03-28T06:12:00.403+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>FEDELTÀ</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="https://lh3.googleusercontent.com/-9UeMPw5pxrs/TYqGC7tFccI/AAAAAAAAAJU/mFyzlHo9ehM/s1600/paley.jpg" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" src="https://lh3.googleusercontent.com/-9UeMPw5pxrs/TYqGC7tFccI/AAAAAAAAAJU/mFyzlHo9ehM/s320/paley.jpg" width="201" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Esce in questi giorni un libro che ho letto, amato, tradotto (insieme alla mia amica Livia), curato, introdotto, e se sapessi disegnare avrei fatto anche la copertina, e sarei pure andato in giro a venderlo porta a porta. Si tratta di &lt;i&gt;&lt;a href="http://www.minimumfax.com//libri/scheda_libro/497"&gt;Fedeltà,&lt;/a&gt; &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;l’ultima raccolta di poesie di Grace Paley, composta tra il 2000 e il 2007 e uscita subito dopo la sua morte. Tutto quello che avevo da dire su di lei si trova lì dentro, e in un capitolo di &lt;/span&gt;&lt;i&gt;New York è una finestra senza tende, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;e nel &lt;a href="http://paolocognetti.blogspot.com/2007_08_01_archive.html"&gt;primissimo post&lt;/a&gt; di questo blog, pubblicato ormai tre anni e mezzo fa. Forse posso aggiungere che io non sono un traduttore. All'inizio il compito mi spaventava un po’. Sono riuscito a portarlo a termine perché il libro è breve, perché Grace amava le parole semplici, perché ho avuto molto tempo e così ho potuto passare un anno della mia vita a tradurlo, più o meno una poesia a settimana. E poi perché è arrivata Livia a soccorrermi come un naufrago tra i flutti della lingua inglese. Sono poesie che parlano di amore, malattia, vecchiaia, donne, guerra, New York, fiori, genitori, bambini, America e boschi, e soprattutto sono le ultime pagine del diario di una grande donna. Il titolo &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Fedeltà &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;ne riassume perfettamente il senso. L’alter ego di Grace Paley, protagonista di tanti suoi racconti, si chiamava Faith, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;fede, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;e ho meditato a lungo sulla differenza tra queste due parole. &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Fede &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;e &lt;/span&gt;&lt;i&gt;fedeltà. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Credo che la prima guardi al futuro e la seconda al passato; che una si nutra di idee e sogni, e l’altra di esperienze e ricordi; che la fede sia per i giovani e la fedeltà per i vecchi. Grace Paley una volta disse: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;credo nella fedeltà alle mie idee originarie, è il modo che ho per oppormi alle mode imperanti. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Copio qui la poesia che dà il titolo alla raccolta, ringrazio Marco per questo gran regalo che mi ha fatto e vi auguro buona lettura.&lt;/span&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;FEDELTÀ&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Dopo cena tornai al&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;libro che stavo leggendo&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; ero&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;arrivata a pagina cento-&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;quaranta&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; ancora duecentoventi&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;pensavo quella&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;sera&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; mentre a cena&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;parlavamo con una giovane&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;coppia&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; della densa improbabile&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;vita del libro in cui mi ero accomodata&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;i personaggi ormai erano i miei compagni inquieti&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;li conoscevo&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; sapevo che sarei potuta&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;rientrare in quelle vite senza alcuna perdita&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;tanto solidamente le abitavo&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; ho scorso gli scaffali&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;alcuni libri così cari&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; mi erano mancati&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;mi sono allungata per prenderli&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;in mano&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; ho respirato due volte&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;pensavo all’accelerazione dei giorni&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;sì&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; avrei potuto rientrarci ma...&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;No&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; come potevo disertare tutta quell’altra vita&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;quei seminterrati di città&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Abbandono&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Come potevo essermi permessa&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;di pensare a mezz’ora di distrazione&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;quando la vita aveva pagine&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; o decenni da sfogliare&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;e tante cose stavano per accadere alle persone&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;che già conoscevo e quasi amavo&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-274535237347405933?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/274535237347405933/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/03/fedelta.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/274535237347405933'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/274535237347405933'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/03/fedelta.html' title='FEDELTÀ'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='https://lh3.googleusercontent.com/-9UeMPw5pxrs/TYqGC7tFccI/AAAAAAAAAJU/mFyzlHo9ehM/s72-c/paley.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-602421549203085954</id><published>2011-03-20T18:00:00.000+01:00</published><updated>2011-03-20T18:00:33.682+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>IN LETTURA</title><content type='html'>Racconti, sempre racconti. Se gli editori italiani andassero avanti così, potrei anche non aprire più un romanzo in vita mia. L’uscita di raccolte vecchie e nuove, in questo periodo, segue alla perfezione i miei ritmi di lettore. Ne ho cinque sul comodino, oggi parlo delle prime tre.  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Richard Yates, &lt;i&gt;Bugiardi e innamorati &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;(minimum fax). È la seconda e ultima raccolta di Yates, del 1981. Molto diversa dalla prima, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Undici solitiduni, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;soprattutto per l’impressionante adesione dei racconti alla vita dello scrittore. Conoscendola un po’, sembra di leggere i capitoli di un’autobiografia: il rapporto infantile con la madre, artista frustrata e onnipresente; l’arruolamento nell’esercito appena in tempo per visitare Parigi liberata; il ritorno a New York, il lavoro nella pubblicità e il matrimonio; il nuovo soggiorno in Europa, questa volta a Londra, con il sogno di fare lo scrittore a tempo pieno; la crisi coniugale e la separazione; il periodo trascorso a Hollywood come sceneggiatore. Ma il valore del libro non è tutto qui. Almeno due racconti sono memorabili: “Bugiardi e innamorati” (quello ambientato a Londra, tra sogni letterari e sotterfugi sessuali) e “Addio a Sally” (quello ambientato a Hollywood, in cui per tutto il racconto aleggia lo spettro di Fitzgerald, ma io, chissà perché, ci ho sentito anche John Fante e il suo Arturo Bandini). Tolta l’ossessione materna, Yates dà il meglio di sé quando parla di coppie, e lì davvero sembra di sentir suonare un'orchestra: con la grancassa dell'attrazione sessuale, gli archi dell’amore romantico, i fiati del tradimento, del disamore e del distacco che sempre chiudono il concerto.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Harold Brodkey, &lt;i&gt;Primo amore e altri affanni &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;(Fandango). Brodkey è uno di quegli autori di culto scomparsi misteriosamente dalle nostre librerie. Io, almeno, questo libro lo cercavo da anni. È una raccolta di nove racconti del 1958, molti dei quali usciti in precedenza sul &lt;/span&gt;&lt;i&gt;New Yorker&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. All’epoca suscitò entusiasmi, tanto che alcuni critici salutarono l’esordio di un nuovo maestro: solo che, dagli anni Sessanta, Brodkey si mise a scrivere un’opera sofferta e interminabile, migliaia di pagine intrise di nostalgia che gli valsero l’etichetta di “Proust d’America”, e che sarebbero uscite in parte come racconti (&lt;/span&gt;&lt;i&gt;Storie in modo quasi classico, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;1988), in parte come romanzo (&lt;/span&gt;&lt;i&gt;The Runaway Soul, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;1991, lungo quasi 900 pagine e inedito in Italia). Se volete saperne di più, c’è un &lt;a href="http://archiviostorico.corriere.it/1996/gennaio/27/Addio_Harold_Brodkey_detto_Proust_co_0_9601271391.shtml"&gt;bell’articolo&lt;/a&gt; di Fernanda Pivano nell’archivio storico del Corriere. Sembra che nel prossimo futuro Fandango ripubblicherà tutto quanto. Per ora, posso dire che i racconti soddisfano le attese. La raccolta è idealmente divisa in due parti: nella prima, quattro storie di ampio respiro tracciano un percorso di formazione tra infanzia, adolescenza e giovinezza; nella seconda, cinque storie brevi gravitano intorno a una stessa protagonista, Laura. A me sono piaciute soprattutto queste ultime. Più che Proust, sento risuonare le note di alcuni racconti “femminili” di Salinger.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;The Paris Review: il libro della gente con problemi &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;(Fandango). È la quarta antologia della Paris Review che Fandango pubblica, dopo due raccolte di interviste e una “bibbia” di cui &lt;a href="http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/paris-review-il-libro.html"&gt;ho già parlato&lt;/a&gt; un anno fa. In questo caso si tratta di racconti di varia lunghezza, dalle 5 alle 80 pagine. Che cosa posso dire, oltre che si tratta della migliore rivista letteraria d’America? Forse è il caso di fare alcuni nomi: Annie Proulx, Denis Johnson, Mary Robinson, Julie Orringer, Wells Tower, Miranda July. E dire che molti di questi racconti difficilmente usciranno in Italia in altra forma. A quanto pare, le antologie della Paris Review alla fine saranno otto: e io ho un piccolo scaffale di quaranta centimetri, tra il calorifero e il divano, che è già dedicato a loro. Tanto per farvi capire il valore di quella zona: sopra c’è lo scaffale con i libri sui pirati. La mia libreria è organizzata secondo un rigidissimo ordine sentimentale.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-602421549203085954?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/602421549203085954/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/03/in-lettura.html#comment-form' title='11 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/602421549203085954'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/602421549203085954'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/03/in-lettura.html' title='IN LETTURA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>11</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-1905950990347830385</id><published>2011-03-01T18:12:00.002+01:00</published><updated>2011-03-01T18:17:37.909+01:00</updated><title type='text'>DUE SCRITTORI AL DINGO BAR</title><content type='html'>&lt;i&gt;(A settant'anni dalla morte, minimum fax pubblica tutte le opere di Francis Scott Fitzgerald in una collana speciale. I libri sono ritradotti da scrittori italiani contemporanei: Giuseppe Culicchia, Francesco Pacifico, Tommaso Pincio e Veronica Raimo. Altri hanno scritto per il sito di minimum un ricordo personale, e questo è il mio. Tutti i contributi si trovano &lt;a href="http://www.minimumfax.com/libri/speciali/239"&gt;qui.&lt;/a&gt; Un'ultima cosa: sono libri bellissimi, meritano il vostro scaffale migliore.)&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o l’agio con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualunque dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;(Ernest Hemingway, &lt;i&gt;Festa mobile&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;)&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Si incontrarono al Dingo Bar di Montparnasse verso la fine di aprile del 1925, appena due settimane dopo l’uscita del &lt;i&gt;Grande Gatsby &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;in America. Per entrambi era stata una primavera fruttuosa. Il quartiere era il cuore degli &lt;/span&gt;&lt;i&gt;anni folli&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;,&lt;/span&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;ci abitavano Picasso ed Ezra Pound, e il Dingo ospitava parecchi americani in esilio, perché stava aperto tutta la notte e si poteva parlare inglese. Seduti al banco bevvero champagne: Fitzgerald aveva ventotto anni e tre romanzi alle spalle, faceva vita da ricco tra la Costa Azzurra e Parigi, dilapidava in auto a noleggio e alberghi di lusso i compensi delle riviste newyorkesi; Hemingway non aveva un soldo, si era appena licenziato dal Toronto Star per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, saltava i pasti e metteva da parte i risparmi per fare un giro alle fiere di Spagna in estate. Erano entrambi sposati da poco. Ernest aveva un figlio piccolo, Scott una bambina. Che cosa ci facevano a Parigi? Più che altro, bevevano e scrivevano. Al di là dell’oceano, nel 1920, era cominciata l’epoca del Proibizionismo, e l’Europa si era trasformata di colpo in un immenso bar a basso costo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Ernest amava il vino. Aveva imparato ad amarlo in Italia, nelle osterie di Milano e Padova, mentre la gamba guariva dalle schegge di granata del Piave e lo spirito da tutti i morti che gli era toccato vedere. Beveva vino in grandi quantità e quest’abitudine, oltre al mondo là fuori che lo chiamava a gran voce, gli rese la vita impossibile una volta tornato a casa, perciò a ventidue anni trovò lavoro in un giornale canadese e si fece spedire a Parigi come corrispondente. Al vino, Scott preferiva di gran lunga whisky e champagne. Preferiva le strade di New York ai boschi del Michigan, la compagnia di gente elegante a quella di soldati e contadini, le macchine decapottabili ai treni. E al posto di tutte le infermiere, cameriere, indiane mezzosangue e ragazze di campagna di Ernest, lui aveva amato una donna sola, Zelda, la sadica, rapace, sfrenata e bellissima Zelda. In vita sua era stato a letto soltanto con lei. Una donna in grado di respingerlo quando era al verde, riprenderlo appena diventato famoso, trascinarlo in una giostra di balli e sbornie che ormai vorticava da cinque anni, attraverso New York, l’Italia, Londra, le ville di Long Island e quelle di Antibes e Juan-Les-Pins. Anche Ernest aveva girato l’Europa, ma sulle carrozze di terza classe. Sua moglie Hadley veniva da Saint Louis, la prima delle quattro ragazze del Missouri che avrebbe sposato in quarant’anni. Quell’inverno, alla Gare de Lyon, qualcuno le aveva rubato una valigia preziosissima, che conteneva tutti i manoscritti del marito compreso un romanzo mai più ritrovato. All’inizio era sembrata una tragedia, poi si sarebbe rivelata una fortuna. Ogni aspirante scrittore dovrebbe essere costretto, in qualche punto del suo apprendistato, a ricominciare da zero. Hemingway stava ricominciando da zero. Fitzgerald, al contrario, era sulla cresta dell’onda, anche se per soddisfare Zelda viaggiava troppo, spendeva troppo, beveva troppo e scriveva troppo poco.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Che aspetto avevano? In &lt;i&gt;Festa mobile &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Scott è descritto senza pietà. Parlava solo lui quella sera. Aveva letto dei racconti di Ernest e ne tesseva le lodi. Aveva una cravatta inglese, i riccioli biondi ben composti, un nasino raffinato e le gambe corte. Del suo viso colpiva la bocca: che era delicata e sinuosa e, scrive Hemingway, in una ragazza sarebbe stata una bellezza, in un uomo diventava oscena. Dell’aspetto di Ernest veniamo informati in un altro libro, l’&lt;/span&gt;&lt;i&gt;Autobiografia di Alice Toklas, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;le memorie di Gertrude Stein: era un giovane gagliardo, dall’attenzione sempre viva, lo sguardo furfantesco e le movenze di uno di quei barcaioli del Mississippi descritti da Mark Twain. Uno etereo, femminile, aristocratico, l’altro virile e selvaggio, entrambi affamati di vita e lontani da casa e già posseduti dall’alcol: ecco i due protagonisti della &lt;/span&gt;&lt;i&gt;generazione perduta &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;al loro primo incontro.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Stavano inaugurando una strana amicizia crudele. Ernest di Scott avrebbe disprezzato la debolezza fisica, l’ipocondria, la scarsissima disciplina, la schiavitù nei confronti di Zelda, l’arrendevolezza verso la narrativa commerciale, l’enorme spreco di talento che tutto questo costituiva ai suoi occhi; Scott di Ernest avrebbe adorato il coraggio, i ricordi di guerra, l’abilità nella caccia e nel pugilato, l’esperienza delle donne e del mondo. Entrambi avrebbero riconosciuto nell’altro un grande scrittore. Fu Scott a raccomandare Ernest al suo editor, Max Perkins, con queste parole: “Volevo parlarti di un giovane scrittore di nome Ernest Hemingway, che vive a Parigi e ha un brillante futuro. Io non aspetterei un minuto a farmi vivo con lui. È la persona che mancava”. Da parte sua, una volta terminata la lettura del &lt;i&gt;Grande Gatsby,&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; Ernest si ricredette completamente su quel damerino incontrato al bar. Il romanzo lo lasciò talmente ammirato che “quando lo ebbi finito capii che qualsiasi cosa facesse Scott, o qualsiasi contegno tenesse, dovevo abituarmi a considerarlo come una malattia, e che dovevo prestare a Scott tutto l’aiuto possibile e cercare di essergli amico”. Anche se poi non andò così.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Quella sera del 1925 pensavano di avere una vita davanti, ma non era vero. Come scrittori, si trovavano nel loro momento di grazia. Scott aveva appena scritto il suo capolavoro, Ernest l’avrebbe fatto nei cinque anni successivi: i racconti, &lt;i&gt;Fiesta, Addio alle armi. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Tutti i libri venuti dopo sarebbero stati peggiori, per un motivo o per l’altro. O forse per l’unico motivo che né l’alcol, né le lodi del mondo hanno mai aiutato nessuno a scrivere meglio, anzi: entrambi avrebbero rimpianto gli anni di Parigi e il loro tocco magico giovanile.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Per questo mi piace fermarmi qui, al Dingo Bar, nell’aprile del 1925, l’istante dell’incontro immortalato come in un quadro di Degas o di Toulouse-Lautrec, uno di quegli interni parigini del secolo precedente. Si intitolerebbe &lt;i&gt;Les écrivains de Montparnasse. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Oppure:&lt;/span&gt;&lt;i&gt; Jeunes hommes au café. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Oppure: Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald scrivono la storia.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;Non potevano sapere questa e tante altre cose, e nemmeno a chi dei due sarebbe toccato comporre l’epitaffio dell’altro: “Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla. In un primo tempo non lo capì più di quanto lo capisca la farfalla, ed egli non se ne accorse neppure quando il disegno fu guastato e cancellato. Più tardi si rese conto delle sue ali danneggiate e comprese com’erano fatte e imparò a riflettere e non riuscì più a volare perché era scomparso l’amore per il volo e poté solo ricordarsi di quando volare non gli era costato il minimo sforzo”. Lo scrisse Ernest per Scott ma valeva per tutt’e due: per Fitzgerald, Hemingway e tutti quelli che una volta erano grandi scrittori, e poi sono diventati soltanto vecchie glorie dal talento perduto.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-1905950990347830385?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/1905950990347830385/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/03/due-scrittori-al-dingo-bar.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1905950990347830385'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1905950990347830385'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/03/due-scrittori-al-dingo-bar.html' title='DUE SCRITTORI AL DINGO BAR'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-9165397797736135932</id><published>2011-02-10T10:13:00.003+01:00</published><updated>2012-01-02T00:36:36.735+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario newyorkese'/><title type='text'>SCRIVERE NEW YORK SU FUORI ORARIO</title><content type='html'>In questi anni è capitato più volte che qualcuno mi chiedesse: dove posso trovare la serie &lt;i&gt;Scrivere New York&lt;/i&gt;? Con quei nove documentari, girati nel 2004 insieme a Giorgio Carella e Marco Cassini, il sogno è sempre stato quello di realizzare un cofanetto, magari accompagnato da un libro: ma il sogno era piuttosto costoso e dall'incerto futuro commerciale, e non se n'è fatto mai niente. Così Giorgio e io, e forse anche qualcuno a minimum fax, abbiamo passato molto tempo a fare copie per gli amici, dicendo che la serie era ormai introvabile e godendo in segreto di questa condizione, che ci permetteva di passare i nostri film sottobanco, &lt;i&gt;copie pirata, &lt;/i&gt;come certi lavori di culto degli anni Settanta.&lt;i&gt;&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;Invece ora scopro che alcune puntate della serie sono in programmazione su Raitre, all'interno di Fuori Orario. Stanotte verso le 2 tocca a Rick Moody. La notte tra domenica e lunedì sarà il turno di Nathan Englander e Jonathan Lethem. Poi spero che arriveranno anche i successivi. Insomma: da una condizione di culto all'altra. &lt;i&gt;Fuori Orario&lt;/i&gt;, ragazzi. Chi l'ha già vista ma la vuole rivedere, chi se l'è persa ai suoi tempi, chi non sa nemmeno che cos'è, adesso ha l'occasione giusta.&lt;br /&gt;Io sono un po' commosso all'idea che siano passati sette anni. Tutta la mia storia con New York è cominciata da lì, insieme a tante altre cose. Come dice quel tizio che parla fuori sincrono? Buona visione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-9165397797736135932?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/9165397797736135932/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/02/scrivere-new-york-su-fuori-orario.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/9165397797736135932'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/9165397797736135932'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/02/scrivere-new-york-su-fuori-orario.html' title='SCRIVERE NEW YORK SU FUORI ORARIO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-5639972222707818316</id><published>2011-02-02T11:23:00.000+01:00</published><updated>2011-02-02T11:23:33.850+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>LE LACRIME DI MIO PADRE</title><content type='html'>È un buon periodo per gli amanti dei racconti e della narrativa americana. Ho cinque libri sul comodino, e ho appena scoperto il piacere di leggere a letto, la mattina, come prima cosa dopo avere aperto gli occhi. Comincio con un racconto di Yates, o di Canty, o di Cynthia Ozick, poi mi alzo a preparare il caffè e penso a come dare un senso alla mia giornata. Mi infilo un maglione sopra l’altro. Faccio trazioni alla sbarra e flessioni sul pavimento. Alla finestra controllo il cielo, pur sapendo che sole o pioggia non faranno alcuna differenza per me, se non per la luce che entrerà dall’abbaino o il tamburellare delle gocce mentre scrivo. Infine prendo la tazza di caffè, la penna e il quaderno e torno nel lettone. Per fortuna ci sono le storie a riscaldare l’inverno.  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Oggi ho voglia di parlare di John Updike, &lt;i&gt;Le lacrime di mio padre&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. Non ho mai letto un romanzo di Updike, mi spaventa la mole della sua produzione. Però ho sfogliato questa raccolta in libreria e ho letto il secondo racconto, “Archeologia personale”: parla della villa di un uomo e di come si è trasformata nel tempo. L’uomo immagina le vite dei quattro precedenti proprietari attraverso i reperti che emergono dai suoi terreni. Cartucce di fucile. Resti di copertoni. Frammenti di tazze di porcellana. Intuisce che la casa ha vissuto un’età dell’oro e poi un periodo di decadenza, si fa un’idea dell’aspetto di persone ormai scomparse e nelle sue passeggiate impara a convivere con questi fantasmi, perfino ad amarli. Racconto splendido. Un altro si intitola “Blackout”: in uno di quei sobborghi della costa est, un violento temporale provoca un’interruzione di corrente. Il protagonista, un uomo sulla sessantina, decide di farsi un giro in macchina. Tutte le villette sono buie, qua e là nelle finestre ondeggiano fiammelle di candele, il silenzio è impressionante. Nel centro della cittadina la banca e la posta hanno chiuso, e le persone si sono radunate all’aperto aspettando che torni l’elettricità. Il buio le ha spinte fuori da case e negozi. Sulla strada del ritorno, l’uomo incontra una vicina che conosce soltanto di vista. È spaventata. Suo marito è via per lavoro, lei era in casa da sola e il blackout ha fatto partire l’allarme. L’uomo si offre di riaccompagnarla e darle una mano. Nella villetta identica alla sua, è disorientato dalla disposizione delle stanze. Gli spazi si intuiscono soltanto, i mobili diventano ostacoli misteriosi. Lui si trova faccia a faccia con questa sconosciuta e si accorge della reciproca attrazione. Il buio, il temporale, la paura e l’improvvisa intimità caricano l’aria di tensione erotica. I due si avvicinano. Si baciano. Quando torna la luce, le prime cose che ripartono sono la lavapiatti e l’audio del televisore.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Anche le altre storie hanno protagonisti simili, uomini benestanti e in là con gli anni, spesso con qualche matrimonio alle spalle. Le loro città di provincia, le loro case. Figli adulti e ormai estranei. Vecchie fiamme che ricompaiono con le guance avvizzite e i capelli bianchi. I fantasmi dei padri. In fondo ognuno di questi racconti è un’&lt;i&gt;archeologia personale&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;: meditazione sui frammenti che la vita produce, e che testimoniano a noi stessi ciò che è stato.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Resto in ascolto per cogliere il rumore della prima auto in movimento, verso l’alba; aspetto che mia moglie si svegli, scenda dal letto e rimetta in moto il mondo. Le ore scorrono avanti a scatti pigri. A sentire lei, dormo più di quanto sia consapevole di fare. Ma sono senza dubbio vigile quando, alla fine, inizia a muoversi; sposta le braccia con gesti irritati, liberandosi a fatica da qualche sogno, e poi, nel chiarore sempre più intenso della finestra, scosta il lenzuolo e lascia scoperta la camicia da notte spiegazzata. Sento lo scalpiccio dei suoi piedi nudi intorno al letto, e molte mattine, adesso che sono in pensione e ho quasi ottant’anni, mi riaddormento per un’altra ora. C’è chi si prende cura di tutto, posso lasciarmi andare, il mondo non ha bisogno di me.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Lo specchio per radersi è appeso davanti a una finestra affacciata sul mare. Il mare è sempre pieno, piatto come un pavimento. O quasi: ha una delicata curvatura planetaria, a sorreggere pochi sfuocati mercantili e alcune navi da crociera che escono dal porto di Boston con un’avanzata impercettibile. Aerei ammiccanti venuti dai vari angoli del globo scendono lungo linee oblique, tracciando solchi ricurvi nel cielo, verso l’aeroporto a est della città. Con le pillole per prolungarmi l’esistenza nella mano sinistra, sollevo il bicchiere pieno, l’acqua resa più dolce dalla breve attesa sul ripiano di marmo del lavandino. Se interpreto bene le intenzioni di questo vecchio strampalato, sta brindando al mondo visibile, e al diavolo l’imminente scomparsa alla quale lui è destinato.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;John Updike, &lt;i&gt;Le lacrime di mio padre&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Traduzione di Federica Oddera, Guanda editore&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-5639972222707818316?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/5639972222707818316/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/02/le-lacrime-di-mio-padre.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5639972222707818316'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5639972222707818316'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/02/le-lacrime-di-mio-padre.html' title='LE LACRIME DI MIO PADRE'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-8308489229611837566</id><published>2011-01-11T15:39:00.004+01:00</published><updated>2011-01-14T02:33:26.004+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>COSE CHE CAMBIANO D'INVERNO</title><content type='html'>Da un po’ di tempo avevo il sogno di fare il cuoco, possibilmente in una nave mercantile o in un rifugio di montagna. Credo che a Carver sarebbe piaciuto: ci sta bene un mestiere così nel curriculum di uno scrittore. E poi si sa, nelle cucine il vino scorre a fiumi. Insomma: un po’ per inseguire i miei miti, un po’ per avere la scusa di tornare quassù, ho trovato lavoro in un ristorantino. Farina gialla, toma d’alpeggio, carne di manzo e di maiale sono state le mie materie prime nelle ultime settimane. Nove chili di salsiccia al giorno, teglie di lasagne e di crespelle, enormi paioli di polenta da conciare con burro e fontina. Fuori i pascoli coperti di neve e i boschi in cui correvo d’estate, osservati attraverso una finestrella appannata dalla condensa. Mi manca quella libertà, però sto bene. È un lavoro gratificante e duro, dare da mangiare alle persone. Lascia dei segni in bocca e sulla pelle. Ora ho mani da cuoco, che non sono mani da falegname ma ci vanno vicine: arrossate dai detersivi, piene di ustioni e di tagli e dei buchi della maledetta affettatrice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra i pasti che prepariamo, ci sono quelli per i lavoratori degli impianti. Verso le undici e mezza riempiamo alcune borse termiche con una bottiglietta d’acqua, un sacchetto di carta con pane e formaggio, un thermos diviso in tre scomparti per il primo, il secondo e il contorno. Un ragazzo viene a ritirare le borse e le distribuisce ai suoi compagni. Una di queste prende la seggiovia, risale le piste e arriva a quota 2100, dove lavora Rambo. Il suo compito è aiutare la gente a smontare dal seggiolino, rallentando le macchine per i bambini, fermandole se qualcuno inciampa o cade, porgendo la mano alle signore. Siccome non mangia verdura il suo contorno torna sempre indietro, e così noi, in cucina, quando svuotiamo i thermos per lavarli riconosciamo quello di Rambo. È il modo che abbiamo per comunicare a distanza.&lt;br /&gt;Alle quattro e mezza, chiusi gli impianti, viene giù a bere il caffè. È un uomo grande e grosso, ma otto ore all’aperto, d’inverno, a più di duemila metri, non sono uno scherzo nemmeno per lui. Se ha fatto freddo - e qui il freddo significa tra i dieci e i venti gradi sotto zero - quando entra al ristorante ha la faccia rossa, bruciata dal gelo, e delle rughe intorno agli occhi che non gli avevo visto mai. Come me, è contento di lavorare ma gli mancano i pascoli, le mucche, la baita in cui viveva con niente, la sua sconfinata libertà: il lavoro salariato è una necessità e una tortura, l’inverno è un conto alla rovescia, il primo maggio Rambo torna pastore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Verso sera, mentre strofino le pentole con la paglietta di metallo, anche Remigio attacca a lavorare. Si infila la sua divisa, sale sul gatto e batte le piste fino a mezzanotte. Dice che la neve è un materiale come un altro. Bisogna pensarla come sabbia in un cantiere. I cannoni la producono, i gattisti la stendono su per le piste, gli sciatori la scavano, la ammucchiano, la spostano verso il basso, i gattisti la rimettono dov’era prima. Tutto lì. Da casa, di notte, assisto al lavoro che di giorno non si vede. Ogni cannone è dotato di un faro, così sembra sparare nel cielo non neve, ma lapilli di lava, e una fila di esplosioni lontane illumina la montagna. Il gatto passa davanti al mio balcone ogni mezz’ora, i lampeggianti accesi, i cingoli che spianano qualsiasi gobba, enorme bestia notturna che non teme il freddo né il buio. Remigio il solitario, il lettore, il costruttore di case magiche, l’osservatore di animali selvatici, l’amante dei lupi, lavora su una di queste macchine. Così va la vita d’inverno per via dell’oro bianco, da cui tutti noi in un modo o nell’altro dipendiamo.&lt;br /&gt;Abbiamo un rapporto controverso con gli sciatori. Sono clienti. Sono l’unica risorsa economica della montagna. È triste osservare i cannoni, le seggiovie, le doppie file di macchine parcheggiate sulla strada, le tute e gli scarponi e i caschi che rendono le persone simili ad automi, però senza di loro non ci sarebbe nemmeno il resto, i miei amici emigrerebbero altrove, la mia casa sarebbe un cumulo di vecchi sassi, la cucina in cui lavoro non esisterebbe nemmeno. Cerco di ricordarmelo, quando questo parco giochi mi fa rabbia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di buono c’è che dura poco. Lunedì 10 gennaio, da un giorno all’altro, sono spariti tutti. Era la prima mattina libera dalla vigilia di Natale, e così, nonostante il nebbione in cui eravamo immersi, con Remigio abbiamo deciso di andarcene via con le ciaspole. Dopo mezz’ora, finito il bosco, era già tutto dimenticato. Le persone, il loro rumore. Solo la nebbia e una labile traccia davanti e quei posti conosciuti a memoria - lì d’estate c’è un masso a forma di torre, lì una sorgente, lì una distesa di rododendri - resi desertici e lunari dalla neve. Anche i selvatici, che vicino alle piste sembrano svaniti nel nulla, quassù lasciano tracce del loro passaggio. La volpe fa il giro degli alpeggi cercando avanzi di cibo. La lepre è attratta dai ciuffi d’erba secca sotto gli abeti. La martora segue percorsi di caccia, strategie misteriose ma evidenti come pieghe su un lenzuolo. Su in alto i laghi non ci sono più. Quando arriviamo alla conca Remigio scava nella neve con il bastone, e dopo un po’ trova il ghiaccio vivo. Ci siamo proprio in mezzo. Sospesi sopra il lago, avvolti dalla nebbia, ci sediamo a mangiare un pezzo di pane e formaggio. Sotto di noi, in un’acqua densa e nera, sognando la luce di luglio dormono i pesci.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-8308489229611837566?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/8308489229611837566/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/01/le-cose-che-cambiano-dinverno.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8308489229611837566'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8308489229611837566'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2011/01/le-cose-che-cambiano-dinverno.html' title='COSE CHE CAMBIANO D&apos;INVERNO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-390848804445975003</id><published>2010-12-27T17:56:00.002+01:00</published><updated>2010-12-27T18:06:09.871+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='testi'/><title type='text'>CARO GIORGIO</title><content type='html'>Quest’anno devo aver letto una cinquantina di libri. Non li ho contati, ma so che viaggio al ritmo di uno a settimana. Perciò quando scopro che &lt;a href="http://www.giorgiofontana.com/index.php?option=com_content&amp;amp;task=view&amp;amp;id=414&amp;amp;Itemid=1"&gt;tu ne hai letti 147&lt;/a&gt;, la mia identità di scrittore è scossa dalle fondamenta. Come ho potuto leggere un terzo dei tuoi libri, e fare il tuo stesso mestiere? Nemmeno io ho la televisione. Però passo diverse notti a giocare a briscola all’osteria. E vivo con una donna, forse questo mi toglie qualche altro libro rispetto a te (è un colpo basso, lo ammetto). Ma soprattutto, ho scoperto che mi piace moltissimo &lt;i&gt;rileggere.&lt;/i&gt; Cominciare un libro nuovo mi dà meno piacere che riprenderne uno vecchio e molto amato. Se mi sono innamorato di un libro, sento il bisogno di rileggerlo due o tre volte, impararlo quasi a memoria. È come dire: meglio uscire con una ragazza sconosciuta o con la tua vecchia fiamma? Io sono per le vecchie fiamme. &lt;br /&gt;Ma non ci raccontiamo balle, il problema della lettura ce l’ho. Per lunghi periodi, la maggior parte dei libri in cui m’imbatto non mi piace. Certe volte mi sento un lettore finito: diventerò come quelli che dicono “io non leggo romanzi”, e se ne fanno un vanto? Conosco diverse persone così, e alcune le stimo pure. La narrativa a loro non interessa. È come se ci vedessero il trucco, come quando diventi grande e smetti di farti fregare dai prestigiatori, e allora leggono soltanto libri che dicono qualcosa di &lt;i&gt;vero&lt;/i&gt; sul &lt;i&gt;mondo&lt;/i&gt;. A me sembra un destino tristissimo a cui sono condannato. Ma per fortuna, un paio di volte all’anno, arriva un nuovo scrittore a sconvolgermi la vita, farmi sentire come la prima volta in cui ho scoperto Hemingway o Salinger. Prego che continui a succedere per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E poi ho scritto, che cosa ho scritto? Ho finito un racconto che mi portavo dietro da un bel po’. Ne ho cominciato e finito un altro. E ne ho cominciato un altro ancora. Non sono un grafomane come te: aver lavorato a tre racconti per me è un primato, visto che in 14 anni ne ho scritti una ventina. Anche questo mi dà da pensare. Sarò diventato meno rigoroso, o finalmente la scrittura comincia a venirmi facile? Sinceramente, propendo per la prima. Sento che sto perdendo colpi. Una volta un racconto non era finito finché non lo trovavo perfetto (non vuol dire che lo fosse, ma io dopo mille riscritture non avrei più spostato una virgola). Ora sono sceso a compromessi con l’imperfezione. Sono diventato indulgente. La scrittura - la mia e quella degli altri - mi sembra difettosa in modo inevitabile, dunque perché impazzire cercando la parola giusta? Facciamo quello che riusciamo a fare e passiamo oltre. Allo stesso tempo, sono convinto che arrendersi ai propri limiti equivalga a decretare la propria morte di scrittore. Perciò resisto. Riscrivo. Faccio un viaggio di due ore in macchina tormentandomi su una frase che non torna. Dal primo gennaio ricomincio a cercare la perfezione, lo giuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto al problema del tempo che passa, quest’anno ne ho compiuti trentadue. Lavoro da dieci, anche se non ho mai avuto cose come un ufficio o uno stipendio. Diciamo che da dieci anni ho la partita Iva. Da otto sto con la stessa donna. Da sei possiedo una casa e sono ufficialmente uno scrittore. Questi numeri si accumulano alle mie spalle, mi strappano via dalla giovinezza (l’età in cui non sai cosa vuoi fare, con chi vuoi stare, dove vuoi vivere) e mi catapultano nell’età adulta (in cui hai una famiglia, un lavoro, un posto nel mondo). Comunque adesso, con un po’ di distanza critica, posso dire che il primo libro pubblicato è stato il passaggio più importante della mia vita. Se dovessi trovare una soglia, sceglierei quella. Il giorno in cui il libro è uscito sono andato a rifarmi la carta d’identità, per correggere la voce &lt;i&gt;professione.&lt;/i&gt; Prima sentivo di essere uno scrittore, però lo sapevo soltanto io. Poi il mondo l’ha riconosciuto. Il conflitto tra quello che ero dentro, e quello che gli altri vedevano da fuori, si è risolto di colpo. È stata una gran fortuna. Immagino ci sia gente che si porta dietro quel conflitto per tutta la vita. Però, è stata anche una condanna. Voglio dire: ora che sono uno scrittore, posso ancora sentirmi un essere umano puro e semplice? Oppure &lt;i&gt;sono&lt;/i&gt; (sento di esistere) in quanto &lt;i&gt;scrivo&lt;/i&gt;? Ho paura che per me sia così. E non mi piace mica tanto come idea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma quest’anno ho passato sei mesi in una baita in mezzo ai boschi, gli altri sei in un’osteria della Bovisa che tu conosci bene. È un’immagine perfetta della mia vita, spaccata in due tra &lt;i&gt;quando scrivo&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;quando non scrivo. &lt;/i&gt;Quando non scrivo, come diceva Tondelli, io non mi sento una persona che sta facendo qualcosa, come guidare, cucinare, incontrare un amico: mi sento uno scrittore che non scrive. E non sono per nulla contento di sentirmi così, definito da una negazione. Non mi sembra giusto nei confronti degli altri, né delle potenzialità della mia vita. Preferirei, posando la penna, smettere di essere uno scrittore, tornare una persona pura e semplice, essere uno che prepara la polenta o incontra un amico. Invece sono lì e non ci sono. Sento sempre nelle orecchie la voce fuori campo di Willard, mentre scruta le strade di Saigon tra le asticelle della veneziana: “Quand’ero qui volevo essere a casa. E quand’ero a casa, pensavo soltanto a ritornare nella giungla”. Anche per me è così. Quando sono davanti al mio quaderno mi manca immensamente il genere umano, però poi, se mi ritrovo in mezzo agli altri, ho l’ossessione di isolarmi e scrivere. Anche per te è così? Nell’anno che arriva, se posso esprimere un desiderio, vorrei affrontare questo problema. Oppure andare alla ricerca di Kurtz, e farmi accogliere una volta per tutte nel suo cuore di tenebra.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-390848804445975003?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/390848804445975003/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/12/caro-giorgio.html#comment-form' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/390848804445975003'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/390848804445975003'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/12/caro-giorgio.html' title='CARO GIORGIO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3184573304764168651</id><published>2010-12-11T15:36:00.011+01:00</published><updated>2010-12-11T16:17:31.209+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>QUESTO BACIO VADA AL MONDO INTERO</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il 7 agosto 1974 Philippe Petit compì la sua famosa impresa, attraversare il cielo tra le Torri Gemelle di New York sopra un cavo d’acciaio, a oltre 400 metri da terra. Era mattina presto. Lui e i suoi amici erano saliti sul tetto la sera prima, travestiti da operai, e avevano passato la notte a tendere il cavo da una torre all’altra. In realtà non fu un semplice attraversamento ma uno spettacolo di funambolismo: Petit restò sospeso lassù per più di mezz’ora, con la polizia che lo aspettava per arrestarlo, e camminò avanti e indietro, saltellò su una gamba sola, si sdraiò, si inchinò verso il pubblico gettando baci. Per quella mezz’ora la vita a Manhattan si fermò. La gente usciva per strada dagli uffici e dai negozi, si accalcava sui marciapiedi guardando in su, ammirata e sgomenta. Le torri erano state inaugurate da pochi mesi. Una scena molto simile, osservando la folla dall’alto, si sarebbe potuta vedere 27 anni dopo, un’altra mattina d’estate, e forse per questo qualcuno ha definito il libro di Colum McCann &lt;i&gt;il migliore romanzo mai scritto sull’11 settembre, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;anche se non è un romanzo ma una raccolta di racconti, tutti ambientati nei primi anni Settanta. Il titolo originale era &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Let the Great World Spin - &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;lascia che il grande mondo continui a vorticare - e forse non c’è una parola migliore per definire questo libro. Prima di leggerlo, penso che sia una buona idea vedere il documentario realizzato su Petit, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Man on Wire. &lt;/i&gt;Poi aprite il libro e lasciatevi risucchiare dal vortice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un racconto parla di Corrigan, un frate irlandese innamorato dei poveri della terra, che parte da Dublino e trova nel Bronx il luogo in cui erigere la sua missione. Va ad abitare in una topaia, comincia a prendersi cura delle prostitute che battono sotto casa. Viene pestato e cacciato più volte dai loro protettori, ma ogni mattina torna e infine riesce a farsi accettare. Porta caffè d’inverno, procura eroina a chi non può farne a meno, offre il suo appartamento come riparo. Si affeziona molto a una ragazza di vent’anni, Jazzlyn, prostituta nera dalla sensualità dirompente, madre di due bambine.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Un altro racconto parla di Lara e Blaine, pittori in crisi. Stanno insieme. Per un certo periodo Blaine ha avuto successo a Manhattan, ma poi dai quadri sono arrivati i soldi e le droghe, che hanno bruciato tutto il resto. Così Lara e Blaine sono andati a disintossicarsi in una capanna nei boschi, distante un paio d’ore a nord di New York, cercando di ritrovare l’ispirazione. Passati alcuni mesi si sentono finalmente puliti, tornano per una notte in città, finiscono a farsi di cocaina e provocano un incidente in cui ha la peggio il furgone scassato che li precede, quello di Corrigan e Jazzlyn.&lt;br /&gt;Un altro racconto ancora parla di Tillie, madre di Jazzlyn e prostituta lei stessa, che è andata in carcere al posto della figlia confessando un furto mai commesso. Dopo l’incidente è angosciata per le nipotine, e la sua necessità immediata diventa uscire di prigione e occuparsi di loro. Ma Tillie non è una persona diplomatica: ha insultato il giudice durante il processo, si è beccata una pena ulteriore per aver mollato un calcio in faccia a una sorvegliante. Un giorno riceve una visita da una sconosciuta: è Lara, divorata dai sensi di colpa, che ha lasciato Blaine e si è messa sulle tracce della ragazza morta, cercando un modo per espiare i suoi peccati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E via così. Sono tredici racconti intrecciati dalle vite dei personaggi, tutti diversamente falliti eppure pieni di passione, nella New York sporca, violenta e tossica degli anni Settanta. E non solo si incontrano tra loro. Tutti quanti, a un certo punto della propria storia, attraversano quella mattina e quel luogo, il 7 agosto 1974, alzano gli occhi al cielo e per un breve istante sono toccati dalla grazia. Perché quella del funambolo non è una provocazione, è un’opera d’arte. La città lì sotto sta toccando il fondo della miseria umana. E lui, sospeso per aria in una tuta nera, ha deciso di mostrarle che cos’è la bellezza.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;     Si ritrovarono in capannelli accanto ai semafori di Church e Dey Street; o raccolti sotto la tenda del negozio di Sam il barbiere o accalcati all’ingresso di Charlie’s Audio. Un piccolo teatro di uomini e donne si stringeva contro l’inferriata della cappella di St. Paul, altri sgomitavano per farsi spazio alle finestre del Woolworth Building. Avvocati. Ragazzi d’ascensore. Medici. Addetti alle pulizie o camerieri. Commercianti di diamanti. Pescivendoli. Puttane in jeans tristissimi. Ciascuno rassicurato dalla presenza del vicino. Stenografe. Operatori finanziari. Fattorini. Un fabbro nel suo furgone all’angolo tra Dey e Broadway. Un portalettere in bicicletta appoggiato a un lampione sulla West. Un alcolista paonazzo alla ricerca del primo goccio del mattino.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’uomo si era sollevato dall’inchino e reggeva tra le mani una lunga barra sottile, la scuoteva soppesandola, facendola oscillare su e giù nell’aria, una lunga barra nera, così flessuosa che le estremità ondeggiavano, e aveva lo sguardo fisso sulla torre di fronte, ancora fasciata nelle impalcature, come un ferito in attesa di soccorso, e finalmente il cavo ai suoi piedi acquistò un senso agli occhi di tutti, e da quel momento niente al mondo li avrebbe potuti allontanare da lì, nessun caffè del mattino, nessuna sigaretta in sala riunioni, nessun passo felpato sulla moquette. L’attesa era diventata magica, e tutti lo osservavano mentre sollevava il piede fasciato in una scarpetta nera come un uomo in procinto di entrare nell’acqua calda e grigia.&lt;/span&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sotto, gli spettatori inspirarono all’unisono.&lt;br /&gt;L’aria parve improvvisamente condivisa. L’uomo lassù era come una parola a tutti nota, sebbene nessuno l’avesse mai udita.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E lui entrò nel vuoto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;*** &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Colum McCann, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Questo bacio vada al mondo intero&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Traduzione di Marinella Magrì, Rizzoli 2010&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3184573304764168651?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3184573304764168651/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/12/questo-bacio-vada-al-mondo-intero.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3184573304764168651'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3184573304764168651'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/12/questo-bacio-vada-al-mondo-intero.html' title='QUESTO BACIO VADA AL MONDO INTERO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-2227087320805963293</id><published>2010-11-25T17:17:00.006+01:00</published><updated>2010-11-26T12:10:10.593+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='testi'/><title type='text'>I PADRI DEGLI ALTRI</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify; font-family: lucida grande;"&gt;Stamattina ho partecipato a una lezione in università. Studenti di architettura del primo anno. Ero andato a parlare di New York e del mio libro: a raccontare in quanti modi diversi, con quali metodi e sentimenti, si può guardare una città. A un certo punto siamo finiti a parlare del fatto che gli americani si spostano come niente, cambiano casa, lasciano il lavoro, vendono tutto e se ne vanno da un’altra parte. Uno dei docenti ha ragionato sulla necessità, o l’abitudine, o la scelta di non radicarsi in un luogo. Poi ha chiesto agli studenti che cosa ne pensavano. Anzi no, ha chiesto: e voi, se immaginate di mettere su famiglia e stabilirvi da qualche parte, dove vi vedete?&lt;br /&gt;“Qui”, hanno risposto tutti.&lt;br /&gt;“Perché qui?”, ha chiesto lui.&lt;br /&gt;“Perché qui ci piace”, hanno risposto.&lt;br /&gt;Trattandosi di un laboratorio di urbanistica, sono stati invitati a rifletterci meglio e argomentare. Dopo un po’, qualcuno ha detto che per andare via servono tanti soldi. E perdi tutto quello che avevi prima. E se fai dei bambini, ha aggiunto un altro, chi te li tiene? Un terzo ha affermato deciso: i bambini devono stare con i nonni.&lt;br /&gt;“E perché?”, gli abbiamo chiesto.&lt;br /&gt;“Perché i nonni trasmettono i valori che contano, la tradizione”.&lt;br /&gt;La discussione poi è proseguita, ma a quel punto con la testa ero già altrove. Stavo facendo due conti: quelli erano ragazzi nati nel 1990. Erano cresciuti vicino ai loro nonni? Probabilmente sì, mi sono detto. In classe c’erano anche due ragazze arabe, e diversi studenti orientali: chissà che cosa ne pensavano loro. Mi sarebbe piaciuto chiederglielo, ma erano tutti raggruppati in fondo all’aula, timidi, vagamente perplessi. Sentivo di capirli in qualche modo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify; font-family: lucida grande;"&gt; Così tornando a casa mi sono messo a pensare a quale occasione storica sia stata crescere a Milano tra gli anni Settanta e Ottanta. Cioè dopo trent’anni di massiccia immigrazione interna. Cioè &lt;i&gt;lontano dai propri nonni, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;per fortuna (sono una di quelle persone che pensano tutto il male possibile della tradizione: per me non è altro che la tirannia delle generazioni passate su quelle future). Tra i miei compagni di classe, alle elementari, nemmeno uno era figlio di milanesi. I nostri nonni abitavano in Puglia, in Sicilia, in Veneto. I nostri genitori parlavano dialetti pittoreschi. I bambini arrivavano in classe con addosso odori strani, non la verza della &lt;/span&gt;&lt;i&gt;cassoeula&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; ma aglio, peperoni, melanzane. A giugno c’era un esodo di massa: la maggior parte di noi passava l’estate al paese. I miei compagni tornavano più selvatici, bruciati dal sole, con il Mediterraneo infiltrato perfino nella lingua. Fuori da Milano pensano che abbiamo tutti lo stesso accento, ma noi che ci abitiamo riconosciamo le sfumature: un po’ di Puglia nelle vocali aperte, un po’ di Sicilia nel raddoppio delle consonanti, si sentono lontano un chilometro. Se andavi a casa di un compagno a giocare, scoprivi mondi sconosciuti. I padri degli altri inneggiavano al Milan gridando &lt;/span&gt;&lt;i&gt;minchia &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;o &lt;/span&gt;&lt;i&gt;maronna &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;ai gol sbagliati. Le madri friggevano per tutto il tempo. D’estate pranzavano in balcone, in ciabatte e canottiera. Le madri appendevano santini in ogni stanza, i padri soffrivano di una malinconia di fondo che si risolveva solo a ferragosto, quando era l’ora di macinarsi mille chilometri in macchina, in un bagno di felicità e sudore, sull’autostrada del sole. Queste sono le persone della mia infanzia. E il bello è che non pensavo di essere cresciuto in un’epoca particolare: ero convinto che i padri degli altri fossero tutti così, che quella fosse la natura di Milano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando negli anni Novanta è saltata fuori la Lega noi abbiamo pensato: ma questi di chi stanno parlando? Di certo non di noi (e infatti poi abbiamo avuto il primo sindaco leghista della storia). Crescendo ho continuato a incrociare la stessa razza meticcia: alle superiori i miei migliori amici erano un mezzo rumeno e un mezzo siciliano, tornavano dalle vacanze parlando di Bucarest e di Palermo (ma sempre con il nostro accento della &lt;i&gt;fabbrichetta&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;). Con la mia prima ragazza scherzavamo, lei mezza lombarda e mezza piemontese, io mezzo veneto e mezzo emiliano, che insieme avremmo coperto tutto il corso del Po. Per incontrare una purosangue della mia età, milanese di padre e di madre, ho dovuto aspettare i venticinque anni, e per ironia della sorte adesso è la mia compagna (però, a proposito di nonni, la sua le diceva sempre: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;ti te parl milanés come ‘na teruna. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Saranno state le cattive compagnie). Quando mi racconta delle sue domeniche di bambina, la pasticceria con la nonna, il bianchino al bar con il nonno, mi sembra un’infanzia degli anni Trenta. Pensavo che tutti noi passassimo le domeniche alla finestra, davanti alla televisione oppure in macchina, con un vetro eternamente davanti alla realtà, a guardare questa città e chiederci di chi fosse davvero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, per dire che oggi mi sono ritrovato a scoprire come sono cambiati i tempi. I ragazzi del 1990 sono figli di padri sedentari, hanno avuto compagni di classe cinesi e arabi, e ritengono che la tradizione sia una cosa importante. Vogliono vivere dove sono cresciuti. È evidente che hanno, avranno, idee diverse dalle mie, che saranno cittadini diversi da me. Però diversi come?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E poi volevo dire un’altra cosa, nel cuore la tua città resta sempre quella che hai conosciuto da bambino. La mia Milano è ancora piena di uomini in canottiera sui balconi. Gente che aveva detto addio a suo padre e sua madre, ed era venuta qui a rifarsi una vita. Allora sembravano buffi e chiassosi, adesso li ammiro. Spero tanto che ne arrivino ancora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(P.S. del giorno dopo. Stamattina leggo Repubblica e trovo &lt;/span&gt;&lt;a style="font-style: italic;" href="http://www.repubblica.it/politica/2010/11/26/news/padri_figli-9517350/?ref=HREC1-10"&gt;questo&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; articolo: &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;"I figli sorpassano a destra i genitori, la spinta da maschi e regioni rosse". Uno studio  interessante. Era quello che stavo cercando di dire, non di fare nostalgia a buon mercato)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-2227087320805963293?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/2227087320805963293/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/11/i-padri-degli-altri.html#comment-form' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2227087320805963293'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2227087320805963293'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/11/i-padri-degli-altri.html' title='I PADRI DEGLI ALTRI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-8304310142704080954</id><published>2010-11-10T12:29:00.008+01:00</published><updated>2010-11-10T12:40:22.582+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='testi'/><title type='text'>ZELEZNY</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;style&gt;@font-face {   font-family: "Times New Roman"; }@font-face {   font-family: "Georgia"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }table.MsoNormalTable { font-size: 10pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; }&lt;/style&gt;    &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;&lt;i&gt;(Tanto per riconciliarmi con la città, pubblico anche qui il pezzo uscito questo mese nel magazine di minimum fax. Naturalmente è dedicato a Gabbole, mai nessuno fu più bello da vedere.)&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: center;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;&lt;i&gt;***&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;Era di nuovo autunno, quello del 1993. Noi lanciatori di città ci allenavamo tre volte alla settimana in un campo sportivo vicino all’aeroporto, tra le piste d’atterraggio e il luna park. Dopo la scuola prendevamo la metropolitana, cambiavamo un autobus e poi un altro, e schiacciati contro il finestrino osservavamo la città diradarsi, dall’architettura fascista di piazza San Babila ai viali dai nomi risorgimentali ai palazzi degli anni Sessanta in cui eravamo cresciuti anche noi, fino ai viadotti ferroviari, i cantieri aeronautici dismessi, le baracche e gli orti abusivi, il grande specchio d’acqua dell’idroscalo. Erano tutte parole di una lingua morta. L’anno prima, a Barcellona, Jan Zelezny aveva vinto l’oro scagliando il suo giavellotto oltre i novanta metri: ogni racconto su di lui sembrava scritto per diventare leggenda, qualcosa a cui pensare durante quei lunghi viaggi verso Linate. Zelezny veniva da una famiglia povera. Zelezny era sopravvissuto facendo il cuoco, il soldato, il meccanico. Zelezny aveva tentato e fallito la fuga, cercando fortuna nel campionato americano di baseball, tornando indietro a mani vuote. Nessuno di noi aveva mai visto la Cecoslovacchia, ma sopra il nostro cielo c’erano nebbia d’inverno, zanzare d’estate e rombi d’aereo durante tutto l’anno: l’Europa dell’est non doveva essere tanto diversa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;Gli allenamenti erano duri e monotoni come esercitazioni militari. Tecnica di lancio, scatti su pista, potenziamento in palestra, esercizi con l’elastico e la palla medica. L’atletica leggera è una disciplina ossessiva, in cui lo stesso gesto viene ripetuto all’infinito alla ricerca della perfezione: ogni passo, salto, lancio, è scomposto in unità di movimento, e ogni movimento va studiato, corretto, calibrato, fino al massimo dell’efficienza, e infine questa sequenza meccanica, eseguita in concentrazione, dev’essere disimparata dalla testa e imparata dal corpo, e diventare fluida, facile, come andare in bicicletta o nuotare. Forza e velocità sono questione di lavoro, ma cosa c’è di più difficile che raggiungere la grazia? Per noi ragazzi allora era un’impresa esistenziale. Avevamo quattordici o quindici anni e corpi che non sembravano più nostri. Ogni gesto ci usciva goffo, le cose cadevano e si rompevano, le dichiarazioni d’amore venivano fraintese. Invidiavamo gli studenti dell’ultimo anno, a cui bastava accendere una sigaretta e soffiare il fumo verso l’alto, scompigliandosi il ciuffo sulla fronte, per illuminare la scena. Noi avevamo capelli tagliati in casa, ossa doloranti per la crescita repentina. E più il corpo si allungava, inciampava e disobbediva, più il perfezionamento del lancio diventava la nostra rivincita, un assalto all’arma bianca contro la crudeltà della natura.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCr8iao4I/AAAAAAAAAGA/CIfEXLPQAJc/s1600/zelezny1.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 320px; height: 111px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCr8iao4I/AAAAAAAAAGA/CIfEXLPQAJc/s320/zelezny1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5537882383301911426" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;style&gt;@font-face {   font-family: "Times New Roman"; }@font-face {   font-family: "Georgia"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }table.MsoNormalTable { font-size: 10pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; }&lt;/style&gt;    &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;Eravamo in cinque a Linate quell’anno. I pesisti erano due dell’istituto tecnico, entrambi alti, grossi, sopra il quintale, uno moro e loquace e l’altro biondo e taciturno, che stavano sempre tra di loro. Grandi pacche sulle spalle dopo una buona misura, prese di lotta libera a tradimento. Il martellista era il figlio del custode, un ragazzo obeso che per qualche mese aveva cazzeggiato a bordo pedana, fumando e sbeffeggiando i nostri tentativi, prima di unirsi al gruppo. Andava in giro per il campo sportivo con una di quelle biciclette dalle ruote minuscole, che abbandonò dopo essere diventato un atleta: arrivava prima di tutti, se ne andava per ultimo, bestemmiava in pugliese stretto quando la palla di sette chili moriva impigliata nella gabbia. Il discobolo era il mio migliore amico. Indolente, spaccone, sempre in ritardo, preferiva le chiacchiere dello spogliatoio e le sedute in palestra, a sfidarci io e lui alla panca, piuttosto che i noiosissimi esercizi di tecnica e il freddo umido che inzuppava le ossa. Però era un esteta degno di Mirone. Altri lanciavano più lontano, lui era convinto di lanciare &lt;span style="font-style: italic;"&gt;meglio.&lt;/span&gt; Sosteneva che gli sarebbero bastati un po’ più di chili e muscoli, per sbaragliare i muratori bergamaschi che erano i suoi avversari abituali. Ma come in tante altre cose non aveva la costanza di applicarsi. La fatica lo annoiava. Forse avrebbe dovuto allenarsi davanti allo specchio, come i pugili e le ballerine, rapito dalla contemplazione del suo talento sprecato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;A me avevano dato il giavellotto perché ero leggero e veloce, e tra tutti è l’attrezzo che richiede meno forza bruta. È anche quello che va più lontano: Zelezny lo scagliava a novantotto metri, in pratica dall’altra parte dello stadio. Io puntavo a meno della metà per essere ammesso ai campionati italiani. Per un po’ fu il mio attrezzo del mestiere, l’oggetto più familiare per il mio corpo in piena metamorfosi: e ancora adesso, se mi concentro, sento nel palmo della mano l’impugnatura di corda, la lunga lancia in equilibrio sulla spalla prima della rincorsa, le punte del pollice e dell’indice che si toccano, l’odore dell’erba.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCTg3jFCI/AAAAAAAAAFw/rmOwIpzSP5U/s1600/zelezny2.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 320px; height: 122px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCTg3jFCI/AAAAAAAAAFw/rmOwIpzSP5U/s320/zelezny2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5537881963557491746" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;style&gt;@font-face {   font-family: "Times New Roman"; }@font-face {   font-family: "Georgia"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }table.MsoNormalTable { font-size: 10pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; }&lt;/style&gt;    &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;Per ognuno di noi, l’allenatore aveva recuperato il video dell’oro olimpico, stampato ogni fotogramma su un foglio A4 e appeso i fogli in fila sul muro dello spogliatoio. Un secondo perfetto, frammentato in una ventina di istantanee, come un’esplosione al rallentatore. Così cambiandomi studiavo i gesti di Zelezny a Barcellona, li mimavo uno per uno, cercavo di impararli a memoria per poi rimettere insieme l’intero movimento. I passi fondamentali del lancio del giavellotto sono gli ultimi tre, ed è una specie di balletto che sapevo danzare a occhi chiusi. Li ripetevo alla fermata dell’autobus, nel corridoio di casa. Piede sinistro, destro, sinistro. Il braccio è teso indietro, in linea con le spalle; la schiena leggermente arcuata. Quando il piede sinistro si blocca, l’energia cinetica accumulata nella rincorsa percorre la gamba destra, sale attraverso la rotazione del ginocchio e dell’anca, fa scattare la schiena come una fionda e poi arriva alle spalle, e poi bum, l’esplosione. C’era il sibilo del giavellotto nell’aria, e quel tempo che sembrava infinito prima che si conficcasse per terra, quaranta metri più in là, vibrando come un diapason.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCTI5JEuI/AAAAAAAAAFo/nmdpisu7V9s/s1600/zelezny3.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 320px; height: 112px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCTI5JEuI/AAAAAAAAAFo/nmdpisu7V9s/s320/zelezny3.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5537881957121725154" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;style&gt;@font-face {   font-family: "Times New Roman"; }@font-face {   font-family: "Georgia"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }table.MsoNormalTable { font-size: 10pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; }&lt;/style&gt;    &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;Non ho mai trovato un gesto che mi venisse più naturale. Anche da bambino non facevo che lanciare le cose. C’erano certi pomeriggi in cortile in cui nessun sasso o ramo o lumaca poteva sfuggire alla cattura e al decollo. O domeniche di silenzi cupi, il mormorio della televisione in salotto, il tintinnio dei piatti in cucina, ma il bambino sul balcone, quello che bombardava uccelli e macchine e qualsiasi oggetto in movimento nella città addormentata, quel bambino taciturno e spietato ero sempre io. Ero cresciuto in un palazzo di otto piani sulla circonvallazione: bastava sporgere una mano e aprirla e tutto cadeva giù, nel fiume stanco di auto dai fanali accesi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;/div&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 14.2pt; text-align: justify;"&gt;&lt;span style=";font-family:Georgia;font-size:85%;"  &gt;L’aerodinamica e la trigonometria, studiate la mattina a scuola, in pedana diventavano argomento di dibattito. Uno tende a lanciare troppo in alto se nessuno gli insegna la giusta inclinazione. Poi bisognerebbe considerare la direzione del vento, e anche in questo caso il buon senso inganna: nelle gare di velocità, nei salti, le misure vengono annullate quando c’è troppo vento a favore; con i lanci succede l’opposto, è il vento contrario a far decollare un aeroplano. Dunque si trattava di prendere un giavellotto dal mazzo - e c’era sempre il tuo preferito, quello blu, appena più lungo e sottile, spuntato per essere atterrato sul cemento chissà quante volte - e percorrere la pedana fino al punto segnato col gessetto. Lì cominciava la rincorsa misurata tante volte, quei venti metri che erano l’unico spazio al mondo soltanto tuo. Sentire il vento: se soffia sulla nuca bisogna lanciare più in alto, se soffia in fronte più in basso. Respirare. Non pensare più ai gesti a quel punto, fidarsi del corpo, lasciarlo fare. Pensare a Zelezny e ai cieli di Jena in Cecoslovacchia e partire. Tutto il lancio durava un niente. Il giavellotto saliva su, sempre più su, nel vento contrario.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;  &lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCSiRCOmI/AAAAAAAAAFg/YPX_QO2sX50/s1600/zelezny4.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 320px; height: 107px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCSiRCOmI/AAAAAAAAAFg/YPX_QO2sX50/s320/zelezny4.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5537881946752957026" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCSTV2CYI/AAAAAAAAAFY/Vgl0uhAgB_s/s1600/z9.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 320px; height: 23px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCSTV2CYI/AAAAAAAAAFY/Vgl0uhAgB_s/s320/z9.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5537881942746597762" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-8304310142704080954?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/8304310142704080954/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/11/zelezny_10.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8304310142704080954'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8304310142704080954'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/11/zelezny_10.html' title='ZELEZNY'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TNqCr8iao4I/AAAAAAAAAGA/CIfEXLPQAJc/s72-c/zelezny1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-1284638873471565168</id><published>2010-10-26T14:24:00.001+02:00</published><updated>2010-10-26T14:25:51.332+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>ULTIMA BEVUTA</title><content type='html'>Ogni mattina dalla fontana pende una lunga colonna di ghiaccio. Quando esco per fare legna la spezzo, la stringo in mano finché non si incolla alla pelle, la lascio a galleggiare e sciogliersi tra gli aghi di larice. Se la notte è stata limpida, il termometro esterno segna&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;meno cinque gradi. Lì vicino ho trapiantato un arbusto di pino mugo, e passo a vedere come sta. Viene dalle Dolomiti, me l’ha portato un amico. Anche se questo non è il suo terreno, spero che attecchirà sotto la neve e arriverà a primavera. Ma non c’è tempo per stare a coccolarlo, le mani intirizziscono in pochi minuti. In casa accendo il camino, preparo il caffè, ricostruisco il percorso notturno del topo che mi tiene compagnia. Non so più cosa fare con lui. All’inizio era timido, usciva solo di notte. Poi ha capito di avere un padrone di casa buono, e ha preso confidenza: ora me lo ritrovo sulla mensola della farina e del riso, dentro la ciotola del pane. Così non si può andare avanti. Uno di questi giorni dovrò fare appello al boscaiolo canadese che è in me, prendere la scopa e farlo fuori. Il bastone l’ho rotto attraversando un torrente l’altro ieri. La punta di metallo si è incastrata tra due massi, ho fatto leva per estrarla e il legno ha ceduto. Ho deciso che, per quest’anno, non ne cercherò uno nuovo. Ho tenuto i pezzi di quello vecchio: il legno lucido di cembro, graffiato dai sassi delle pietraie, finirà nel camino l’ultima sera. Poi smetterò di affezionarmi ai topi, ai bastoni e alle scarpe, che ormai mi si disfano intorno ai piedi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rambo sostiene che scenderà quando finisce il vino. Molto divertente, ma non ci casco. Stamattina è passato di qua per invitarmi a pranzo, ha detto: &lt;i&gt;però non aspettarti niente, ho solo patate e formaggio&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, invece quando sono arrivato c’era il bollito che andava. E il vino era di bottiglia, un rosso appena stappato. Quello delle damigiane è finito da un pezzo. La verità è che, senza bisogno di consultarci, abbiamo deciso di andar via tutt’e tre verso il primo novembre, Rambo, Remigio e io. Uno ha trovato una stanza in paese, la sta svuotando dai vecchi mobili per metterci dentro una stufa, una branda e un tavolo; uno si sposta nella casa d’inverno, anche se è l’ultimo che passerà lì; l’altro torna in città, dove guarderà le montagne dal finestrino, facendo la coda in macchina sul ponte della Ghisolfa, e la mattina saprà se in giardino ha nevicato o no. Vorrei vedere un cervo prima di andare via. Durante la settimana, al tramonto, l’ultima curva della strada è un ritrovo di cacciatori: i cervi escono a quell’ora e brucano al margine dei pascoli, dove l’erba è più ricca che in mezzo al bosco. Per sei giorni i cacciatori li tengono d’occhio con il binocolo, ne memorizzano movimenti e orari. I cervi non sanno che il settimo sarà fatale, dovrebbero starsene nascosti la domenica, santificare le feste.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lassù ormai è difficile andare, di mattina la montagna è coperta da una crosta di ghiaccio. Io approfitto di un pomeriggio di sole, parto subito dopo pranzo, so di avere cinque o sei ore prima del buio. Poi è come registrare un nastro da portarsi via. Salire fino al colle e scoprire ancora, dopo tanti mesi, un versante sconosciuto, percorrere un sentiero mai preso. Scendere dall’altra parte fino a una conca in ombra. Spiare dalla finestra dentro un alpeggio chiuso: il tavolo, le sedie, i barattoli allineati sul piano della cucina, i piatti impilati, le lattine delle conserve, come se qualcuno fosse appena partito e avesse riordinato prima di uscire. Ignorare il sentiero che scende a valle e scegliere una linea logica, bella per chi coglie la bellezza di salire tra i salti di roccia e il bosco fitto, e attraversare in alto, dove passano i camosci. Trovarne le tracce, fidarsi del loro senso d’orientamento. Superare le tane deserte, i tronchi spezzati, i larici in fiamme, attraversare una lunga pietraia facendosi strada tra i rododendri spogli. Raccogliere due pigne di cembro da mettere nella grappa. Assaggiare i mirtilli d’ottobre, le piante ormai senza foglie ma ancora cariche di bacche, ghiacciate dal gelo notturno, avvizzite, scure, dolci come uva passa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La facevo anche da bambino questa cosa, un ultimo giro per salutare i sassi e gli alberi. Scrivevo dei biglietti e li nascondevo nelle rocce spaccate, nelle fessure della corteccia. Così le mie parole sarebbero restate lì anche dopo di me: proprio come queste, gettate al vento. Poi tirava aria di neve, ed era l’ora di tornare in città. Conosco già il sogno che farò d’inverno.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-1284638873471565168?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/1284638873471565168/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/10/ultima-bevuta.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1284638873471565168'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1284638873471565168'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/10/ultima-bevuta.html' title='ULTIMA BEVUTA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3739859050419575056</id><published>2010-09-28T16:02:00.004+02:00</published><updated>2010-09-28T16:25:39.415+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>DESARPA</title><content type='html'>L’autunno arriva in piccoli segnali, non solo nella gente che da un giorno all’altro è sparita. Nella brina sul prato di casa, quando esco verso le otto con la mia tazza di caffè. Nel sole incapace di scioglierla fino a mezzogiorno. Nei selvatici che sono tornati a mostrarsi: qualche notte fa una volpe è venuta a cercare cibo, mi ha visto sul balcone, è trotterellata via senza paura. Negli spari dei fucili che rimbombano per la valle, dopo quella mattina limpida e fredda in cui si è aperta la caccia al capriolo. Mario Rigoni Stern diceva che, delle stagioni, quella che gli piaceva meno era l’estate, perché il bosco è come assente, mentre amava l’autunno perché si può di nuovo tendere l’orecchio e ascoltare. Però non parlava di questo senso di morte incombente, della montagna ogni giorno più sterile, degli odori che scompaiono. Qui non ci sono raccolti e vendemmie, qui a settembre si mette via la legna in vista di una lunga stagione buia. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;In alto ha cominciato a nevicare. In questi giorni le mandrie scendono dagli alpeggi, non per il freddo ma perché l’erba è finita. La montagna non ha più un goccio d’acqua, i prati sono gialli come distese di fieno. Nei letti dei torrenti il ghiaccio vela le rocce umide, si scioglie in macchie scure. Salendo per il sentiero oggi incrocio una lunga fila di mucche lente, cani e bambini intorno a badare che nessuna si attardi, l’allevatore in testa e sua moglie in coda, alla guida di un fuoristrada carico di cose. È la &lt;i&gt;desarpa. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Li ricordo tutti, bambini e cani e mucche, all’inizio di giugno, appena arrivati quassù e pazzi di gioia. Ora che la stagione è finita le mucche tornano in stalla, i cani alla catena, e i pastori stagionali dovranno trovarsi un lavoro nei cantieri.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Così faccio un giro intorno agli alpeggi chiusi, dove fino a ieri risuonavano i campanacci. Porte e finestre sbarrate, i letamai vuoti. Le piccole rogge e i canali, che dai torrenti portavano acqua agli abbeveratoi, ora sono chiuse. Vasche da bagno arrugginite e rovesciate restano a languire nei pascoli. Per terra lo sterco secco, i segni delle ruote dei trattori, il paletto a cui stava legato il cane. È una strana sensazione di fuga, come se fosse scoppiata una guerra o un’epidemia. Solo le ortiche sono ancora rigogliose, ma quelle crescono dove non c’è più nessuno, segnano l’abbandono.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Salendo oltre gli ultimi pascoli ripenso alla scena incredibile che ho visto alla fine di agosto, l’allattamento degli stambecchi. Era un branco di venti esemplari su una morena glaciale, con otto cuccioli non ancora svezzati. Chissà cosa provano in questi giorni, assistendo alla loro prima neve? Supero con un salto il torrente che una volta ho dovuto guadare togliendomi calze e scarpe: ora è ridotto a una serie di pozze in cui le trote sono imprigionate, non provano neanche a nascondersi al mio passaggio, potrei raccoglierle con le mani. Poco più su, scollinando a nord, trovo la conca dei laghi completamente imbiancata. La neve copre le tane delle marmotte, il tracciato dei sentieri. L’acqua è increspata dal vento e diventa scura, tetra, con tutto quel bianco intorno; ora non vedrà un raggio di sole per molto tempo. È un’incursione nell’inverno che lascia anche me di un umore cupo, e mi sento sollevato nel tornare giù a balzi, nel calpestare di nuovo l’erba.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Gli alpeggi bassi, verso i duemila metri, resisteranno ancora qualche giorno, forse un mese se il tempo sarà mite. Rambo non ci pensa alla &lt;i&gt;desarpa, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;non ha un granché a cui tornare e ha deciso di restare qui fino a quando ce la fa. Per questo davanti alla baita ha una catasta di legna alta due metri, che un po’ alla volta sta spaccando a mano. Ascia, cunei e mazza, ma il vecchio larice a quanto pare era cresciuto ritorto, e non vuole saperne di aprirsi in due. Intorno c’è un silenzio insolito. Lupo, anziché fare la guardia al pascolo, è lì che osserva il suo padrone lavorare. Rambo scrolla le spalle quando gliene chiedo il motivo. Tra una mazzata e l’altra mi racconta che stamattina ha aperto la stalla come sempre, ma le mucche hanno messo fuori il muso, hanno annusato l’aria, hanno visto la neve e sono tornate dentro. Cazzi loro, mi dice. Le lascio un giorno a digiuno e poi domani vediamo se non corrono come vitelli. Siccome ormai è mezzogiorno, le mucche sono in castigo e il ceppo di larice non si spacca nemmeno con tre cunei in corpo, Rambo butta la mazza per terra e mi chiede se mi va di andare giù in paese a mangiare. Perché no, dico io. Andiamo in macchina? Lui si gratta la testa, guarda il rottame della Punto lì di fianco e mi confessa che ha finito la benzina. Questi sono i suoi classici casini quotidiani. Prendiamo il trattore, mi fa: ci mettiamo un po’ di più ma ti immagini l’ingresso in scena? &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3739859050419575056?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3739859050419575056/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/09/desarpa.html#comment-form' title='17 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3739859050419575056'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3739859050419575056'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/09/desarpa.html' title='DESARPA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>17</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-6972311455098915716</id><published>2010-09-12T15:12:00.003+02:00</published><updated>2010-09-12T15:28:02.360+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>MASCHI (due)</title><content type='html'>Da queste parti esiste un animale mitico, il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;dahu&lt;/span&gt;. È uno strano stambecco adattato dalla selezione naturale a vivere sui dirupi. Per abitare quei luoghi scoscesi, il dahu ha zampe asimmetriche: a volte sono più corte quelle di destra (in questo caso si chiama &lt;span style="font-style: italic;"&gt;levogiro&lt;/span&gt;), a volte quelle di sinistra (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;destrogiro&lt;/span&gt;). Ma un corpo specializzato è anche una condanna. A causa delle sue zampe, il dahu non può voltarsi mai: per non cadere è costretto a dare lo stesso fianco alla montagna, e a girarle intorno nello stesso verso, per tutta la vita. Questo inconveniente genera situazioni che noi conosciamo bene. Due levogiri, per esempio, camminano in fila indiana o fianco a fianco, ma non si fronteggiano mai. Un levogiro e un destrogiro, se si incontrano e sono entrambi maschi, possono solo prendersi a cornate. Se sono un maschio e una femmina possono corteggiarsi, ma in nessun caso accoppiarsi: si guardano negli occhi, si annusano, magari si innamorano, e poi devono passare oltre. Per finire, se un dahu supera un ciuffo d’erba o un rivolo d’acqua, l’erba o l’acqua fanno già parte del passato: per ritrovarle bisognerebbe fare il giro della montagna. Qui non si torna indietro, e se incontri una donna è un gran casino. È quello che succede a vivere in pendenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra gli umani, si fa grande attenzione alla forza di gravità. Ogni cosa ha un peso e ogni cosa - che sia foglia, pietra o goccia d’acqua - tende a rotolare a valle. Prima di costruire una casa bisogna vedere se a monte c’è una sorgente, e da che parte cadono le valanghe. Se c’è da fare un lavoro in cui si trasportano carichi, lo si organizza in modo da avere il punto di partenza in alto, e la destinazione in basso. Nella preparazione dello zaino, come nella scrittura, togliere è più importante che aggiungere, e la &lt;span style="font-style: italic;"&gt;leggerezza&lt;/span&gt; di Calvino è una qualità molto apprezzata per salire in cima a una montagna. Insieme al paesaggio cambiano le parole. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Avanti&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;indietro&lt;/span&gt; sono roba da pianura, qui si dice &lt;span style="font-style: italic;"&gt;su&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;giù&lt;/span&gt;. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Sud &lt;/span&gt;e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;nord&lt;/span&gt; diventano &lt;span style="font-style: italic;"&gt;dritto&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;rovescio&lt;/span&gt; (e in barba ai mappamondi il sud è il dritto, perché prende più sole). In città se una cosa ti cade la raccogli, che c’è di strano? Qui da noi, rischia di essere persa per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rambo lassù ne sa qualcosa. L’invenzione della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;rotoballa&lt;/span&gt;, quell’enorme cilindro di fieno che ha sostituito le vecchie balle quadrate, sarà stata un gran vantaggio in mezzo ai campi di frumento e alle risaie, ma a lui è bastato appoggiare la prima per vederla partire, giù per i pascoli, attraverso la strada, nel bosco e infine per aria, dove il pendio precipita sul torrente, qualche quintale di fieno che è andato a nutrire i cervi cinquecento metri più in basso. Rambo di solito se ne frega. Lui spacca tutto, tira un paio di bestemmie &lt;span style="font-style: italic;"&gt;et voilà&lt;/span&gt;. Compra solo auto usate molto vecchie e le distrugge correndo su e giù per le sterrate, dal bar del paese all’alpeggio: quando le sospensioni sono andate, il parabrezza incrinato, la marmitta ridotta a uno strascico sferragliante lui le parcheggia dietro la stalla e lì le abbandona. In quel piccolo cimitero, che la forestale più volte gli ha intimato di sgomberare, ci sono già due carcasse che arrugginiscono sotto temporali estivi e nevi invernali: una Ritmo e una Volvo (la sua preferita per il ruggito del motore, tanto che le aveva dipinto dei denti di squalo sul cofano: "Quando accendevo la Volvo", mi ha detto una sera, "tutto il paese sapeva che Rambo portava giù il latte"). A fine stagione le raggiungerà la Punto che ormai sta tirando le cuoia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto a me, verso ferragosto mi sono svegliato dopo una notte di pioggia, e ho scoperto che aveva nevicato appena cento metri più in alto. Il telone di plastica sotto cui dorme Rambo era coperto da due o tre centimetri di neve ghiacciata, e io ho pensato al mio amico che si scaldava con la sua tazza di caffè, burro d’alpeggio, zucchero e vino, un intruglio infernale che un paio di volte, per questioni di ospitalità e d’orgoglio, ho dovuto assaggiare anch’io. Più tardi è uscito il sole, e all’ora di cena soltanto le cime più alte erano ancora imbiancate. Io avevo passato in casa tutto il giorno, a leggere, scrivere, finire un testo che forse prima o poi mi avrebbero pagato, così ho deciso di concedermi una serata di lusso: scendere in paese, bere un paio di birre scure, leggere un giornale per vedere che cosa succedeva nel mondo. Ma quando ho raggiunto la strada ho avuto una brutta sorpresa. La macchina non partiva più. Girando la chiave d’accensione si illuminavano le spie, ma il motore non dava nessun segnale: in effetti non la muovevo da una settimana, e ultimamente aveva piovuto tutti i giorni. La macchina era parcheggiata in curva con il muso verso il prato, faceva buio e in giro non c’era nessuno, così ho deciso di arrangiarmi da solo. Ho messo il cambio in folle e cominciato a spingerla in retro - ventre a terra, sangue che pompa nei muscoli delle cosce, entrambe le mani sul parafango anteriore - ma mi è stato chiaro in fretta di aver sopravvalutato le mie forze. Anziché obbedirmi e arretrare lungo la strada, la macchina ha cominciato a scendere verso di me. Le scarpe scivolavano sull’erba bagnata e io ho fatto appena in tempo a correre a tirare il freno a mano, per poi contemplare impotente il triste spettacolo. Ora la macchina si trovava in mezzo al pascolo, affondata nel fango di una settimana di piogge. Poco più giù c’era il bosco e poi il dirupo, quello da cui è volata la rotoballa di Rambo. Così mi sono rassegnato a bloccare le ruote con due grosse pietre, tornare su per il sentiero e andare a bussare a una casa amica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sempre a proposito di maschi, qui c’è qualcosa che bisogna sapere. Nel mio modello virile di riferimento - diciamo boscaiolo canadese - davanti a un’auto in panne un uomo apre il cofano e ci mette le mani dentro. Allo stesso modo ripara i rubinetti che perdono, e se non si sente bene aspetta che passi, o al limite butta giù una grappa e si mette a letto. La differenza tra questo boscaiolo ideale e il me reale è che lui ci riesce, mentre io produco sempre mensole un po’ storte, rubinetti che dopo un giorno ricominciano a gocciolare, febbri croniche lunghe tutto l’inverno. So usare il trapano, la smerigliatrice e il seghetto alternativo, e se c’è un luogo che mi rilassa anche più della libreria è il negozio di ferramenta, ma faccio tutto con un’ansia di fondo, mostrando sicurezza da fuori e tormentandomi da dentro sulla tenuta di un tassello a espansione, o l’esatta sequenza dei gesti necessari a smontare una presa di corrente. Ho un’ammirazione sconfinata per i veri &lt;span style="font-style: italic;"&gt;tuttofare&lt;/span&gt;, e questa categoria, nella lista degli uomini che vorrei diventare, viene forse al terzo posto (al primo c’è &lt;span style="font-style: italic;"&gt;un bravo scrittore&lt;/span&gt;, al secondo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;una brava persona&lt;/span&gt;, anche se temo che queste due si escludano a vicenda). Per il momento almeno ne conosco uno. “Oh bè”, mi ha detto Remigio, sulla porta di casa sua, mentre da dentro uscivano il tepore della stufa e la musica dei Pink Floyd. “Se è solo per partire la facciamo partire”. Siamo tornati insieme giù al parcheggio. Lui ha preso il suo fuoristrada, ha agganciato la macchina con il cavo di traino e l’ha tirata fuori dal pascolo. Poi l’ha portata in cima alla salita, in modo da avere a disposizione una bella rincorsa. Da lì è stato un gioco da ragazzi: giù in folle per qualche decina di metri, dentro la seconda e via. Prima di salutarmi mi ha dato un consiglio che non dimenticherò molto in fretta: “Quando parcheggi lasciala sempre in discesa. Così, male che vada, sei sicuro che in qualche modo riparti”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E io ho passato la serata al bar, birre scure, vani giornali d’agosto, la cameriera russa di cui tutti parlavano tre mesi fa, i cenni fiacchi di saluto dei bevitori abituali, a pensare alle volte in cui ho parcheggiato in salita. E a quanto ho dovuto spingere per ripartire.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-6972311455098915716?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/6972311455098915716/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/09/maschi-due.html#comment-form' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/6972311455098915716'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/6972311455098915716'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/09/maschi-due.html' title='MASCHI (due)'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-2471847743784260607</id><published>2010-08-25T15:43:00.008+02:00</published><updated>2010-09-12T15:12:52.524+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>MASCHI (uno)</title><content type='html'>Tanto per dimostrare a me stesso che non è vero, non è vero che sono incapace di avere rapporti affettivi con altri esseri umani, oggi parlerò dei due amici che mi sono fatto qui, Rambo e Remigio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima però devo dire un’altra cosa. Quand’ero piccolo e imparavo ad andare in montagna, avevo una guida alpina. Una guida, per un bambino, è qualcosa di più di un maestro di scuola. Ti insegna a guardare e a muoverti, a sopportare la fatica, a mantenere la calma nelle situazioni difficili. Quando cominci ad arrampicare su roccia, e soffri di vertigini, ti tremano le gambe, hai paura di morire, la guida è la persona che sta dall’altra parte della corda, e ti tiene quando cadi. Sei letteralmente nelle sue mani. Io poi, anche se fa un po’ ridere, soffro da sempre di mal di montagna, e appena mi avvicino ai 4000 metri comincio a vomitare. Dunque ecco chi era la mia guida: l’uomo adulto con cui mi trovavo, a dieci o dodici anni, in mezzo ai ghiacciai, a volte sotto la neve e il vento, piangendo e vomitando. Era la persona che mi parlava con dolcezza e mi convinceva ad andare avanti. Ho anche provato a scrivere un racconto su di lui, in cui l’ho chiamato Tito. Ma come succedeva in quella storia, c’era un problema insormontabile nel nostro rapporto: io non ero suo figlio, lui non era mio padre. Quando alla fine di una scalata ce ne andavamo ognuno per conto suo, io per qualche giorno provavo a parlare come lui (poco), camminare come lui (con leggerezza, come senza peso), avere il suo stesso atteggiamento di fronte al pericolo, tipo un temporale in parete (fischiettare). Lui invece, appena io non c’ero più, ripartiva con qualcun altro. Dunque a pensarci bene avevo un problema molto simile a quello degli ubriachi che si innamorano delle bariste. Di qua c’è amore e di là mestiere, al massimo un po’ di cortesia. Ho fatto anch’io le mie scenate al banco, alle due di notte, con il cuore spezzato e il bicchiere vuoto; invece, non sono più andato in montagna con una guida alpina.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso c’è Rambo, che pascola le mucche nei prati sopra casa mia. Ha un’età tra i quaranta e i cinquanta, è difficile capirlo per via delle mani enormi, il fisico da peso massimo, i maglioni laceri, la barba rossa e la pelle bruciata. Il suo vero nome è Gabriele, ma pare che da giovane si cacciasse sempre nei guai: gli mancano i due incisivi superiori, e zoppica sulla gamba sinistra per essere finito sotto un trattore. Nonostante i denti sorride spesso. Da giugno a settembre vive in una piccola stanza rivestita di legno, tre metri per tre, una brandina, una stufa, un tavolo. Alle pareti campanacci di mucche e i collari di cuoio lavorato, un telo di plastica sopra la testa perché il tetto è crollato qualche inverno fa. Intorno un villaggio fantasma, sei o sette baite abbandonate e cadenti, le ortiche che infestano i vecchi letamai. A giugno quassù c’eravamo soltanto io e lui: io ogni mattina passavo accanto al suo pascolo e gli facevo un cenno con la mano; dopo una settimana, Rambo ha deciso di ricambiare il saluto. Ma la nostra amicizia è cominciata tutta in una volta. Una sera ero in casa a fare le tagliatelle, ho sentito un suono di campanacci, mi sono affacciato e ho fatto appena in tempo a vedere due vitelli che scappavano in giù, verso la strada. Le bestemmie di Rambo risuonavano per la valle. Per colpa della gamba zoppa non era riuscito a inseguirli, e io ho pensato: &lt;i&gt;ora!&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; Mi sono slacciato il grembiule, ho preso il mio bastone, ho spento il fornello sotto l’acqua della pasta e sono partito, tutto infarinato com’ero. Il ritorno coi fuggiaschi è stato il mio momento di gloria.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altro mio grande amico è Remigio, che ha costruito questa casa. Anche suo padre costruiva case. Ma a quanto pare era un uomo scontroso, avvelenato da una buona dose di rancore, e non ha mai nascosto a suo figlio che lo considerava un buono a nulla. Così, quando il padre è morto, Remigio ha preso la vecchia baita di famiglia, l’ha smontata un pezzo alla volta e l’ha rimontata come nuova. Siccome era una questione privata tra loro due, ha dovuto fare tutto da solo. Ha abbassato il pavimento della stalla di un metro e mezzo, scavando a mano con pala e piccone, per trasformarla nella camera da letto dove adesso dormo. Per il tetto ha tirato su a braccia cinque tronchi di larice lunghi sei metri. Infine ha smontato il tavolato interno, incrostato di letame e nero della fuliggine di due o tre secoli, ha pulito le assi una per una e le ha portate da un falegname, e adesso sono l’armadio, il cassettone, le panche, il tavolo dove scrivo. Il lavoro gli ha portato via due lunghe estati, e non so se sia stato sufficiente a chiudere i conti in sospeso, ma ha prodotto una casa di cui mi sono innamorato. Perché anche se non conosci la sua storia senti che in ogni pezzo c’è un pensiero, e il bisogno di fare ogni cosa nel modo più giusto possibile. Così adesso lo vedi, vecchio, se sono un buono a nulla.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque ormai dovrebbe essersi capito: questa è una storia di maschi. Di maestri invecchiati male e padri che tornano dall’aldilà. Quello di Rambo era un pastore come lui. La sera dei vitelli ho scoperto che una delle baite abbandonate gli fa da cantina, e molto più tardi, quella notte, sono tornato verso casa barcollando al buio. Anche a lui il villaggio mette malinconia: si ricorda di quando ci veniva con il padre e i fratelli, e in tre famiglie passavano qui la stagione dell’alpeggio, da metà giugno a fine settembre. Da San Bernardo a San Michele, si diceva una volta. Ora è rimasto solo lui. Tra le foto appese al muro ce n’è una con moglie e figli, ma ho paura che sia un tasto dolente e forse è meglio chiedere della mucca pezzata, che Rambo abbraccia per il collo lì di fianco: quella è Morgana, la sua preferita, andata al macello ormai molti anni fa. E poi c’è Lupo che è il suo compagno inseparabile. L’uomo e il cane trascorrono l’anno in diverse case, salendo di quota con l’avanzare della stagione: in aprile a 1000 metri, in giugno a 1800, in agosto a 2400. D’inverno Rambo lavora in una stalla in pianura oppure agli impianti. È l’uomo alla stazione d’arrivo della seggiovia. E ci sono intere settimane di nuvole basse in cui non passa uno sciatore per giorni, e lui sta lassù nel gabbiotto a guardare la seggiovia che gira e gira, a vuoto fino a quando fa buio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche Remigio d’inverno lavora da quelle parti, come gattista. Da quello che ho capito, si tratta di una specie di battaglione di arditi. Perché il gatto delle nevi non serve solo a spianare le piste: è anche l’unico mezzo in grado di andare su e giù d’inverno con qualsiasi situazione atmosferica, perciò viene usato per i soccorsi. Ma Remigio non è il tipo d’uomo che entra in un bar di montagna alle dieci di sera, dopo avere effettuato un recupero sotto la tormenta, e offre da bere a tutti. Anzi è riflessivo, introverso. Io e lui abbiamo cominciato a fare amicizia quando ha scoperto che scrivevo, gli ho dato qualcosa da leggere e poi ne abbiamo parlato a lungo, falciando i prati qui intorno, caricando balle di fieno sul trattore che mi ha lasciato guidare e impilandole nel fienile di sua madre. Poi in casa sua ho visto una macchina da scrivere e mi è sembrato di capirci qualcosa di più. Nel rullo c’era un foglio, e sul foglio una frase vecchia di qualche anno: &lt;i&gt;chissà se riuscirò mai a scrivere come prima. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Mi si è stampata a fuoco nella memoria. Quando gliene ho chiesto il senso, mi ha spiegato che risale alla morte di suo padre. Lì accanto ci sono due lunghi scaffali di libri sotto le teste di stambecchi e camosci, le piume di aquila reale, l’ermellino e la volpe a cui quell’uomo, bracconiere a tempo perso, sparava per placare la rabbia. Qui dovrei dire che anche Remigio aveva una moglie, però adesso vive solo. Questa, come dicevo, è una storia di maschi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli spiriti abitano la mia casa. Di sera esco spesso sul prato, perché col buio il bosco cambia odore, e sto lì per un po’ a respirare a pieni polmoni. Raggiungo un dosso da cui si apre la vista sulla valle. Se guardo in su vedo il filo di fumo che dalla stufa di Rambo esce attraverso il telone; in giù la finestra di Remigio è illuminata. Uno ascolta la radio aspettando di prendere sonno, l’altro sta leggendo un libro. E io mi sento finalmente al mio posto: come potrei vivere altrove?&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-2471847743784260607?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/2471847743784260607/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/08/maschi.html#comment-form' title='12 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2471847743784260607'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2471847743784260607'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/08/maschi.html' title='MASCHI (uno)'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>12</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-1805719846166003030</id><published>2010-07-21T12:08:00.004+02:00</published><updated>2010-07-21T12:21:14.529+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>CAPRE</title><content type='html'>In questi giorni esco presto la mattina. Non è che odio gli esseri umani (anche se a volte temo di sì, e che il sentimento sia ricambiato), è che non mi piacciono quando sono in tanti. In montagna d’estate i sentieri sono pieni di gente, e degli animali selvatici non c’è più nessuna traccia. Così stamattina mi sono alzato alle sei, ho bevuto il caffè e sono uscito. Niente zaino né borraccia né scarponi, solo il mio vecchio bastone e scarpe leggere come il vento. Dopo più di due mesi quassù mi sentivo in gran forma: ho superato il bosco e i primi pascoli, i villaggi abbandonati dei pastori, il pianoro tormentato di massi sotto cui le marmotte si rintanavano al mio passaggio. Mi sono fermato al torrente per bere, poi ho superato in velocità anche il rifugio: alle sette avevo davanti solo prati e pietraie, i laghetti del disgelo e le ultime nevi. Quello è il regno dei camosci ma il problema, con loro, è che di solito ti annusano da lontano, e scompaiono in un istante. Ma stamattina svalicando ho avuto un colpo di fortuna: sarò stato controvento, oppure ormai sono un selvatico anch’io, comunque giù nel vallone ne ho visti due su un piccolo nevaio. Tutt’intorno la pietraia era scaldata dal primo sole, la neve si era ridotta a una minuscola chiazza luccicante, e credo che i camosci fossero lì per rinfrescarsi. Si rotolavano sulla pancia, la schiena e i fianchi, godendosi quell’ultimo ricordo d’inverno. Sembrava che celebrassero un rito antico e giocoso. Mai visto niente del genere in tanti anni.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ho continuato a salire, ormai chi mi fermava più? Adesso ero in cresta tra le due valli della mia vita e camminavo su lastre di pietra rotte dal ghiaccio, e su quel muschio morbidissimo che si forma a tremila metri. Da un lato dello spartiacque, quello dell’età adulta, il cielo era limpido, di un azzurro così pieno che sembrava avere massa e volume. Dal lato dell’infanzia salivano sbuffi di nuvole che si arricciavano dissolvendosi ai miei piedi. Di là ho passato vent’anni, di qua gli ultimi tre: sono contento che siano posti diversi ma vicini (mai tornare dove sei stato felice, diceva il poeta, però dà un certo conforto sapere che i tuoi ricordi sono lontani solo un paio d’ore a piedi). Poi ho visto alcune sagome scure, forme inconfondibili sulla roccia frastagliata. Mi era successa la stessa cosa proprio un anno fa, e oggi questo era il mio piano segreto: speravo che i loro movimenti obbedissero a qualche calendario, e che li avrei ritrovati all’appuntamento. Quando sono arrivato in cima ero in mezzo a un piccolo branco di sei stambecchi. Gli stambecchi non sono prudenti come i camosci, né ingenui come i caprioli: hanno un’aria maestosa e indifferente, come se per loro l’uomo fosse una minaccia da poco. Stanno lassù, sulle creste e le vette sopra i tremila, perché hanno caldo e perché amano controllare il mondo dall’alto. Lì non c’è niente, solo muschio e qualche filo d’erba, vento a tutte le ore e luce abbagliante. Il branco era composto da un maschio adulto, bello come un dio delle capre, il pelo lucido e le corna da re; due femmine più giovani e i loro cuccioli nati da pochi mesi; e un caprone così vecchio e stanco da diventare subito il mio preferito. Aveva il manto spelacchiato e il collo completamente bianco, e due corna di cui non riusciva più a reggere il peso. Arrancava con la testa china in fondo al gruppo. Appena sono stato avvistato il capo stambecco si è messo tra me e gli altri, fissandomi dritto negli occhi. Faceva un verso di battaglia, come una F prolungata e soffiata a pieni polmoni. Aveva corna lunghe un metro e almeno mezzo quintale di muscoli a sostenerle, e gli sarebbe bastato poco per cacciarmi da casa sua, se non dal mondo. Ma io cercavo di fargli capire che ero venuto in pace. Femmine e cuccioli sono saltati su un sasso mettendosi al sicuro dietro di lui, mentre il vecchio per raggiungerli ha dovuto compiere un lungo giro.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Io mi sono seduto per terra e non ho più fatto una mossa, finché il capo stambecco ha deciso che ero un nemico noioso, ha sbuffato un’ultima volta e si è messo a rosicchiare il muschio tra le rocce. I due cuccioli hanno cominciato a prendersi a cornate, mentre le madri li tenevano d’occhio. Ora il vecchio era l’unico che badava a me: mi si è seduto di fronte, a quattro o cinque metri di distanza, e mi ha fissato masticando, e grattandosi ogni tanto la schiena con le corna. Chissà quanti anni aveva. Chissà se questa è la sua ultima estate o riuscirà a superare gli acciacchi ancora per un altro inverno. Erano le otto di mattina e il mondo tremila metri più in basso sembrava un pianeta alieno: e io ho pensato al mio amico Jose, morto quassù mentre andava a caccia di questi animali, caduto perché nessuno è agile quanto loro. Jose, eri una brava persona e un magnifico alpinista, ma come facevi a sparare agli dei e pensare di farla franca? Ho guardato giù in fondo la casa in cui sono stato bambino, che adesso è stata ristrutturata e dipinta di giallo. Quella dei miei ricordi è perduta per sempre, per fortuna. Prima di andarmene ho promesso al vecchio che, se il prossimo quindici luglio non avrà ancora reso l’anima al diavolo, io sarò qui all’appuntamento, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;lo giuro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TEbH3ePOnLI/AAAAAAAAADI/uE2skAOxjwc/s1600/stambecchi.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 139px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TEbH3ePOnLI/AAAAAAAAADI/uE2skAOxjwc/s400/stambecchi.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5496300151075937458" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-1805719846166003030?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/1805719846166003030/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/07/capre.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1805719846166003030'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1805719846166003030'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/07/capre.html' title='CAPRE'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TEbH3ePOnLI/AAAAAAAAADI/uE2skAOxjwc/s72-c/stambecchi.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-7413266118333640340</id><published>2010-06-14T11:55:00.003+02:00</published><updated>2010-06-14T12:04:25.979+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>CANI</title><content type='html'>Da una settimana sono arrivati i pastori, e la mia solitudine è cambiata. Ora ho qualcosa da osservare mentre scrivo. Il prato davanti a casa assomiglia a una piccola valle, tagliata da un torrente senza nome: il mio versante è giallo di fiori di tarassaco, con l’erba che cresce rigogliosa ormai da un mese. Su quello opposto, se mi sveglio presto la mattina, posso spiare il pastore padre che sposta i confini del pascolo, avanzando i paletti di due o tre metri al giorno in modo da razionare il prato. Intanto il pastore figlio apre il portone della stalla, da dove sette giovani vitelli e una ventina di mucche adulte si precipitano giù, verso la nuova striscia di erba alta. Sono ore di campanacci e sguardi di bovini, in cui cerco di scrivere e non pensare alla mucca di David Foster Wallace in &lt;i&gt;Piccoli animali senza espressione. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Verso sera, mentre mi preparo la cena, dalla stalla si alzano imperiosi muggiti: dopo un po’ tre o quattro bidoni d’acciaio compaiono davanti al portone, e il fuoristrada della latteria comunale viene a ritirarli. Allora davvero la giornata è finita.&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ma il cambiamento più grande, nella mia vita quotidiana, è stato provocato dai cani. Siccome metto via per loro le croste di formaggio, vengono a trovarmi diverse volte al giorno (a dire la verità, anche se non è da montanaro, ogni tanto sostituisco alle croste qualche biscotto, di quelli che ho in casa per gli ospiti che fanno colazione, e che tra me chiamo i&lt;i&gt; biscotti degli amici&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;). Hanno un campanello appeso al collo e così li sento arrivare da lontano. Per qualche accordo sindacale uno dei tre rimane sempre al pascolo, mentre gli altri due sono liberi di gironzolare finché arriva il momento di riportare le bestie nella stalla. Allora, richiamati dal pastore figlio, agiscono come un sol uomo: accerchiano la mandria abbaiando, mordono ai fianchi le mucche più pigre e inseguono quelle indisciplinate, le spingono in gruppo verso l’alpeggio. È uno spettacolo vederli all’opera.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Si chiamano Black, Billy e Lampo. Black è il più vecchio, un gran bastardo nero con sei dita nelle zampe posteriori e l’orecchio destro sbranato in chissà quale rissa. Per questo ho deciso di non chiamarlo Black, ma Mozzo. Si vede che ormai è a fine carriera: alle mucche preferisce l’ombra degli abeti, o gli odori dei selvatici che pigramente segue nel sottobosco. Mozzo non ama le carezze ma ama molto la ciotola di plastica che lascio fuori dalla porta ogni sera. Billy è un cane lupo e un lavoratore infaticabile, per questo io e lui ci conosciamo meno. Se la mandria è tranquilla, riposa accanto ai piedi del pastore figlio. Quando viene da me sembra sentirsi un po’ in colpa: prende la crosta di formaggio e scappa via, però ho notato che gli piacciono le ragazze. Lampo è il più giovane, un border collie con una passione per i rametti di larice lanciati a grande distanza. Ama farsi grattare dietro le orecchie e mi lascia un buon odore di stalla sulle mani. Sta imparando il mestiere da Billy, ma si vede che è alle prime armi e ogni tanto fa casino: ieri mattina, sotto il diluvio, i sette vitelli si sono ammutinati e tutti insieme hanno superato il confine del pascolo, lanciandosi nell’erba alta come su una tavola imbandita. Allora il pastore figlio ha emesso un gran fischio. Billy è partito subito, Lampo l’ha visto da casa mia e gli è andato dietro, Mozzo è rimasto a osservare la scena da sotto il tavolo che ho in giardino, all’erta ma defilato, come al suo solito. Billy e Lampo hanno riportato i fuggitivi in gruppo ma poi Lampo se l’è presa troppo con il vitello capo, ha continuato a morderlo e abbaiargli addosso e così quello è scappato di nuovo, e gli altri sei dietro. Billy è andato a riprenderli, e la scena si è ripetuta uguale. Lampo li ha spaventati e loro sono scappati di nuovo. Billy a quel punto era fradicio di pioggia: ha guardato i vitelli, ha guardato Lampo, ha guardato il pastore figlio che bestemmiava agitando il suo ombrello, poi ha girato i tacchi e se n’è andato verso il bosco. Il pastore figlio gridava: Billy! Ma Billy ormai era entrato in sciopero. È sparito tra i larici e non si è visto più. Lampo scodinzolava vicino al padrone, per lui sarà stato un gioco. I vitelli banchettavano nell’erba che avrebbe dovuto essere il loro pasto di domani. Veniva giù un’acqua da spazzarci via tutti, lavarci via dalle montagne come foglie secche, e Mozzo ha finito il suo terzo biscotto, si è stiracchiato la schiena e ha brontolato sotto il tavolo come un vecchio stanco, rassegnandosi all’idea che adesso toccava a lui.&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-7413266118333640340?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/7413266118333640340/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/06/cani.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7413266118333640340'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7413266118333640340'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/06/cani.html' title='CANI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-2123959564597884395</id><published>2010-06-08T15:50:00.002+02:00</published><updated>2010-06-08T15:52:35.067+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>QUATTRO ALBERI</title><content type='html'>Quassù ci sono solo quattro tipi di alberi, non tutti quelli che aveva Mario Rigoni Stern nel suo giardino. Siamo mille metri più in alto e poche piante sopportano sei mesi di gelo. Perciò, il mio &lt;i&gt;arboreto salvatico &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;occupa appena un fazzoletto di terra. Eccolo qui.&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Provo rispetto per l’abete rosso, come per l’abitante di un paese buio. Cresce nei versanti umidi, a nord, e nelle valli in ombra. È un rispetto formale il mio, per un albero che non capirò mai fino in fondo. Mi turba la sua indifferenza alle stagioni, perché una pianta sempreverde è come un volto che non cambia espressione. Diffido della chioma dalla forma perfetta, che rende difficile distinguere un esemplare dall’altro. Ma una volta, in luglio, mi sono arrampicato su un sasso e ho visto qualcosa che non dimenticherò più: la punta di un abete, solo gli ultimi rametti esposti al sole, coperta di fiori azzurri, spettacolo privato degli uccelli del cielo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ammiro il pino uncinato come uno schiavo ribelle, che ha lottato per alzarsi in piedi. Il mugo, suo fratello maggiore, ha il titolo di specie pioniera: è il primo arbusto a colonizzare le pietraie, i canaloni spazzati dalle valanghe. Affonda le radici tra i sassi e con i suoi artigli di rampicante tesse una rete che li tiene insieme. A volte scavando trova del buon terreno, e condizioni accettabili di neve e vento, e allora dalla forma prostrata passa a quella arborea, e diventa il pino uncinato. Per qualche motivo mi ricorda il sud e il mare: forse perché il sole picchia sulle pietraie, e la resina di altri pini profuma la macchia mediterranea. Il bastone con cui cammino viene da lui. Ha un legno bianco che non ingiallisce con il tempo, elastico e leggero nelle corse sui sentieri.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Amo il larice come un fratello. Il larice è l’odore di casa e il fuoco del mio camino. Davanti alla finestra ho un bosco coltivato, nel senso che fino agli anni Cinquanta era un pascolo, strappato da antichi pastori alla montagna, o bruciato dagli eserciti, chissà. Poi, nel dopoguerra, diverse zone delle Alpi furono rimboschite. Il bosco di questo tipo si riconosce perché è poco vario, e perché i larici hanno tutti la stessa età, altezza e dimensioni del tronco. Nei giorni di vento ondeggiano come spighe. D’inverno la neve provoca schiocchi improvvisi di rami che cedono, ed è la legna che raccoglierò in primavera. Il larice trascorre lunghi mesi come morto, prima di mettere le gemme in aprile, e poi cambia colore con l’avanzare dell’estate: dal verde pieno di giugno a quello stinto d’agosto, fino al giallo e al rosso di ottobre. Ama il sole e il vento, i versanti sud delle montagne, i terreni secchi. A duemila metri è l’ultimo bosco prima dei pascoli. Un bosco rado, dove la luce del sole filtra liberamente, e cresce l’erba.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Venero il pino cembro come un dio. Da queste parti è un albero solitario dai rami duri, nodosi, contorti. Ha semi che gli uccelli nascondono nelle loro dispense segrete, le crepe dei massi ad alta quota. Poi basta un po’ di terra, una vena d’acqua piovana: gli arbusti di pino cembro crescono lassù, sul ciglio dei dirupi, tra gli spuntoni di roccia, in luoghi impossibili. Siccome odiano l’ombra, vivono soli. Assumono forme tormentate per le acrobazie che devono fare crescendo, per la neve che li torce e li flette, per il fulmine che li spezza. Il pino cembro è un monumento alla lotta per la vita, nessun esemplare è simile a un altro: e io ormai riconosco tutti quelli che incontro lungo il sentiero, ogni volta mi fermo a osservarli, a ciascuno vorrei dare un nome.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TA5K5nX3OsI/AAAAAAAAADA/Ka7VmkB84F0/s1600/un+larice.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 224px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TA5K5nX3OsI/AAAAAAAAADA/Ka7VmkB84F0/s400/un+larice.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5480400150238542530" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-2123959564597884395?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/2123959564597884395/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/06/quattro-alberi.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2123959564597884395'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2123959564597884395'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/06/quattro-alberi.html' title='QUATTRO ALBERI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/TA5K5nX3OsI/AAAAAAAAADA/Ka7VmkB84F0/s72-c/un+larice.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-6103259259335036487</id><published>2010-06-03T14:49:00.005+02:00</published><updated>2010-06-03T15:10:55.286+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>SEYMOUR GLASS</title><content type='html'>Ricordate Fabio Stassi e &lt;a href="http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/holden-lolita-zivago-e-gli-altri.html"&gt;il suo libro&lt;/a&gt;, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Holden, Lolita, Zivago e gli altri&lt;/span&gt;? Quel giorno, alla stazione Termini, ebbi l'onore di consegnargli le prime copie fresche di stampa. Ne approfittai per una vibrante protesta: nella sua enciclopedia dei personaggi letterari ne mancava uno che io amo molto, il protagonista assente di tutta la narrativa di J.D. Salinger dopo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il giovane Holden. &lt;/span&gt;Assente perché compare in carne e ossa solo in un racconto breve, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Un giorno perfetto per i pescibanana. &lt;/span&gt;Protagonista perché le vicende della sua famiglia continuano a gravitare intorno a lui, anche molto tempo dopo il suo suicidio. Esiste un altro personaggio del genere nella storia della letteratura? Io non credo, e Fabio fu d'accordo con me. Prima di saltare sul treno, mi promise che avrebbe scritto la biografia di Seymour Glass. Eccola qui, in anteprima assoluta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Seymour Glass&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi ricordo ancora della bicicletta nichelata di Joe Jackson, l’acrobata, e della volta in cui mi fece fare il giro del palcoscenico sul suo manubrio. Avevo cinque anni e non sono più sceso da lì, vi dico. Se volete, posso elencarvi simultaneamente tutti i numeri d’Arte Varia della mia vita. Volteggiavo in spericolato equilibrio su quel manubrio il giorno in cui non andai al mio matrimonio perché ero troppo felice e dovevo calmarmi i nervi; mi ci misi in piedi tutti i mercoledì sera compresi tra il 1927 e il 1934 nei quali divenni una celebrità nazionale con il nome di Billy Black al quiz radiofonico “Ecco un Bambino Eccezionale”; vi restai in posizione yoga e leggendo racconti taoisti come il più giovane ordinario di inglese del mio college e su una gamba sola nelle stanze di un ospedale psichiatrico militare, con i gradi di caporale degli Air Corps, alla fine della guerra. Da lì sopra potevo riconoscere l’odore di minestra che prendeva New York, la sera, in certi quarti d’ora, o giocare magistralmente a biglie, o scrivere haiku in giapponese di 6 versi e 34 sillabe. Non sono mai stato un esibizionista, ma la mia smodata sensibilità ha sempre avuto un Motivo Sufficiente su cui concentrarsi.&lt;br /&gt;Del resto, sono il primogenito di un circo di sette figli: il mio bisnonno era un clown ebreo polacco che si tuffava da altezze vertiginose dentro tinozze minuscole e i miei genitori portavano in giro un famoso spettacolo di tip tap. So che per i miei fratelli fui una specie di unicorno, un saggio dai pigiami gialli, con il naso ricurvo, una immateriale ragnatela sugli occhi e un tono di voce incredibile. Nessuno mi vide mai sbadigliare. Se un argomento mi interessava, come i pericoli della pesca, potevo diventare irrimediabilmente verboso per settimane. Ma le mie mani erano larghe e leali, appena sporche di nicotina. Mi davano fastidio solo i portacenere troppo pieni e la gente che ti guarda i piedi negli ascensori, e una volta sola tirai un sasso senza motivo a una ragazza mentre accarezzava un gatto nel mezzo di una strada. La parola che amavo di più nella Bibbia era &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Guardate&lt;/span&gt;; lo dissi pure alla radio, ma nessuno ci prestò attenzione.&lt;br /&gt;Ero su quella bicicletta anche nel luminescente 1948 della Florida quando, sul letto di un albergo che sapeva di acetone e valigie nuove, mi sparai alla tempia destra con una Ortgies automatica calibro 7,65. Nascondevo in una sacca 184 poesie inedite e una malattia che non si può spiegare, mia moglie mi guardava e sui calendari il mese di marzo contava 19 giorni e io 31 anni. Poco prima, in mare, assieme a una bambina, avevo inutilmente cercato di catturare un pescebanana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;J.D. Salinger, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nove racconti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(testo di Fabio Stassi, pubblicato per generosità dell'autore)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-6103259259335036487?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/6103259259335036487/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/06/seymour-glass.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/6103259259335036487'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/6103259259335036487'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/06/seymour-glass.html' title='SEYMOUR GLASS'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3388939925023707569</id><published>2010-05-24T15:34:00.002+02:00</published><updated>2010-05-24T15:37:15.028+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>DUE STAGIONI</title><content type='html'>Ora che è uscito il sole, trascorro molto tempo in giro per i boschi. Il confine dell’inverno si alza giorno dopo giorno: ogni tanto salgo a controllare dov’è, e se qualcuno dei miei laghetti è emerso dal ghiaccio. Azzardo qualche passo, svolto in un versante in ombra, affondo fino alla vita nella neve molle. Allora mi torna la smania di correre giù fino ai prati, e bastano pochi salti per viaggiare nel tempo. Intorno alla casa è già estate. “Lassù l’anno ha due sole stagioni, le estreme”, scriveva Giuseppe Giacosa. “Come in giugno l’ultima crosta di neve cova le erbe già vigorose e quasi fiorite, sicché da un giorno all’altro dove prima era tutto bianco il terreno appare dipinto di colori vivi, così in settembre, e talora al finire d’agosto, una notte sola trasfigura la terra, e il giardino si rimuta in deserto”. I giorni non finiscono mai. Quando il sole tramonta sulle vette più alte sono quasi le nove. La sera leggo vecchi diari di montagna e poi i &lt;i&gt;Sillabari &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;di Parise, i romanzi di Cormac McCarthy, qualche scrittrice italiana che piace a me. A volte, se sono fortunato, interrogo i libri e loro mi rispondono. Ho trovato un bellissimo brano di Simona Vinci, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Un’altra solitudine, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;scritto in Groenlandia un paio d’anni fa. Ora è stato pubblicato da Einaudi nell’antologia &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Sei fuori posto. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;E a me è sembrato di aver ricevuto una lettera dall’estremo nord.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;&lt;!--[endif]--&gt; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Per la cultura inuit, non c’è niente di peggio che essere soli. La solitudine è una condanna e un anticipo di morte. Si vive in comunità, con gli altri si mangia, si dorme, si va al gabinetto, si passeggia, si pesca e si caccia, a volte ci si ubriaca, con gli altri si vive, insomma, e senza altri non c’è vita. Le case groenlandesi sono composte da un’unica grande stanza comune e in quella stanza vivono a volte fino a dieci o dodici persone, adulti e bambini, anziani e neonati, tutti insieme: la privacy è un concetto che proprio non esiste. D’altra parte, gli eschimesi credono che l’isolamento sia segno d’infelicità. È quindi bizzarro che sia proprio qui, a Tasiilaq, in questo posto letteralmente in capo al mondo, in cui una persona sola è vista come una persona irrimediabilmente infelice, che io mi metta a scrivere di solitudine.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Oltre che riparo, la solitudine può essere anche ebbrezza, una concentrazione tesa, senza interruzioni, in cui il pensiero può svolgersi in tutta la sua completezza, come un filo da pesca che si srotola dalla superficie ghiacciata del fiordo, entra nel foro e sprofonda giù, trascinato dall’amo e dal peso, fino a raggiungere il fondo dell’Oceano senza incontrare nessun ostacolo.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ma non è necessario essere artisti per desiderare,&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt; di tanto in tanto, qualche momento di solitudine. Ognuno ha bisogno di un luogo in cui essere solo, lontano dalle richieste e persino dagli sguardi degli altri, che anche quando sono sguardi animati dall’affetto e dalle migliori intenzioni, sono pur sempre sguardi, e gli sguardi prendono le misure, soppesano, anche involontariamente esprimono giudizi. C’è bisogno di un luogo che sia soltanto proprio. Perché essere soli è stare alla presenza di se stessi. Per qualcuno può essere un’esperienza meravigliosa e per qualcun altro, forse, un incubo. A qualcuno basta un giorno, o una settimana, a qualcuno servono mesi, forse anni. A qualcun altro, è sufficiente un solo istante per essere colto dallo sgomento. Ma non avercelo proprio mai, questo bisogno, nel corso della vita, a me pare sospetto: come fidarsi di chi non si fida di se stesso? Perché avere paura della solitudine vuol dire avere paura di quello sconosciuto che si cela dietro il nostro stesso volto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;a onblur="try  {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S_qA1NqD0jI/AAAAAAAAAC4/Aw7k1KChl-M/s1600/bosco2.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 150px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S_qA1NqD0jI/AAAAAAAAAC4/Aw7k1KChl-M/s400/bosco2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5474829948709753394" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3388939925023707569?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3388939925023707569/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/05/due-stagioni.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3388939925023707569'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3388939925023707569'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/05/due-stagioni.html' title='DUE STAGIONI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S_qA1NqD0jI/AAAAAAAAAC4/Aw7k1KChl-M/s72-c/bosco2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-4164756613612831716</id><published>2010-05-13T14:50:00.003+02:00</published><updated>2010-05-13T15:08:01.203+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>NEBBIA</title><content type='html'>Dopo una settimana è uscito il sole, e ho ampliato le mie esplorazioni. Nei pascoli spuntano i bucaneve. Ma basta cambiare versante, da sud a ovest, e la neve prende il posto del prato. La montagna è impregnata d'acqua che sgorga dappertutto: da un buco tra i sassi, dalle radici scoperte di un larice. Dopo mezz'ora di sentiero affondo nella neve fino al ginocchio, e decido di tornare indietro. Vengo giù per la pista da sci che adesso è tutta mia: il fondo è duro, ghiacciato, e scendo a balzi urlando come uno yeti. Immagino di seminare il terrore tra gli animali del bosco. In pochi minuti sono di nuovo a casa. &lt;p class="MsoNormal"&gt;Pensavo che il senso di solitudine aumentasse con il tempo, invece è successo il contrario: dopo giorni interminabili davanti alla finestra, adesso sono pieno di cose da fare. Leggere, scrivere, raccogliere legna, pulire il prato intorno alla casa. Odio gli sciatori. D’inverno buttano fazzoletti, lattine, sacchetti, mozziconi di sigarette: fanno un buco nella neve e lo ricoprono, pensando che i loro rifiuti scompaiano nel nulla. Invece li trovo io tre mesi dopo. Ieri ho fatto un mucchio di cartacce e l’ho bruciato insieme all’erba vecchia. Mi sono legato uno straccio sulla bocca sentendomi come il tenente Dunbar, quando arriva all'avamposto deserto. Forse anche a me, tra un po' di tempo, qualcuno darà un nome nuovo.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;La neve che si scioglie regala sorprese. Il teschio di una marmotta, la corteccia del mio bastone dell'anno scorso. L’arbusto di pino uncinato che trovai tra i detriti di una valanga, e trapiantai vicino a casa: ora che è sopravvissuto all’inverno, l’ho battezzato &lt;i&gt;Capitan Uncino. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Se ce l’ha fatta lui, sei mesi sotto la neve, il mio è un gioco da ragazzi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Leggo Richard Yates, &lt;i&gt;Cold Spring Harbor. &lt;/i&gt;L&lt;span style="font-style: normal;"&gt;a conferma di avere incontrato un grande scrittore. L’altro ieri ho finito Truman Capote, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;L’arpa d’erba, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;e ora leggere Yates è come bere acqua di fonte dopo un vino corposo. Il senso di meraviglia e di verità che si prova, leggendo cose difficili dette con parole facili. Ho copiato questa frase: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;La ragazza, però, stava crescendo in fretta. Se uno fosse riuscito a portarla via da quel buco schifoso, a tirarla fuori, alla luce fortificante del sole, e a farla crescere e ad averla e a tenersela abbastanza a lungo, niente di più facile che lei si trasformasse in una donna per cui sarebbe valsa la pena di dare il sangue, la vita e tutto il resto. E se non altro, sarebbe valsa la pena di provarci. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Ringrazio la mia amica Andreina per la traduzione, e le mando un saluto se passa di qua.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Mentre scrivo si alza una nebbia densa, che da queste parti arriva all'improvviso. È quando dalla valle si vedono le nuvole avvolgere la montagna. Dalla montagna invece le nuvole appaiono così.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S-v4Wn_rK1I/AAAAAAAAACw/SKv-1thgaLo/s1600/estoul2.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 166px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S-v4Wn_rK1I/AAAAAAAAACw/SKv-1thgaLo/s400/estoul2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5470739239948462930" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--EndFragment--&gt; &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-4164756613612831716?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/4164756613612831716/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/05/nebbia.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4164756613612831716'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4164756613612831716'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/05/nebbia.html' title='NEBBIA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S-v4Wn_rK1I/AAAAAAAAACw/SKv-1thgaLo/s72-c/estoul2.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-262444725085766256</id><published>2010-05-06T15:10:00.005+02:00</published><updated>2010-05-06T15:16:11.292+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>NEVE FRESCA</title><content type='html'>Ieri mattina mi sono svegliato sotto la neve. Nei prati stava già crescendo l’erba nuova, ma a mezzogiorno era tutto bianco intorno a me. Un temporale di lampi e tuoni ha riportato di colpo l’inverno da queste parti. Sono rimasto per tutto il giorno barricato in casa, stufa e camino accesi, leggendo Chatwin e guardando fuori. Misuravo lo strato di neve che si accumulava sul balcone: cinque, dieci, quindici centimetri. Verso le sei di sera il temporale si è calmato e quella distesa bianca è diventata abbagliante, per il sole che è spuntato a ovest poco prima del tramonto. Ho infilato giacca a vento e scarponi e sono andato a fare un giro. Nessun essere umano in vista, ma dopo un po’ ho trovato le tracce dei miei vicini di casa: una lepre, una coppia di caprioli. Avendo visto da poco &lt;i&gt;Alice in Wonderland, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;ho deciso di seguire la lepre. Le impronte a V partivano dalla sua tana sotto un muretto a secco, di quelli che segnano i confini dei pascoli. Percorrevano un pezzo di sentiero nel bosco e poi, con mia grande sorpresa, si dirigevano verso casa: la lepre aveva fatto un giro intorno al palo della luce, era andata a bere alla fontana, era perfino saltata sul tavolo che c’è in giardino. Infine aveva scavalcato lo steccato, allontanandosi verso l’alpeggio grande. Sopra le orme non era caduta altra neve: dunque, mentre io seguivo lei, la lepre era venuta a trovare me.&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Frase del giorno: &lt;i&gt;Non ho nessuna particolare religione stamattina. Il mio Dio è il Dio dei Camminatori. Se cammini abbastanza, probabilmente non hai bisogno di nessun altro dio.&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; (Bruce Chatwin)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S-K__rIOZrI/AAAAAAAAACo/FiYxBxA5Zug/s1600/neve.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 209px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S-K__rIOZrI/AAAAAAAAACo/FiYxBxA5Zug/s400/neve.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5468143998211090098" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-262444725085766256?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/262444725085766256/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/05/neve-fresca.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/262444725085766256'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/262444725085766256'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/05/neve-fresca.html' title='NEVE FRESCA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S-K__rIOZrI/AAAAAAAAACo/FiYxBxA5Zug/s72-c/neve.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-5329376820492926569</id><published>2010-05-03T13:57:00.008+02:00</published><updated>2010-05-03T14:18:14.620+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario di montagna'/><title type='text'>NEL BOSCO</title><content type='html'>Da domani me ne vado in montagna per un po'. A scrivere e stare da solo. Chiedo scusa se questo blog comincerà ad assomigliare al diario di Robinson sull'isola deserta, ma è lì che vado. La casa è in mezzo al bosco e intorno c'è la neve.&lt;br /&gt;Ecco i libri che mi porto, da leggere o rileggere:&lt;br /&gt;- Tuman Capote, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Altre voci altre stanze &lt;/span&gt;(1948) e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L'arpa d'erba &lt;/span&gt;(1951)&lt;br /&gt;- Bruce Chatwin, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Le vie dei canti &lt;/span&gt;(Adelphi 1988)&lt;br /&gt;- Aleksandar Hemon, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nowhere Man &lt;/span&gt;(Einaudi 2004)&lt;br /&gt;- Denis Johnson, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Jesus' Son &lt;/span&gt;(Einaudi 2000)&lt;br /&gt;- Cormac McCarthy, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Trilogia della frontiera &lt;/span&gt;(Einaudi 2008)&lt;br /&gt;- Grace Paley, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Begin Again: Collected Poems &lt;/span&gt;(in lingua originale, 2000)&lt;br /&gt;- Wells Tower, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tutto bruciato, tutto devastato &lt;/span&gt;(Mondadori 2010)&lt;br /&gt;- Richard Yates, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cold Spring Harbor &lt;/span&gt;(minimum fax 2010)&lt;br /&gt;- Tobias Wolff, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Our Story Begins &lt;/span&gt;(in lingua originale: sono tutti i racconti di Wolff, 2008)&lt;br /&gt;Se trovo qualcosa di bello ve lo dico.&lt;br /&gt;Immaginatemi alla fine della strada, mentre scompaio tra gli alberi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S96-aqQ_gYI/AAAAAAAAACg/k1rzDBBjusw/s1600/bosco.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 400px; height: 184px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S96-aqQ_gYI/AAAAAAAAACg/k1rzDBBjusw/s400/bosco.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5467016362905796994" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-5329376820492926569?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/5329376820492926569/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/05/nel-bosco.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5329376820492926569'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5329376820492926569'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/05/nel-bosco.html' title='NEL BOSCO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S96-aqQ_gYI/AAAAAAAAACg/k1rzDBBjusw/s72-c/bosco.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-4057773652116605922</id><published>2010-04-26T15:51:00.002+02:00</published><updated>2010-04-26T16:23:30.964+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='laboratorio di scrittura'/><title type='text'>UN LABORATORIO DI SCRITTURA (continua)</title><content type='html'>Si può raccontare un’intera vita attraverso un’ossessione?&lt;br /&gt;Catturare il senso di un’esistenza osservandola con una sola lente: il rapporto con una persona, la pratica di un mestiere, il legame con una città o una casa?&lt;br /&gt;Un oggetto posseduto da anni, un’azione che si ripete e diventa un rito, il continuo ritorno a un luogo o a un libro. Per qualcuno di noi, non potrebbero essere la migliore biografia possibile?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È quello che proveremo a scoprire nella prossima sessione del laboratorio di scrittura, che comincia lunedì prossimo alla Scighera. Con me lo conduce Giorgio Fontana. Questa volta avremo un testo ispiratore, le &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Vite di uomini non illustri&lt;/span&gt; di Giuseppe Pontiggia. Partiremo da lì, e poi che ognuno trovi la sua strada. Il gruppo ormai è solido ma c’è sempre posto per i nuovi ingressi: se volete sapere quello che facciamo, &lt;a href="http://www.lascighera.org/laboratorio_scrittura/"&gt;ecco&lt;/a&gt; i migliori racconti degli ultimi mesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buona scrittura.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-4057773652116605922?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/4057773652116605922/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/un-laboratorio-di-scrittura-continua.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4057773652116605922'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4057773652116605922'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/un-laboratorio-di-scrittura-continua.html' title='UN LABORATORIO DI SCRITTURA (continua)'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3205805801570228443</id><published>2010-04-13T09:50:00.007+02:00</published><updated>2012-01-02T00:37:17.026+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='canzoni e poesie'/><title type='text'>RITORNO A GOTHAM</title><content type='html'>“Autista”, domandai, “che fiume è?”, riconoscendo&lt;br /&gt;il nostro nobile Hudson che scorre lento.&lt;br /&gt;“È il nostro nobile Hudson che scorre lento”,&lt;br /&gt;disse, “tra le sue sponde verdi”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sta’ calmo, cuore! Nessuno chiede&lt;br /&gt;il tuo sostegno appassionato a questa gloria,&lt;br /&gt;è il nostro nobile Hudson che scorre lento&lt;br /&gt;tra le sue sponde verdi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Autista, ha forse un pari in Europa o in Oriente?”&lt;br /&gt;“No, no!”, disse lui. Casa! Casa!&lt;br /&gt;Sta’ calmo, cuore! È il nostro nobile Hudson&lt;br /&gt;e non ha pari in Europa o in Oriente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È il nostro nobile Hudson che scorre lento&lt;br /&gt;tra le sue sponde verdi&lt;br /&gt;e non ha pari in Europa o in Oriente.&lt;br /&gt;Sta’ calmo, cuore! Casa! Casa!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;(Paul Goodman)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S8jJrm2VSJI/AAAAAAAAACY/g7p9-tbpomQ/s1600/hudson+river.jpg"&gt;&lt;img alt="" border="0" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5460836299186718866" src="http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S8jJrm2VSJI/AAAAAAAAACY/g7p9-tbpomQ/s400/hudson+river.jpg" style="cursor: pointer; display: block; height: 128px; margin: 0px auto 10px; text-align: center; width: 400px;" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3205805801570228443?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3205805801570228443/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/ritorno-gotham.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3205805801570228443'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3205805801570228443'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/ritorno-gotham.html' title='RITORNO A GOTHAM'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S8jJrm2VSJI/AAAAAAAAACY/g7p9-tbpomQ/s72-c/hudson+river.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-7507753244352542726</id><published>2010-04-10T16:20:00.002+02:00</published><updated>2010-04-10T16:23:58.889+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>HOLDEN, LOLITA, ZIVAGO E GLI ALTRI</title><content type='html'>Mi sono chiesto spesso dove vanno a finire le storie, dopo che siamo arrivati all’ultima riga e andati oltre. Conservare memoria di personaggi e trame: è questo il senso delle nostre esistenze di lettori? Che cosa resta di un libro a cui ne sono seguiti altri cento? Forse, come le case dove abbiamo abitato, o le persone che ci sono state vicine, ripensare alle vecchie storie ci ricorda come eravamo. Alcuni libri emersi dalla mia biblioteca mi fanno l’effetto di fotografie ritrovate per caso: leggo una pagina e rileggo me stesso, mentre tenevo il segno con il dito proprio lì, sul letto di un’altra casa, insieme a un’altra persona, in viaggio verso un luogo che adesso non conta più niente. Non mi sembra di aver passato un giorno senza un libro in tasca. Allora una bibliografia potrebbe essere il diario più intimo, il testimone più fedele di vite come la mia.  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S8CJaGQwv3I/AAAAAAAAACA/__vffMFrmhc/s1600/stassi_grande.jpg"&gt;&lt;img style="float: right; margin: 0pt 0pt 10px 10px; cursor: pointer; width: 225px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S8CJaGQwv3I/AAAAAAAAACA/__vffMFrmhc/s320/stassi_grande.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5458513829823561586" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;Negli ultimi due giorni sono stato in giro. Su treni ad alta velocità e sferraglianti carri bestiame, dentro divani letto profumati di whisky e ville di campagna infestate dai fantasmi, mi ha fatto compagnia un libricino. Si intitola &lt;i&gt;Holden, Lolita, Zivago e gli altri - piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999).&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; L’autore è Fabio Stassi: scrittore, bibliotecario e pendolare. Io ho avuto la fortuna di incontrarlo nel suo elemento, non corridoi fitti di scaffali ma la banchina di una stazione. Mi ha raccontato di avere accumulato appunti per quindici anni, per mettere insieme questo indice di duecento nomi. Se lo aprite a caso potreste trovarci il ritratto di Sarah, la ragazza zoppa con cui Fast Eddie Felson finisce a letto, dopo l’epica sconfitta a biliardo con Minnesota Fats: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Quando hai perso tutto, ma solo quando hai perso veramente tutto, ti può capitare di incontrarmi, di sponda, in piena notte, nel bar di una stazione di autobus, tra donne che non partono, e non riescono a dormire, e hanno voglia di bere. Io sono lì perché quello è l’unico bar aperto prima delle sei. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Oppure quello di Mardou Fox, la perla nera di tutte le stanze ammobiliate di Frisco: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Chiamatemi Mardou cuorefragile. Mardou piedevagabondo. Mardou che si mangia le unghie mentre ascolta Gerry Mulligan. Mardou ciglia nere e sciarpa rossa. Mardou sinuosa, intima, segreta. Mardou nevrotica. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Oppure quello di Holly Golightly, la seduttrice eternamente in transito: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Dovevo avere l’aria di chi si mastica le punte dei capelli bagnati e piange nel sonno e non sa conservare nulla né riconoscere cosa sia suo. Non volevo possedere niente. Cercavo solo un posto come Tiffany, l’unico luogo che mi facesse passare le paturnie, e l’ansia, e la paura, e questo senso d’essere effimeri. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Soltanto chi si è innamorato di donne che non esistono, fatte d’inchiostro, carta ingiallita, parole di uomini morti, può avere scritto un libro come questo. Soltanto chi ha vissuto le sue più grandi avventure sul sedile lacero di un treno locale. Quella nostalgia bruciante che si prova chiudendo un libro, Fabio Stassi la conosce bene. Non a caso la sua piccola enciclopedia comincia con un verso dell’&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Antologia di Spoon River.&lt;/span&gt; Dire addio a personaggi che abbiamo amato è come veder partire gli amici, dal molo di un traghetto o tra le lapidi di un cimitero: in queste pagine tornano tutti alla vita.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Fabio Stassi, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Holden, Lolita, Zivago e gli altri &lt;/span&gt;(minimum fax 2010)&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-7507753244352542726?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/7507753244352542726/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/holden-lolita-zivago-e-gli-altri.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7507753244352542726'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7507753244352542726'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/holden-lolita-zivago-e-gli-altri.html' title='HOLDEN, LOLITA, ZIVAGO E GLI ALTRI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S8CJaGQwv3I/AAAAAAAAACA/__vffMFrmhc/s72-c/stassi_grande.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3477522393958327694</id><published>2010-04-03T14:58:00.004+02:00</published><updated>2010-04-03T15:13:51.139+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>FAT CITY</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S7c8y9nK4YI/AAAAAAAAAB4/KHAAod85OaY/s1600/fatcity.jpeg"&gt;&lt;img style="float: right; margin: 0pt 0pt 10px 10px; cursor: pointer; width: 222px; height: 320px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S7c8y9nK4YI/AAAAAAAAAB4/KHAAod85OaY/s320/fatcity.jpeg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5455896319812624770" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Ho appena finito di leggere &lt;i&gt;Fat City&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, il romanzo di Leonard Gardner che ispirò il film di John Huston del 1972. Questa volta sono indeciso: sia il libro che il film sono capolavori. È la storia di due pugili, Ernie Munger e Billy Tully, e di una cittadina della California settentrionale nei tardi anni ’50. Stockton, dalle parti di Monterey. Quella regione è celebre per i campi di lattuga, cipolle, pomodori, ed è popolata in gran parte da messicani che campano facendo i raccoglitori a giornata. Anche Ernie e Billy, dopo le loro frequenti sconfitte e ancora più frequenti sbronze, si presentano all’alba nel parcheggio degli autobus per essere portati nei campi. Billy ha ventinove anni ma sembra già vecchio: è separato dalla moglie, beve troppo, convive con un’alcolizzata che ha portato via a un altro uomo, ha lasciato la boxe dopo un incontro perso che secondo lui era truccato. Una sera fa a pugni in un bar e si convince che, con un po’ di allenamento, potrebbe tornare a combattere. Il giorno dopo va in palestra e le prende da Ernie: diciannove anni e una ragazza incinta, una buona promessa della boxe locale il cui futuro si prospetta del tutto simile al passato di Billy. Le loro vite parallele potrebbero essere due momenti della stessa, a una decina d’anni di distanza, ed è una vita che si dipana tra bar, campi di cipolle, palestre polverose, pensioni da quattro soldi, umanità alla deriva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse la scena più bella di tutto il libro è questa: quando Billy Tully torna a combattere, il suo procuratore non trova di meglio che organizzargli un incontro con Arcadio Lucero, pugile messicano che qualche anno prima era famoso come picchiatore. L’avversario è temibile, però il tempo è passato anche per lui. È un vecchio professionista che combatte da quando era un ragazzino, e la rabbia iniziale con il tempo si è stemperata in una prudente saggezza da lavoratore. Per lui conta tenersi in forma, trovare incontri remunerativi e non ferirsi in modo grave, non tanto per paura del dolore quanto per non restare fuori dal giro. Il problema è che, per risparmiare, Lucero arriva dal Messico a Stockton in corriera. Il viaggio è lungo e faticoso e nel tragitto lui mangia qualcosa che gli fa male. Forse una testa di mucca arrostita che ha comprato dal finestrino (dico: una &lt;span style="font-style: italic;"&gt;testa di mucca arrostita&lt;/span&gt;. Se non vi bastasse, sappiate che il vecchio Arcadio la rosicchia tenendola per un corno). Il giorno dell’incontro ha una forte dissenteria e le gambe di piombo: cerca di combattere senza muoversi troppo, facendo ricorso a tutti i trucchi che conosce, ma Billy alla terza ripresa gli molla un montante allo stomaco e si accorge che quello è il suo punto debole, continua a lavorarlo laggiù e lo manda al tappeto. Non che lui finirà meglio, comunque.&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;L’unico romanzo di Leonard Gardner è proprio un bel libro, e oggi mi chiedevo: quali sono le cose migliori che ho mai letto sulla boxe? Ecco la mia classifica. Per primo F.X. Toole, &lt;i&gt;Lo sfidante&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; (è la raccolta di racconti che ha ispirato &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Million Dollar Baby&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;). Secondo Thom Jones, con ben due titoli&lt;/span&gt;&lt;i&gt;: Il pugile a riposo&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; e &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Sonny Liston era mio amico&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;. Terzo Craig Davidson, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Ruggine e ossa.&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; Fuori concorso c’è un grande racconto di Jack London, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Una bella bistecca,&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; e un paio dei miei preferiti di Hemingway: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Il lottatore&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; e &lt;/span&gt;&lt;i&gt;La luce del mondo &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;(un racconto di cui Ernest disse sempre che piaceva solo a lui: no, Hem, è piaciuto anche a me!)&lt;/span&gt;&lt;i&gt;.&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; Ora dovrò capire dove mettere &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Fat City.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;span&gt;Leonard Gardner, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Fat City, &lt;/span&gt;Fazi 2006&lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3477522393958327694?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3477522393958327694/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/fat-city.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3477522393958327694'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3477522393958327694'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/04/fat-city.html' title='FAT CITY'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S7c8y9nK4YI/AAAAAAAAAB4/KHAAod85OaY/s72-c/fatcity.jpeg' height='72' width='72'/><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-7321288341005250715</id><published>2010-03-22T17:58:00.003+01:00</published><updated>2010-03-23T11:38:56.575+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>THE PARIS REVIEW - IL LIBRO</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S6eil4aX_eI/AAAAAAAAABw/EZPCvY_RKiU/s1600-h/paris_review35.jpg"&gt;&lt;img style="float: right; margin: 0pt 0pt 10px 10px; cursor: pointer; width: 198px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S6eil4aX_eI/AAAAAAAAABw/EZPCvY_RKiU/s320/paris_review35.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5451504645637144034" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;The Paris Review&lt;/span&gt; è il nome di una rivista letteraria fondata da un gruppo di scrittori e intellettuali nel 1953. In quegli anni a Parigi esisteva una giovane comunità americana: sulle rive della Senna si incrociavano soldati, musicisti jazz, artisti e poeti che avevano attraversato l’Atlantico in cerca della loro bohème. A New York fioriva la beat generation, a Roma la dolce vita. Anche nella Ville Lumière scorreva la corrente del dopoguerra: era di nuovo possibile incontrarsi, tirare tardi nei bar, cantare per strada, scrivere tutte le parole proibite, rifiutare la morale dei padri e inventarsene una nuova. In questo clima, sette ragazzi sui venticinque anni fondarono una rivista che, secondo il primo editoriale-manifesto, intendeva ridare la parola a narratori e poeti, togliendola ai critici. Non avrebbe dovuto parlare di letteratura contemporanea ma farla, diventando essa stessa letteratura: un’idea che oggi è comune in America e che non si è mai affermata qui da noi. In Italia le riviste di questo tipo esistono, e in qualche caso sono fatte molto bene, ma non superano le dimensioni delle fanzine. Non so perché. Forse dovrei chiederlo ai miei amici che fanno le riviste letterarie. Se passate di qua provate a spiegarmelo?  &lt;p class="MsoNormal"&gt;In ogni caso, da 57 anni la Paris Review pubblica racconti e poesie dei più grandi narratori e poeti in lingua inglese. Quelli che lo sono già e quelli che lo diventeranno. Perché accanto alle collaborazioni di autori già affermati c’è un continuo lavoro di ricerca, con un intero ufficio di lettori e la garanzia che tutti i testi giunti in redazione verranno letti e valutati. (Rick Moody raccontava la trafila epistolare che un aspirante scrittore come lui aveva dovuto superare alla Paris Review: prima le lettere di rifiuto prestampate, poi le lettere prestampate con un nota scritta a mano, poi una vera lettera in cui un caporedattore diceva “non riteniamo pubblicabile il racconto in questione, ma siamo interessati a ricevere altro suo materiale”.) E poi le interviste agli scrittori, la lunga serie &lt;span style="font-style: italic;"&gt;The art of fiction &lt;/span&gt;da cui sono passati tutti, da Ernest Hemingway a Paul Auster e da Dorothy Parker ad Alice Munro.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ora l’editore Fandango sta portando avanti un’opera da medaglia al valore, con la pubblicazione in italiano di alcune antologie che raccolgono il meglio della rivista. Il primo volume, l’anno scorso, era dedicato alle interviste. Questa settimana invece è uscito &lt;span style="font-style: italic;"&gt;The Paris Review - Il libro. &lt;/span&gt;Una bibbia di 1092 pagine che ha per sottotitolo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Guerra, Sgomento, Morte, Pazzia, Sesso, Amore, Tradimento, Intossicazione, Capriccio, Orrore, Dio, Cena, Baseball, Viaggio, Scrittura, e qualsiasi altra cosa esista al mondo dal 1953.&lt;/span&gt; Per noi amanti della narrativa americana, oltre che un oggetto di culto, è l’unico modo per conoscere autori che in Italia non sono mai arrivati, o testi inediti dei nostri scrittori preferiti. L’ho cominciato ieri, vorrei che non finisse più. Ogni testo mi provoca la reazione che Bernard Cooper descrive ottimamente a pagina 68, nel suo racconto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’arte del sospiro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;*** &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Ascoltate da vicino: i polmoni dei miei antenati pompano come soffietti, gli uomini trascinano barche sulle banchine del Volga, le donne trasportano ceste di pane di segale e luccio. E alla fine di ogni giorno, allungano le mani esauste su un panetto abbrustolito; e i loro a-ah fanno condensa nel freddo dell’aria russa, come dei grazie per il tepore e per la vodka pungente.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;In ogni singolo attimo devono esserci migliaia di sospiri. Un uomo a Milwaukee palpita e trema, e benedice la seconda moglie, che non è troppo timida per leccargli le dita dei piedi. Un giudice a Monaco geme di piacere assaggiando di nuovo il lucente bratwurst che mangiava da piccolo. Ogni giorno, sospiri senza senso escono dal petto di bambini dell’asilo, istruttori di guida, esperti di anatomia forense, contabili statali qualificati, igienisti dentali, tanto per dirne alcuni. I sospiri dei vedovi e delle vedove sono probabilmente i responsabili di una porzione significativa del diossido di carbonio rilasciato nell’atmosfera. Ogni volta che una cintura viene tolta, un piede immerso in una vasca, un bagno pubblico occupato su una strada solitaria... Pensereste che la mera velocità di tutto questo possa creare maestrali, scirocchi, uragani; far pullulare di frecce le mappe satellitari, far parlare i meteorologi a tremila all’ora, con le cravatte che gli sbattono al collo come bandiere.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;***&lt;br /&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;      &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;The Paris Review - Il libro.&lt;/span&gt; Traduzione di Arianna Giorgia Bonazzi, Martino Gozzi, Alessandra Osti. Fandango 2010 (euro 29,50)&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-7321288341005250715?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/7321288341005250715/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/paris-review-il-libro.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7321288341005250715'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7321288341005250715'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/paris-review-il-libro.html' title='THE PARIS REVIEW - IL LIBRO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S6eil4aX_eI/AAAAAAAAABw/EZPCvY_RKiU/s72-c/paris_review35.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-1731781347025604650</id><published>2010-03-20T01:45:00.006+01:00</published><updated>2012-01-02T00:38:16.069+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='canzoni e poesie'/><title type='text'>NEWYORKNESS</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;un uomo di new york è&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;fermo all'incrocio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;sorride a un pompiere aggrappato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;alla scala della sua autopompa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;l'autopompa passa tra di noi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;svolta lenta all'incrocio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;torna verso la stazione dei pompieri&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;io sono in un taxi bloccato nel traffico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;sorrido all’uomo sorridente&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;lui annuisce cortese&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;riconosciamo nell’altro la nostra&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;newyorkesità&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Grace Paley)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-1731781347025604650?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/1731781347025604650/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/newyorkness.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1731781347025604650'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1731781347025604650'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/newyorkness.html' title='NEWYORKNESS'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-7297782839022334998</id><published>2010-03-17T09:50:00.008+01:00</published><updated>2012-01-02T00:34:07.020+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='laboratorio di scrittura'/><title type='text'>NOI</title><content type='html'>Vediamo se qualche lettore mi aiuta. Sto mettendo a posto una lezione che è il mio cavallo di battaglia, quella sul narratore collettivo. Ovvero: scrivere usando la prima persona plurale. Da un po’ di tempo scavo nella mia biblioteca alla ricerca di libri da portare a esempio, romanzi e racconti in cui il &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noi&lt;/span&gt; stia a indicare soggetti collettivi diversi, e a svolgere diverse funzioni narrative. Vorrei comporre una piccola antologia sul tema. Ecco quello che ho trovato finora.  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;***&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Gustave Flaubert, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Madame Bovary&lt;/span&gt; (1856)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Capitolo 1&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-style: italic;"&gt;Stavamo nell’aula di studio quando entrò il preside seguito da uno nuovo, e da un bidello che portava un grosso banco. Quelli che dormivano si svegliarono, e tutti si alzarono in piedi, come colti in pieno lavoro. Il preside ci fece segno di metterci a sedere.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Soggetto: la classe di Charles Bovary.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Funzione del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noi:&lt;/span&gt; emarginazione da un gruppo, isolamento sociale.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;***&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Ernest Hemingway, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Addio alle armi&lt;/span&gt; (1929)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Capitolo 1&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-style: italic;"&gt;Sul finire di quell’estate abitavamo in un villaggio dove al di là del fiume e della pianura si vedevano i monti. Nel letto del fiume ciottoli e ghiaia erano asciutti e bianchi nel sole e l’acqua correva limpida e azzurra nei canali. La pianura era ancora ricca di messi, aveva molti frutteti e in fondo salivano le montagne brune e aride. Si combatteva lassù, di notte scorgevamo le vampe dei cannoni.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Soggetto: una brigata dell’esercito italiano.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Funzione del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noi&lt;/span&gt;: appartenenza a un gruppo, spirito di corpo.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Capitolo 37&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Quell'autunno la neve si fece aspettare, abitavamo in una casa di legno bruna nella pineta addossata alla montagna, di notte gelava e trovavamo un sottile strato di ghiaccio sulle due brocche la mattina. Seduti sul letto a mangiare, vedevamo il lago e i monti oltre il lago sulla riva francese e sotto le cime segnate di neve l'acqua era d'un colore grigio-azzurro d'acciaio.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Soggetto: una coppia.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Funzione del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noi:&lt;/span&gt; la famiglia in contrapposizione all'esercito, dopo aver disertato. Affetto coniugale vs. spirito di corpo.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;***&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;John Cheever, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Addio fratello mio&lt;/span&gt; (1951)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Racconto&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-style: italic;"&gt;La nostra è una famiglia che è sempre stata spiritualmente molto legata. Nostro padre è morto annegato in un incidente in barca a vela, quando noi eravamo ancora ragazzi, e nostra madre ha sempre sottolineato che i nostri rapporti famigliari hanno una sorta di stabilità che non ritroveremo mai più altrove.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Soggetto: una famiglia borghese.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Funzione del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noi&lt;/span&gt;: senso di unità famigliare.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;***&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Agota Kristof, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il grande quaderno&lt;/span&gt; (1986)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Nell’edizione italiana è la prima parte della &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Trilogia della città di K.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-style: italic;"&gt;Arriviamo dalla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Soggetto: due gemelle.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Funzione del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noi:&lt;/span&gt; identità doppia o simbiosi dei gemelli.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;***&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Jeffrey Eugenides, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Le vergini suicide&lt;/span&gt; (1993)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Tutto il romanzo.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-style: italic;"&gt;Funerali, nella nostra cittadina, non ce n’erano mai stati, almeno dalla nostra nascita in poi. La maggioranza dei decessi risaliva alla seconda guerra mondiale, quando noi non esistevamo e nostro padre era la foto in bianco e nero di un giovanotto incredibilmente magro: papà su una pista di atterraggio costruita nella giungla, papà brufoloso e tatuato, papà che scriveva lettere d’amore alla ragazza che sarebbe diventata nostra madre.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Soggetto: una compagnia di ragazzini.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Funzione del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noi:&lt;/span&gt; appartenenza a una generazione, a una classe sociale piccolo borghese e al genere maschile. Conformismo, nostalgia.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;***&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Alessandro Baricco, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Emmaus&lt;/span&gt; (2009)&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;La prima parte del romanzo.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="font-style: italic;"&gt;Abbiamo tutti sedici, diciassette anni - ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato. Siamo molto normali, non è previsto altro piano che essere normali, è un’inclinazione che abbiamo ereditato nel sangue. Per generazioni le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza - qualsiasi asperità che potesse segnalarci all’occhio lontano.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Soggetto: un gruppo di amici.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Funzione del &lt;span style="font-style: italic;"&gt;noi:&lt;/span&gt; appartenenza a una generazione, a una classe sociale piccolo borghese, al genere maschile e alla chiesa cattolica. Conformismo, identità religiosa.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;*** &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;A chi mi indica altri brani prometto eterna riconoscenza.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-7297782839022334998?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/7297782839022334998/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/noi.html#comment-form' title='27 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7297782839022334998'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7297782839022334998'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/noi.html' title='NOI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>27</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-988345503266430731</id><published>2010-03-12T20:45:00.002+01:00</published><updated>2010-03-12T20:52:10.457+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>NEW YORK E' UNA FINESTRA SENZA TENDE</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5qaQre81dI/AAAAAAAAAA4/Z8f0fmYJxWo/s1600-h/ny.jpg"&gt;&lt;img style="display: block; margin: 0px auto 10px; text-align: center; cursor: pointer; width: 313px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5qaQre81dI/AAAAAAAAAA4/Z8f0fmYJxWo/s400/ny.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5447836310599161298" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;Non posso dimenticare il mio arrivo in città. L’estate dei venticinque anni, uno zaino pieno di libri come sedile, e la corriera che emerge dal buio del Lincoln Tunnel. Anch’io cercavo qualcosa laggiù - le strade degli scrittori che amavo, la loro ispirazione segreta - ma non ero pronto all’accoglienza che mi aspettava. Sbarcando dal New Jersey, Manhattan apre il sipario all’improvviso: poco prima stavo contemplando un paesaggio di fabbriche e svincoli autostradali, e subito dopo ero tra i grattacieli. L’edificio davanti a me, nella fuga prospettica della 34a Strada, assomigliava del tutto all’Empire State Building. Non ho fatto in tempo ad abituarmi alla luce che l’autista ha accostato, ha annunciato il capolinea e mi ha scaricato a terra. Di colpo ho smesso di osservare la città nel finestrino - e di studiarla, immaginarla, desiderarla, perfino averne un po’ paura - e ho cominciato a farne parte.&lt;/span&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esce in questi giorni il libro a cui ho lavorato nell'ultimo anno. Domenica 21 marzo lo presento alla Scighera, dalle 21.30 in poi. Chi vuol venire a brindare con me è il benvenuto!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-988345503266430731?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/988345503266430731/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/new-york-e-una-finestra-senza-tende.html#comment-form' title='22 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/988345503266430731'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/988345503266430731'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/new-york-e-una-finestra-senza-tende.html' title='NEW YORK E&apos; UNA FINESTRA SENZA TENDE'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5qaQre81dI/AAAAAAAAAA4/Z8f0fmYJxWo/s72-c/ny.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>22</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3680971343919718013</id><published>2010-03-04T04:59:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T19:01:45.775+01:00</updated><title type='text'>NON ABITIAMO PIU' QUI</title><content type='html'>Leggo Andre Dubus, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Non abitiamo più qui.&lt;/span&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Il libro è composto da tre racconti lunghi (60-100 pagine) pubblicati in America tra il 1975 e il 1980. Protagoniste sono sempre le stesse due coppie di sposi: Jack e Terry, Hank ed Edith. Hank e Jack sono amici, scrittori e adulteri. Hanno più o meno trent’anni, sono di origine irlandese e cattolica. Tradiscono la propria moglie con la moglie dell’altro o con le loro studentesse. Si sono sposati giovani per via di un bambino in arrivo, e ora fanno i conti con l’incombere della mezz’età e l’ostinazione mai sopita del desiderio sessuale. Hank è onesto con Edith fin dall’inizio: per lui il matrimonio è fondato sull’affetto reciproco e sull’allevamento dei figli, non sull’amore passionale né tanto meno sulla fedeltà. Jack invidia la coerenza dell’amico e cerca di guidare il suo rapporto con Terry nella stessa direzione. Le mogli capiscono il ritornello e cominciano a loro volta a trovarsi degli amanti, con effetti tragici: una tragedia che non fa morti ma lascia molti feriti, perché le coppie restano insieme, la loro vita procede su accettabili binari borghesi, ma è minata nelle fondamenta dalla sfiducia e dalla delusione.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Non abitiamo più qui &lt;/span&gt;è un bel libro sulla coppia e sulla scrittura, e sono contento di averlo detto. Spero di vedere presto altri libri di Dubus, che ha pubblicato in carriera cinque o sei raccolte, si è sempre dedicato alla forma del racconto lungo ed è morto a poco più di sessant’anni nel 1999. Aveva studiato con Richard Yates e si sente. C’è una corrente che scorre impetuosa tra alcuni scrittori americani in quel periodo chiave, i secondi anni Settanta, quando Cheever e Yates erano maestri ed esordivano autori come Chuck Kinder (1973), Richard Ford (1976), Tobias Wolff (1976), Raymond Carver (1976), e tutti hanno scritto della dissoluzione della famiglia, della ferocia della vita di coppia, della rottura tra genitori e figli e del tramonto del sogno americano. Non ho messo i nomi in ordine a caso. Nella prospettiva distorta della critica italiana, Carver fu il capofila di quella corrente, ed è il modello con cui bisogna confrontarsi parlando di quei temi, e della forma racconto. Nella storia della letteratura americana, che ignora le fortune di questo o quell’autore qui da noi, Carver fu invece uno del gruppo, e lui stesso si riconosceva come tale. &lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Fino a qui tutto bene. Poi leggo recensioni come questa, che cominciano così: “I minimalisti sono autori insoddisfatti e compiaciuti della loro insoddisfazione. Il più grande autore di racconti della seconda metà del ventesimo secolo non è stato Carver ma Andre Dubus” (detto da Dennis Lehane, autore di thriller, il quale ha tutto il diritto di esprime la sua opinione). Anche il buon Nicola Manuppelli, che curando questa raccolta ha fatto un ottimo lavoro, casca nella trappola e per parlare di Dubus parte da Carver, tirando fuori la questione dell’editor e mostrandoci come, mentre Carver fu un fenomeno estetico e probabilmente artefatto, Dubus era uno scrittore vero, non scendeva a compromessi, si sporcava con la vita.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ora, io ho seguito personalmente cinque viaggi di autori americani in Italia. Ann Beattie, Rick Moody, Charles D’Ambrosio, Kevin Canty e Sam Lipsyte, tutti arrivati qui per presentare delle raccolte di racconti. Per il mio rapporto con minimum fax ho avuto la fortuna di accompagnarli nelle librerie e assisterli nelle interviste, e tutti sono stati stupefatti e un po’ delusi da una domanda che i giornalisti italiani facevano sempre. La domanda di rito per la precisione era questa: sei americano e scrivi racconti, pensi di essere l’erede di Carver? Oppure la sua variante: sei americano e scrivi racconti, ti consideri un minimalista? A questi critici, curatori e giornalisti bisognerebbe spiegare che l’equazione tra scrittore americano di racconti ed emulo di Carver denota una grande ignoranza, e un enorme provincialismo. Significa usare la piccola editoria italiana come lente per osservare il mondo. Significa ignorare Hemingway, Fitzgerald, Anderson, ignorare Salinger e Cheever e Yates, ignorare Flannery O’Connor e Grace Paley, Eudora Welty e Kathrine Mansfield, Donald Barthelme e Bernard Malamud, e potrei andare avanti per mezz’ora. È come se un romanziere italiano andasse a New York e gli venisse chiesto se si sente erede di Moravia, solo perché è l’unico contemporaneo che in America hanno tradotto. È come chiedere a una scrittrice giapponese che ne pensa di Banana Yoshimoto, perché conosciamo solo lei. Quando ad Ann Beattie a Milano fecero una domanda sulla sua parentela con Ellis e McInerney, che per noi sono “i minimalisti”, lei rispose sorridendo che quei due avevano vent’anni nel 1985, mentre il fenomeno risaliva a dieci anni prima, ad autori mai arrivati qui da noi. E poi chiese: come mai qui in Italia siete tanto fissati con il minimalismo, se non sapete nemmeno che cos’è? Ecco, quello di Carver è un problema tutto nostro. Per alcuni scrittori americani è un modello, per altri no, per la maggior parte di loro è uno dei tanti maestri. In Italia è diventato un modo di dire. Esce un nuovo scrittore di racconti? &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ecco un nuovo Carver. &lt;/span&gt;Ne escono tanti? &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Piccoli Carver crescono&lt;/span&gt;. Il sospetto è queste persone abbiano letto solo Carver, e non siano assolutamente in grado di capire che cosa stiamo facendo.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Insomma, mi piacerebbe parlare dei legami tra &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Non abitiamo più qui&lt;/span&gt; e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Revolutionary Road &lt;/span&gt;di Richard Yates, o &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Infiniti peccati&lt;/span&gt; di Richard Ford, o &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lune di miele&lt;/span&gt; di Chuck Kinder, forse il libro in assoluto più vicino a questo. Ma non si può, bisogna fare la classifica del Miglior Scrittore di Racconti del (Secondo) Novecento. Che tristezza. Comunque leggetevi Dubus, ne vale la pena.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3680971343919718013?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3680971343919718013/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/non-abitiamo-piu-qui.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3680971343919718013'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3680971343919718013'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/non-abitiamo-piu-qui.html' title='NON ABITIAMO PIU&apos; QUI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-8877157385675596314</id><published>2010-02-07T19:43:00.001+01:00</published><updated>2010-03-12T19:45:07.713+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>LA PRIMA PERSONA</title><content type='html'>Credo esistano due tipi di scrittori di racconti. Il primo è il narratore: cioè una persona che scrive per raccontare una storia. È interessante riflettere sui motivi della scelta, sulle possibilità che ha la forma breve del racconto, rispetto a quella lunga del romanzo, verso una storia nascente. Per conto mio, trovo che la più grande qualità del racconto sia l’estrema libertà, e allo stesso tempo l’estremo controllo, che offre allo scrittore: sono libero di riscrivere quelle venti pagine tutte le volte che voglio, di impararle a memoria a forza di spostare parole, di sostituire la pagina uno con la pagina venti e l’inizio con la fine, di togliere e aggiungere e poi di nuovo togliere scene importanti per la trama, di riscrivere tutto in terza persona anziché in prima per sentire come suona, e soprattutto di sperimentare cose che non ho mai fatto, recitare voci, esplorare strade. Un romanzo ha bisogno di essere molto più normale (c’è chi si abbandona alla stessa libertà, e prova a usare lo stesso controllo, anche scrivendo romanzi, ma di solito diventa pazzo; oppure lascia perdere il controllo e scrive cose illeggibili).  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Per il secondo tipo di scrittore di racconti quella libertà è così inebriante, e il suo valore così puro in sé, che la storia non ha più molta importanza. Anzi, potrebbe avere una certa importanza il fatto che la storia non ci sia. Mi vengono in mente alcuni racconti di Donald Barthelme, o di Lydia Davis, o di David Foster Wallace, che sembrano scritti per il puro piacere di usare le parole, metterle una in fila all’altra e costruire forme mai viste prima; scritti con la stessa felicità selvaggia e senza scopo che si prova correndo nell’erba alta o tuffandosi in mare; scritti perché la scrittura non sempre è un lento e macchinoso processo di costruzione, ma alcune rare volte è stare in macchina sotto la pioggia e cantare da soli (a conferma della sua natura inafferrabile, non riesco a descrivere questo sentimento senza descrivere altro). Anche questo si può fare, con i racconti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Tutto questo mi è venuto in mente leggendo il nuovo libro di Ali Smith, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La prima persona.&lt;/span&gt; Chi ha amato le due precedenti - Free Love (Feltrinelli 2007) e Altre storie (e altre storie) (minimum fax 2005) - forse sa cosa intendo dire. Chi non l’ha fatto, può entrare in libreria e leggere il primo racconto di questa raccolta, e poi vedere che cosa gli succede.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;***&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;VERO RACCONTO BREVE&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;C’erano due uomini nel bar, al tavolo accanto al mio. Uno era giovane, l’altro più anziano. Potevano essere padre e figlio, ma tra loro non c’era quella consolidata diffidenza, quella rabbia confusa che quasi sempre c’è tra padri e figli. Forse erano il risultato di un divorzio, il padre che ci teneva a fare il padre ora che il figlio era adulto, il figlio che ci teneva a essere un uomo adesso che si ritrovava di fronte a suo padre, se non altro per il tempo di una tazza di caffè. No. Più probabilmente l’uomo anziano era uno di quegli amici di famiglia che nei fine settimana estivi fanno le veci del padre, prendendosi cura del figlio piccolo di una coppia divorziata, un uomo consapevole delle sue responsabilità, e adesso il ragazzo era cresciuto, l’uomo era invecchiato, e fra loro c’era questa tacita comprensione eccetera.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Smisi di inventarmeli. Non mi sembrava giusto. E cominciai ad ascoltare cosa si dicevano. Parlavano di letteratura, un argomento che, guarda caso, trovo molto interessante, al contrario di tanta altra gente. L’uomo più giovane parlava della differenza tra il romanzo e il racconto breve. Il romanzo, diceva, è una vecchia puttana cadente.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Una vecchia puttana cadente!, ripeté l’uomo più anziano tutto compiaciuto.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Utile, spazioso, caldo e familiare, secondo quello più giovane, ma in realtà un po’ troppo usato, un po’ troppo sciatto e sfasciato, in realtà.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Sciatto e sfasciato!, ripeté l’uomo più anziano ridendo.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Mentre il racconto, al paragone, era un’agile dea, una ninfa dal corpo snello. E siccome pochissimi erano riusciti a raggiungere alti liveli in quel campo, il racconto era ancora in una forma smagliante.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Una forma smagliante! A queste parole l’uomo più anziano si allargò in un sorriso da un orecchio all’altro. E così, tanto per fare qualcosa, cominciai a pensare quanti tra i libri presenti a casa mia si potevano definire scopabili, e quanto sarebbero stati bravi a letto. Feci un sospiro, tirai fuori il cellulare e chiamai un’amica con la quale di solito andavo in quel bar il venerdì mattina.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;***&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ali Smith, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La prima persona&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;(Traduzione di Federica Aceto, Feltrinelli 2010)&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-8877157385675596314?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/8877157385675596314/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/02/la-prima-persona.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8877157385675596314'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/8877157385675596314'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/02/la-prima-persona.html' title='LA PRIMA PERSONA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-4772206568009824086</id><published>2010-01-16T18:10:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T18:52:02.436+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>ANNI ZERO</title><content type='html'>In questi giorni ho letto molte classifiche sui migliori scrittori americani degli ultimi dieci anni. Ho un problema con questo tipo di categorie: per me non esistono migliori scrittori, ma solo migliori libri. Penso che non dovremmo giudicare la vita, né la filosofia, né il percorso di un autore, ma ogni singola opera come se fosse la prima e l’ultima. Dunque, da lettore di racconti, propongo una classifica anch’io. Compilarla non è stato facile. I racconti sono come le canzoni: a volte un singolo pezzo vale l’intero disco, a volte in un disco non riesci a decidere qual è il pezzo migliore. Ecco i miei album degli anni Zero, in attesa che quelli del 2009 arrivino anche da noi.    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2000&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: Rick Moody, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Racconti di demonologia&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: F.X. Toole, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lo sfidante&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2001&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: Alice Munro, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nemico amico amante&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: Peter Orner, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Esther Stories&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2002&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: A.M. Homes, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cose che bisognerebbe sapere&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: Russell Banks, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’angelo sul tetto&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2003&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: Anne Tyler,&lt;span style="font-style: italic;"&gt; Un matrimonio da dilettanti&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: Julie Orringer, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Quando ho imparato a respirare sott’acqua&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2004&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: Alice Munro, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;In fuga&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: E.L. Doctorow, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Storie di una dolce terra&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2005&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: Yiyun Li, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Mille anni di preghiere&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: Melissa Bank, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’amore per caso&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2006&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: Charles D’Ambrosio, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il museo dei pesci morti&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: Alice Munro, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La vista da Castle Rock&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2007&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: Jhumpa Lahiri, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Una nuova terra&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: Miranda July, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tu più di chiunque altro&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;2008&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato A: Annie Proulx, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ho sempre amato questo posto&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lato B: Elizabeth Strout, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Olive Kitteridge&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-4772206568009824086?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/4772206568009824086/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/anni-zero.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4772206568009824086'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/4772206568009824086'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/03/anni-zero.html' title='ANNI ZERO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3510593803440304623</id><published>2010-01-11T19:24:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T19:26:32.917+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrittori'/><title type='text'>ALICE MUNRO</title><content type='html'>(Come ormai i lettori sanno, tre anni fa Alice Munro dichiarò di aver smesso di scrivere. Il senso di morte incombente nella Vista da Castle Rock, l’autobiografismo esplicito di quelle storie facevano pensare a un libro-testamento, ma poi qualcosa dev’essere cambiato. C’è stata di mezzo una malattia, e c’è il rapporto delicato con la vita di una donna ormai ottantenne. Oppure, come ogni scrittore, Alice Munro è solo una grandissima bugiarda. Lo scorso autunno ha pubblicato la sua tredicesima raccolta di racconti, Too Much Happiness, che speriamo di vedere presto qui da noi. Magari invece è la volta buona per cominciare a leggere in inglese. Per il momento ho trovato un’intervista sul Wall Street Journal del novembre scorso, e ho tradotto qualche risposta per chi passa di qua)    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Parecchie storie della nuova raccolta sono impregnate di violenza. Da dove viene?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non me ne sono accorta finché il libro non è stato finito. Sapevo che la prima storia era una mazzata, infatti non sono stata capace di rileggerla. È troppo inquietante. Non ho deciso di usare la violenza come tema ricorrente, ma so che c’è, e può succedere di farlo senza rendersene conto.&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Per quanto tempo lavori a un singolo racconto?&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Su alcuni mi capita di lavorare per un anno, lasciandoli e riprendendoli. Due mesi è il minimo. &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Come cominci una storia?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Comincio scrivendo a mano su un quaderno. La scrivo dall’inizio alla fine, ma quella non è la versione definitiva. Poi prendo un altro quaderno e la riscrivo daccapo, e questa volta si avvicina parecchio alla versione definitiva. Poi straccio queste prime due storie e, senza riguardarle, comincio a lavorare al computer. A questo punto ottengo qualcosa di sensato.&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;È facile per te lavorare al computer?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Sono un disastro con la tecnologia. Se smetto per un po’, mi dimentico come si usa il computer e mio marito deve rispiegarmi tutto di nuovo. E poi sono stata malata, ho avuto un tumore. La terapia lesiona pezzi di cervello, e pare che le ultime cose imparate siano le prime a partire.&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Perché sei così legata alla forma del racconto?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ho provato a scrivere romanzi e non sono arrivata da nessuna parte. Mi interrompevo sempre a metà, perdevo interesse nella storia, mi sembrava che non ci fosse niente di buono e lasciavo perdere. Ora mi sembra di scrivere sempre cose a metà. La gente li chiama racconti brevi, ma spesso non sono brevi e forse non sono nemmeno racconti, nel senso della compattezza. È una combinazione di linee che si diramano dalla storia o si sviluppano dentro la storia. Non so se esiste una parola giusta per definire una forma a metà strada tra il racconto e il romanzo. C’è una cosa chiamata novella, ma non ho mai capito esattamente cosa sia, e se io ne abbia scritta qualcuna oppure no. &lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;In un’intervista alla Paris Review, hai parlato della paura di lasciarti dietro frammenti di storie non finite. Sei ancora preoccupata di questo?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;No. Devo dire che ci sono stati dei cambiamenti. Da quando sono stata malata sono soltanto felice di essere qui, non mi preoccupo più delle cose che mi lascerò dietro. E penso che uno sarebbe molto fortunato a lasciarsi dietro qualcosa, per esempio una storia. Come se Cechov avesse scritto solo “La signora col cagnolino”, se fosse l’unica cosa che avesse mai scritto, ne sarebbe valsa comunque la pena, sarebbe valsa la pena di aver vissuto. Non penso più molto alla mia carriera.&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Da dove arrivano le tue trame?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Alcune cose sono accadute realmente, ma per la maggior parte si tratta di cose quasi accadute, o che avrebbero potuto accadere. Cose della mia vita intorno a cui giro, per vedere “come sarebbe andata se”. È una specie di investigazione sul modo in cui le persone si comportano, o sul modo in cui alcune persone in particolare si comporteranno. Ma così suona più brutale di quanto sia in realtà. Dovrei essere capace di descrivertelo meglio, perché sono stata seduta qui tutta la mattina a lavorare a una storia appena cominciata.&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Molti personaggi in “Too Much Happiness” riflettono sullla vecchiaia. È una questione che ti preoccupa, e invecchiare rende più urgente il tuo lavoro?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Avevo previsto di andare in pensione. Pensavo che a una certa età sarei stata soddisfatta del mio lavoro, e in pensione non fai nient’altro che goderti te stessa. Non hai nessun bisogno particolare e non ti svegli la mattina con il pensiero di infilarti la vestaglia e metterti a scrivere. Invece non mi è capitato. Per niente. È una cosa che mi ha sorpreso, pensavo che smettere fosse possibile e forse per alcuni scrittori lo è davvero, ma a me succedono ancora delle cose e penso sempre “Questa è l’ultima. Dopo questa mi riposo”. Ma finora non è andata così.&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Puoi dirci qualcosa del tuo prossimo libro?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ho un po’ di storie finite. Sono storie di una parte lontana della mia vita. E poi ci sono alcune altre storie che sto scrivendo adesso.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3510593803440304623?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3510593803440304623/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/01/alice-munro.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3510593803440304623'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3510593803440304623'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/01/alice-munro.html' title='ALICE MUNRO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3803360682579025409</id><published>2010-01-02T08:10:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T19:43:37.683+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrittori'/><title type='text'>HAPPY BIRTHDAY MR. SALINGER</title><content type='html'>Da parecchio tempo ormai, il mio modo di cominciare l’anno è fare gli auguri a J.D. Salinger. Lo faccio tra me e me quando finisce il conto alla rovescia, e tutti brindano e si baciano. Ieri il vecchio matto ha compiuto 91 anni. Ha pubblicato il suo ultimo racconto nel 1965 e poi è sparito dalla circolazione: da allora tace e non si fa vedere, ma non sembra che abbia smesso di scrivere, anzi dice la figlia che in casa ha abbastanza inediti da riempire una biblioteca. Lui non sarebbe per niente contento di saperlo, ma a mezzanotte io lo penso per un po’ e mi sento meglio. Penso a lui, a Holden, a Buddy e Seymour, a Esmé e Sybil e penso: vivete ancora a lungo, dovunque voi siate. Nelle vostre celle monastiche, nelle vostre capanne sull’albero, nelle vostre grotte bananifere, nei vostri taxi e camere d’albergo e vasche da bagno. Poi torno nel luogo in cui mi trovo, e mi dedico anch’io a brindare e baciare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 16.65pt 0.0001pt 1cm; text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 16.65pt 0.0001pt 1cm; text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;i&gt;Finalmente presi una decisione, la decisione di andarmene. Decisi che non sarei più tornato a casa e che non sarei mai più andato in un’altra scuola. Quello che dovevo fare, pensavo, era andare all’Holland Tunnel e farmi dare un passaggio, e poi farmi dare un altro passaggio, e poi un altro e un altro, e in pochi giorni sarei arrivato nell’ovest, in qualche bel posticino pieno di sole dove nessuno mi conosceva e mi sarei trovato un lavoro. Pensai che potevo trovar lavoro in qualche stazione di rifornimento a mettere benzina e olio nelle macchine. Ma non m’importava che genere di lavoro. Fintanto che loro non mi conoscevano e io non conoscevo loro. Quello che dovevo fare, pensai, era far finta d’essere sordomuto. Così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote. Se qualcuno voleva dirmi qualche cosa, doveva scrivermelo su un pezzo di carta e ficcarmelo sotto il naso. Dopo un po’ ne avrebbero avute piene le tasche, e per il resto della vita non avrei più sentito chiacchiere. Tutti avrebbero pensato che ero un povero bastardo d’un sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace. Mi avrebbero fatto mettere olio e benzina nelle loro stupide macchine, e in cambio mi avrebbero dato un salario, e con quei soldi io mi sarei costruito una capanna da qualche parte e ci avrei passato il resto della mia vita. Me la sarei costruita vicino ai boschi, ma non proprio nei boschi, perché volevo starmene in pieno sole tutto il tempo. Mi sarei fatto da mangiare io stesso, e in seguito, se volevo sposarmi o qualcosa del genere, avrei incontrato una bella ragazza, sordomuta anche lei, e ci saremmo sposati. Sarebbe venuta a vivere con me nella capanna, e se voleva dirmi qualcosa doveva scriverlo su un maledetto pezzo di carta, come tutti gli altri. Se avessimo avuto dei figli li avremmo nascosti in qualche posto. Potevamo comprargli un sacco di libri, e insegnargli a leggere e scrivere.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 16.65pt 0.0001pt 1cm; text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;&lt;i&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 16.65pt 0.0001pt 1cm; text-align: justify; text-indent: 14.2pt;"&gt;J.D. Salinger, &lt;i&gt;Il giovane Holden,&lt;/i&gt; 1951&lt;i&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3803360682579025409?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3803360682579025409/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/01/happy-birthday-mr-salinger.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3803360682579025409'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3803360682579025409'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2010/01/happy-birthday-mr-salinger.html' title='HAPPY BIRTHDAY MR. SALINGER'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-5093236732661357492</id><published>2009-12-16T01:55:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T19:56:49.187+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='testi'/><title type='text'>SUL TIRANNICIDIO</title><content type='html'>Oggi non riesco ad aprire un libro, troppo assordante il rumore di quello che accade intorno. Così, tanto vale dire la mia. Trovo indegni gli editoriali dei quotidiani d’opposizione, che seguono tutti lo stesso schema retorico: inorridiscono per l’attentato al capo del governo; denunciano il clima di violenza politica da cui tale attentato è scaturito; richiamano i partiti, i media e l’opinione pubblica a rientrare nelle regole, confrontandosi a colpi di idee e non di souvenir. Li trovo ipocriti perché scritti da gente che fino all’altro ieri ha provato a tirare giù il capo del governo con scandali sessuali, l’equivalente giornalistico di un sampietrino. Li trovo ciechi perché non guardano più in là del proprio naso, come se l’episodio in questione fosse figlio di una stagione e non di un’epoca.    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Io per esempio mi chiedo: come mai negli ultimi cinquant’anni praticamente tutti i presidenti americani hanno subito un attentato (con un presidente morto, uno ferito e diverse pistole che hanno sbagliato mira, o non hanno fatto in tempo in sparare), mentre da noi l’evento è così raro da sorprendere un esercito di guardie del corpo? Perché negli Stati Uniti il presidente è un oggetto di culto. La campagna elettorale è una battaglia uno contro uno: il volto del candidato è ovunque, il suo nome occupa berretti e adesivi, il partito di cui dovrebbe essere espressione viene dimenticato. Una volta eletto, il presidente va a vivere in un posto che è una specie di casa del Grande Fratello, dove lui e la sua famiglia sono sotto gli occhi di tutti. D’ora in poi risponde in prima persona davanti a un’intera nazione: c’è una crisi economica, una guerra neocolonialista, un uragano tropicale, un disastro ecologico all’orizzonte? Il presidente interviene alla televisione, il presidente riceve una chiamata dal Pentagono e decide su due piedi, il presidente si mette l’elmetto giallo e corre tra i terremotati, il presidente prende un aereo e va a parlare con un altro presidente. Io non so nemmeno chi siano i ministri del governo degli Stati Uniti, né quali poteri abbia esattamente il Congresso. Per il resto del mondo, e temo anche per la maggior parte dei cittadini americani, gli Stati Uniti non sono governati da una forza politica, né da una classe di amministratori, ma da una persona, e l’intero paese ha la sua faccia. La cattiva notizia è che questa incarnazione è appena avvenuta anche da noi. Ci sono voluti quindici anni per smantellare una solida democrazia parlamentare, ma alla fine è successo: oggi nessun italiano, di qualunque fede politica, prende minimamente sul serio il partito di maggioranza, né il parlamento, né il consiglio dei ministri. Qualunque cosa facciano in realtà, da fuori sembrano contenitori vuoti. Oggi per tutti noi chi ci governa ha un nome e un volto, uno solo.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Al di là di questioni da poco come la morte della democrazia, il culto della persona ha un effetto collaterale: nella gran massa dei cittadini ci sarà qualcuno che ti ama alla follia, e qualcun altro che alla follia ti odia. Quelli che ti amano sventolano le bandierine, cantano gli inni quando passi tu e lottano per essere il primo dei tuoi servitori, o la prima delle tue concubine. Quelli che ti odiano ti tirano in faccia miniature di cattedrali gotiche. Se la faccenda è più seria, sparano. Non si può avere una cosa senza l’altra. Le ragioni dell’odio, come quelle dell’amore, spesso non hanno niente a che fare con la politica: uno ti odia perché ha perso il lavoro, perché sta male e non ne può più di vedere il tuo sorriso, perché hai venduto il suo calciatore preferito a un’altra squadra, perché vorrebbe farsi le diciottenni e non può, perché vorrebbe le ali di folla e non le ha, perché tu sei un vincente e lui un perdente. Qui non c’entrano niente la destra e la sinistra. Se metti la tua persona davanti a tutto - davanti alle idee, ai movimenti, ai partiti, perfino alle aziende e alle squadre di calcio - sarà la tua persona ad attirare su di sé i sentimenti della gente, le genuflessioni dei fedeli e le pallottole dei tirannicidi. Se è amore quello che chiedi alla folla - non un semplice mandato politico ma devozione, il calore dei corpi, un comizio in Duomo come un concerto a San Siro - devi essere pronto a ricevere anche un bel po’ di odio.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Per questo ai cortigiani che ora sbraitano sulla spirale d’odio mi verrebbe da dire: occhio anche alla vostra spirale d’amore. L’assassino di John Lennon era un suo fan. Mi pare che da un meccanismo simile fossimo usciti nel 1945, con una persona idolatrata per vent’anni e finita a testa in giù in Piazzale Loreto. Quel periodo era bastato a generare gli anticorpi per il mezzo secolo che è venuto dopo, in cui a nessuno è mai venuto in mente di accogliere Andreotti o Fanfani con inni e bandierine (&lt;span style="font-style: italic;"&gt;“Menomale che Amintore c’è!”&lt;/span&gt;), né di tirargli miniature in faccia. Ora gli anticorpi sono finiti, e ci siamo di nuovo in mezzo. Ecco perché fa un po’ ridere richiamare tutti quanti alla ragione: bisognerebbe invece prepararsi a vedere le pistole. E intanto chiedersi quanto siamo colpevoli per essere arrivati fino a qua, senza più uno straccio di idea, solo con una faccia insanguinata in mezzo e un deserto intorno.&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-5093236732661357492?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/5093236732661357492/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/12/sul-tirannicidio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5093236732661357492'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5093236732661357492'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/12/sul-tirannicidio.html' title='SUL TIRANNICIDIO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-1588771673400411988</id><published>2009-12-10T19:09:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T19:10:30.789+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>IN LETTURA</title><content type='html'>È un buon periodo per i lettori di racconti e i cultori della narrativa americana. Ci sono giorni in cui vaghi sconsolato in libreria, sfogliando qualche pagina qua e là, riducendoti a contemplare copertine, borbottando di fronte a novità che sembrano già vecchissime, e infine pieghi inesorabilmente verso i classici, in cerca di qualche Melville o Tolstoj che ti manca, o verso le biografie, a ripercorrere la vita triste di Pavese o Fenoglio, o quella piena di avventure di Hemingway o Karen Blixen. Altre volte, ci vorrebbe il carrello della spesa. Per fortuna attraversiamo uno di questi momenti, e la pila dei libri da leggere è alta. Comincio con i racconti, lascio i romanzi alla prossima puntata.    &lt;p class="MsoNormal"&gt;John Cheever, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Racconti italiani&lt;/span&gt; (Fandango, 94 pagine, 14 euro)&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Nel 1956, a quarantaquattro anni, dopo aver terminato con grandi fatiche il suo primo romanzo (Gli Wapshot), Cheever decide di prendersi un anno sabbatico e con la moglie parte per l’Italia. Queste sei storie sono il risultato di quel periodo: racconti insoliti per chi è abituato al Cheever dei pendolari e delle villette a schiera. Qui i personaggi sono nobili romani, vecchi poeti americani in esilio, viaggiatori di lungo corso. Anche la lingua è più complessa, e il ritmo meno serrato di quello dei suoi lavori più noti, come se il cambiamento dei temi imponesse di cambiare anche lo stile. Per quello che ho letto finora ne vale la pena. Fa solo un po’ di tristezza collezionare questi libricini ad anni di distanza uno dall’altro: la pubblicazione di tutte le opere di Cheever da parte di Fandango procede con il passo di quei ciclisti che arrancano nelle tappe di montagna, tagliando il traguardo quando ormai è buio e il pubblico se n’è andato da un pezzo. Io invece sto qui e aspetto Bartali, e al cine vacci tu.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Katherine Anne Porter, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Bianco cavallo, bianco cavaliere &lt;/span&gt;(La Tartaruga, 196 pagine, 17,50 euro)&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ecco una di quelle scrittrici che in America si leggono a scuola, e qui da noi sono praticamente sconosciute. Katherine Anne Porter nacque in Texas nel 1890 e racconta quel mondo, il Sud decadente uscito dalla guerra di secessione, con le grandi case di campagna, i domestici neri, le saghe famigliari. Come Flannery O’Connor ed Eudora Welty, altre scrittrici e donne del Sud di inizio Novecento, scrisse quasi solo racconti. Qui ne sono raccolti tre, lunghi sessanta pagine ciascuno. La Tartaruga è un altro di quegli editori che meriterebbe un monumento.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Judy Budnitz, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’odore afrodisiaco del cloro &lt;/span&gt;(Alet, 283 pagine, 15 euro)&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Era una delle giovani promesse selezionate in Burned Children of America, l’antologia di minimum fax che ha fatto epoca all’inizio degli anni Zero. A differenza di quasi tutti gli altri (a leggere adesso l’elenco fa paura: David Foster Wallace, Rick Moody, Jonathan Lethem, Dave Eggers, George Saunders, Jeffrey Eugenides, A.M. Homes, Aimee Bender, Arthur Bradford, tutta gente che allora non conosceva nessuno), Judy Budnitz non ha fatto strada qui da noi. Il primo racconto, Da dove veniamo, parla di una donna incinta che cerca disperatamente di attraversare la frontiera tra Messico e Stati Uniti, perché il suo bambino nasca americano. Ogni volta la prendono e la rimandano indietro, e lei prolunga la gravidanza con la forza di volontà finché il suo feto compie un anno, due anni, la sua pancia diventa enorme, lei non riesce neanche più a muoversi. Continua a nascondersi nei furgoncini, a imbarcarsi nella stiva delle navi ripetendo tra sé quattro parole, Nice Big American Baby, come un mantra. Però non ve lo dico come va a finire. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Charles Bukowski, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Azzeccare i cavalli vincenti&lt;/span&gt; (Feltrinelli, 266 pagine, 17 euro)&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Vedi un Bukowski appena uscito e pensi: un altro? Va bene se costasse poco, ma diciassette euro? Con tutto l’amore per il vecchio Hank, che cosa avrà da raccontarmi che non mi ha già raccontato, per diciassette euro? Poi cerchi l’indice e trovi titoli come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La sera che nessuno credeva che fossi Allen Ginsberg. &lt;/span&gt;O come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Saggio sconnesso sulla poesia e sulla vita sanguinante scritto mentre sto bevendo una confezione da sei (grande).&lt;/span&gt; O come &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Dovremmo far saltare il culo allo zio Sam?&lt;/span&gt; Poi apri il libro a caso e leggi: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ecco, vedete cosa succede quando un paio di poliziotti mi fermano quando esco a comprare i sigari? Voglio cambiare completamente tutta la struttura penale della società. Non fraintendetemi - non dico che l’ubriaco al volante sia un cittadino superiore. Dico però che ci sono moltissimi casi in cui uno può arrivare a casa senza far male a una mosca ma viene fermato e schiaffato in prigione perché le prigioni ci sono comunque, quindi vanno usate. E quando i poliziotti sono di pattuglia si sentono quasi OBBLIGATI A EFFETTUARE ARRESTI. Mi sento sempre colpevole quando mi si avvicina un poliziotto perché gli hanno INSEGNATO a considerare che SONO colpevole IO. Quindi ti ritrovi davanti il senso di colpa e il complesso paterno: il distintivo, l’elmetto, la pistola, la radio che gracchia, il lampeggiante rosso, la faccia irremovibile ben pasciuta. È proprio una scena dell’orrore. Credo che una delle teorie sulla Prevenzione del Crimine consista nel prevenire il crimine prima che accada. In altre parole, sulla base della teoria che l’ubriaco al volante potrebbe magari infliggere danno e dolore, viene arrestato e sanzionato di brutto sulla supposizione di ciò che avrebbe potuto fare. Adesso provate ad applicare questa teoria ad altri aspetti della vita e vedrete che tutti gli esseri umani viventi devono essere messi in prigione perché ognuno di loro potrebbe essere capace di commettere un crimine, più o meno grave, contro la società. In altre parole, LA LEGGE INFLIGGE DOLORE ANCHE NEL CASO IN CUI NON NE SIA STATO PROVOCATO. Se dobbiamo avere un mondo migliore, l’eliminazione di un dolore non necessario potrebbe essere un buon inizio. Volete ridere? Sapete cosa penso che dovrebbe fare la polizia con gli ubriachi? Dovrebbe accompagnarli a casa, invece che in prigione. Rimboccare le coperte ai cocchi di mamma ubriachi, dar loro un bicchiere se necessario e consigliare di rimanere a casa per il resto della serata. Ridicolo? Perché? Cosa cazzo c’è di ridicolo in un po’ di comprensione?&lt;/span&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Alla fine tiri fuori i tuoi pulciosi diciassette euro e te lo porti via. Bukowski è una boccata d’aria in questi tempi duri.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-1588771673400411988?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/1588771673400411988/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/12/in-lettura.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1588771673400411988'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1588771673400411988'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/12/in-lettura.html' title='IN LETTURA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-5332287263081381866</id><published>2009-11-30T19:03:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T19:05:24.845+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>SPLENDIDO SPLENDENTE</title><content type='html'>Ieri sera sono andato al Cox 18 - o &lt;i&gt;in Conchetta, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;come diciamo noi - per lo Slam X, la due giorni di reading e musica organizzata dall’Agenzia X per finanziarsi e farsi conoscere in giro. All’ingresso si poteva pagare una piccola quota oppure, al posto del biglietto, comprare un libro qualsiasi del catalogo. Io ho preso &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Splendido Spendente,&lt;/span&gt; di Ivan Guerrerio. Il sottotitolo è Romanzo per Moana. L’ho letto tra ieri sera e stamattina: è un libro senza virgole e non mi ha mollato fino alla fine. Dunque la storia è quella di Marzio Milani, ragazzo del 1960, studente milanese, militante politico, che nel 1978, in vacanza a Camogli, conosce per caso la giovanissima Moana Pozzi, e per quella breve estate diventa uno dei suoi amanti. È una strana coppia: lui jeans e capelli lunghi, lei bionda platinata. Lui cresciuto nella Milano in fermento degli anni Settanta, lei in giro per il mondo al seguito del padre, ma ora rinchiusa in catene in una villetta dell’entroterra ligure. Lui è comunista e vuole fare la rivoluzione, lei va in collegio dai preti ma scopa con tutti. Lui ha una fidanzata femminista, che al momento si trova in Puglia in un campeggio di formazione politica, mentre lei a diciassette anni frequenta uomini adulti, va in giro nuda per le spiagge d’agosto, è conosciuta in qualsiasi night o discoteca tra Genova e Alessandria. La loro storia durerà solo poche settimane. Poi Marzio farà la sua strada, ma resterà innamorato di Moana per tutti gli anni a venire. La seguirà ovunque, raramente di persona ma spesso per lettera, o attraverso i giornali, o nel buio dei cinema porno. Il fatto è che lei è troppo diversa dal paese in cui si trova a vivere, e che una volta lui pensava di poter ribaltare. Moana non solo è bellissima, non solo è sesso allo stato puro: rappresenta la libertà e la rivoluzione, e poi la morte della libertà e la fine della rivoluzione, in un’epoca in cui queste due parole cambiano di senso, o forse smettono di averne uno. Così il romanzo non è solo la storia di Marzio e Moana ma anche quella d’Italia tra il 1978 e il 1994, sedici anni in cui le parabole delle grandi idee sono precipitate per sempre, e le illusioni di tante persone sono andate giù insieme a loro. Si parla molto di anni Ottanta in questo periodo. Abbiamo capito che la nebbia fetida in cui siamo immersi viene dritta da lì: non solo il potere a cui dobbiamo sottostare, che allora stava prendendo la rincorsa, ma un’intera cultura dominante che in quegli anni metteva le sue radici. Ecco, Splendido Splendente forse si capisce meglio se sei un uomo, e se sei nato a Milano. Ma credo che sia un mattone importante in un lavoro di ricostruzione storica che sento sempre più necessario, se vogliamo cominciare a capire dove siamo, e come diavolo abbiamo fatto a scendere così in basso.&lt;/span&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;***&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Sei Norma Jean Baker nata a Los Angeles nel 1926 di tuo padre non saprai mai niente di tua madre sai che lavora per una casa di produzione cinematografica e anche se sei solo una bambina capisci che non sta per niente bene vedi che entra ed esce dagli ospedali e tu vieni affidata a varie famiglie e in tutto quel girare a dieci anni un patrigno ti violenta mentre cresci in questi ambienti disperati sogni il cinema e il tuo primo provino è la dimostrazione di cosa fa una brava ragazza lasciata sola con una bottiglietta di Coca Cola anche se negherai sempre che quella pellicola esista. Diventi famosa comunque perché sei bellissima e per tutta la vita sogni un uomo che ti ami per quello che sei o per come appari scelga pure ma almeno ti ami e così ti sposi divorzi ti risposi ma per quante volte tu lo faccia non funziona niente e il primo è un miliardario che dura poche settimane poi arriva un famoso sportivo e alla fine un noto intellettuale che per ricambiarti scriverà male di te tu che amerai l’unico che non puoi sposare lui il più famoso e il più potente di tutti lui a cui canterai Happy Birthday al compleanno lui l’amante di cui tutti sanno e di cui alcuni dicono che ordinò il tuo omicidio tu che ti sei uccisa ufficialmente con i barbiturici quando avevi trentasei anni sei il più noto sex symbol di tutti i tempi sei l’attrice più invidiata sei l’icona dei quadri di Andy Warhol tu sei Marilyn Monroe.&lt;/p&gt;      &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Sei Linda Susan Boreman nasci alla fine degli anni Quaranta nel quartiere del Bronx di New York da una famiglia proletaria e hai una madre cattolica autoritaria e violenta ti sposi a ventidue anni con uno spacciatore che gestisce un topless bar ti fa prostituire e un giorno ti presenta a Gerard Rocco Damiano un parrucchiere per signora con aspirazioni da regista e insieme in pochi giorni nella villa prestata da un amico girate un film che cambierà la storia del cinema e incasserà milioni di dollari mentre a voi ne restano per compenso poco più di mille a testa e tutto il resto alla mafia che lo distribuisce Gola Profonda segnerà l’inizio dell’epoca del porno di massa e tu diventi famosa riesci a lasciare tuo marito ti risposi e fai tre figli e divorzi ancora la tua vita non migliora la notorietà scompare e negli anni scrivi quattro autobiografie talmente diverse tra loro che puoi essere sia l’eroina della sperimentazione sessuale sia la portabandiera di chi considera il porno il male assoluto sei la più controversa attrice porno della storia tu sei Linda Lovelace. &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Sei Anna Moana Rosa Pozzi nata a Genova a Pra Palmaro in un quartiere del Ponente il 27 aprile 1961 e sei la prima figlia di Alfredo Pozzi e Rosanna Aloisio lui uno stimato tecnico che lavora nelle centrali nucleari proveniente da una famiglia della borghesia genovese lei di origini contadine diplomata e poi moglie e casalinga molto cattolica nel 1963 nasce tua sorella Maria Tamiko per tutti Mima insieme a cui frequenti l’asilo delle suore Orsoline che dovrebbe trasmettervi da subito i principi e i valori graditi alla famiglia con Mima passi la prima infanzia nella casa di Pra Palmaro da cui si vede il mare affascinata da tuo padre con cui la domenica compri le paste dopo la messa fino a quando la sua carriera non porta tutta la famiglia a vivere all’ombra delle centrali in ogni parte del mondo prima in Spagna nel 1967 in un lussuoso quartiere della capitale franchista poi fra i ghiacci e le foreste del Canada nel 1969 e infine nel torrido Brasile a Tubarao dove frequenti una scuola di suore e una di samba e resti affascinata dalla sensualità di quel popolo fino a che il cerchio si chiude nel 1975 la famiglia torna a vivere non lontano da Genova nella casa di Lerma da dovi osservi un mondo diventato minuscolo sognando di fare l’attrice non hai nemmeno bisogno di trovare un nome d’arte visto che per tutti da sempre tu sei solo Moana il punto dove il mare è più profondo.&lt;/p&gt;      &lt;p class="MsoNormal"&gt;*** &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ivan Guerrerio, Spendido Splendente (Agenzia X 2009)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-5332287263081381866?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/5332287263081381866/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/splendido-splendente.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5332287263081381866'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5332287263081381866'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/splendido-splendente.html' title='SPLENDIDO SPLENDENTE'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-7648020501694496127</id><published>2009-11-25T19:58:00.001+01:00</published><updated>2010-03-12T20:00:37.211+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>BARTLEBY E COMPAGNIA</title><content type='html'>Subisco il fascino degli scrittori che smettono di scrivere. Una vocazione è anche una mania, e liberarsene non è meno difficile che portarla a compimento. Darà lo stesso tipo di piacere? Oppure ne darà uno tutto diverso - il sollievo che si prova guarendo dalla febbre, o respirando dopo una lunga apnea, o camminando all’aria aperta dopo anni di galera? Io immagino un senso di enorme liberazione. Potersi svegliare di fronte alle possibilità del quotidiano, godere delle esperienze mentre accadono, pensare alla propria felicità non più in termini di scrittura o non-scrittura, ma di oggetti più sani come per esempio: persone, luoghi, incontri, azioni. Essere Neal Cassady invece di Jack Kerouac. Essere Arthur Rimbaud invece di Paul Verlaine. Non significherebbe perdere l’amore per la letteratura: anzi forse diventerebbe un amore più puro, come diceva Derek Walcott nei versi di &lt;i&gt;Vulcano.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Si potrebbe anche abbandonare la scrittura&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;davanti ai segnali di lenta combustione&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;dei grandi, ed essere invece&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;il loro lettore ideale, riflessivo,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;affamato, conscio che è superiore&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;l’amore per i capolavori&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;al desiderio di ripeterli o eclissarli,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;e diventare così il miglior lettore del mondo.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non pensavo più a questa faccenda da un po’ di tempo, cioè da quando uno scrittore e una scrittrice decisero, ognuno a modo suo, di smettere di scrivere per sempre. Mi è tornato tutto in mente leggendo un libro di Enrique Vila-Matas, &lt;i&gt;Bartleby e compagnia, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;uscito in Spagna nel 2000 e in Italia nel 2002, e ora ripubblicato in edizione tascabile per Feltrinelli. Vila-Matas è uno di quegli scrittori che lui stesso chiama gli anti-Bartleby, cioè i grafomani alla Simenon o alla Scerbanenco, ma in questo saggio-romanzo finge di essere uno scrittore finito, uno che ha pubblicato il suo libro d’esordio venticinque anni prima e poi ha smesso, e ora si dedica a studiare gli &lt;/span&gt;&lt;i&gt;agrafi&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; come lui. I Bartleby. Quelli che alla vocazione rispondono, come lo scrivano di Melville, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;preferirei di no.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Il libro è una raccolta di vite esemplari. Così come ogni scrittore ha il suo stile, anche ogni non-scrittore ha dovuto percorrere una strada diversa per arrivare al silenzio. Intanto, occorre dare una risposta a chi ti chiede come mai non scrivi più. Allora si può fare come Duchamp che rispondeva: &lt;i&gt;che cosa ci vuol fare, signora, non ho più nemmeno un’idea! &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;O come Alfau, che arrivato a una certa età si dedicò allo studio delle lingue straniere, e dichiarò che &lt;/span&gt;&lt;i&gt;dopo aver imparato l’inglese, cominciano le complicazioni. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;O come Vaché secondo il quale, molto più semplicemente, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;l’arte è una stronzata. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;O come Rulfo, forse il più grande scrittore messicano, che aveva elaborato la risposta perfetta: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;perché è morto lo zio Celerino, quello che mi raccontava le storie.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;E poi, ci sono le cose che gli scrittori fanno dopo avere smesso di scrivere. C’è Rimbaud in Africa, dedito a contrarre la sifilide e commerciare in schiavi. C’è Melville che, dopo il fiasco di &lt;i&gt;Moby Dick&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;, si impiegò alla dogana del porto di New York e ci rimase per il resto dei suoi giorni. C’è Henry Roth e la vicenda del suo unico capolavoro, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Chiamalo sonno, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;trascurato per molto tempo da pubblico e critica, tanto che l’autore occupò l’intera vita senza scrivere più una riga, facendo il pompiere, l’operaio, l’insegnante, viaggiando per gli Stati Uniti e finendo a vivere in un campeggio di roulotte, finché il romanzo fu ripubblicato e Roth raggiunse la fama dopo avere smesso di scrivere da trent’anni. Ci sono i pazzi come Rober Walser, che morì in manicomio riempiendo minuscoli bigliettini con un’indecifrabile letteratura, o Guy de Maupassant, che all’apice del successo si trafisse con un tagliacarte credendosi immortale, e terminò i suoi giorni camminando a quattro zampe e leccando l’intonaco dai muri. Poi c’è la schiera dei suicidi a cui Vila-Matas non dedica molta attenzione, perché smettere così è troppo facile. E poi c’è Tolstoj, il mio preferito, forse il più anziano tra gli scrittori che decisero di liberarsi dalla scrittura. Nel 1910 aveva ottantadue anni, ed era probabilmente il romanziere più famoso al mondo. Una notte aprì il diario che compilava da quando era ragazzo, cominciò a trascrivere il suo proverbio preferito (&lt;/span&gt;&lt;i&gt;Fais ce que dois, advienne que pourra: “&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Fa’ quello che devi, succeda quel che succeda”) ma lo interruppe a metà frase. Le migliaia di pagine dei diari di Tolstoj, autore di storie immortali, finiscono così: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Fais ce que dois, adv&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Dopo la &lt;i&gt;v, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;decise di smettere di scrivere per sempre. Era perseguitato dalla moglie e dalla scrittura, che riteneva, rispettivamente, una grandissima rompicoglioni e la principale responsabile del suo fallimento morale. Fuggì di casa in piena notte e morì di polmonite una settimana dopo, nella sperduta stazione ferroviaria di Astapovo, per avere viaggiato nell’inverno russo al freddo della terza classe.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Si potrebbe concludere di nuovo con Marcel Duchamp: &lt;i&gt;Le parole non hanno assolutamente alcuna possibilità di esprimere nulla. Nel momento in cui cominciamo a tradurre i pensieri in parole e frasi, va tutto in malora.&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; Oppure con Bobi Bazlen: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Credo che ormai non si possano più scrivere libri. Per cui non ne scrivo più. Quasi tutti i libri non sono altro che note a pie’ di pagina, gonfiate fino a diventare volumi. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Oppure con Paul Celan:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Se venisse,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;se venisse un uomo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;se venisse un uomo, al mondo, oggi, con&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;la barba di luce dei&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;patriarchi: potrebbe solo,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;se parlasse di questo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;tempo, solo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;potrebbe balbettare, balbettare&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;sempre sempre&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;soltanto soltanto.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Enrique Vila-Matas, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Bartleby e compagnia&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;(Traduzione di Danilo Manera, Feltrinelli 2002)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-7648020501694496127?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/7648020501694496127/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/bartleby-e-compagnia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7648020501694496127'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7648020501694496127'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/bartleby-e-compagnia.html' title='BARTLEBY E COMPAGNIA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-5812576871364112552</id><published>2009-11-22T17:40:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T18:42:05.658+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>EMMAUS</title><content type='html'>Ho fatto resistenza per qualche giorno, prima di prendere Emmaus di Alessandro Baricco. Il motivo cercherò di dirlo dopo. Poi l’ho aperto a pagina 15 e ho letto: &lt;i&gt;Abbiamo tutti sedici, diciassette anni - ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato. Siamo molto normali, non è previsto altro piano che essere normali, è un’inclinazione che abbiamo ereditato nel sangue. Per generazioni le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza - qualsiasi asperità che potesse segnalarci all’occhio lontano. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Mi è sembrato l’inizio di una storia che mi riguarda, perché è simile alla mia e pure a quella che sto cercando di scrivere, e così ho rotto gli indugi e l’ho preso.&lt;/span&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Dunque la storia è questa: ci sono quattro amici, sedici o diciassette anni, cattolici militanti. Suonano in chiesa durante la messa, fanno volontariato coi malati terminali. Non è che loro esistenze siano granitiche come sembrano - il padre di uno è depresso, e la famiglia non può che subire la sua depressione; un altro vuole farsi prete e la madre si dispera; un altro ancora ha una fidanzata con cui pratica un’astinenza disseminata di tentazioni - eppure sono vite di adolescenti come tutti gli altri, solo cresciuti nell’ortodossia religiosa, per cui la tensione che li agita riguarda il sesso, la battaglia tra la propria natura e l’educazione a considerarla peccaminosa, lo smarrimento morale di quando la religione smette di essere una cosa da bambini, e diventa cosa da adulti. Poi nella loro vita irrompe Andre: ragazza ricca, bellissima, androgina e amorale. Ne usciranno tutti con le ossa rotte. Uno morto, uno tossico, uno in galera, e l’ultimo a cantare da solo nel coro della chiesa, perché per avere la storia di un naufragio serve sempre il reduce testimone, quello che si aggrappa a un pezzo di legno marcio e riesce a sopravvivere per raccontarla.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non ho citato Melville a caso. Il luogo comune su Baricco vuole che sia uno scrittore bravissimo, ma non abbia una mazza da dire. Virtuoso, a volte pirotecnico, ma sterile come un divino esecutore, come quel Novecento che al pianoforte sembrava avere quattro mani, però non aveva mai scritto una riga sua. Io non sono del tutto d’accordo. Baricco mi pare uno scrittore dai due volti. Ho apprezzato molto Castelli di rabbia e Oceano mare, e ho detestato molto Seta e Senza sangue, proprio perché la stessa maestria nell’uso della parola mi conquista quando è al servizio di una storia, di personaggi e vite che spingono per essere raccontati, e mi irrita quando sotto non c’è nulla, solo uno schema narrativo su cui fare esercizi di stile. Ora mi sento di dire che Emmaus appartiene al primo gruppo. È un libro pieno, di cui ha senso discutere. Non è un saggio di violino. Anzi di arpeggi ce ne sono pochi, e Melville c’entra per questo: a chi si domanda quali siano i temi della narrativa di Baricco, a chi lo accusa di girare attorno a un buco, a me viene da dire che il centro dei suoi libri è grande come una casa, ed è l’ossessione. Che sia la pratica della pittura, l’invenzione del telefono, le corse in automobile, il commercio dei bachi da seta, la musica suonata in mezzo all’oceano, in nome di un’ossessione i suoi personaggi rifiutano le regole della loro comunità, rinunciano all’affetto degli altri, scelgono la solitudine e a volte la follia. Qui la balena bianca è Andre, ovvero l’assenza di morale religiosa. Ma a un uomo che si libera dell’unica morale che aveva, che cosa resta? Come i quattro amici scoprono ben presto, quella strada porta alla rovina. E in effetti è così che finiscono tutte le storie di ossessione.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Questa cosa in Emmaus mi piace. È raccontata in modo onesto e mi ha catturato. Poi ci sono alcune pagine sulla religione che mi convincono meno. Lo dico da ex cattolico militante. Il titolo del libro viene dall’episodio evangelico preferito dai ragazzi, quello in cui due viandanti passano una serata in compagnia di Gesù risorto e non se ne accorgono, e alla fine, quando lui si rivela e poi scompare, si chiedono: come abbiamo fatto a non essercene accorti prima? Il senso, da quanto mi pare di capire, sta nell’idea che la fede non sia la risposta luminosa a tutti i dubbi (come tende a pensare l’ateo del credente, scambiandolo sempre per un bigotto), ma che anzi la verità sia ambigua, difficile da comprendere, e la ricerca possa essere alimentata dal dubbio, perché un credente che non dubita è appunto un fanatico, che non mettendo in gioco la sua intelligenza non vale nulla. È un bel concetto, però il mio episodio preferito a sedici anni era quello di Gesù con la frusta che caccia i mercanti dal tempio, o di Gesù che dice al ricco regala tutto ai poveri e seguimi, o di Gesù che difende l’adultera dalla folla inferocita. Allo stesso modo, io da cattolico militante a sedici anni non mi sentivo &lt;i&gt;molto normale, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;come se per me &lt;/span&gt;&lt;i&gt;non fosse previsto altro che essere normale, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;anzi il contrario: essere religioso significava essere diverso, andare controcorrente rispetto ai miei amici, litigare sui principi. La religione non era una lima con cui piallare le asperità ma anzi era l’asperità più aspra di tutte, quella che mi allontanava dal gruppo. Dunque in Emmaus di chi si parla? Di ragazzi cattolici militanti, nei nostri anni e in una grande città italiana - come sembrerebbe leggendo il romanzo - o di bigotti di provincia negli anni Cinquanta, dove la pratica religiosa era una pialla di normalità? Qui ci sono ragazzi di sedici anni che vanno in ospedale a cambiare il sacchetto a vecchi moribondi. Com’è&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;possibile che si sentano &lt;/span&gt;&lt;i&gt;normali? &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Io quando facevo cose simili - distribuire il pasto ai barboni, spalare fango in città alluvionate - mi sentivo piuttosto un rivoluzionario. La religiosità di Emmaus mi sembra del tutto sbagliata in un libro sull’adolescenza, forse imposta dall’occhio cinquantenne dello scrittore, e secondo me è il difetto più grande del romanzo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;L’altro problema con Baricco è che spesso sembra copiare da qualcun altro. Non è poi una colpa tanto grave: io per esempio ho appena scoperto che uno dei miei racconti preferiti, &lt;i&gt;Boys &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;di Rick Moody, è molto simile a un racconto di Ingeborg Bachmann scritto quarant’anni prima, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Adolescenza in una città austriaca. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;A volte penso che tutta la letteratura proceda per plagi successivi, come la macchina umana che si evolve a piccoli passi, prendendo il meglio dalle generazioni precedenti e aggiungendo qualcosa di suo. In questo caso, c’è un gruppo di ragazzi innamorati di una ragazza, che vive in mezzo a loro ma sembra di un altro pianeta. La ragazza una volta ha tentato il suicidio, e ora, quasi come antidoto a quel desiderio di morte, ha rapporti sessuali con chiunque, famelica di vite altrui. I ragazzi la osservano nell’ombra, così invisibili e simili tra loro che spesso l’io narrante diventa un noi: non importa più chi sono io, siamo noi che osserviamo, ci innamoriamo, subiamo il morso del desiderio, cediamo all’ossessione. Vi ricorda un’altra storia? A me sì: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Le vergini suicide &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;di Jeffrey Eugenides, 1993. Poi magari scoprirò che pure Eugenides ha plagiato qualcun altro. Pazienza. Però ho cominciato citando Baricco, e per un mio senso di giustizia letteraria voglio finire con il libro che l’ha ispirato. Se non li avete letti entrambi e siete in dubbio, ecco il mio parere: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Emmaus&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; è un buon libro, &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Le vergini suicide&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt; invece è un capolavoro. Viva le sorelle Lisbon e l’ossessione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;***&lt;br /&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Non riuscivamo ad immaginare il vuoto interiore di un essere umano che si accostava un rasoio al polso e si apriva le vene: il vuoto e la calma. E abbiamo dovuto imbrattarci il muso nelle loro ultime tracce, orme fangose sul pavimento, bauli calciati via, respirare per sempre l'aria delle stanze dove si sono uccise. In fondo non contava quanti anni avessero, o che fossero ragazze, ma solo il fatto che le avevamo amate e che loro non avevano udito il nostro richiamo; non ci odono neanche adesso che siamo quassù, nella casa sull'albero, con i capelli radi e un pò di pancia, e le chiamiamo perché escano dalle stanze in cui sono entrate per trovare la solitudine eterna, la solitudine del suicidio, che è più profondo della morte, le stanze dove non troveremo mai i pezzi per rimetterle insieme.&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-5812576871364112552?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/5812576871364112552/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/emmaus.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5812576871364112552'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/5812576871364112552'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/emmaus.html' title='EMMAUS'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-6131029738543646909</id><published>2009-11-13T19:31:00.005+01:00</published><updated>2010-12-14T17:42:51.631+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrittori'/><title type='text'>POESIA CHE MI GUARDI</title><content type='html'>&lt;i&gt;Per troppa vita che ho nel sangue &lt;br /&gt;tremo&lt;br /&gt;nel vasto inverno.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Nessuno, a scuola, mi aveva mai parlato di Antonia Pozzi. Eppure abitava dalle mie parti, in via Mascheroni a Milano. Frequentava il liceo Manzoni dove si innamorò del suo professore di lettere, Antonio Maria Cervi, ma il padre di lei era un uomo potente e riuscì a tenerli lontani. “E tu sei entrata nella strada del morire”, scrisse Antonia quell’anno. Era una figlia della Milano bene, altrimenti non avrebbe potuto studiare e scrivere, da donna, in Italia negli anni Trenta. Amava due cose sopra ogni altra: la montagna e la poesia. La sua famiglia aveva una casa a Pasturo, ai piedi della Grigna, dove lei si rifugiava spesso, ma esplorò le Alpi da occidente a oriente, dalla Val d’Aosta che conosceva bene alle Dolomiti ampezzane, dove arrampicava con l’amico e guida Emilio Comici. Un altro suo amico fu Vittorio Sereni, con cui studiava all’università, e a cui nel 1938 scrisse: “Forse l’età delle parole è finita per sempre”. Morì suicida quell’inverno, a ventisei anni, addormentandosi con l’aiuto dei barbiturici sul prato dell’abbazia di Chiaravalle. Il padre cercò di nascondere le cause della morte, manomettere il testamento e far sparire le lettere di Antonia, che già da qualche anno manifestava i segni di una durissima depressione. Le sue poesie, scritte a mano su alcuni quaderni e fino a quel momento inedite, vennero ugualmente alla luce: e solo allora si scoprì che Antonia Pozzi era stata una delle più grandi poetesse della sua epoca.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;A Emilio Comici, che morì poco dopo di lei cadendo in montagna, scrisse:&lt;/div&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Si spalancano laghi di stupore&lt;br /&gt;a sera nei tuoi occhi&lt;br /&gt;fra lumi e suoni:&lt;br /&gt;s'aprono lenti fiori di follia&lt;br /&gt;sull'acqua dell'anima, a specchio&lt;br /&gt;della gran cima coronata di nuvole...&lt;br /&gt;Il tuo sangue che sogna le pietre&lt;br /&gt;è nella stanza&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;un favoloso silenzio.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Al suo sogno d’amore perduto, che nel ricordo si trasfigurò e da uomo di carne e sangue divenne puro rimpianto:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;O velo&lt;br /&gt;tu - della mia giovinezza,&lt;br /&gt;mia veste chiara,&lt;br /&gt;verità svanita -&lt;br /&gt;o nodo&lt;br /&gt;lucente - di tutta una vita&lt;br /&gt;che fu sognata - forse -&lt;br /&gt;oh, per averti sognata,&lt;br /&gt;mia vita cara,&lt;br /&gt;benedico i giorni che restano -&lt;br /&gt;il ramo morto di tutti i giorni che restano,&lt;br /&gt;che servono&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;per piangere te.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;Alla scrittura, che fu ossessione e sollievo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Poesia, poesia che rimani&lt;br /&gt;il mio profondo rimorso,&lt;br /&gt;oh aiutami tu a ritrovare&lt;br /&gt;il mio alto paese abbandonato –&lt;br /&gt;Poesia che ti doni soltanto&lt;br /&gt;a chi con occhi di pianto&lt;br /&gt;si cerca –&lt;br /&gt;oh rifammi tu degna di te,&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;poesia che mi guardi.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;Ora, la regista Marina Spada ha girato un documentario che, più che raccontare la vita terrena di Antonia Pozzi, cerca di catturarne lo spirito. Si intitola &lt;i&gt;Poesia che mi guardi &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;e per un po’ di tempo, dal 20 novembre in poi, sarà al cinema Mexico di Milano. Marina è una mia amica e maestra e mi sarebbe difficile parlare di questo film senza parlare delle cose che so di lei, e di tutto quello che la lega a una ragazza morta più di settant’anni fa. Ha a che fare con la poesia, con il potere della poesia di aprire varchi temporali nelle forme più imprevedibili: la prima volta che sono andato a casa sua c’erano alcuni versi di Majakovskij appesi allo sportello del frigo, probabilmente con una calamita di Paperino, che dicevano: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Qui a Leningrado d’inverno non cesserò d’attenderti/ la guardia non smonterò nonostante i ghiacci/ pendano da ciglia e lacrime. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Anche Marina monta la guardia da una vita, nonostante il generale inverno. Ha tratto il titolo del suo film &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Come l’ombra &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;da una poesia di Anna Achmatova: &lt;/span&gt;&lt;i&gt;Come vuole l’ombra staccarsi del corpo/ come vuole la carne separarsi dall’anima/ così adesso io voglio essere dimenticata. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Ora si capisce meglio? E poi, il suo legame con Antonia Pozzi ha a che fare con la femminilità, con l’affermazione del proprio essere donna e allo stesso tempo artista, con il fare poesia o cinema invece di fare figli. E poi ha a che fare con Milano: gran parte di questo film è girato in città, ed è girato con il naso per aria. Chi è andato a spasso con Marina sa della sua tendenza a sbattere contro i lampioni, perché non bada a dove mette i piedi. Sotto ci sono le macchine, i negozi, i passanti e tutto quello che ci parla della nostra epoca. Sopra c’è un mondo in cui il tempo scorre molto più lentamente: come in montagna, alzando gli occhi si incontra lo sguardo di chi è vissuto qui prima di noi, perché vedeva le stesse terrazze e finestre, gli stessi balconi e camini, gli stessi tetti e le stesse facciate che vediamo noi. È lassù che Marina ha cercato lo sguardo di Antonia.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-6131029738543646909?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/6131029738543646909/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/poesia-che-mi-guardi.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/6131029738543646909'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/6131029738543646909'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/poesia-che-mi-guardi.html' title='POESIA CHE MI GUARDI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-2026001064291646004</id><published>2009-11-02T19:29:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T19:30:24.625+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrittori'/><title type='text'>ADDIO A UNA BEAT</title><content type='html'>Ho letto diversi articoli dopo la morte di Fernanda Pivano. Erano pieni di affetto e ammirazione, ma anche terribilmente simili tra loro. Da quando ero un ragazzino conosco a memoria le sue gesta: nacque a Genova nel 1917 da un famiglia dell’alta borghesia; si trasferì a Torino dove studiò al liceo con Cesare Pavese, che fu il primo responsabile della sua passione per la letteratura americana; si laureò in Lettere con una tesi su Moby Dick, e tradusse Addio le armi quando in Italia era un libro vietato dal regime (perché descriveva in modo realistico la disfatta di Caporetto, e perché il suo autore aveva pubblicato un’intervista a Mussolini ritraendolo come un pagliaccio); fu arrestata dai nazisti e per questo più tardi divenne amica di Hemingway, oltre che sua traduttrice, assistente e forse pure amante; andò a vivere a Milano dove cominciò a lavorare nell’industria editoriale; scoprì i beat e li portò in Italia (sulla carta e in carne e ossa: memorabile è la sua intervista, in diretta Rai, a un Kerouac completamente ubriaco). Da allora divenne un mostro sacro. Se un giovane scrittore americano incontrava l’approvazione della Nanda, qui da noi aveva il tappeto rosso srotolato sotto i piedi. È accaduto a McInerney e alla sua generazione, i ragazzi prodigio degli anni Ottanta che da nessun’altra parte hanno ottenuto successo come in Italia. Questo, più o meno, oltre all’amicizia con De André, è tutto quello che si impara dalle sue agiografie. Libri famosi, nomi famosi, incontri memorabili, date e luoghi. Però Fernanda Pivano chi era, e perché diavolo si è messa a fare quello che ha fatto?  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Intanto, bisognerebbe chiedersi che cosa rappresentasse la letteratura americana alla fine degli anni Trenta. Oggi per noi è la cultura dominante, allora era la voce dei nuovi barbari. All’epoca si leggevano i tedeschi, i russi, i francesi. Del Nuovo Mondo non si seppe quasi niente fino all’uscita dell’antologia curata da Vittorini, Americana, del 1942: lì dentro c’erano Hawthorne, Poe, Melville, London, la triade Hemingway-Faulkner-Fitzgerald, e poi Steinbeck, Anderson, Dos Passos, tutti i grandi scrittori emersi dall’altra parte dell’oceano dall’inizio dell’Ottocento. Questa scoperta dell’America avveniva in un ambiente culturale fortemente retorico (avete presente l’idealismo tedesco?), e in un clima politico di controllo e di censura. Erano i tempi dei libri vietati, che bisognava farsi portare da qualche corriere clandestino, e passarseli nelle zone franche delle università. Erano anche i tempi d’oro della nascita dell’Einaudi, in cui tra Torino e le Langhe si stava scrivendo l’epopea editoriale più appassionante del Novecento italiano. Mentre Vittorini curava la sua antologia, Pavese traduceva Moby Dick e un giovane Fenoglio si formava sui poeti inglesi. Di quegli anni la Nanda racconta: Ero una ragazza quando ho letto per la prima volta l’Antologia di Spoon River. Me l’aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese. L’aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così: “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì”. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Che cosa c’era a quei tempi nella letteratura americana che non si trovava qui? Io posso solo provare a immaginarlo, con la prospettiva di settant’anni dopo: la letteratura europea, all’epoca, era irrimediabilmente borghese. Era piena di giovani intellettuali, di innamorati depressi o di combattenti esaltati, ma non si parlava molto di emigranti, marinai, disoccupati, reduci di guerra, contadini travolti dalla Grande Depressione, vagabondi che saltavano sui treni, ubriaconi. Chissà che effetto faceva scoprire quel mondo durante la fase più delirante dell’ottimismo fascista, mentre qui si sbraitava sul progresso, la razza, l’impero. Era, credo, la scoperta della libertà di parola.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non solo. Gli scrittori americani avevano la strana caratteristica di non essere intellettuali. Avevano fatto loro stessi i contadini, i marinai, i soldati, i cercatori d’oro. Erano scrittori immersi nella realtà, e osservavano il mondo che avevano intorno. Ecco, una cosa che si racconta poco di Fernanda Pivano è la sua passione per questa categoria di persone: i disadattati, i marginali, gli autolesionisti, i tossici, gli aspiranti suicidi, l’umanità alla deriva. Forse è lì che affonda le radici il suo legame con De André. La prima volta lui era andato da lei per suonarle le canzoni di Non al denaro né all’amore né al cielo, il disco tratto dall’Antologia di Spoon River, ma aveva lasciato la chitarra fuori dalla porta, perché si vergognava a entrare in casa sua così, facendo l’artista. Erano due genovesi ricchi, anarchici, irresistibilmente attratti dagli sbandati. Dal letame nascono i fiori: bisognerebbe guardare quell’intervista a Kerouac - con la Nanda tutta composta, affabile come una brava padrona di casa, e Jack stravolto dal whisky annacquato, la faccia gonfia e sudata, le risposte biascicate in una pena infinita - ripensando a quel verso. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Credo sia questo che mi manca adesso. Questo amore libertario, del tutto estraneo ai giudizi morali, che la Nanda provava. È sopravvissuta agli scrittori che ha amato perché loro si sono ammazzati a fucilate, o bevendo, o fumando. Adesso tendiamo ad amare quelli sani. Quelli produttivi e lucidi nella loro visione del mondo. Lei preferiva i sofferenti, quelli che stanno male e quasi sempre muoiono prima del tempo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ieri ho rivisto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;A Farewell to Beat,&lt;/span&gt; il documentario del 2001di Luca Facchini. Verso la fine, in una strada piena di sole del Greenwich Village, il regista chiede alla Nanda che cosa vuole fare nella vita, e lei risponde: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La puttana! Vi prego, fatemi fare la puttana!&lt;/span&gt; Ride come faceva lei, con tutto il corpo, con gli occhi che brillano e quel tintinnare di anelli e collane, e poi torna seria e dice: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;No, vorrei avere scritto tre righe che la gente si ricorda. Invece non le ho scritte, e forse non le scriverò mai.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-2026001064291646004?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/2026001064291646004/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/addio-una-beat.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2026001064291646004'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2026001064291646004'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/11/addio-una-beat.html' title='ADDIO A UNA BEAT'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-2288236389385176349</id><published>2009-10-08T19:12:00.000+02:00</published><updated>2010-03-12T19:12:57.389+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>LA GEOMETRIA DEGLI INGANNI</title><content type='html'>Da un po’ di tempo ho in mano un libro, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;La geometria degli inganni&lt;/span&gt; di Luca Martini. Non sapevo bene come parlarne perché, se una parte lo sento molto vicino (Luca è un esordiente, scrive racconti, leggendolo ho capito che abbiamo gli stessi maestri, e il libro è molto superiore a quello che si trova in giro), dall’altra ho alcune critiche da muovergli, e non volevo farlo pubblicamente. Queste sono cose delicate. So per esperienza che l’equilibrio emotivo di uno scrittore è pari a quello di una piuma in bilico su un davanzale. Così l’altro giorno ho mandato a Luca una lettera. Mentre la inviavo, ero pronto a due o tre tipi di risposta: una offesa, una difesa, una decisamente aggressiva. Non mi importava. Mi è già successo e ho deciso che, per me, la cosa giusta da fare è dire a uno scrittore quello che penso, nei termini più chiari possibili, succeda quel che succeda (a meno che uno scrittore non sia, che ne so, molto vecchio o molto malato, nel qual caso potrei concepire i falsi complimenti). Penso che una critica onesta abbia qualche possibilità di essere utile, mentre l’adulazione no, in nessun caso. Invece è successo che Luca mi ha risposto con un’umilatà inaspettata, ha apprezzato le mie critiche e mi ha chiesto di pubblicarle qui, in modo che ne possiamo parlare pubblicamente. Lo faccio con piacere.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;***&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal" style=""&gt;Caro Luca,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style=""&gt;il tuo libro mi è piaciuto con qualche riserva. Il materiale c’è, sono personaggi e storie forti, tu hai letto molto e scrivi bene, insomma è un libro pieno, complesso, profondo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style=""&gt;I miei racconti preferiti sono "Un comunista" e "La geometria degli inganni".&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style=""&gt;Però credo ci siano alcuni difetti di cui vorrei parlarti. Il primo che mi è sembrato di trovare è anche quello che imputo al mio libro d’esordio: si sente troppo la mano dei tuoi maestri. Io, se mi guardo indietro, penso a "Manuale per ragazze di successo" come a un libro scritto soprattutto per emulazione. C’erano degli scrittori che amavo, e volevo fare come loro. Ho provato a imitarli. In fondo li conoscevo così bene. Non ci sarebbe niente di male in questo: il problema è che, rileggendo quelle storie, mi accorgo che non raccontavo la vita, ma la letteratura. Lavoravo per citazioni, variazioni sul tema, imitazione di modelli e stili. Capisci quello che intendo dire? Nei tuoi racconti sento risuonare la voce di Raymond Carver, Richard Ford, Tobias Wolff, e invece faccio fatica a capire dov’è, dietro a tutti questi maestri, Luca Martini.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style=""&gt;Il secondo difetto riguarda la forma dei racconti. Sono tutti molto conclusi: le domande che aprono trovano risposta, le crisi in un modo o nell’altro si risolvono, i misteri vengono svelati, il cerchio si chiude sempre. Anche questo è molto letterario. La vita, a mio parere, non chiude il cerchio quasi mai, e le ferite restano aperte, le domande senza risposta, i traumi insensati non trovano un senso, ma casomai generano altri traumi, così come le violenze subite scatenano violenze inferte. Ti parlo per esempio di "Un comunista", che pure mi è piaciuto molto fino al suicidio del padre. Credo che il racconto sarebbe dovuto finire lì, un ragazzino con tutta la vita davanti e quel macigno da portarsi dietro. Invece poi scopriamo che, anni dopo, il ragazzino è diventato un padrone (e suo padre era un sindacalista: combinazione numero uno). Vede passare per strada la macchina in cui suo padre si è ammazzato (combinazione numero due). Trova il proprietario, ricompra la macchina e va a trovare sua madre, che nel frattempo si è ammalata di alzheimer e ha perso la memoria (combinazione numero tre). La madre non dà segni di riconoscere né il figlio né la macchina, ma quando lui si allontana alza una mano, come faceva tutte le mattine dalla finestra quando il marito andava al lavoro. Il finale è impeccabile, niente da dire. Tutto torna. Tutto si chiude. Però, ripeto, ho l’impressione che la vita funzioni in un modo un po’ diverso: nella vita, forse saresti andato dal vecchietto per ricomprare la macchina di tuo padre e avresti scoperto che la macchina non era davvero quella, forse ci saresti rimasto male, però ti saresti preso un caffè raccontando al vecchietto la tua storia, o ascoltando la sua. O forse la macchina era davvero quella e tu l’avresti ricomprata e poi saresti andato in clinica da tua madre, ma lei non avrebbe alzato la mano perché ha l'alzheimer, e non avrebbe riconosciuto né te né la macchina né niente, e tu saresti rimasto solo con questa cazzo di macchina e il tuo dolore, senza nemmeno la consolazione di quella mano alzata. Ecco cosa intendo quando dico che la vita non chiude il cerchio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style=""&gt;Invece, ti faccio i miei più sinceri complimenti per la battuta di dialogo in cui il&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;bambino chiede al padre che cosa vuol dire essere comunista, e il padre gli risponde: un comunista è uno che non è felice se non sono felici pure gli altri. È bellissima e indimenticabile.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style=""&gt;Ti faccio anche gli auguri perché hai talento e spero proprio di leggerti di nuovo, di sentire risuonare la tua voce sempre più forte e chiara. E sempre più tua.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style=""&gt;Ti abbraccio&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Paolo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-2288236389385176349?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/2288236389385176349/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/10/la-geometria-degli-inganni.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2288236389385176349'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/2288236389385176349'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/10/la-geometria-degli-inganni.html' title='LA GEOMETRIA DEGLI INGANNI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3719887479607475693</id><published>2009-09-30T05:48:00.000+02:00</published><updated>2010-03-12T19:53:00.805+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>OLIVE KITTERIDGE</title><content type='html'>Nella vita di un lettore ci sono lunghi periodi bui. Apri un romanzo e lo abbandoni a pagina sei, cominci un racconto e dopo poche righe stai già pensando ad altro. Ti sembra che niente, nel gioco della narrativa, riesca più a procurarti piacere. È finita la magia, calato il sipario sulla credulità infantile; forse sei irreversibilmente cresciuto. Dovrai abituarti a nuovi riti. Niente più lunghi pomeriggi in poltrona, in cui dimenticavi tutto e quando alzavi gli occhi dal libro era già buio. D’ora in poi leggerai Vespa e Veltroni la domenica mattina. Da grande, parlerai solo di romanzi scritti cinquant’anni prima. Succede a tutti, come tagliarsi i capelli e ammucchiare i vecchi dischi in uno scatolone: ora è successo anche a te.  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Poi invece capita di trovare libri che ti danno quella vecchia, cara sensazione. E così tiri un sospiro di sollievo e pensi: ma allora non era colpa mia. Era colpa loro. Con &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Olive Kitteridge&lt;/span&gt;, di Elizabeth Strout, a me sembra di essere tornato ai tempi in cui leggevo L’isola del tesoro. La mattina scendo dal letto un po’ prima per leggere il prossimo racconto. La sera rinuncio perfino alla briscola chiamata online. Durante il giorno cammino a testa alta pensando: non è tutto finito. Ci saranno nuove storie da leggere, anche se forse saranno sempre meno e sarà sempre più dura trovarle. Non ho ancora tagliato i miei capelli, come cantavano Crosby Stills Nash &amp;amp; Young.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Intanto, dato che di questi tempi è necessario dire le cose chiare: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Olive Kitteridge &lt;/span&gt;è una raccolta di racconti. Per confondere le acque, e illudere il lettore occasionale di trovarsi di fronte a un romanzone, sulla quarta di copertina viene paragonato a &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Via col vento, Furore &lt;/span&gt;e &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il vecchio e il mare,&lt;/span&gt; che non c’entrano nulla uno con l’altro e nemmeno con questo, se non per il fatto che hanno vinto tutti il Premio Pulitzer. Altro colpo basso: nel libro non c’è l’indice. È una raccolta di racconti il cui editore italiano, Fazi, ha deciso di omettere l’indice, in modo che sembri un romanzo. Invece quelli del Pulitzer non si fanno problemi nella motivazione del premio: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;A collection of 13 short stories set in small-town Maine that packs a cumulative emotional wallop, bound together by polished prose and by Olive, the title character, blunt, flawed and fascinating.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Sono tredici racconti ambientati nella cittadina immaginaria di Crosby, Maine. In alcuni la protagonista è una donna di mezz’età, Olive Kitteridge; in altri Olive è solo una comprimaria; in altri ancora, come La pianista o Concerto d’inverno, entra in scena appena per un paio di righe, tanto per tenere insieme la raccolta. È una donna antipatica, invidiosa, maldicente, oppressiva con il marito e il figlio, e infatti il secondo a un certo punto se ne va a vivere in California, e il primo taglia la corda grazie a un ictus provvidenziale. Ci vuole del coraggio per costruire un libro intorno a un tipo così.. Eppure, miracolosamente, alla fine ti affezioni a Olive, alla storia del suo matrimonio e alle disgrazie del suo vicinato, al paesello di Crosby e ai suoi suicidi, aspiranti suicidi, depressi, accoltellatori di fidanzate, madri di accoltellatori di fidanzate, cacciatori che si fucilano a vicenda, vedove di cacciatori che non escono più di casa, pianiste in là con gli anni e alcolizzate, pretendenti timidi di pianiste in là con gli anni e alcolizzate, rapinatori di farmacie, farmacisti che si innamorano di commesse grigio-topo un po’ ingobbite. Quasi quasi, vorresti andare a viverci.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Libri che Olive Kitteridge mi ricorda:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Peter Orner, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Esther Stories &lt;/span&gt;(in particolare la sezione intitolata “Storia di un matrimonio”. Ma i racconti della Strout sono meno fulminei, più distesi).&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ann Tyler, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Un matrimonio da dilettanti &lt;/span&gt;(soprattutto i racconti che riguardano il rapporto tra Henry e Olive).&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Alice Munro in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Segreti svelati,&lt;/span&gt; o in &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Nemico amico amante&lt;/span&gt;: quelle strane storie in cui la vita ordinaria di persone normali prende una piega gialla, e un evento casuale basta a sconvolgere un’esistenza. Il primo racconto, Farmacia, potrebbe essere uno dei suoi per l’abilità con cui salta avanti e indietro nel tempo, dentro e fuori dalla testa dei personaggi. Non tutti sono alla stessa altezza. Ma Alice Munro è la maestra del racconto, Elizabeth Strout è su un’ottima strada.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Infine, questo libro mi ha riportato dritto a un viaggio di quattro anni fa.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Cose che mi ricordo del Maine: gli astici, anche se tutti pensano che siano aragoste. Ne pescavano a tonnellate, li mangiavi ovunque. Mi ricordo un chiosco per la strada, come i chioschi delle angurie da noi, dove tuffavano gli astici in un pentolone d’acqua bollente e te li servivano con le patatine fritte su un piatto di carta. Mi ricordo l’uomo-astice che ho visto sul retro di un ristorante a Portland. Poco prima stava lavorando all’ingresso, con il suo costume da astice e i volantini e gli slogan per attirare i clienti. Poco dopo aveva fatto una pausa: sul retro del ristorante era entrato in macchina e aveva preso un pacchetto di sigarette dal cruscotto. Ora fumava una sigaretta seduto sul cofano, con la testa d’astice sfilata che gli pendeva sulla schiena, contemplando l’oceano. Per motivi noti soltanto ai lettori di Rick Moody quell’immagine mi ha commosso (“Maschera di pollo era il ritratto della tristezza, sorellina”). Mi ricordo il motel con i cottage di legno e il bosco tutt’intorno, e le penisole lunghissime tra un fiordo e l’altro. Una di queste l’ho percorsa fino al capo. In fondo non c’era un villaggio né un porto né niente, solo un vecchio faro a qualche centinaio di metri dal molo. Per la bassa marea, il pezzo di mare tra il molo e il faro era una distesa di fango. Una turista tedesca seduta su una panchina stava leggendo un libro - se mi fosse successo ora avrei giurato che fosse Olive Kitteridge. Quando la marea è salita, una barchetta a motore ha attraccato proprio davanti a me. A bordo c’erano due ragazzi con la barba e i capelli lunghi, e siccome uno aveva i capelli rossi e l’altro neri, ho pensato che potevamo essere io e il mio migliore amico, che proprio quel giorno mi mancava. I ragazzi hanno scoperto le nasse e cominciato a scaricare gli astici in certi vasconi di plastica, e io ho immaginato me e il mio migliore amico che ci trasferivamo nel Maine e facevamo i pescatori. Ho pensato al vecchio Santiago e al ragazzo, a Forrest Gump e al tenente Dan, a Santiago quando gli squali gli hanno ormai mangiato tutto il pesce e al tenente Dan aggrappato all’albero di vedetta, senza gambe sotto la tempesta, che grida a Dio non ce la fai a tirarmi giù, è tutto qui quello che sai fare? Io e il mio amico saremmo stati pescatori del genere. Dentro le nasse erano rimasti anche dei granchi, ma per qualche motivo nel Maine i granchi non si mangiano, o è vietato pescarli, e così i ragazzi li prendevano e li ributtavano in mare.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Elizabeth Strout, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Olive Kitteridge&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;(Traduzione di Silvia Castoldi, Fazi Editore)&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3719887479607475693?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3719887479607475693/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/09/olive-kitteridge.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3719887479607475693'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3719887479607475693'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/09/olive-kitteridge.html' title='OLIVE KITTERIDGE'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-1362851407265148023</id><published>2009-09-15T21:42:00.000+02:00</published><updated>2010-03-12T18:44:43.752+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrittori'/><title type='text'>MAESTRE RITROVATE</title><content type='html'>Sono tortuose le strade che portano a leggere un libro. Mi ricordo bene, verso i sedici anni, la sensazione di vertigine che provavo entrando in biblioteca (allora, senza soldi, prendevo i libri in prestito o li rubavo; adesso al contrario ne compro troppi, più di quelli che riesco a leggere; forse quando sarò vecchio tornerò a fregarmene di accumulare carta, e possiederò solo il libro che sto leggendo). Migliaia di titoli, epoche e luoghi, e un esercito di scrittori morti che mi osservavano dagli scaffali, minacciando di crollarmi addosso come gli scheletri di Indiana Jones. Di certo lì dentro c’era quello che faceva per me, però come facevo a trovarlo? Il mio libro mi stava aspettando in qualche angolo di quel labirinto, e io non sapevo nemmeno da dove cominciare (credo di avere letto tutta Isabel Allende e tutto Paul Auster solo per evitare di vagare in preda al panico nella biblioteca di quartiere). Poi ho scoperto il sistema delle scatole cinesi. I libri sono pieni di indizi per arrivare ad altri libri, se uno è pronto a coglierli e a risalire la corrente. Così, a diciassette anni sono stato folgorato da un romanzo chiave per la mia generazione, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Devo averlo riletto tre o quattro volte, e poi ho cominciato a notare le tracce che gli scrittori seminano sempre, perché raccontando una storia sentono il bisogno di dire da dove vengono, di fare i nomi dei loro maestri. Anche Brizzi era stato generoso. Nel romanzo, il protagonista leggeva Due di due di Andrea De Carlo: e io sono tornato in biblioteca, ho preso in prestito Due di due, me ne sono innamorato, in qualche mese ho letto l'opera completa di De Carlo (tuttora penso che i suoi primi cinque o sei libri siano da conservare; poi ne sono arrivati un paio che mi hanno molto deluso; gli ultimi non li ho letti). Un altro indizio seminato da Brizzi: sulla prima pagina del suo romanzo c’era una dedica ad Andrea P. e T., che hanno disegnato e scritto. Questa è stata una ricerca più ardua ma alla fine ho decodificato i nomi di Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli, e così anch’io ho conosciuto le storie di Pier. E poi sono andato avanti a scoperchiare scatole: di Tondelli non solo ho letto Altri libertini, ma ho esplorato il lavoro che faceva con gli aspiranti scrittori, scoprendo che a tutti consigliava Hubert Selby Junior, Ultima fermata a Brooklyn. L’incontro con Selby mi ha spalancato le porte di un mondo in cui sono tuttora immerso. Appena tre gradi di separazione e da Jack Frusciante - quel tascabile nascosto sotto al banco di liceo tra le gomme appiccicate e le barzellette sporche - ero arrivato alla letteratura americana del dopoguerra. (A proposito di americani, di gradi di separazione e pure di banchi di liceo, vi ricordate che cosa legge Holden Caulfield prima di scappare dal collegio? Secondo me non ve lo ricordate. La mia Africa. A Holden non piace mai niente, meno di tutto quello che è finto e pretende di sembrare vero, e invece La mia Africa lo appassiona. Se ne sta lì da solo a leggere Karen Blixen quando arriva il vecchio Stradlater a pulirsi le unghie e rompere i maroni. Così l’ho letto anch’io, cercando di non pensare troppo a Meryl Streep e Robert Redford, anche se non è stato facile. Aveva ragione Holden, è un gran bel libro. Leggendolo si capisce bene come mai piacesse tanto a Salinger.)    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ora, perché ho raccontato questa storia? Perché c’è un nome che mi perseguita da più di dieci anni, cioè dai tempi in cui lessi Ballo di famiglia di David Leavitt. Nell’introduzione a quel libro, Fernanda Pivano faceva parecchi nomi. Era il testo con cui nel 1987 presentava il minimalismo letterario al pubblico italiano, citando ampiamente un saggio-manifesto di un paio d'anni prima, New Voices and Old Values, in cui lo stesso Leavitt definiva le caratteristiche del nuovo movimento. Dunque la Nanda ne individuava il padre e la madre in Raymond Carver e Grace Paley, e gli esponenti più notevoli (“autori ormai quasi tutti popolari anche in Italia, o che lo diventeranno presto”) in Marian Thurm, Peter Cameron, Meg Wolitzer, Bobbie Ann Mason, Ann Beattie, Amy Hempel, Elizabeth Tallent. Nomi di scrittori americani, acqua per mia gola arsa. Io all’epoca non ne conoscevo neanche uno. La mia biblioteca di quartiere ne era sprovvista, ma non era colpa sua: era l’editoria italiana che li aveva persi per strada. Solo in anni più recenti è cominciato un lavoro di recupero dei maestri dimenticati, e pazienza se scrivevano racconti brevi: e così anche noi abbiamo letto le storie di Eudora Welty e Kathrine Mansfield, e di John Cheever, Donald Barthelme, Mary Robinson, Richard Yates. Ora è la volta di Amy Hempel. Ecco il nome che mi perseguitava. I suoi unici testi tradotti in italiano erano fuori dalla circolazione da quasi vent’anni. In America è considerata una maestra e più di una volta, a New York, ho preso in mano uno dei suoi libri, l’ho sfogliato e alla fine l’ho rimesso nello scaffale. Non era diffidenza né altro. Semplicemente, il suo inglese era troppo difficile per il mio. Per fortuna adesso ci ha pensato Mondadori, pubblicando in un solo libro le quattro raccolte di racconti che Amy ha scritto: Ragioni per vivere (1985), Alle porte del regno animale (1990), Rientrata (1997), Il cane del matrimonio (2005). Io ci vado giù pesante con gli editori, specialmente con quelli industriali, ma questa volta mi inchino di fronte a un’operazione che non porterà nessun ritorno economico: dico grazie a chiunque, in Mondadori, abbia avuto l’idea di pubblicare questo libro. I racconti di Amy Hempel sono difficili. Spesso sono lunghi solo due o tre pagine. Per gli appassionati della questione Carver-Lish, riporto la frase che chiude la raccolta: Con uno speciale ringraziamento a Gordon Lish, editor del mio primo e secondo libro, per la conversazione durata trent’anni. Dunque pare che lo spietato aguzzino abbia fatto anche del bene. Non so se con Amy Hempel abbia usato la sua leggendaria mannaia, ma di certo queste storie sono oscure, ermetiche, ellittiche, lavorate in modo maniacale. In questo senso mi ricordano quelle di Lydia Davis. Parlano di persone normali in situazioni normali, anche se nel mondo di Amy Hempel la normalità delle persone è più vicina all’ossessione, alla nevrosi, alla malattia mentale che a una pacifica, monotona lucidità. Alcuni racconti mi hanno spiazzato, a volte anche disturbato, però senza commuovermi. Altri li ho letti più volte perché mi hanno colpito al cuore: credo che tutti siano da rileggere e meditare, senza fretta di passare al successivo, prestando attenzione alle parole. Se siete persone più pazienti di me, uno al giorno potrebbe andar bene. In fondo Amy Hempel ci ha messo vent’anni per scriverne 48. Copio qui un pezzo del quarantaquattresimo, a me è piaciuto molto, poi fate voi.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;***&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;COS’ERANO LE COSE BIANCHE?&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Queste stoviglie sono una compagnia di repertorio, recitano una parte in ogni sogno. No, non cominciò così. Disse che le stoviglie recitavano una parte in ogni quadro. L’artista proiettava diapositive delle nature morte che aveva dipinto nell’arco di più di trent’anni. Qualcuno fra il pubblico ristretto e attento chiese: “Quella tazza non era in un quadro di qualche anno fa?”. Sì, infatti, disse l’artista, e anche la caraffa, la terrina e il calice. Chi era la donna nuda appoggiata al tavolo sul quale erano disposte le stoviglie? L’artista non lo disse, e nessuno fra il pubblico ristretto e attento lo chiese.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;A me bastava guardare gli oggetti su cui per tanti anni si era concentrata l’attenzione di un uomo di talento. Ero capitata alla conferenza mentre ero diretta altrove, a un appuntamento con uno specialista fissato dalla mia dottoressa. Due giorni prima mi aveva fornito il suo nome e l’indirizzo, e devo ammettere che avevo smesso di ascoltarla, anche se - o proprio perché - era importante. Così, anziché andare nello studio del radiologo, ero entrata nella chiesa sconsacrata dove si teneva la presentazione dell’artista, annunciata fuori con il titolo: “Trovare il mistero nella chiarezza”. Non era forse il contrario di quel che cercava la maggior parte delle persone?&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Le stoviglie erano bianche, non smaltate, ed erano dipinte in modo realistico. I vari pezzi proiettavano ombre di lunghezza diversa in ogni dipinto, a seconda del taglio della luce. A volte erano allineati in modo da toccarsi, e a volte rimanevano spazi vuoti tra uno e l’altro. Quegli spazi vuoti erano parte del mistero che l’artista aveva in mente? Voleva che li prendessimo alla lettera, che pensassimo: assenza? Disse che la mente vuole comprendere il significato delle cose, vuole sapere quello che rappresentano. D’accordo, disse l’artista, ecco cosa ho dipinto quel settembre. Sullo schermo apparve un tavolo ben noto - perché da anni figurava nelle sue nature morte - mentre le due stoviglie più alte, la caraffa e il vaso, erano sparite; al loro posto non c’era niente.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Ahhh, fece il pubblico ristretto e attento.&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Poi qualcuno chiese all’artista: “Cos’erano le cose bianche?”. Voleva dire le cose bianche negli altri quadri. Che cosa rappresentavano? E l’artista disse che non intendeva rispondere a quella domanda.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Amy Hempel, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ragioni per vivere&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;(Traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori 2009)&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La seconda maestra ritrovata è Ann Beattie, di cui minimum fax pubblica il romanzo d’esordio, “Gelide scene d’inverno”, del 1976. La sua assenza dalle librerie italiane è ancora più inspegabile di quella di Amy Hempel, perché la carriera di Ann Beattie non ha nulla di ermetico e oscuro: in 33 anni ha pubblicato sette romanzi e otto raccolte di racconti. Per i racconti, in particolare, è stata più volte accostata a gente come Cheever e Salinger. Era una buona amica di Carver: io l’ho sentita descrivere il loro rapporto nell’unico documentario biografico che esista su di lui, “To write and keep kind”, del 1992 (un brutto film, ma un documento prezioso). Così incrocio le dita e spero che i miei amici di minimum fax abbiano in cantiere anche i suoi racconti, in particolare il best of che in America è uscito una decina d’anni fa con il titolo di “Park City”.  &lt;p class="MsoNormal"&gt;A proposito di titoli: quello originale del romanzo, “Chilly Scenes of Winter”, anticipa il film che pochi anni dopo avrebbe segnato un’epoca: “The Big Chill” (Il grande freddo). Anche in questa storia i personaggi fanno i conti con la fine delle illusioni. Ann Beattie è del ’47, perciò ha vissuto in piena adolescenza la febbre degli anni Sessanta: e infatti la colonna sonora del libro corre parallela a quella del film. Ma nel 1976 Brian, Janis, Jimi e Jim sono già morti da un pezzo, e il protagonista Charles si trova a fare i conti con un padre che non c’è più, una madre che è uscita di testa e ogni tanto prova ad ammazzarsi, un patrigno che potrebbe essere eletto come Americano Medio dell’Anno e un grande amore, Laura, donna sposata che prima va a vivere con Charles, poi torna dal marito (un ex giocatore di football soprannominato “il Bue”), poi lascia marito e figlia e prova a stare da sola, in cerca di se stessa. La storia è più o meno tutta qui. Ma più che la trama, credo che l’importanza di questo libro sia nel ritratto di una generazione: quella dei trentenni colti e benestanti che da ragazzi vissero la rivoluzione culturale e da adulti furono travolti dal riflusso, e nel frattempo avevano perso ogni riferimento riguardo alla famiglia e alla coppia. Janis Joplin canta molto spesso in &lt;i&gt;Gelide scene d’inverno, &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;ma è un passato che sembra già remoto. Il futuro prossimo,&lt;/span&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;annunciato come una cappa di umidità all’orizzonte, è Reagan, lo yuppismo, il vuoto pneumatico degli anni Ottanta. C’è una domanda ricorrente che Laura fa a Charles, il quale è un innamorato all’antica, del tipo ossessivo-persecutorio: perché ti piaccio così tanto? Che cosa trovi di così irresistibile in me? Che cosa ho in fondo di speciale? Forse, Laura, è solo che sei diversa da tutto quello che c’è fuori. A me sembra che succeda così. Forse amare Laura è un modo per conservare quello che è stato, e che è perduto per sempre.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;***&lt;br /&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Per un po’, quando le cose fra loro andavano a gonfie vele, parlando con Laura a Charles era capitato di dimenticarsi che non avevano passato insieme tutta la vita. Le nominava i suoi compagni delle medie e dava per scontato che li conoscesse anche lei, le raccontava di come aveva mentito per non entrare nell’esercito e si dimenticava che non le aveva mai detto una parola sull’esercito. Laura non gli raccontava mai molto del suo passato. La madre era morta quando lei andava alle superiori. Charles non ha idea di che fine abbia fatto il padre, se sia vivo o morto. E non si ricorda dov’è andata alle superiori. In Virginia, ma quale parte della Virginia? Durante le superiori ha lavorato come cameriera. Ma gli ha mai raccontato com’era, fare la cameriera? Gli ha mai raccontato un aneddoto buffo? Gli pare di no. Laura ha un fratello che gestisce un rifugio per cacciatori. Non lo vede da anni. Una volta per Natale le ha mandato una testa di cervo. E poi che altro, che altro sa di Laura?&lt;/p&gt;  &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;I capelli di Laura sono sempre elettrici. Lei cosparge la spazzola di lacca spray, sperando di risolvere così il problema. Il suo Beatle preferito è George Harrison. Non ha mai dovuto portare l’apparecchio per i denti. Le piacciono i saponi costosi, dal profumo delicato. Ha i capelli lunghi e mossi. Quando si è comprata la prima macchina era esaltatissima, anche se era una macchina vecchia. All’università prendeva voti discreti. La prima volta che ha bevuto è stata a diciott’anni, un rum collins. Adesso beve scotch. Le fanno pena le giraffe. Non le importa cosa ci mettono sulla pizza, purché non siano alici. Però le piace la Caesar Salad, ed è rimasta sorpresa quando ha scoperto che dentro c’erano anche le alici tritate. Le piace Jules e Jim. Ha pensato di fare la regista. Una volta ha visto Otto Preminger per strada. Certo che è sicura che era lui. Cuoceva striscioline di carne, mandorle e verdure nel wok, coltivava violette che avevano gli stessi colori dei suoi saponi a tinte pastello, si faceva la doccia con l’acqua troppo calda per lui. Una volta gli ha chiesto perché si festeggiava il Primo Maggio. Non si ricorda bene i nomi e le date e non si sente troppo in colpa per questo. Ha i piedi lunghi. I piedi lunghi e magri. I macellai sono gentili con lei, i benzinai le puliscono il parabrezza.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;***&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;Ann Beattie, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gelide scene d’inverno&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;(Traduzione di Martina Testa, minimum fax 2009)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-1362851407265148023?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/1362851407265148023/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/09/maestre-ritrovate.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1362851407265148023'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1362851407265148023'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/09/maestre-ritrovate.html' title='MAESTRE RITROVATE'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-97067420602935967</id><published>2009-09-07T19:14:00.000+02:00</published><updated>2010-03-12T19:22:29.515+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>IN LETTURA</title><content type='html'>Tornato dalla spedizione al Momboso, sconfitto nel corpo ma non nello spirito, ricomincio dai miei americani. Bisognerebbe parlare di Fernanda Pivano ma vorrei farlo bene, dopo avere ordinato le idee. Per ora, ecco un po’ di libri letti e in lettura.    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Jay McInerney, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’ultimo scapolo&lt;/span&gt; (Bompiani).&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ecco la raccolta dei racconti scritti da McInerney in una carriera di lavoro. Tra il primo (“Sono le sei del mattino. Sai dove ti trovi?”, che poi fu sviluppato per diventare Le mille luci di New York) e l’ultimo (“L’ultimo scapolo”, storia di un playboy invecchiato male che in un certo senso chiude il cerchio dello yuppismo), sono passati 25 anni. A me hanno colpito due fatti: primo, la maestria con cui queste storie sono scritte; secondo, il vuoto assoluto che c'è dentro. Qui gli uomini vogliono andare a letto con donne giovani, e le donne sposare uomini ricchi. L’esperienza umana, nel mondo narrativo di McInerney, si riduce più o meno a questo. Fanno eccezione pochi racconti, tra cui il mio preferito, “Corteo”: a New York una donna, che aveva lavorato come volontaria a Ground Zero nei giorni successivi all’Undici Settembre, si ritrova in mezzo a un corteo di protesta contro la guerra in Iraq. L’atmosfera si surriscalda, i manifestanti vorrebbero arrivare davanti al palazzo dell’ONU ma le vie d’accesso sono state transennate, volano slogan sempre più furiosi, qualcuno cerca di sfondare e interviene la polizia a cavallo. In mezzo agli scontri la donna ha questa visione: un poliziotto che lei ricorda bene, perché nel settembre 2001 avevano lavorato insieme, adesso mena manganellate alla folla dall’alto del suo cavallo. Così scopre che quei tempi, in cui la tragedia delle Torri aveva unito i newyorkesi (e forse gli americani) in un unico popolo, sono finiti per sempre. La scena è bellissima, poi però salta di nuovo fuori il chiodo fisso di McInerney: la donna fugge verso casa pensando che ha voglia soltanto di farsi scopare fino a svenire. E va bè, ognuno ha i suoi problemi.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Richard Yates, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Una buona scuola&lt;/span&gt; (minimum fax)&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Il romanzo è un gradino sotto il solito livello di Yates. Non significa che sia un bidone, ma non colpisce duro come gli altri. Il problema maggiore secondo me è nella narrazione collettiva: c’è un personaggio più o meno centrale (e infatti il primo e l’ultimo capitolo, che sembrano aggiunti su consiglio di un editor, cercano di elevarlo a protagonista), ma tutto il libro è costruito in montaggio alternato, seguendo le vicende di studenti, professori, mogli e figlie di professori, un piccolo mondo chiuso all’interno di un collegio maschile, nel New England dei primi anni Quaranta. Tecnicamente, il tentativo di costruire un affresco generazionale sconta un prezzo salato: io non sono riuscito ad affezionarmi a un solo personaggio. Per epoca e ambientazione mi è stato difficile non pensare continuamente a due modelli: uno è L’attimo fuggente, l’altro Il giovane Holden. Forse è proprio per colpa di Holden che Yates non se l’è sentita di seguire da vicino il suo alter ego, un ragazzino di New York che viene spedito in collegio, e dopo un inizio durissimo comincia a farsi strada scrivendo sul giornalino scolastico. Penso che il libro sarebbe stato migliore se si fosse concentrato su di lui.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;In lettura: David Foster Wallace, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Questa è l’acqua &lt;/span&gt;(Einaudi)&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non so, forse dovrei fondare un comitato di protesta contro le bandelle di Einaudi Stile Libero. Ormai non ne trovo una che dica onestamente che cosa c’è dentro il libro. Su questa leggo: “I sei racconti di Questa è l’acqua, scritti tra il 1984 e il 2005, offrono uno sguardo di insieme sulla straordinaria avventura artistica di Wallace, e una summa delle sue tematiche nei diversi stili con cui le ha affrontate ed esaltate”. Poi apro il libro e, per un mio vizio incurabile, vado a controllare le date dei racconti: ce n’è uno del 1984, due del 1987, uno del 1989, uno del 1991. Poi c’è la trascrizione di un discorso tenuto da Wallace nel 2005. Dunque si tratta, in realtà, di cinque racconti giovanili (Wallace esordisce nel 1987 con La scopa del sistema, e la sua prima raccolta di racconti, La ragazza dai capelli strani, è del 1989), più un saggio recente. Non sei racconti. Non sei racconti scritti tra il 1984 e il 2005. Non uno sguardo di insieme sulla straordinaria avventura artistica né una summa delle sue tematiche, ma piuttosto, come diceva dei suoi primi racconti Thomas Pynchon, un lento apprendistato, la palestra di uno scrittore che stava per diventare grande.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Dopodiché, come al solito, le balle redazionali non c’entrano nulla con la qualità del libro. Nella postfazione, il curatore Luca Briasco illustra molto chiaramente la genesi e la natura di questa raccolta. Io per ora ho letto i primi tre racconti e posso dire che mi sembrano buoni, ma assolutamente inferiori a quelli della Ragazza dai capelli strani (e infatti qualcuno, un editor o lo stesso Wallace, nel 1989 ha deciso di lasciarli fuori, e in seguito di non recuperarli per altre antologie). Invece il testo finale, “Questa è l’acqua”, è un piccolo capolavoro per chi, come me, ha il culto della scrittura raccontata dagli scrittori. Parla, credo, della consapevolezza e della lucidità, della compassione e dell’immedesimazione, dell’attenzione costante alla sostanza in cui siamo immersi, le doti necessarie a un bravo scrittore ma anche a un essere umano decente. Il testo vale da solo il prezzo esorbitante del libro (un dettaglio a cui non faccio mai caso, ma questa volta è un tascabile da 16,50 euro per 166 pagine, cioè 10 centesimi a cartella: mi sono perso qualche impennata recente dell’inflazione?).&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;In lettura: Ann Beattie, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gelide scene d’inverno&lt;/span&gt; (minimum fax)&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ma questa è un’altra storia e, come direbbe Michael Ende, la racconteremo un’altra volta. Prevede anche una sorpresa, perciò segnatevi la data del 9 ottobre e state all’occhio.&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-97067420602935967?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/97067420602935967/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/09/in-lettura.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/97067420602935967'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/97067420602935967'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/09/in-lettura.html' title='IN LETTURA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-1630380510930221971</id><published>2009-06-22T20:45:00.000+02:00</published><updated>2010-03-12T18:47:45.311+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrittori'/><title type='text'>UNA PICCOLA STORIA FELICE E UNA TRISTE</title><content type='html'>C’è un'altra cosa che hanno soltanto i giovani, e poi invecchiando la perdono per sempre. Uno scrittore preferito. Il mio, tra i diciannove e i venticinque anni, è stato Raymond Carver. La storia che lega Carver a me, e al sogno della mia vita - diventare uno scrittore di racconti - è piccola e felice e oggi mi va di raccontarla.    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Nel 1997 facevo la quinta liceo ed ero a casa della mia ragazza. A mia madre avrò detto che andavo da qualcuno a studiare per la maturità (adesso sembra pazzesco, ma io a diciannove anni non potevo rivelare a mia madre di avere una ragazza, e quindi una vita sessuale). Era l’epoca in cui entravo in casa della gente e dalla porta d’ingresso mi fiondavo dritto sulla libreria - passando un buon quarto d’ora a leggere i titoli uno per uno, con la testa piegata un po’ a sinistra e un po’ a destra, nel caratteristico moto a pendolo. La copia di Cattedrale che trovai quel giorno, nella libreria dei genitori della mia ragazza, non era l’Oscar Mondadori che ha cambiato la vita di Marco Cassini (la sua storia è precedente di qualche anno, ma è tanto simile alla mia da sembrare una versione della stessa, e la trovate qui ). Era l’edizione Serra&amp;amp;Riva con la copertina rigida, che adesso è roba da collezionisti. I racconti però sono quelli. Cattedrale è Carver a quarantacinque anni, al massimo della sua potenza narrativa. Che altro posso dire? Le cose, dopo quel giorno lì, non sono state più le stesse.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Intanto a Roma la storia di minimum fax andava avanti per conto suo, anche se io non ne avrei saputo niente per un bel po’. La creatura non era più soltanto una rivista che Marco e Daniele spedivano via fax agli abbonati dalla loro mansarda, ma era già diventata una casa editrice. Quell’anno - e forse era proprio il ’97 - c’erano in ballo i diritti italiani per l’opera completa di Carver. Marco aveva conosciuto di persona Tess Gallagher, la vedova di Ray: poco tempo prima era andato in pellegrinaggio fino alla loro casa di Port Angeles, nello stato di Washington. Aveva fatto amicizia con Tess e visto con i suoi occhi i taccuini, la macchina da scrivere, la stanza in cui Ray lavorava. Aveva dormito sul divano del suo scrittore preferito! E su quel divano il suo sogno, che concepito in una mansarda romana sembrava solo una follia, improvvisamente diventava qualcosa di cui si poteva parlare. Pubblicarlo. Pubblicare un’intera collana dedicata solo a lui. Essere l’editore italiano di Carver. E così torniamo al 1997, all’estate in cui io leggo e rileggo Cattedrale in un lungo viaggio in treno fino a Istanbul, l’estate in cui tra Roma e New York si decide sui dannati diritti del libro che sto leggendo. Il problema naturalmente sono i soldi. La cosa funziona come un’asta. Il rivale nell’asta è Einaudi, e la leggenda narra che Marco e Daniele, rompendo i rispettivi salvadanai, abbiano messo insieme appena 30 milioni di lire. 30 milioni per una decina di libri. L’opera completa di Carver. Insomma Einaudi ha i soldi, e minimum fax il sogno: e Tess, in quanto vedova, la scelta.&lt;/p&gt;      &lt;p class="MsoNormal"&gt;Daniele racconta sempre della notte in cui aspettavano la risposta che avrebbe cambiato la loro vita di editori. Loro due stanno incollati al telefono nei vecchi uffici di minimum fax, il bilocale di Ponte Milvio dove adesso abita Martina Testa. A un certo punto non ce la fanno più, decidono di uscire per alleggerire la tensione, e nella loro passeggiata silenziosa arrivano fino al centro del vecchio ponte. E qui hanno una visione: l’ombra delle due arcate di Ponte Milvio proiettata dalla luna sull’acqua luccicante del Tevere - una emme enorme e tonda, come un segno del destino. &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Per anni nell’ufficio di Marco c’è stato un foglio incorniciato, il fax che poi è arrivato quella notte: “Marco e Daniele, come ci si sente a essere gli editori italiani di Raymond Carver?”&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ma torniamo alla mia disperata giovinezza. A questo punto io ho diciannove anni e ho appena scoperto il mio scrittore preferito. Grazie a Carver ho smesso di scrivere lettere d’amore alle ragazze e ho cominciato a provarci con i racconti (che poi hanno la stessa finalità delle lettere d’amore, ma questo è un altro discorso). Divoro tutto quello che trovo di lui: i racconti, le poesie, i saggi sulla scrittura, i testi autobiografici, tutta la roba che Marco e Daniele nel frattempo hanno cominciato a pubblicare. Va da sé che minimum fax diventa immediatamente il mio editore preferito. Anche perché, negli anni, attraverso Carver scopro tutti gli altri scrittori americani, quelli che insieme a lui considero i miei maestri, e per la maggior parte sono scrittori pubblicati da minimum fax. La casa editrice è cresciuta, è sempre più grande. Così grande che ha cominciato a generare invidia: in giro si dice che sono ricchi, che sono amici di qualcuno, che ci dev'essere dietro un grosso gruppo economico. Pure di Carver hanno cominciato a dire che i racconti li ha scritti il suo editor. Poveracci. Ne ho sentite di tutti i colori.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Comunque nel 2003 ho venticinque anni, e dopo infiniti fallimenti ho messo insieme cinque racconti che mi sembrano buoni. Cinque racconti in sei anni di scrittura (non che adesso vada a chissà quale ritmo). All’inizio di luglio il mio amico Giorgio mi dice che abbiamo trovato un lavoro - all’epoca, carverianamente, i lavori arrivavano con telefonate improvvise, e appena mettevi giù si cominciava: avremmo dovuto riprendere il concerto di Suzanne Vega a Roma, farle un’intervista e montare tutto per un video da pubblicare insieme al suo libro. L’editore, nonché l’organizzatore del concerto, era minimum fax.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non so se Daniele racconta anche questa, ma secondo me sì. Chissà come ci ricama sopra. Il destino vuole che quella notte sia il compleanno di Suzanne Vega: dopo il concerto è previsto un brindisi con torta e candeline in un locale vicino all’auditorium, e qualche anima buona ha il pensiero di invitare anche Giorgio e me (ma adesso che ci penso non era un’anima buona. Era una che noi chiamavamo Rosicchia. Mi sa che voleva farci riprendere anche il compleanno, per rosicchiarlo fino all’osso). Nel locale io fermo qualcuno e gli chiedo chi comanda, e mi vengono indicate due persone: uno scimmione seduto sul divano accanto a Suzanne Vega - stanno chiacchierando e si capisce, non è il caso di andarlo a disturbare - e un tizio con l’aria da ex calciatore imbolsito, uno che sembra sul punto di cedere alla sbronza triste, tutto solo in un angolino. Io mi avvicino e gli faccio: Scusa, posso dirti una cosa? Voi mi avete salvato la vita.&lt;/p&gt;      &lt;p class="MsoNormal"&gt;Quella notte, alla fine, corro alla macchina e prendo la cartellina rossa dove ho messo i miei cinque racconti per renderli presentabili. I racconti li ho portati da Milano senza nemmeno crederci, perché sono una persona timida e pensavo che non avrei mai trovato il coraggio di tirarli fuori. La cartellina invece l’ho comprata la mattina stessa in una cartoleria del Quadraro. Lì c’è la casa dove ho abitato insieme alla mia ragazza, che poi è proprio la ragazza i cui genitori leggevano Cattedrale, la ragazza che a Istanbul sotto l'influenza del libro avevo giocato e perso con un turco in una partita di Backgammon, la ragazza che a quel punto non era più mia da un anno, ma era comunque la ragazza di cui parlavano i cinque racconti contenuti nella cartellina rossa, la ragazza che mi ha regalato le sue storie e poi se n’è andata. Mary Ann. E questo è quello che intendo quando dico che Carver è il mio maestro. &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Daniele giura che i racconti li ha letti quella notte stessa. Non so se è vero. Io, quella notte, come ultima cosa ho conosciuto Martina Testa. Era bellissima e con la schiena tutta nuda. Non era ancora abituata al fatto che uno venisse lì e con il cuore in mano la ringraziasse per il suo lavoro. Adesso secondo me non ne sarebbe così colpita. A volte le cose che prima erano belle poi sembrano quasi normali. In ogni caso: un mese dopo ero a casa mia a Milano quando è arrivata quella telefonata. Mi sa che mi sono messo a piangere. Voi lo sapete che cosa significa esprimere sempre lo stesso desiderio, tutte le mattine, per sei anni? Ogni volta che ti svegli e che vai a dormire. Ogni volta che vedi una stella cadente. Ogni volta che mangi le ciliegie per la prima volta. Ogni volta che spegni le candeline. Voglio fare lo scrittore. Se l’avessi saputo l’avrei registrata, così adesso avrei anch’io la mia cornice in camera, io che dico pronto e la voce che dice: sono Daniele di minimum fax. &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Un anno dopo è uscito il mio primo libro.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Quattro anni dopo è uscito anche il secondo.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Il terzo credo che sarà un gran casino, ma prima o poi arriverà anche lui.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;E sapete come mai ho raccontato adesso questa storia, che poi mentre la scrivevo si è rivelata più lunga del previsto? Per una notizia che Marco mi ha dato ieri. Una di quelle notizie per cui si dice: vuoi prima quella buona o quella cattiva, solo che quella buona stavolta non c’era. Se siete dei lettori come me, e se tutto quello che ho raccontato almeno in parte vi riguarda, questo è il momento di tenersi ai braccioli della sedia.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;minimum fax ha perso Carver. Non c’è un modo per dirlo con delicatezza. Perso, finito, andato. Dopo dieci anni i diritti scadono, le aste vengono bandite di nuovo, le vecchie vedove hanno bisogno di soldi, i soldi nell’editoria italiana stanno in un posto solo, nelle tasche del Caimano. Perciò basta minimum fax. Finito. Avete sei mesi per abituarvi all’idea: poi comincerete a vedere il nome di Carver, un titolo dopo l’altro, un capolavoro dopo l’altro, stampato sulla copertina di un Einaudi Stile Libero.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Con questo mi sa che ho finito anch'io. Il 2008 tra l’altro è un anno speciale. Un mese fa Carver avrebbe compiuto settant’anni, proprio come mia madre (che adesso, entrata nella terza età, accetta l’idea che io abbia una compagna e una vita sessuale). Il 2 agosto, per i vent’anni della morte di Ray, reciteremo ancora una volta quella poesia che sembra una preghiera: E hai avuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? Sì. E che cosa volevi? Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra. Io che l’ho amato, mi chiedo che cosa avrebbe detto lui di questa storia. Da giovane, ne sono sicuro, avrebbe arraffato il malloppo e sarebbe corso al bar per una sbronza colossale. Da vecchio chi lo sa. Magari anche Carver a settant’anni avrebbe cominciato a credere nei sogni.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Carver No, invece c’è un’altra cosa. Avevo deciso di non dirla e invece la dico. Il 15 gennaio di quest’anno, e lo so perché me lo sono segnato sull’agenda, mi ha chiamato una persona che lavora per Einaudi. Aveva chiesto il mio numero proprio a Marco Cassini, dicendogli che doveva farmi un’intervista. E già questo fa della persona in questione una persona bugiarda. Invece dell’intervista poi mi ha chiesto se avevo qualcosa di pronto da pubblicare. Io le ho detto di no, che ci metterò anni prima di avere di nuovo qualcosa di pronto. E comunque, ho detto, minimum fax per me è una famiglia. Allora lei mi fa: ah sì, diceva così pure la Parrella.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ma andate a fare in culo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Scriverò un libro da un miliardo di copie.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Adesso comincio.&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-1630380510930221971?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/1630380510930221971/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/06/una-piccola-storia-felice-e-una-triste.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1630380510930221971'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/1630380510930221971'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/06/una-piccola-storia-felice-e-una-triste.html' title='UNA PICCOLA STORIA FELICE E UNA TRISTE'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-3146017255203755598</id><published>2009-05-05T19:22:00.000+02:00</published><updated>2010-03-12T19:23:36.275+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>MOBY DICK</title><content type='html'>Forse non ci crederete ma sto leggendo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Moby Dick.&lt;/span&gt; Per lo meno, la mia amica Bo non ci crede. Dice che non è possibile, che uno come me non può farcela, che un maniaco del racconto breve cederà le armi di fronte a quelle 600 pagine di vita a bordo, all’antiquata e altisonante traduzione di Pavese, a tutti i tecnicismi sulle balene. In realtà, ho la sensazione che quello di cui ho bisogno adesso siano proprio i tecnicismi sulle balene. Ho la sensazione che, per come mi sento adesso, la cosa più giusta da leggere sia un capitolo intitolato La testa del capodoglio. Veduta comparata. Un capitolo intitolato Delle balene in dipinto, in denti, in legno, in lastre di ferro, in pietra, in montagna e in stelle. Un capitolo intitolato La grandezza della balena diminuisce? Dovrà scomparire? Forse lo pensava anche Pavese, traducendolo: e magari tuffarsi dentro questo mare avrà fatto dimenticare a Cesare, almeno per qualche tempo, il suo amore ballerina. Il romanzo ha 135 capitoli di quattro o cinque pagine ciascuno, e se ne leggo uno al giorno all’inizio di settembre avrò finito. Sarà un buon compagno per la mia estate nei boschi.    &lt;p class="MsoNormal"&gt;L’altra parte di verità è che ho scoperto Melville scrivendo il primo capitolo della guida a New York, e sono stato catturato dalla sua biografia. Lasciate che la riassuma qui. Herman Melvill nacque in Pearl Street a Manhattan, la strada dei pescatori di ostriche, nel 1819. La madre veniva da una dinastia di proprietari terrieri olandesi, il padre da mercanti inglesi, ed entrambi i nonni erano eroi di guerra della rivoluzione. Due famiglie ricche dell’alta società americana. Anche Herman sarebbe stato destinato a un’esistenza tranquilla, se il padre non fosse andato in bancarotta nel 1830, e morto subito dopo. Doveva aver lasciato parecchi debiti o qualche cattivo ricordo, perché a quel punto la vedova cambiò il cognome dei figli da Melvill a Melville, e li portò a vivere in campagna, nelle tenute dei nonni a nord di New York. Ma Herman era cresciuto in città. Aveva visto il porto, e forse assomigliava al padre. Appena finita la scuola, nel 1839, decise di imbarcarsi: e tra un viaggio e l’altro, tra un mercantile e una nave militare, tra una spedizione ai Caraibi e una traversata dell’Atlantico, rimase in mare per cinque anni, e quando alla fine scese ne aveva venticinque e voleva fare lo scrittore. Scrisse due romanzi, Typee e Omoo, di immediato successo e scarso valore letterario, storie d’amore e d'avventura tra marinai e indigene dei Mari del Sud. Si sposò, e con i compensi dei primi libri comprò una fattoria dalle parti di Saratoga, dove ebbe la fortuna o la maledizione di trovare un vicino eccezionale: Nathaniel Hawthorne. Era il 1851. Non sappiamo quanta parte, nella svolta letteraria di Melville, sia dovuta all’influsso di Hawthorne, ma Moby Dick è dedicato a lui: In segno della mia ammirazione per il suo genio. Dicevo fortuna o maledizione, perché il libro vendette in tutto poco più di 500 copie. Il pubblico non apprezzò il passaggio dalle sensuali danzatrici hawaiane al capitano zoppo ossessionato dalla balena bianca, e per la carriera di Melville fu l’inizio della fine. Scrisse ancora qualcosa, soprattutto e poesie e racconti brevi, tra cui il suo capolavoro Bartleby lo scrivano. Della storia di Bartleby sono state date decine di interpretazioni - potrebbe essere un’opera sul conformismo, sull’alienazione, sulla disobbedienza, sulla sovversione - ma letteralmente è la storia di uno che smette di scrivere, e poi smette di fare tutto il resto, e alla fine si lascia morire. Preferirei di no. Anche Melville preferì di no, e morì del tutto sconosciuto nel 1891, dopo che la fattoria era fallita e lui aveva lavorato per vent’anni alla dogana del porto di New York. E io sono qui, 158 anni dopo che è stato scritto, a leggere un romanzo che comincia così:&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoNormal"&gt;Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente - avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e di vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e regolare la circolazione. Ogni volta che mi sorprendo con le labbra atteggiate al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo, per me, sta al posto del proiettile e della pistola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io invece mi metto in mare. Non c'è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Herman Melville, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Moby Dick, o la Balena&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-3146017255203755598?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/3146017255203755598/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/05/moby-dick.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3146017255203755598'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/3146017255203755598'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/05/moby-dick.html' title='MOBY DICK'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-7041951295753751442</id><published>2009-03-22T17:30:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T18:45:37.352+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>CATERINA SULLA SOGLIA</title><content type='html'>Non ci sono soltanto brutte notizie in questi giorni, ed è ancora possibile fare libri senza fare i tagliagole, i commercianti col dito sulla bilancia, i pubblicitari. Esce, per l’editore Terre di Mezzo, un libro che ho a cuore come se fosse mio: Caterina sulla soglia, di Susanna Bissoli. Non so nemmeno da dove cominciare a parlare di questa raccolta di racconti. Forse da qui: verso la fine del 2006 la Shake Edizioni, che nella sua lunga e gloriosa storia si è sempre occupata di saggistica politica, mi aveva proposto di curare e dirigere una collana di narrativa. Io avevo accettato con l’entusiasmo di un mozzo a cui viene offerto di imbarcarsi su una nave pirata. Per prima cosa, mi era sembrata una buona idea organizzare una serie di incontri per raccogliere consigli. Uno fu con Davide Musso, editor di Terre di Mezzo, che proprio allora cominciava un’avventura simile: dividendo un panino e una birra in piazza Vetra ci raccontammo le nostre difficoltà e i nostri desideri, promettendoci aiuto reciproco se ce ne fosse stato bisogno. Un altro incontro fu con Matteo B.Bianchi, questa volta a casa mia, davanti a un cosciotto d’agnello innaffiato da succo d’uva: Matteo dirige da anni una delle migliori riviste letterarie italiane, e quanto a fiuto per il talento non lo batte nessuno. Durante quella cena, tra i nomi che Matteo mi fece c’era appunto quello di Susanna Bissoli. Era il primo della lista. Il modo in cui me ne parlava era più o meno questo: è un mistero che non l’abbia ancora pubblicata nessuno, perché secondo me è bravissima.  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Da allora sono successe un po’ di cose. Tra queste il laboratorio di scrittura al Circolo Malacarne di Verona, che Susanna mi ha invitato a tenere completamente al buio, senza conoscermi né avermi mai visto in faccia. È stato il luogo magico in cui è nata la nostra amicizia, oltre ad alcuni dei racconti pubblicati in questo libro. Susanna usciva da una lunga malattia, ed era in uno stato di grazia tale che bastava dirle: scrivi una cartolina a un vecchio amico, o racconta la prima bugia che ricordi di aver detto da bambina, o descrivi una foto di famiglia, e lei se ne usciva con una storia che era già pronta per la tipografia. Tra le altre cose successe in quel periodo, l’avventura con la Shake è finita ancora prima di cominciare. Non è che sono sceso dalla nave, è proprio che sono rimasto all’osteria del porto. Ho messo il naso dentro il mondo editoriale e ho capito che non era il mio mestiere. A quel punto sono tornato da Davide e, memore della vecchia promessa, gli ho detto più o meno quello che Matteo aveva detto a me: devi pubblicarla, perché è bravissima. E adesso, ragazzi, finalmente ci siamo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ho passato molto tempo a scrivere e riscrivere un testo che potesse accompagnare questo libro, e ora non saprei immaginarne uno diverso. Eccolo qui. Le vite delle persone non sono romanzi, sono raccolte di racconti. Frammentarie, discontinue, disseminate di buchi neri e illuminate da verità intraviste, manipolate dalla memoria che filtra, cancella, riordina, riscrive. È il modo in cui Susanna Bissoli ci racconta le soglie di Caterina. Infilando nella cordicella del suo primo libro le perline colorate di tutti gli addii e le partenze, tutte le esperienze di perdita che una vita può sopportare: dell’infanzia, della madre, dell’amore, del corpo, della terra sotto i piedi. Leggendo queste sedici storie, la voce che mi suona in testa è quella di Grace Paley. Anche la scrittura di Susanna riesce a maneggiare la malattia e il dolore, perfino a ballare con la morte restando miracolosamente gioiosa. La gioia che c’è dentro è gioia dell’incontro, di avere a che fare con altri esseri umani, di scoprirli tutti diversi e tutti strani. È gioia di ricordare, raccontare, giocare con le parole della memoria: il dialetto veneto dell’infanzia, il greco della libertà e dell’amore, l’italiano zoppo dei migranti in cui, prigioniera di casa sua, a Caterina sembra di ritrovare la voce del mondo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;A volte è difficile dire che cosa si prova, e a volte invece è facilissimo. Quando è uscito il mio primo libro ero felice e triste: felice perché il mio grande sogno si stava realizzando, e triste perché da quel momento bisognava trovarne un altro, o rassegnarsi a vivere senza. Oggi, invece, sono felice e basta. Brava Susi, non so neanche più quante volte te l'ho detto. Brava. Ti mando un enorme abbraccio.&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-7041951295753751442?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/7041951295753751442/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/03/caterina-sulla-soglia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7041951295753751442'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/7041951295753751442'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/03/caterina-sulla-soglia.html' title='CATERINA SULLA SOGLIA'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-6350783509936743830</id><published>2009-03-17T18:31:00.001+01:00</published><updated>2012-02-08T12:55:23.632+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>PRINCIPIANTI</title><content type='html'>Dieci anni fa, il 27 aprile 1999, sulle pagine culturali di Repubblica usciva un articolo di Alessandro Baricco. Il titolo: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’uomo che riscriveva Carver.&lt;/span&gt; Il contenuto: Baricco fa un viaggio in America, e nella biblioteca di una piccola università trova i dattiloscritti originali della seconda raccolta di Carver, &lt;i&gt;Di cosa parliamo quando parliamo d’amore&lt;/i&gt;, corretti a mano dall’editor Gordon Lish. La lettura dei testi ha un esito sorprendente. Lish ha cambiato il titolo e il finale di quasi tutti i racconti, ha tagliato interi paragrafi, ha perfino riscritto di suo pugno alcune frasi. Nell’articolo Baricco sottolinea diversi difetti dei testi originali, e tira queste conclusioni: il Carver genuino era pur sempre un bravo scrittore, ma non il maestro che credevamo noi. Il genio minimalista, quello che avrebbe influenzato tutta la letteratura occidentale, era un corpo con due teste, quelle di Raymond Carver e di Gordon Lish. Il tono in cui queste conclusioni venivano tirate era più o meno il seguente: cari lettori di Carver, sapete che cosa ho scoperto? Che siamo stati truffati. Il nostro scrittore preferito era in realtà un’abile operazione editoriale. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Fino a qui tutto bene. Il mio Carver preferito è quello di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Cattedrale&lt;/span&gt;, e la scoperta non mi ha ferito più di tanto. Ho sempre pensato che quei racconti picchiano duro al primo colpo, ma alla distanza rivelano una certa freddezza meccanica, tradiscono il lavoro fatto a tavolino. La domanda però era questa: come mai Baricco si prende la briga di andare fino a Bloomington, Indiana, chiedere il fondo Lish a una gentile bibliotecaria, tirare giù uno scatolone pieno di dattiloscritti e perdere tutto quel tempo a studiarli, per raccontare a noi questa storia? È una cosa che ha fatto perché gli andava, o ce l’ha mandato qualcuno? Ce l’ha mandato Repubblica? E in questo caso perché?&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Dettaglio numero uno. La notizia non era esattamente uno scoop. Era uscita, pari pari, sul New York Times di quasi un anno prima, nell’estate del 1998. Così la luce sulla questione comincia a cambiare: nell’aprile del 1999 la redazione culturale di Repubblica decide di rispolverare una vecchia notizia, mandando uno dei più famosi scrittori italiani negli Stati Uniti per compiere ricerche inutili, dato che tutto era già stato verificato e descritto da un giornalista del New York Times mesi prima.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Dettaglio numero due. All'epoca dell’uscita dell’articolo, la casa editrice minimum fax si era appena aggiudicata i diritti italiani dell’opera di Carver, battendo nella gara un colosso come Einaudi. Il piano editoriale prevedeva di pubblicare uno alla volta tutti i suoi libri, una decina circa, in una collana progettata apposta per lui. E sapete quando uscì il primo di questi libri (&lt;i&gt;Racconti in forma di poesia&lt;/i&gt;)? I più cinici di voi l’avranno già indovinato. Marzo 1999. Appena prima dell'uscita dell'articolo.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Insomma la teoria del complotto è formulata così: Einaudi perde l’asta per pubblicare Carver e decide di compiere un’azione di sabotaggio. Prende un vecchio articolo del New York Times. Assolda il sicario Baricco. Si compra la pagina culturale di Repubblica (che non dovrebbe essere in vendita, non essendo una pagina pubblicitaria, ma questo è un altro discorso; e un altro discorso ancora è come mai Baricco si presti a questa roba). E spara la bordata del 27 aprile: Carver è una truffa, un’operazione commerciale. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Ora mi chiederete: come mai salti fuori con questa storia a dieci anni di distanza? Perché, come raccontavo tempo fa, i diritti editoriali a un certo punto scadono. La durata dipende dal contratto che era stato firmato, e in questo caso era proprio di dieci anni. Nel 2008, scaduto l'accordo con minimum fax, la vedova di Carver ha rivenduto tutto a Einaudi, immagino cedendo a un’offerta economica che non si poteva rifiutare. In questi giorni esce il primo libro, e sapete che libro è? Si intitola &lt;i&gt;Principianti&lt;/i&gt; e non risulta nella bibliografia ufficiale di Raymond Carver. Sono le versioni originali dei suoi racconti, ancora intatte dall’accetta-bisturi di Gordon Lish. Le cartelline che quel giorno del 1999 Baricco era andato a cercare nella biblioteca dell’università di Bloomington, Indiana. Proprio loro.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Ora, io sono contento che questo libro esista. Stamattina, appena ho saputo che era uscito, sono corso in libreria a comprarmelo, e nel viaggio in treno verso casa mi sono letto il primo racconto, &lt;i&gt;Perché non ballate?&lt;/i&gt;, che nella versione ufficiale so quasi a memoria (&lt;i&gt;In cucina si versò un altro bicchiere e guardò i mobili della camera da letto sistemati nel giardino. La parte di lui, la parte di lei&lt;/i&gt;). È sempre un bel racconto, solo un po’ meno secco e tagliente di quello che conoscevo. Per adesso do ragione a Baricco: la versione ritoccata da Lish è migliore. Quando li avrò letti tutti, magari ne riparleremo. Intanto però sto sogghignando, perché mi chiedo questa cosa: come lo recensirà Repubblica? Gli dedicherà un paginone domenica prossima? Parlerà di capolavoro ritrovato o tirerà fuori quel suo vecchio giudizio, per cui questo libro è un Carver incompiuto, materia prima ancora grezza, mancante del lavoro geniale del suo editor? E se cambieranno opinione, si vergogneranno almeno un po’? Io non ho dubbi su come andrà a finire. Accetto scommesse e aspetto seduto in riva al fiume, in attesa che passi il cadavere del mio nemico.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-6350783509936743830?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/6350783509936743830/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/03/principianti.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/6350783509936743830'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/6350783509936743830'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/03/principianti.html' title='PRINCIPIANTI'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-816577001942584001</id><published>2009-03-15T02:57:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T18:58:52.325+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Libri'/><title type='text'>L'AMICO DEL PAZZO</title><content type='html'>Certi libri fanno una brutta fine. Il nome di questa fine evoca, a scelta, i roghi delle streghe o l’inferno a cui credevamo da bambini, e io preferisco pensare che sia una metafora, che non esista davvero il locale caldaie con l’operaio che spala il carbone. L’uomo in canottiera che riceve carriole di libri non venduti e non rubati, forse nemmeno sfogliati da una mano curiosa in libreria, o proprio mai esposti sugli scaffali - i libri che hanno passato la loro misera vita dentro uno scatolone, libri a cui è stata negata perfino la possibilità di realizzare il proprio senso sulla terra - l’operaio, dicevo, che vedendo arrivare un altro carico sputa una bestemmia e appoggia la pala al muro, si asciuga la fronte con un fazzoletto sporco, e poi materialmente prende queste carriole di libri non letti e le butta nel fuoco. In ogni caso, di qualunque forma di distruzione sia metafora la parola macero, la cosa funziona più o meno così. A un certo punto un editore decide di liberarsi di un titolo. Sarà perché ha venduto poco, oppure ai suoi tempi ha venduto bene ma ormai non lo chiede più nessuno: e ci sarà una segretarietta secca, per citare il vecchio Bianciardi, che a un certo punto va dal capo e riferisce che fare il rendiconto annuale di quelle poche copie in movimento costa più che ritirarle dalla circolazione. E così il capo mette la firma su un foglio contenente la parola macero. Vuol dire che, da quel momento in poi, il titolo in questione è fuori catalogo. Non più in ristampa. Esaurito.  &lt;p class="MsoNormal"&gt;È appena successo a Marco Drago e al suo libro d’esordio, L’amico del pazzo (Feltrinelli 1998). Siccome Drago, dietro quella scorza da cinico, è un inguaribile sentimentale, mi ha proposto di organizzare un reading che faccia da funerale al pazzo, per non lasciarlo finire nella fossa comune del cimitero di Vienna in un grigio pomeriggio piovoso ma dirgli addio in grande stile - un reading che sia l’equivalente letterario della barchetta di giunchi su cui si allontanava il cadavere di Nicholas Ray, o della palla di cannone con cui furono sparate in orbita le ceneri di Hunter Thompson. E così mi ha passato il libro che ho qui sul tavolo in questo momento. E io, che per qualche motivo me l’ero perso (nel ’98 chissà cosa leggevo, sarò stato nella fase di transizione tra Herman Hesse e Bukowski), prima ho dato un’occhiata al racconto per il reading, e poi l’ho lasciato sul tavolino dell’oblio dove sono ammucchiati i libri in corso, e poi invece la settimana scorsa da lì mi ha chiamato, si è fatto raccogliere e sfogliare, e in una lunga notte di passione me lo sono letto tutto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Adesso posso dire che &lt;span style="font-style: italic;"&gt;L’amico del pazzo&lt;/span&gt; è un bellissimo libro. Più che racconti sono monologhi deliranti, il flusso di coscienza di una mente pericolosa.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;È un libro in cui un figlio racconta la vita dei suoi genitori, cominciando dalla fine: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Gli ultimi anni mia madre metteva La Vestaglia. Dopo un po’ tutti finiamo così, che lo si voglia o no. Tutti così. Ad avanzare tempo per fermare il tempo. A non voler più curarsi di cose fastidiose e superflue come l’aspetto esteriore.  Come dire: devo affrontare la devastazione dentro di me, non m’importa della devastazione fuori di me.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;È un libro in cui un operaio piemontese, dopo essere stato licenziato dal supermercato in cui lavora, accetta l’offerta di fare l’attore porno a Verona. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lui dà per scontato che non ci sia più posto per lui in un certo mondo normale che aveva frequentato fino a poco prima. Pensa che, una volta in quelle stanze, si debba dire addio alle piccole minchiatine tipo amici, cene in compagnia, famiglia, progetti, progetti, progetti. Una volta che vedi una donna adulta, istruita almeno fino alla quinta superiore, bellina, discretamente intelligente, prendere un pesce rosso vivo e usarlo dentro e fuori il suo buco preferito. Una volta che vedi anche cose come quella, pensa lui, rimane inutile darsi una ragione, spiegarsi, giustificare la propria presenza. Entrasse di colpo un ceffo con un fucile automatico e iniziasse a sparare alla cazzo, nessuno si azzarderebbe a stupirsi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;È un libro ambientato tra le dolci colline delle Langhe, quelle dei vini nobili e delle sagre del tartufo: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ci sono posti che non vorrei mai vedere e uno di questi posti è Alessandria. I primi palazzi alla periferia sud di Alessandria mi atterriscono, e poi anche questa strada per Alba. Ci sono persone che lavorano nelle vigne alle undici di sera. Cani che escono abbaiando dai cancelli e puntano alle caviglie di chi guida (hanno la speranza di trapassare coi denti la lamiera della macchina). Ci sono ragazzini ai bordi della strada, e paesi così brutti da far male.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;E poi è un libro che fa ridere, come quando l’amico del pazzo perde la carta del bancomat, il feticcio che lo teneva aggrappato alla vita e agli ultimi residui di lucidità: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Alla banca mi dicono che è stato un malinteso e che zero problemi per riavere la carta. In una quindicina di giorni. Come in una quindicina di giorni? Dio madonna, ma questa è la periferia dell’impero, allora. Dove abito? A Karatobe nel Kazakistan interno o in una città italiana? Mentre chiedo quello a una specie di cassiere, la tipa dietro di me dice: “È stato a Karatobe? Mio fratello fa il parroco lì”. Al che io la guardo e le dico che era una battuta e che dire Karatobe per me era come dire Kizil Irmak nel Turkmenistan. Lei mi dice: “È stato anche lì, lo conosce? Padre Romeo, lo conosce?”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;E ora tutte queste parole andranno perdute come lacrime nella pioggia. Quando sei andato a letto, quella notte, con il tuo primo libro sotto il cuscino, pensando che il tuo desiderio più grande si era appena realizzato, non immaginavi che sarebbe finita così, non è vero?&lt;/p&gt;  &lt;!--EndFragment--&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2642438787426543669-816577001942584001?l=paolocognetti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://paolocognetti.blogspot.com/feeds/816577001942584001/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/03/lamico-del-pazzo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/816577001942584001'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2642438787426543669/posts/default/816577001942584001'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://paolocognetti.blogspot.com/2009/03/lamico-del-pazzo.html' title='L&apos;AMICO DEL PAZZO'/><author><name>Capitano</name><uri>http://www.blogger.com/profile/06167296621137930352</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://4.bp.blogspot.com/_Pj1BkX6LrI0/S5p77wgUVaI/AAAAAAAAAAM/wTSC0ICFs-8/S220/paolo6.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2642438787426543669.post-8166942717229368762</id><published>2009-03-08T05:33:00.000+01:00</published><updated>2010-03-12T19:35:00.313+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='scrittori'/><title type='text'>ANNIE SCRIVE COME UN MASCHIO</title><content type='html'>Non sapevamo niente di Annie Proulx, prima che uscissero &lt;span style="font-style: italic;"&gt;I segreti di Brokeback Mountain. &lt;/span&gt;Grazie alla storia dei due cowboy omosessuali l’editoria italiana si è accorta di lei, e in pochi anni sono state pubblicate tutte le sue raccolte: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Distanza ravvicinata&lt;/span&gt; (Baldini Castoldi Dalai 2003), &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Storie del Wyoming&lt;/span&gt; (Marco Tropea 2006), e ora &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ho sempre amato questo posto&lt;/span&gt; (Mondadori 2009), più un paio di romanzi che non ho letto per i miei soliti problemi con la narrativa lunga. I racconti invece li ho letti tutti, e il risultato è strano: alcune storie non mi piacciono per niente, altre le ho amate alla follia. Non credo di essere io il Aproulx problema, o almeno non solo. Il fatto è che Annie Proulx scrive due tipi di racconto completamente diversi: uno che gioca con il grottesco, il paradossale, l’assurdo, e questo forse non è il mio genere; l’altro di un realismo così nero, onesto e disperato da ricordarmi i primi racconti di Richard Ford, e i film di Clint Eastwood. Sarà anche colpa del Wyoming, immagino. Tutti i racconti sono ambientati lì, e che sia l’epoca dei pionieri e delle mandrie di vacche mezze selvatiche e dei canti dei ragazzi attorno al fuoco, o quella dei pozzi petroliferi che chiudono lasciando ai disoccupati la scelta tra un diploma serale in informatica e l’arruolamento per l’Iraq, il paesaggio è sempre un cinemascope di montagne, neve, foreste, brevi estati struggenti, laghi e torrenti d’alta qu
