sabato 16 giugno 2018

DIECI ANNI

Oggi è il decennale della morte di Mario Rigoni Stern. Me lo ricordo bene, il 16 giugno 2008: era la mia prima estate in baita e m'innamoravo dei suoi libri, quando lui morì. Ma come, pensai, io sono appena arrivato e tu vai via? Non avrei più fatto in tempo a scrivergli, ad andarlo a trovare, ad ascoltare la sua voce, a bere un bicchiere di vino con lui: non mi restava che leggerlo, seguire le sue tracce, ricordarlo. Ho poi capito che questo poteva essere un compito che mi era stato assegnato, il compito della memoria che tocca a chi, come me, viene dopo. Cerco di svolgerlo meglio che posso. Quest'anno la casa editrice Einaudi mi ha fatto il grande onore di affidarmi l'introduzione a una nuova edizione del "Bosco degli urogalli", il primo libro di montagna di Mario, del 1962. Lo trovate in libreria. Ve ne riporto qui una parte, e spero che oggi tanti di noi brindino al ricordo di questo nostro maestro.


Il sergente maggiore Rigoni tornò a baita dalla guerra il 9 maggio 1945. Ci tornò a piedi, attraversando le montagne per raggiungere il suo Altipiano. Con sé non aveva più armi né divisa ma il cucchiaio d'ordinanza, una cintura di molti buchi più stretta di quando era partito e il cappello con la penna nera che portava dal primo dicembre 1938, data del suo arruolamento volontario come “aspirante specializzato sciatore rocciatore”. In sei anni e mezzo da alpino aveva partecipato agli attacchi contro la Francia, la Grecia, la Russia, era sopravvissuto alla ritirata nella steppa in cui erano morti tanti suoi compagni, dopo l'armistizio aveva rifiutato di aderire alla Repubblica di Mussolini e per questo era stato internato nei campi di prigionia tedeschi, dove dall'autunno del '43 aveva combattuto la sua personale Resistenza. Diventato soldato a diciassette anni, spinto dalla voglia di avventura e dal patriottismo di un adolescente, smetteva di esserlo a ventitré con l'aspetto e lo spirito di un reduce: non volendo più saperne di esercito, rinunciò alla carriera militare e andò in congedo definitivo. Dunque il sergente maggiore Rigoni tornò a essere Mario Stern, figlio di Giobatta, montanaro dell'Altipiano, al momento senza lavoro. Incredibilmente, era ancora un ragazzo.
Così comincia Una lettera dall'Australia, uno dei racconti più belli di questo libro: “In quell'anno, il 1945, ritornavano a casa quelli che erano rimasti. Come nelle sere d'autunno ritornano alle stalle le pecore, le mucche e le capre a piccoli gruppi o isolate, così tornavano dalla Germania, dalla Russia, dalla Francia e dai Balcani quelli che la guerra aveva portato via e lasciato vivi. Chi era stato dalla parte dei fascisti si rintanava in casa e non aveva il coraggio di uscire; quelli che erano stati partigiani passavano cantando per il paese con fazzoletti rossi verdi attorno al collo, e quelli che ritornavano dalla prigionia sedevano in silenzio sull'uscio di casa a fumar sigarette e a guardare il volo degli uccelli.”
Dunque Mario, disoccupato, aspettava. L'uscio è il punto della casa da cui si può scegliere se partire o restare, e in un'indecisione simile si trovava anche lui. Veniva l'estate, ma erano troppo presenti i ricordi per lasciarseli alle spalle e andare avanti. Aveva sofferto la fame e il freddo, la privazione della libertà, la violenza dei carcerieri. Questo era niente, aveva ucciso e visto morire: morti, tanti morti. Chissà se lo torturavano di più i nemici che aveva ammazzato o gli amici che non era riuscito a salvare? Di notte si svegliava gridando al pensiero dei morti. Quanto aveva camminato e quanta neve! A volte provava a raccontare, ma aveva già capito che nessuno voleva ascoltare le sue storie: tutti avevano avuto la propria parte di guerra e non ne potevano più della guerra degli altri. Così aveva messo via il manoscritto del lager, le pagine in cui furiosamente, quell'inverno, aveva trascritto i ricordi della ritirata di due anni prima. Era stata la neve a farglieli tornare in mente. Forse c'era davvero un libro, dentro quelle memorie sgualcite, ma adesso non era ancora pronto a rimetterci mano.
Pensò che per il momento, dato che tra la gente non gli andava di stare, poteva andare a far legna per sua madre. A cavar ceppi, cioè sradicare i resti degli alberi abbattuti, legna utile e gratuita, però un lavoraccio: si dà di piccone tutt'intorno al ceppo e si tira finché la terra non lo lascia andare. Ad avercelo si fa prima con un mulo, e ancora prima, ad avercela, con un po' di dinamite. Ma lavorare era una cosa buona, aiutava a non pensare troppo e a rimettersi in forma, e poi stare in bosco da solo gli era sempre piaciuto. Così Mario si alzò dalla soglia, spense la sigaretta, buttò qualcosa nello zaino e andò in montagna.


giovedì 17 maggio 2018

LOUIS

Dopo un inverno così nevoso da far tornare ricordi lontani alla memoria dei vecchi, la Val di Rhêmes in aprile è tutta segnata dalle valanghe. Sale da nord a sud, al rovescio, per quella destra orografica della Valle d'Aosta che chiamiamo appunto l'envers, gole ombrose e selvatiche tagliate dai torrenti tra pareti di roccia scura. Lungo la Dora di neve non ce n'è più, ma i versanti sono così ripidi da scaricare di continuo quella che si è accumulata su in alto, per canaloni e colatoi: le slavine scavano i pendii e portano giù terra, pietre, tronchi d'albero, perfino animali travolti e trascinati a fondovalle. “Ieri due camosci”, dice Louis Oreiller, come aggiornando il conto della primavera. Io alzo gli occhi a ogni borbottio di distacco, lui non ci fa nemmeno caso. A Rhêmes Notre-Dame, 1700 metri d'altezza, dove la valle si apre in una conca glaciale e concede un po' di dolcezza e di luce, quello delle valanghe dev'essere un rombo familiare.
Louis ha 85 anni, tutti spesi ad ascoltare la montagna. È un vecchio magro e ha una barba bianca ingiallita dal tabacco, ma qui non si muore di fumo, si muore di vino e lui non beve come chi ne ha vista troppa di gente ammazzarsi in quel modo. Ha gli occhi azzurri, arrotola sigarette di trinciato, cammina con quel passo che io ho provato molto a imitare (lento, assorto, un po' curvo in avanti, il passo di chi ha sempre vissuto in salita e si ritrova a disagio nel piano), a vederlo non sai se dargli vent'anni di meno, per il fisico, o cento di più, perché c'è qualcosa di vecchissimo in lui.
Dopo averla ascoltata per una vita intera, e averne imparato la lingua, ha scritto o meglio dettato a Irene Borgna il più bel libro di montagna che io abbia letto nell'ultimo anno. Si intitola “Il pastore di stambecchi” e parla una lingua strana, non c'entra il patois né la erre arrotolata della petite patrie, è una lingua che sembra venire da un altro paese. O da un tempo molto, molto lontano. Quella montagna è qui fuori dalla sua finestra. Dai vetri della cucina, mentre la moglie di Louis prepara il pranzo sulla stufa a legna, osservo la Granta Parey, la piramide di roccia che chiude la Val di Rhêmes a sud, poco prima dei valichi che danno in Francia. Un'altra frontiera non si vede, tutta la destra della valle è dentro il Parco Nazionale del Gran Paradiso: fin da ragazzo, negli anni Cinquanta, Louis ha fatto avanti e indietro per quei confini come contrabbandiere e bracconiere, portando pelli da vendere o barattare, corna di stambecco per soldi, carne di camoscio per fame. È stato inseguito da gendarmi, doganieri, forestali, ha imparato a fuggire di notte e su sci di legno costruiti in casa, si è stampato in testa la mappa di tutti i passaggi segreti, tutte le scorciatoie e i nascondigli della montagna. Poi è passato dall'altra parte perché una volta quelli come lui li assumevano, così in un colpo solo ti levavi un problema e ne risolvevi molti altri: per quarant'anni Louis ha fatto prima il guardaparco, poi il guardacaccia nella riserva della valle, in alto su quei pendii da cui si staccano le slavine. Tutto il giorno lassù, quasi sempre da solo. Lui e la montagna.
Io sono a mio agio seduto in questa cucina, mi è sempre piaciuto stare con i vecchi. Raccontami qualcosa di quello che hai sentito, gli chiedo. “La voce delle cascate”, dice lui. Come? “Se ascolti con pazienza, scopri che le cascate cambiano voce ogni due ore. Fino alle quattro di pomeriggio, poi tornano indietro. Però devi stare lì seduto tutto il giorno per sentirla cambiare.” E gli alberi, Louis, hanno una voce anche loro? “Ce l'hanno sì, tutto ha una voce, solo che noi non la sentiamo. Una volta ho tolto un pezzo di corteccia alla base di un larice, poi ho cominciato a battere con il rovescio dell'accetta e ho avvicinato l'orecchio alla pianta. Il colpo aveva come un'eco, andava su e tornava giù come un'onda. Ho poi scoperto che un albero morto non lo fa, lo fa solo un albero vivo.”
Ora riaccende la sigaretta che si era spenta, e sento bene che è tabacco da pipa. Alle pareti, foto di famiglia e di montagna. Louis, Nathalie, il figlio Silvio, un lupo, un bivacco, tanta neve. Louis a quarant'anni aveva già i capelli bianchi e una bellezza dura, che adesso ha perso. Adesso è un vecchio dolce, non si può più immaginare la sua forza di un tempo. Parlami ancora, Louis, parlami delle rocce. “Le rocce, quante ne ho accarezzate. Tante volte ho traversato senza corda per dei posti da accopparsi. Appoggiavo la guancia alla roccia e chiedevo alla montagna di lasciarmi passare. Bisogna chiedere permesso e capire la risposta, se lei ti dice di no e non sai ascoltare è finita.” E la neve, anche quella hai ascoltato? “Ho lavorato tanto per il servizio valanghe, tutti i giorni d'inverno mandavo giù il grado di pericolo. Usavo gli strumenti in dotazione più qualche altro metodo. A contare gli strati di neve mi aveva insegnato un vecchio bracconiere, Elso, il mio maestro: ti tiri su la manica della camicia, affondi il braccio nella neve e li conti, uno per uno. A prevedere le valanghe mi hanno aiutato anche le femmine di stambecco, che scompaiono dalla montagna qualche ora prima del distacco. I maschi invece sentono la neve in arrivo, prima di una nevicata si mettono in cerchio intorno a un dosso e posano la testa verso l'interno, formano una specie di rosa con le corna. Sono sempre in numero dispari: tre, o cinque, o sette.”
Ecco, in questo libro che commuoverà gli amanti della montagna ci sono stambecchi che fanno la rosa, c'è un corvo che attacca il cucciolo di camoscio agli occhi mentre la madre lo sta partorendo, c'è un ermellino che vendica i figli uccisi cogliendo la vipera quand'è in amore. C'è un sapere non tramandabile, che non erediteremo. Provo un terribile senso di perdita a pensare che questi montanari si portano via tutto quello che hanno imparato, e che noi non impareremo mai. Noi possiamo soltanto ascoltare questa voce che ci riempie di meraviglia e di rimpianto.
Conosci la mia valle, Louis? Gli si illumina lo sguardo: non solo perché la mia, la Val d'Ayas, è sul dritto ed è tutta al sole. È che questi vecchi valdostani hanno sempre almeno un ricordo in ognuna delle nostre quindici valli laterali, posti in cui magari non tornano da cinquant'anni e di cui parlano come mondi lontani. “Sì, in quel lago del tuo libro ho fatto il guardapesca. Erano i primi anni Sessanta, mi ricordo tanti montanari in alpeggio. È ancora così?” Non te lo dico, non lo vuoi sapere. Parliamo dei vecchi amici, sono quasi tutti morti o sono via, come dicono quassù, come se morire fosse un po' partire. Fa un elenco di persone che conosceva nella mia valle, questo è via, questo è via, questo è via, finché ne nomina uno che è ancora qui. Quello sì, è vivo e vegeto, lo chiamano “Porca miseria”. È l'uso di soprannominare gli uomini con i loro tic verbali. Questo Porca miseria da noi è conosciuto perché anche dopo gli ottant'anni continua a litigare con tutti, qualche volta mena pure le mani.
Vai ancora in montagna, Louis? “No, ho smesso sette anni fa. Ho fatto un lungo giro a salutare tutto. Sapevo che era l'ultima, sono stato su per un giorno intero.” Poi pensandoci gli scappa una frase: “Ma se torno...”, e io che amo il buddismo gli chiedo se davvero pensa che torneremo. “Non so”, dice. Poi ci riflette e risponde più deciso: “No, credo di no.” Ma ho colto nel frattempo uno sguardo di Nathalie, che si è voltata dalle sue pentole per vedere cosa rispondeva. Lui crede che forse torneremo, lei no e non vuole sentire bestemmie o eresie.
Vado via dopo una mattina passata ad ascoltare questo vecchio e la montagna che parla attraverso di lui. La Granta Parey ha lo stesso nome del Gran Paradiso e vuol dire solo una cosa, montagna grande, non c'entra coi paradisi. La gente una volta non perdeva tempo a trovare nomi alle montagne.
“Salutami la Val d'Ayas”, mi dice, mentre parto. Vieni tu una volta a salutarla, no Louis? “Ma come faccio, non sento più il piede del freno. La patente ce l'ho ancora ma in discesa credo di frenare e invece vado dritto. Meglio di no.” E se una volta ti vengo a prendere io e ti porto di là, a raccontare a un po' di ragazzi che cosa hai sentito in montagna? “Allora forse sì”. Bene. Allora organizzo. Forse c'è ancora tempo per imparare.

(Louis Oreiller sarà ospite al Richiamo della foresta, il festival che con alcuni amici organizzo a Estoul in Val d'Ayas, il 21 luglio)

mercoledì 9 maggio 2018

IL FUTURO POSSIBILE

(questo pezzo è uscito su Montagne360)

Ormai da dieci anni affitto una baita a Estoul, in Valle d’Aosta, in mezzo a un pascolo che per tre mesi all’anno diventa una pista da sci. Come i montanari miei vicini salgo in primavera, ci abito per tutta l’estate e vado via in autunno, un po’ perché l’inverno rende la baita quasi impraticabile, un po’ perché lo sci non mi piace. Non nel senso che non mi diverte: ho imparato a sciare anch’io da bambino; ho riprovato una volta da grande scoprendo che sono ancora capace; ma qualcosa, nello sci di discesa, è contrario alla mia idea di rispetto per la montagna, incoerente con lo spirito con cui vivo lassù. Forse perché abitandoci vedo che cos’è una pista: per avere gli sciatori in una stagione sempre più breve, ormai ridotta a poche settimane tra gennaio e marzo, un versante della montagna è disboscato, spianato, percorso da condutture elettriche e idrauliche, sfigurato da impianti di risalita e cannoni per l’innevamento artificiale, cementificato da stazioni di partenza e d’arrivo, invaso da mezzi a motore. Ce la prendiamo con quelli che vanno in moto sui sentieri? Lo sci di discesa ha un impatto molto più violento sulla montagna. Non solo distrugge il paesaggio, ma consuma moltissima acqua, elettricità e gasolio. Vorrei perlomeno che gli sciatori lo sapessero. Perlomeno siamo consapevoli di quel che facciamo, poi possiamo decidere di farlo lo stesso (e prenderci le nostre responsabilità): lo sci di discesa è un modo antiecologico di andare in montagna.
Da suo abitante, conosco bene anche il rovescio della medaglia: Estoul sarebbe un paese abbandonato senza lo sci. Quei pochi fine settimana in cui, se c’è il sole, salgono migliaia di turisti per fare su e giù sulle nostre pistarelle, mantengono per tutto l’inverno trenta o quaranta persone. Tutti i miei amici in un modo o nell’altro lavorano con lo sci: i bigliettai, gli agenti di rinvio, i gattisti, gli addetti alla sicurezza e all’innevamento, i maestri di sci, i noleggiatori di materiali, i proprietari e i dipendenti di un bar, due ristoranti e due affittacamere. Credo di non conoscere nessuno che a Estoul non dipenda dallo sci. Forse solo Anna che ha ottant’anni, quattro mucche e un cane, lei sì starebbe lo stesso lassù senza gli sciatori.
Per cui il problema, oltre all’impatto dello sci, è il fatto che esista solo lo sci nelle nostre montagne spopolate di tutto il resto. E nel momento in cui mi oppongo ai progetti di nuove piste (ma parliamo anche di come rendere più ecologiche quelle vecchie), mi sento in dovere di immaginare un’altra economia possibile per il posto in cui abito. È uno dei grandi temi dei nostri tempi: come conciliare economia ed ecologia, rispetto della Terra e lavoro per l’uomo? Credo che cercare risposte ed esplorare possibilità sia il nostro compito di nuovi educatori, operatori culturali, imprenditori sociali della montagna. Ho scelto con cura queste parole che vengono dalla città, e che alla montagna sembrano estranee, perché penso che l’assenza di lavoro culturale e sociale faccia parte del suo impoverimento, e che proprio da qui si possa cominciare ad arricchirla e ripopolarla. Personalmente, insieme ad alcuni amici, ho fondato a Estoul un’associazione che organizza in estate un festival di arte, musica, e letteratura, e sto costruendo un rifugio alpino che vorrebbe diventare un presidio culturale d’alta quota. Ovvero un luogo in cui fare formazione (per esempio per i nuovi montanari o per chi vuole diventarlo), invitare i ragazzi delle scuole, ospitare artisti italiani e stranieri, proporre agli abitanti della valle un programma culturale e una sede in cui essi stessi possano partecipare alla vita associativa, e infine accogliere e far incontrare tra loro gli amanti della montagna. Che cosa c’entra tutto questo con l’economia? Io spero che c’entri, spero che sia un passo per portare alla montagna nuove idee, nuovi abitanti e nuovo lavoro, non pensandola più unicamente come luogo di divertimento e riposo, ma di rapporti sociali e produzione culturale. A me sembra che ne senta terribilmente la mancanza.
(fotografia di Loïc Seron)

venerdì 27 aprile 2018

CAMMINATORE DI PERIFERIA

Nessuno come chi ha un cane conosce i nostri quartieri di periferia. Li attraversiamo senza una meta per giorni e notti, sotto la pioggerella o il sole pallido o la foschia che avvolge i lampioni, e conosciamo ogni aiuola spartitraffico, ogni pezzetto di terra ai piedi di alberi malati, ogni prato spelacchiato al limitare dei parcheggi, perché è lì che i nostri cani ci portano, come profeti. Ci conducono alle piante infestanti cresciute nelle crepe dell'asfalto e alle pozzanghere chissà come fangose. Noi li seguiamo: siamo quelli che vagano all'alba tra le rotaie del tram, quelli che fumano sui marciapiedi di notte mentre un cane che non sembra di nessuno se ne va in giro. Il cane non è davvero nostro, noi non siamo i suoi padroni. Siamo amici silenziosi e nella solitudine ci facciamo compagnia.
Io sono un camminatore di città per pochi mesi all'anno ormai. Sono nato e cresciuto a Milano, ho fatto in tempo a vederla nel Novecento e a venticinque anni, in cerca di un posto in cui abitare, ho scelto la Bovisa perché le case costavano poco, ma anche perché credevo davvero nella periferia. Nelle sue possibilità e nella mia presenza lì, nel calore che ci saremmo scambiati a vicenda. Ricordo la meraviglia di girare per le strade ai primi tempi e scoprire cascine, orti, ferrovie, fabbri, falegnami, bocciofile, tutto quello che chi odia Milano non sa, perché non l'ha mai visto. Imparavo la storia del quartiere dalle sue fabbriche abbandonate, dai vecchi che fanno i girasoli nella piazza dove il tram arriva e torna indietro, dalle lapidi sui muri delle case. Le lapidi sono sempre lì, anche adesso che quasi tutto il resto è sparito. Durante i miei inverni in città torno a osservarle ogni sera, traccio il percorso con Lucky per salutarle tutte: le lapidi dei partigiani e dei deportati nei campi di concentramento, su ogni lapide una corona di fiori che ogni primavera viene messa nuova, e poi per un anno appassisce fino alla successiva Liberazione. Le lapidi dei morti in quartiere: Luca, studente, raggiunto da un proiettile mentre correva a prendere l'autobus; Nicolò, vigile urbano, trascinato sull'asfalto da un furgone a cui aveva chiesto i documenti; Maria Luisa, ragazza, violentata e uccisa nel parcheggio della stazione. Loro sono i santi della periferia, in quelle lapidi è custodita l'anima del quartiere.

Ma questa non è una storia d'amore, è piuttosto la storia di quel che succede molto tempo dopo che l'amore è finito. Se il nostro abitare assomiglia al crescere delle piante, negli ultimi quindici anni a Milano ho visto sradicare metodicamente ogni germoglio, ogni rampicante, ogni arbusto che avevamo curato – le associazioni, gli spazi autogestiti, le fabbriche occupate, tutti i modi spontanei e infestanti in cui le persone mettono radici nelle città, e le rendono rigogliose e vive – e calare al loro posto monoliti dalle superfici lisce e luccicanti, un'ondata di gelo. Così a un certo punto me ne sono andato per disamore. Sono andato in montagna e ogni volta che torno trovo un pezzo di questa nuova città in più, un pezzo di quella vecchia in meno. Ecco, è la storia di uno di questi pezzi che volevo raccontare.
So che è difficile da credere, ma alla Bovisa c'è un bosco. Lo chiamano la Goccia e si trova oltre la ferrovia, dentro quella che fu la Fabbrica del Gas, su quaranta ettari di terreno abbandonato dai primi anni Novanta. Siccome a Lucky d'inverno mancano i pascoli, i torrenti, le rocce della montagna in cui è nato, qualche volta andiamo di là a farci passare la nostalgia. Di sera intorno non c'è un'anima e possiamo entrare da uno dei tanti varchi nelle recinzioni, poi lui va a caccia di animali selvatici mentre io mi aggiro tra alberi di ogni specie. Platani, frassini, pioppi, tigli: ce ne sono migliaia, tra gli edifici industriali d'inizio Novecento e gli scheletri maestosi dei gasometri, insieme a tutto il sottobosco cresciuto in venticinque anni di abbandono. È incredibile come alla terra basti che l'uomo volti lo sguardo, lei non aspetta che una distrazione del suo grande nemico per tornare a germogliare e riprodursi: il bosco è popolato da volpi, lepri, ricci, serpenti, falchi, gufi. Siamo a cinque chilometri dal Duomo di Milano e Lucky insegue le lepri, e mentre lui corre finalmente libero io vado a vedere a che punto sono le ruspe. Vado a vedere quanto manca da vivere a questo nostro bosco segreto.
È davanti a uno scavo profondo un metro, interrotto, ripreso, già di nuovo invaso dalle erbe, che ripenso alla mia storia alla Bovisa e a come io la ritrovi tutta quanta in ciò che sta succedendo qui. Di chi è davvero la città, di chi è il quartiere che abitiamo, chi ne decide il destino? In teoria noi: buona parte di questo bosco è comunale, ovvero è proprietà degli abitanti di Milano, e in molti chiedono da tempo al Comune, in tutti i modi possibili, di farne un parco. Ma il Comune ha altri progetti che non ha mai sottoposto alla nostra approvazione: costruire dei palazzi che nessuno ha chiesto, di cui nessuno ha bisogno, perché il quartiere è già pieno di case vuote. Insomma è come se questo nostro bosco non fosse davvero nostro, o come se chi governa la città non fosse lì per noi, per realizzare quello che desideriamo.
Per non compierlo, questo dovere dei governanti, ci vuole una scusa: qui la scusa è che il terreno è avvelenato da un secolo di industria chimica e va bonificato, ecco perché le ruspe hanno già cominciato ad abbattere gli alberi e tirare su la terra per portarla via. Un metro di profondità per quaranta ettari di estensione fa quattrocentomila metri cubi: chi si prenderà, mi chiedo, tutta questa terra avvelenata di Milano? Come la ripuliranno dal veleno? E lasciarci crescere sopra un bosco, che già da un quarto di secolo ci affonda le radici, ne cava nutrimento, la ricopre di foglie e legno e vita animale, non era un modo più saggio, ecologico ed economico che distruggere tutto, rivoltare la terra, far partire migliaia di camion e lasciare una spianata? Ecco che cosa succederà dopo la bonifica: il nostro terreno sarà venduto a un costruttore ed edificato, mettendo un giardinetto tra un palazzo e l'altro per farci stare buoni. Questa è la storia della Bovisa nel nuovo secolo, si ripete ogni volta uguale, e non rende onore alla sua storia del secolo vecchio, né a quelli che qui hanno provato a coltivare pianticelle.

Ma ormai, come dicevo, io sono un suo abitante per metà. Questo è soltanto un ultimo bacio al mio quartiere spelacchiato. Sono contento che sia primavera e che tra un po' ce ne torniamo in montagna. Ciao, Milano.


mercoledì 21 marzo 2018

L'ULTIMO RECUPERANTE

Alla fine, dopo averlo incontrato tante volte tra Estoul e Milano, Stefano Torrione l'ho conosciuto camminando, in quel piccolo Tibet in terra nepalese che abbiamo attraversato insieme. Credo che venti giorni a quattromila metri possano valere, per un'amicizia, come venti settimane o mesi a livello del mare. Di solito Stefano chiudeva la lunga carovana di uomini e muli con le sue macchine al collo e un bigliettino in cui si era trascritto la frase in nepali: “Sono un fotografo italiano, posso fare una fotografia?”. Ma o la frase era sbagliata o Stefano sbagliava la pronuncia, fatto sta che nessuno lo capiva: i montanari lo scrutavano mentre lui si intestardiva a ripetere questa frase incomprensibile, finché aveva buttato via il bigliettino per affidarsi al suo vecchio collaudato attrezzo del mestiere, il suo sorriso da figlio di buona donna. Con quello lo facevano entrare in tutte le tende, in tutte le capanne e i monasteri. Così, quando il sole scendeva tra le montagne e il momento sarebbe stato perfetto per un tramonto sull'altipiano lui di solito non c'era, era da qualche parte con un pastore di yak o una battitrice d'orzo o una filatrice di lana. Mi ricordava i fotografi d'altri tempi, quelli di guerra e dei grandi reportage antropologici: i paesaggi gli interessavano poco, preferiva gli esseri umani, ed era nei volti e nei corpi che i suoi occhi cercavano la buona fotografia.


Da quattro anni però Stefano sta facendo un lavoro dove gli uomini non ci sono, o meglio non ci sono più. Prima c'erano, ci sono stati. I volti sono rimasti negli elmetti, nelle maschere antigas, i corpi nelle baracche e nelle trincee, i piedi nelle suole di scarponi che spuntano dai sassi. Erano soldati, anche se la parte da cui stavano adesso non importa più; un secolo fa hanno combattuto su quel fronte della Grande Guerra tutto fatto di creste e di cime, di forcelle e pareti delle Alpi. Cent'anni sono tanti per le cose degli uomini, però la montagna ha la memoria più lunga della pianura. Ancora adesso dai ghiacciai in ritiro spuntano cannoni, mortai, granate, filo spinato, baraccamenti, e dai buchi e dalle grotte dove i soldati si accampavano emergono le loro cose. Sono queste le tracce che Stefano è andato a cercare, non con elicotteri o fuoristrada ma salendo sulle sue gambe. Una volta quelli come lui si chiamavano recuperanti, andavano in montagna a raccogliere il ferro il rame e il piombo dei residuati bellici per guadagnarsi da vivere: Stefano invece non porta giù niente, fotografa e basta. In quattro anni ha messo insieme un archivio prezioso per capire, ricordare, raccontare che cosa è successo sulle nostre montagne un secolo fa.

Ora ne fa un libro autoprodotto che si può ordinare qui. È un gran bel progetto. Forza!


giovedì 22 febbraio 2018

SULL'USO DELLE FORESTE

"Strano che così poche persone vengano nei boschi a vedere come il pino vive e cresce sempre più in alto, sollevando le sue braccia sempreverdi alla luce - a vedere la sua perfetta riuscita. I più invece si accontentano di guardarlo sotto forma delle tavole portate al mercato, e considerano quello il suo vero destino. Ma il pino non è legname più di quanto lo sia l'uomo, ed essere trasformato in assi e case non è il suo impiego autentico e più elevato: non più di quanto lo sia per l'uomo essere abbattuto e trasformato in letame. C'è una legge più alta che riguarda il nostro rapporto con i pini quanto quello con gli uomini. Un pino abbattuto, un pino morto, non è un pino più di quanto il cadavere di un uomo sia un uomo. Si può dire che colui che ha scoperto i pregi dell'osso di balena e dell'olio di balena abbia scoperto il vero scopo della balena? O che colui che abbatte l'elefante per l'avorio abbia visto l'elefante? Questi sono utilizzi meschini e accidentali, proprio come se una razza più forte ci uccidesse allo scopo di fare bottoni e pifferi con le nostre ossa, perché ogni cosa può servire a uno scopo più vile oltre che a uno più elevato. Ogni creatura è migliore da viva che da morta, uomini e alci e alberi di pino, e colui che lo comprende appieno preferirà conservarne la vita anziché distruggerla."

(H.D. Thoreau, I boschi del Maine, 1864. Un contributo al dibattito sull'uso delle foreste: qui e qui due voci diverse in merito al recente testo di legge.)

foto di Loïc Seron

sabato 6 gennaio 2018

FIOCCA

Caro Mario, come fiocca. Facendo i conti, da Natale in poi, direi che ne è venuta più di un metro, e altrettanta ne prevedono nei prossimi giorni. Una settimana fa era neve ghiacciata, piccoli cristalli acuminati spinti qua e là da un vento gelido, di quella che ti frusta in faccia quando vai per strada; oggi che fa più caldo viene giù fitta, a fiocchi spessi, e si accumula a vista d'occhio. Benché io passi parte della mia vita in questa baita a duemila metri, devo confessarti che non ho un buon rapporto con la neve: mi fa sentire isolato, rende l'andare in paese difficile o a volte impossibile, e anche camminare nel bosco è faticoso, quando a ogni passo affondi fino al ginocchio. Così resto in casa. Penso ai selvatici rintanati sotto alle barme. Guardo dalla finestra gli abeti carichi, hanno spalle di monaci curvi nelle tonache ben chiuse, e i larici spogli e slanciati che sono fragili creature estive e a volte si schiantano sotto il peso della neve, e nel pomeriggio ascolto il rombo delle valanghe. Le valanghe, se tutto va bene, cadono nei punti che sappiamo, e anzi le aspettiamo quando nevica tanto e loro non sono ancora cadute: è meglio dopo che prima, quando sono sospese in bilico sui pendii; è meglio quando ormai ferme e assestate intasano i canaloni. Le conosciamo così bene che potremmo dare a ogni valanga un nome. Eppure quel rombo è angosciante lo stesso: assomiglia a un tuono, o a un crollo fragoroso sopra la testa. Anche quando sai cos'è, viene istintivo cercare riparo.


Però, caro Mario, sono contento per i miei amici che lavorano con la neve. Qui tutti, in un modo o nell'altro, dipendono da lei, perfino chi d'estate pascola le mucche e d'inverno vende il formaggio agli sciatori. Erano preoccupati, in novembre, perché dopo un anno di siccità le vasche dell'innevamento artificiale erano mezze vuote, e non si sarebbe potuto sparare a lungo. Ora invece sparare non serve più e il mio amico cannoniere passa spesso a trovarmi, in sella alla sua motoslitta, sfaccendato in queste notti in cui il cielo fa il lavoro al posto suo. Chi si è beccato gli straordinari sono i gattisti che la sera incontro al bar e che poi fanno su e giù fino all'alba, perché gli sciatori all'apertura degli impianti trovino le piste battute: una passa davanti a casa mia e così a letto, di notte, vengo investito dai fari della grande ruspa che passa rombando, e se per caso sono in piedi vado alla finestra a salutare. Non è un disturbo, anzi: così come tutta questa neve mi angoscia, il passaggio di qualche anima mi fa compagnia. I gattisti poi li conosco, d'estate uno fa il muratore e l'altro sale in alpeggio con le mucche. Se non fossero in servizio, li inviterei dentro per un bicchiere.

Da me si beve vino e niente acqua: dopo un anno senza pioggia non solo le vasche dell'innevamento sono vuote, ma pure la mia fonte si è prosciugata. L'acqua nella baita arriva, o meglio arrivava, con il sistema più semplice del mondo: un tubo che parte da una sorgente un centinaio di metri più a monte me la portava in casa. Qui di acqua ce n'è sempre stata, non per niente il nome del villaggio è Fontane, eppure l'altro giorno ho aperto il rubinetto in cucina e ne è scesa sempre meno, finché l'ultimo filo incerto ha lasciato il posto al verso gutturale dei tubi vuoti. Allora ho messo le ciaspole, ho preso la pala e ho risalito la valletta di Fontane fino al punto in cui si trova, o dovrebbe trovarsi, la sorgente che dà il nome al villaggio; ho scavato nella neve e ho scoperto che là sotto era tutto asciutto. Il mio tubo nero sporgeva triste nel solco del ruscello che, normalmente, scorre estate e inverno in mezzo al pascolo. Avrei potuto parlarci dentro e salutare qualcuno nel bagno di casa.

Caro Mario, in dieci anni di montagna ho imparato che in queste situazioni due cose non bisogna perdere, la calma e l'ironia. C'è del ridicolo nell'essere sommersi dalla neve e senza acqua. Mi sono ricordato di quel verso del Vecchio marinaio in cui il naufrago nell'oceano si lamenta della sete: “Acqua, acqua dappertutto, e non una goccia da bere!”. Naturalmente ho provato la soluzione più romantica, ma ho scoperto che sciogliere la neve sul fuoco non conviene per nulla: impiega molto tempo, consuma troppo combustibile, e di una pentola di neve fresca non resta che un terzo o un quarto d'acqua, che poi nemmeno si può bere. Così mi sono avventurato giù in paese e ho comprato due taniche da quindici litri, che ora riempio a una fontana e poi trascino su fino a casa, caricandomele sulla schiena e pensando ai miei portatori nepalesi di un paio di mesi fa. Di un'acqua così preziosa si riscopre il valore: ne basta una tazza per lavarsi i denti, una pentola per lavare i piatti, un piccolo secchio per lo scarico del bagno. Per fare la doccia chiederò ospitalità a qualche amico.


Ho un lucernario, sul tetto, grazie a cui riesco a immaginare che cosa si provi a essere una creatura che vive sotto la neve, come le arvicole di cui trovo le tane al disgelo. Sopra il lucernario un po' di neve si scioglie per il calore della casa, e io immagino che succeda lo stesso con il calore del terreno: così, anche sotto uno strato molto spesso di neve, si formano camere d'aria, bolle dalle strane forme, gallerie che seguono chissà quali linee del calore. Il soffitto di neve di queste camere diventa più chiaro, se per qualche ora il cielo dà tregua e il sole comincia a scaldare, e si arriva quasi a sperare che presto quel soffitto si buchi, e arrivi primavera. Ma poi comincia a nevicare di nuovo, il soffitto della camera si ispessisce, sotto diventa buio. Allora le piccole arvicole e gli scrittori con il naso in su si rassegnano: sarà ancora lungo l'inverno.

Caro Mario, è cominciato l'anno 2018 e con questo sono dieci che non ci sei più. Mi manchi moltissimo. Vorrei leggere le notizie dalla tua montagna, quello che pensi guardando il bosco, quello che scopri ancora alla tua età. Vorrei leggere degli inverni lontani che la neve ti fa tornare in mente, dei tuoi sentieri che nasconde alla vista, delle storie che ti racconta al mattino, rivelando passaggi notturni ai tuoi occhi da cacciatore. Qui da me viene solo la volpe, ogni tanto, a vedere se nella ciotola del cane è rimasto qualche avanzo. Dicono che siano tornati i lupi, io però non li ho ancora visti e non ci tengo, se devo essere sincero. Fuori fiocca, caro Mario, e io bevo un bicchiere alla tua salute e penso a tutte le cisterne e le vasche segrete della montagna, alle grotte gorgoglianti, ai torrenti sotterranei, a quel che c'è prima delle sorgenti: a tutti questi pozzi che un anno senza pioggia ha lasciato vuoti. Penso che la neve di oggi sarà l'acqua di domani. Benedetta neve.