mercoledì 7 maggio 2008

UNA COSA DIFFICILE COME L'AMORE

Leggo Alice McDermott, Una cosa difficile come l’amore

Long Island, primi anni ’60. Un sobborgo di villette a schiera e famiglie tutte uguali. Una sera d’estate, una Ford dai finestrini scuri si ferma davanti a una delle case: dentro la macchina, scortato dalla sua banda, c’è un ragazzo di nome Rick. Dentro la casa dovrebbe esserci la sua fidanzata, Sheryl, e Rick è venuto per lei. Da giorni la cerca al telefono senza successo. La madre di Sheryl gli ha ordinato di non chiamare più. Due sono le cose che Rick non sa, anche se ormai le teme: primo, Sheryl è incinta; secondo, è stata spedita da una zia in Ohio per portare a termine la gravidanza. Nascosta dove non la conosce nessuno. Seppellita per sempre insieme al suo segreto.

Quella sera che venne a cercarla si fermò sul praticello davanti a casa sua, in ginocchio e con i pugni piantati nelle cosce, e gridò il suo nome con una tale passione che perfino gli amici che lo circondavano, venuti a sostenerlo, a trascinarla fuori da quella casa, ad ammazzare la famiglia di lei se necessario, lasciarono cadere giù le catene. Perfino gli uomini del vicinato, in bermuda o pantaloni sportivi, magliette bianche e pantaloncini grigi, con mazze da baseball o badili protesi in avanti come fucili, perfino loro interruppero l’affannosa corsa a proteggerla: i buoni e i cattivi, i ragazzi in giubbotto nero e i padri nei leggeri abiti estivi, inchiodati per un unico attimo prima dell’inizio della battaglia dal suono tremendo e lancinante di quel grido di dolore.

Che libro ragazzi. Quella sera si scatena la rissa che diverrà leggenda nel quartiere: i padri, uomini di mezz’età e passioni assopite, dediti ormai al giardinaggio e al barbecue, si coalizzano per difendere la famiglia di Sheryl dall’attacco dei barbari. Sono pugni, calci, cinghiate, colpi di mazza e catena, ed è una battaglia senza vincitori né vinti, perché alla fine arriva la polizia e gli invasori si dileguano. Eppure, dal giorno dopo, tra i prati ben curati e i vialetti di ghiaia nasce un sentimento che prima non era mai esistito: vicini di casa sconosciuti, benestanti dai modi riservati e cortesi, adesso si sentono una tribù. Si salutano tra loro con complicità virile. Si fermano a chiacchierare dopo cena. Si mostrano a vicenda graffi e lividi, come reduci di una battaglia gloriosa.

Il romanzo è scritto in prima persona da una ragazzina del quartiere. È una voce narrante particolare, spettatrice degli eventi, curiosa di tutto quello che si nasconde sotto le apparenze, affascinata e terrorizzata dal segreto più grande della vita adulta, quella cosa difficile che è l’amore. E così, raccogliendo gli indizi e riempiendo i vuoti con l’immaginazione, ricostruisce la storia tra Rick e Sheryl: quello che è successo prima e dopo, le conseguenze che avrà sulla vita di tutti quanti. Il romanzo gira intorno a quell’unico evento, la battaglia tra gli uomini e i ragazzi. E, girandoci intorno, scopre che il padre di Rick è un medico fallito, la madre una depressa cronica, e lui non è mai stato amato da nessuno. Il padre di Sheryl, morto d’infarto l’anno prima, ha lasciato una vedova dura e scontrosa, e una figlia che si è fatta un’idea tutta sua sull’amore. Che logica ci sarebbe ad amare della gente, se poi quelli muoiono come se tu non fossi mai esistita? Non sarebbe idiota continuare ad amare uno che è morto, se sapessi che non lo rivedrai mai più? Che cos’è che ameresti allora, l’aria? Ecco perché non importerebbe se Rick andasse ad ammazzarsi o qualcosa del genere. Sarebbe come con papà. Mi manca, ma so che lo rivedrò perché penso sempre a lui. Non si può smettere di voler bene a qualcuno solo perché è morto, giusto?

Ecco qual è il punto. Si può anche leggere questo libro - uscito nel 1987 e vincitore di molti premi, pubblicato solo adesso in Italia per qualche mistero editoriale e per merito di Terre di Mezzo - come una satira dell’America borghese, ma secondo me è un errore. È il tipico errore europeo nei confronti della letteratura americana. Ad Alice McDermott, per come la vedo io, non interessa tanto raccontare la borghesia ipocrita, l’illusione della sicurezza messa in crisi dal conflitto sociale, né costruire un’opera pop intorno ai vecchi simboli del sogno americano - la cassetta delle lettere, l’altalena in giardino, la macchina parcheggiata nel vialetto: o forse le interessa ma solo come cornice, perché questo libro è un libro sull’amore. La storia tra Rick e Sheryl, raccontata da una ragazzina che si affaccia alla vita adulta, è il sogno irrealizzabile dell’amore assoluto: l’amore che salva la vita, l'unica magia capace di spezzare la maledizione della solitudine umana.

Dopo quella volta, dopo le macchine e l’improvviso carosello sul prato di Sheryl, i ragazzi con le catene e lo scontro e il suono raggelante di quel grido d’amore, dopo di questo le scenette quotidiane non ci soddisfecero più, non c’era litigio smorzato, pranzo fuori per l’anniversario, dolce bimbetto ritardato, che potesse più farci credere di vivere una vita vibrante, farci credere di saperne qualcosa dell’amore.

Che libro. Nel mio cuore e nella mia biblioteca ha preso subito posto tra Richard Yates, John Cheever e Rick Moody. Era da tanto che non mi sentivo più innamorato.

Alice McDermott, Una cosa difficile come l’amore

(Traduzione di Stefania Bertola, Terre di Mezzo)

mercoledì 30 aprile 2008

RUGGINE E OSSA

Leggo Craig Davidson, Ruggine e ossa.

Chissà che cosa si nasconde, nel pugilato, di così profondamente americano. Noi che in fondo non lo capiamo l’abbiamo amato nei libri, come nei libri amiamo l’America che non riusciamo a comprendere: i migliori racconti di pugilato sono di Hemingway, Thom Jones e F.X. Toole. C’è anche un bel libro di Joyce Carol Oates sul giovane Tyson. E poi i romanzi che non ho letto perché sono romanzi, ma se Fat City di Leonard Gardner assomiglia almeno un po’ al film di John Huston allora è un capolavoro. Bisognerebbe scrivere una storia minore della letteratura americana, fondare una sezione a parte nelle biblioteche: e qui l’ultimo arrivato sarebbe Craig Davidson, Ruggine e ossa.

Sollevo da solo due obiezioni. Primo, Craig Davidson è canadese. Secondo, in una raccolta di otto racconti ce ne sono soltanto un paio sul pugilato. Servirebbe troppo tempo per motivare la mia convinzione che la letteratura canadese faccia parte di quella americana, ma ora posso spiegare come mai credo che il posto giusto per questo libro sia lì, nello scaffale dei maschiacci, tra Il pugile a riposo e Million Dollar Baby. Prendete le trame dei racconti: un padre fallito tortura il figlio bambino perché diventi un infallibile tiratore a canestro. Una coppia in crisi alleva cani da combattimento - lui fa l’addestratore e lei l’infermiera - e davanti al proprio campione ormai sbranato riscopre l’amore. Un sessodipendente incontra una sessodipendente durante una riunione dei sessodipendenti anonimi, e indovinate come va a finire. Tutti i racconti funzionano così, con due personaggi che ballano su un quadrato immaginario, si girano intorno e si studiano con qualche jab e poi partono i primi ganci e montanti e ben presto è un corpo a corpo, con sopracciglia spaccate e colpi sotto la cintura e nasi ridotti in poltiglia da testate proibite. Alla fine, ma in fondo non è così importante, uno vince e l’altro perde. Raramente per KO. Più spesso finisce ai punti, o con i due pugili entrambi al tappeto, come succedeva in Rocky II, dove vince l’unico che, aggrappandosi alle corde e sputando sangue, riesce a rimettersi in piedi.

Carver aveva coniato una definizione meravigliosa per i suoi personaggi: gente che ce la mette tutta, ma il più delle volte semplicemente non basta. Ecco chi sono gli eroi di Davidson. Dannati senza possibilità di redenzione. Perché puoi essere duro e potente come Mike Tyson, o intelligente e veloce come Muhammad Ali, ma in quanto pugile conosci già il tuo destino: in un modo o nell’altro finirai male. Sarà questo che affascina tanto l’America? Sarà la tragedia inevitabile, nel pugilato, che lo rende subito letteratura? Sarà il suo essere metafora di un’altra storia, l’unica che è importante raccontare, quella che tutti stiamo cercando di scrivere?

***

“Vedrai uomini piangere quando si rompono una mano durante un incontro, messicani cazzutissimi e picchiatori yankee accasciati sullo sgabello all’angolo con gli occhi che zampillano lacrime. Non è tanto il dolore, anche se l’anticipazione del dolore c’è già: la mano che si gonfia nei guantoni da quattrocento grammi e lo sfrigolio elettrico di osso su osso, e magari sei all’ottava ripresa e il tuo destro di vantaggio è spaccato, ma continui a colpire pur di arrivare alla decima e sperare nei punti della giuria. È piuttosto la frustrazione a farli piangere. Nel pugilato tutto sta a lavorare sui punti deboli. Scarsa resistenza? Corsa su strada. Molle nel gioco di gambe? Saltelli sulla corda. Debole a incassare? Mille addominali al giorno. Ma i pugili con le mani rovinate non possono farci nulla, se non ingaggiare un secondo che sappia fasciare gli ossicini. Idem per quelli con l’arcata sopraccigliare sporgente e la pelle che come la tocchi si squarcia. Piangono perché sono punti deboli per cui non c’è un accidente da fare”.

Il pugile in lacrime. Ecco qualcosa con cui fare i conti, d’ora in poi.

Craig Davidson, Ruggine e ossa.

(Traduzione di Paola Brusasco, Einaudi 2008)

sabato 15 marzo 2008

IL SUO VERO NOME

Leggo Charles D’Ambrosio, Il suo vero nome.

Kurt, un ragazzino di tredici anni, accompagna a casa gli ospiti ubriachi quando le feste di sua madre finiscono. Il padre faceva il medico in Vietnam ed è morto suicida, dilaniato dalla spaccatura tra il suo mondo - la ricca borghesia americana, le estati a Long Island, i tradimenti e i divorzi e i secondi matrimoni - e il mondo che ha visto in Indocina, i corpi che non ha potuto curare. La madre, per reazione al suo ruolo di vedova, è diventata la regina della costa: dà una festa alla settimana e ogni volta beve troppo, ride a voce troppo alta, balla fino a troppo tardi con i mariti di qualche altra donna. Al piano di sopra Kurt cerca di dormire. Una notte, come al solito, viene chiamato da sua madre: c’è la signora Gurney che non si sente bene, bisogna accompagnarla a casa. E così Kurt si alza, prende sottobraccio la donna ubriaca e parte per la sua missione. Superare un chilometro di spiaggia che si rivelerà infinito, ascoltando le confessioni della donna, guardandola spogliarsi e vomitare, subendo perfino un tentativo di seduzione prima di convincerla ad andare a dormire. Poi torna a casa, ma la festa è ancora in pieno svolgimento e lui non ha voglia di farne parte. Sa che non riuscirà più a dormire. Allora si siede fuori, sull’altalena, e rilegge una lettera che suo padre scrisse a sua madre dal Vietnam. “Per me, se non altro, è un sollievo sapere che c’è qualcuno, lontano lontano, che non può veramente capire, e spero che non possa capire mai”.

È il racconto La Punta, forse il migliore del libro. L’altro mio preferito si intitola Lirismo ed è diviso in due parti. La prima sembra ispirata a un classico del racconto americano, Il grande fiume dai due cuori: è ottobre e Potter ha affittato un bungalow nel bosco per qualche giorno. Vuole stare un po’ tranquillo con la sua ragazza, Jane, per recuperare un rapporto consumato. Ma Jane fa amicizia con i vicini, un gruppo di cacciatori ubriaconi, e così la coppia viene invitata a una grigliata: quella sera Potter beve troppo e il giorno dopo si ritrova a pescare, cercando di smaltire la sbornia e la gelosia, e a pensare alla ragazzina di un’estate lontana. Il fiume, in qualche modo, ha il potere di dargli pace.

Se la prima parte è un omaggio a Hemingway, la seconda gravita dalle parti di Carver. Adesso è inverno, è appena passato il Natale e Potter è solo in casa. Non ci vuole molto a capire che Jane l’ha lasciato. Lui cuoce due patate al forno, le avvolge nell’alluminio ed esce in mezzo alla neve: troverà un barbone con cui dividere le sue patate. Poi tornerà a casa e sarà di nuovo solo come prima. Ci sarà da disfare l'albero di Natale e trascinarlo giù in strada, perché la nettezza urbana se lo porti via.

Ecco una cosa da dire dei racconti di Charles D’Ambrosio: hanno il ritmo e lo stile del grande classico, e una struttura che non obbedisce a nessuna regola. A un certo punto della storia, dove uno scrittore con la testa sulle spalle capisce che è il momento di chiudere il cerchio, lui parte verso un’altra direzione, scrive altre dieci pagine e poi lascia tutto lì, come se si fosse alzato per rispondere al telefono. Invece il racconto è proprio finito. E se questa stranezza alla prima lettura ti disorienta, poi cominci a capire che è una scelta, il modo di D’Ambrosio per catturare la vita: che non chiude, non obbedisce a strutture drammatiche, ma a un certo punto semplicemente gira e se ne va da un’altra parte.

La seconda cosa che mi colpisce al cuore è la disperazione dei suoi personaggi. Io non ho mai capito chi definiva Carver uno scrittore deprimente, perché mi è sempre sembrato un ottimista: la vita dei suoi eroi andava a rotoli ma loro restavano in piedi, versavano ancora un po’ d’acqua nel whisky e aspettavano l’alba - magari pensando al culo di una cameriera, o progettando di andarsene in California. D’Ambrosio è molto più vicino a Richard Ford, un altro maestro della “scuola del nord-ovest”, uno per cui non c’è redenzione. Qui i personaggi muoiono suicidi o consumati da un tumore, sono alcolizzati o fanatici religiosi, impazziscono perché la figlia di due anni annega in un abbeveratoio. Tutti, come D’Ambrosio, hanno ricevuto un’educazione cattolica e pagano il prezzo della sua morale, fatta di peccato, giudizio e punizione.

Charles D’Ambrosio è nato a Seattle e vive a Portland, Oregon. In dodici anni ha scritto due raccolte di racconti. Io l'ho conosciuto all’uscita dell'altro libro, Il museo dei pesci morti, che minimum fax ha tradotto e pubblicato un paio d’anni fa. È un uomo grande e grosso e sembra buono. I ricordi di quella sera sono offuscati dalle grappe bevute insieme: abbiamo parlato a lungo dei maestri, i nostri maestri pescatori o cacciatori. Hemingway, Carver, Ford. Gente che cercava di scrivere buone storie e prendere grossi pesci. Quelli di Charles sono vivi e tirano forte, puntando sempre verso monte, come i salmoni.

***

Ora Potter allungò una mano e strizzò la coscia di Jane.

“Tu te lo ricordi il tuo primo bacio?”, le chiese.

“No”, disse lei. “Per la verità no”.

Voleva essere solo una presa in giro, ma la risposta brusca lo sorprese: in quel momento lo stato d’animo di lei era completamente diverso.

Qualche goccia leggera colpì il parabrezza. Si accesero i tergicristalli, che disegnarono due palpebre sul vetro. L’ultima luce del giorno faceva risaltare le sagome delle montagne. La macchina seguiva dolcemente le curve, dondolando, rigirandosi, scendendo. La pioggia cadeva più forte e i tergicristalli scandivano il tempo, mentre Potter tornava a immaginare il suo primo bacio, la notte che scendeva e la paura che l’aveva tormentato per tutta la strada fino a casa. Nei suoi ricordi la paura era sbiadita, o almeno stava sbiadendo. E il pesce? Quello che gli restava era una vibrazione sulla lenza, un tremito nella mano, il ricordo di un incontro con il nulla, quasi, che avveniva e svaniva in un unico istante, e cominciò a riassaporarlo più e più volte, ascoltandolo come se fosse una musica. Dopo un po’ Jane alzò il volume della radio e non poterono più parlare.

***

Charles D’Ambrosio, Il suo vero nome

(Traduzione di Martina Testa, minimum fax 2008)

sabato 8 marzo 2008

LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

Leggo Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi.

I numeri primi hanno un grande fascino per i matematici. La loro bellezza risiede soprattutto in questo: non esiste un sistema per trovarli che non sia prendere i numeri naturali e controllarli uno per uno. Due dei più celebri problemi aperti nella matematica moderna - l’ipotesi di Riemann e la congettura di Goldbach - riguardano proprio la loro frequenza: più si procede sulla linea dei numeri naturali, più i numeri primi si diradano, ma senza che sia possibile trovare nessun tipo di regolarità. Tutte le armi a disposizione dei matematici, dall’aritmetica dei tempi di Euclide allo studio delle funzioni complesse, falliscono contro questo nemico antichissimo e misterioso. I numeri primi. Una volta si usavano nelle formule magiche. Di loro sappiamo solo che non finiscono mai: nessuno è l’ultimo, nessuno il più grande.

I gemelli sono numeri primi separati da un solo numero pari: come 17 e 19, 41 e 43, 59 e 61. Coppie di individui simili, persi nell’infinità dei numeri naturali, tanto vicini da sfiorarsi ma abbastanza lontani da non riuscire a toccarsi mai. Alice e Mattia sono due ragazzi così, fatti uno per l’altro eppure incapaci di condivisione, destinati alla solitudine dai loro demoni e da un trauma che li ha segnati durante l’infanzia. Alice ha perso l’uso di una gamba su una pista da sci, rischiando la morte per assideramento all’età di sette anni. Mattia ha abbandonato in un parco la sorellina, sofferente di disturbi psichici, per andare a una festa di classe: la bambina non viene più ritrovata e Mattia dovrà convivere con questa colpa per il resto dei suoi giorni. Al liceo i due ragazzi si incontrano. Entrambi stanno attraversando un’adolescenza durissima. Alice soffre di anoressia, mortifica il suo corpo come per punirlo per quella gamba rigida e fonte di umiliazioni. Mattia il corpo lo ferisce, tagliandosi i palmi con qualsiasi oggetto acuminato gli capiti in mano. È inevitabile che si riconoscano, e cha nasca tra loro un’amicizia. Il romanzo li segue fino all’età adulta: Mattia diventerà un brillante matematico, sarà assunto come ricercatore in un’università del Nord Europa, mentre Alice diventerà una fotografa di matrimoni. Ma nessuno dei due guarirà mai dalla propria malattia. Si attireranno a vicenda e si respingeranno, si ameranno eppure resteranno lontani. Come numeri primi gemelli, simili e per sempre soli.

Paolo Giordano ha 26 anni, è un fisico torinese e racconta di avere scritto questo suo primo romanzo nel tempo libero. Il libro ha l’urgenza delle storie che vogliono essere raccontate, e perciò chiedono il sacrificio delle notti e dei fine settimana, e non lascia spazio alle questioni di stile. In poche settimane è diventato un caso, montato in silenzio e senza pubblicità: perché ha il potere evocativo dei grandi romanzi di formazione. Quelli che ti risuonano dentro, risvegliando il ragazzo che eri. È un libro semplice e profondo, e non ha nessun bisogno di spiegarti di cosa soffrono Alice e Mattia: il motivo per cui lei vuole morire di fame, per cui lui sa di essere vivo solo quando sente dolore, è qualcosa che conosciamo anche noi. È l’ospite che abbiamo cacciato di casa, e che ogni tanto torna a bussare alla nostra porta. È il demone di cui qualcuno non si libera mai.

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Mattia lo sapeva cosa c’era da fare. Doveva andare di là e sedersi di nuovo su quel divano, doveva prenderle una mano e dirle non dovevo partire. Doveva baciarla un’altra volta e poi ancora, finché si sarebbero abituati a quel gesto al punto di non poterne più fare a meno. Succedeva nei film e succedeva nella realtà, tutti i giorni. La gente si prendeva quello che voleva, si aggrappava alle coincidenze, quelle poche, e ci tirava su un’esistenza. Ormai l’aveva imparato. Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante. Stavolta li riconosceva: quei secondi erano lì e lui non si sarebbe più sbagliato.

C’era stato un tempo in cui, seduto sul letto insieme ad Alice, poteva percorrere la stanza di lei con lo sguardo, individuare qualcosa su uno scaffale e dirsi gliel’ho comprato io. Quei regali erano lì a testimoniare un percorso, come bandierine appuntate alle tappe di un viaggio. Lei li conservava con cura, trovando loro una posizione evidente, perché a lui fosse chiaro che li aveva sempre sotto gli occhi. Mattia lo sapeva. Sapeva tutto quanto, ma non riusciva a muoversi da dov’era. Adesso intorno a lui non c’era un solo oggetto che riconoscesse. Guardò il proprio riflesso nello specchio, i capelli scombinati, il colletto della camicia un po’ storto, e fu allora che capì. In quel bagno, in quella casa come nella casa dei suoi genitori, in tutti quei luoghi non c’era più nulla di lui.

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Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori 2008

giovedì 21 febbraio 2008

LA VISTA DA CASTLE ROCK

Leggo e rileggo Alice Munro, La vista da Castle Rock

La vista da Castle Rock è il panorama che il piccolo Andrew contempla dalle rovine del castello di Edimburgo, all’inizio del XIX secolo. Il padre, ubriaco e in vena di scherzi, gli indica una costa lontana, sbiadita dalla foschia, dall’altra parte del mare.

“Ecco fatto, figliolo, adesso hai visto l’America. Se Dio vuole, un bel giorno la vedrai più da vicino e di persona”. Il bambino crede alla bugia, senza sapere che si rivelerà profetica: pochi anni dopo prende con sé la famiglia, abbandona la povera contea di Ettrick e si imbarca verso il nuovo mondo. Da scozzese ritroverà il suo paesaggio naturale a nord dei Grandi Laghi, nel giovane e inesplorato territorio canadese. La sua storia è quella di una fondazione, una delle tante memorie famigliari che Alice Munro ha raccolto in questo libro.

Nella forma, La vista da Castle Rock è una raccolta di racconti divisa in due capitoli. Il primo riguarda gli antenati della scrittrice, i Laidlaw: dal capostipite William, una celebrità locale intorno al 1600, passando per James il letterato, Andrew che attraversò l’Atlantico, Robert il pioniere che fondò il paese di Morris, e poi giù fino a Bob, il padre della scrittrice, allevatore di volpi e visoni che perse tutto con la Grande Depressione. Alice Munro racconta di aver speso molto tempo tra archivi di famiglia e biblioteche, viaggi in Scozia e cimiteri quasi mai segnati sulle mappe. Cercava una pista, ma la povera gente non lascia grandi tracce di sé nella storia: a volte solo due date, un atto matrimoniale o un contratto di compravendita, un’iscrizione su una pietra tombale. Il primo racconto comincia proprio con uno di questi epitaffi, sembra rubato all’Antologia di Spoon River: “Qui giace William Laidlaw, il celebre Will O’Phaup, impareggiabile finché visse per le sue burle e le imprese di forza e agilità”. Davanti alla lapide, e alla vita evocata da queste poche parole, finisce il lavoro della biografa e comincia quello della narratrice: una sacerdotessa capace di resuscitare i morti con il potere dell’immaginazione.

Nella seconda parte del libro le storie diventano autobiografiche. Per i lettori di Alice Munro sono racconti di una voce intimamente nota: parlano della giovinezza trascorsa nelle campagne dell’Ontario, del primo matrimonio e della fuga a Vancouver, della nascita dei figli, del divorzio, del ritorno a casa. Nell’ultimo racconto, ambientato ai giorni nostri, la scrittrice attraversa con il secondo marito i luoghi della sua infanzia. In ospedale ha appena scoperto di avere un nodulo al seno. Il marito è un geografo, e negli anni le ha trasmesso la sua passione: e così, mentre il pensiero della malattia riempie di tensione il viaggio di ritorno, lei trova una forma di conforto nel contemplare il paesaggio dal finestrino - il lavoro degli antichi ghiacciai, dei fiumi impetuosi e ormai scomparsi, del bosco che riconquista i pascoli e i campi incolti.

Leggere i segni - nel paesaggio, nei volti, nei gesti delle persone - è sempre stato il grande talento di Alice Munro. In nove raccolte di racconti ci ha insegnato come la scrittura abbia il potere di svelare i segreti, scoprendo gli abissi nascosti dietro le apparenze. Rivolgere quello stesso sguardo allo specchio dà luogo a un libro strano, né saggio né narrativa, piuttosto un autoritratto in frammenti, allo stesso tempo delicato e brutale, per forza di cose imperfetto. Scrive l’autrice nell’introduzione: “Si potrebbe dire che racconti del genere prestano maggiore attenzione alla verità della vita rispetto alla narrativa consueta. Ma non quanto basta per prenderli alla lettera. E la parte che in fondo potrebbe essere definita storia di famiglia si è aperta all’invenzione, pur conservando i contorni della narrazione autentica. Le due correnti si sono avvicinate al punto da sembrarmi destinate a scorrere insieme, come succede nelle pagine di questo libro”.

In molte interviste Alice Munro ha chiarito il suo pensiero sul rapporto tra autobiografia e invenzione. Tutti noi, sostiene, riscriviamo continuamente il romanzo della nostra vita: gli eventi passati continuano a esistere nel tempo in forma di ricordi, e presto perdono i legami con la realtà. Diventano storie filtrate dalla prospettiva, dal bisogno di guardarsi indietro e trovare cause, significati, insegnamenti. La memoria è in fondo una distorsione della verità oggettiva, ma anche un atto ordinatore necessario: è il modo in cui raccontiamo il passato a noi stessi per salvarci la vita. Ecco perché La vista da Castle Rock è un libro tenebroso e inquietante. Non solo perché si muove tra cimiteri abbandonati, austere chiese luterane, cronache di antiche carestie. Perché ha a che fare con l’imminenza della morte e con la religione della scrittura.

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Ora tutti questi nomi che ho registrato si uniscono ai vivi nella mia mente, e alle cucine perdute, al lustro bordo di nichel delle vaste e maestose stufe nere, agli scolapiatti di legno fradicio che non asciugavano mai, alla luce gialla della lanterna a olio. Il bricco del latte in veranda, le mele in cantina, i tubi della stufa che uscivano dai buchi nel soffitto, la stalla intiepidita d'inverno dai corpi e dai fiati delle mucche - quelle mucche che ancora incitavamo con gli stessi richiami comuni al tempo di Troia. E in una di queste case - non ricordo di chi - un incantevole fermaporta, una grossa conchiglia di madreperla che riconoscevo come messaggera di luoghi vicini e lontani, perché potevo portarla all’orecchio, quando in giro non c’era nessuno a impedirmelo, e sentire il battito formidabile del mio stesso cuore, e del mare.

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Alice Munro, La vista da Castle Rock

(Traduzione di Susanna Basso, Einaudi 2007)