giovedì 2 maggio 2013

IL RAGAZZO SELVATICO

     Esce oggi un libro che i lettori di questo blog hanno visto nascere. Ho cominciato a scriverlo più o meno tre anni fa, senza immaginare che cosa sarebbe diventato: vivevo in montagna da qualche tempo, leggevo i Racconti dell’altopiano di Mario Rigoni Stern e quei ritratti di alberi, animali e uomini divennero la mia enciclopedia, occhi con cui guardare il paesaggio che avevo intorno. Ero immerso in un gran silenzio. Dalla finestra della baita inquadravo un pezzetto di bosco e lo vedevo trasformarsi: frustato dalle piogge primaverili, inghiottito verso sera dalle nebbie che salivano dal fondovalle, popolato dalle ombre nitide della luna piena. Anche lo scorrere del torrente, il soffio del vento nei prati sembravano mormorii e sussurri, di notte mi agitavano i sogni. Ero andato lassù per ricominciare a scrivere, e ora so che la montagna mi stava educando all’osservazione e all’ascolto, all’attenzione necessaria alla scrittura. Finché mi venne naturale aprire un quaderno nuovo e cercare di riprodurre l’eco di quelle presenze in parole. Prima furono alberi. Poi torrenti e nevai. Poi ancora lepri, volpi, cani, mucche, uccelli, caprioli. Infine persone. Due in particolare: uomini che avevo incontrato lassù e con cui stava nascendo un’amicizia profonda.

     Perché mi pare così importante ricordare com’è cominciata? Perché, dopo tre anni e diverse rielaborazioni, il libro ha finito naturalmente per essere un libro su di me. Questo mi imbarazza molto. Uno scrittore dovrebbe coltivare la timidezza, scomparire dentro le sue storie. Deporre le armi della narrativa e dire io, confessandosi a un pubblico di sconosciuti, più che un gesto di coraggio mi sembra un grave peccato di narcisismo. Per questo ho provato a dar voce a un io schivo, come i miei amici montanari: ho eliminato gli specchi di casa e passato molto tempo alla finestra, pur sapendo che scrivere di alberi e animali era un altro modo per scrivere di me, solo nascondendomi nel larice caduto, nella volpe che di notte viene in cerca di cibo, nei ruderi infestati dalle ortiche, nei laghetti d’alta quota e negli ultimi nevai d’agosto. Poi a volte ci sono stato costretto, a dire io. Sono stati i capitoli più penosi, come quei pendii ripidi e brulli che non danno alcun piacere, e li risali a passo lungo e testa bassa per superarli il prima possibile. Scrivendoli mi veniva da chiedere scusa. E mi sono sentito molto meglio quando infine il sentiero ha svoltato e ho potuto tornare a descrivere i suoni del bosco, i gesti di un amico.

     Esiste una tradizione di libri sull’eremitaggio, anzi sull’eremitaggio nella natura, che va da Walden di Thoreau fino al recente, bellissimo, Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson. Ne sono usciti diversi in questi anni e credo di averli letti tutti. Se di fenomeno letterario si tratta, ho idea che non sarebbe mai diventato tale senza Into the Wild: forse io stesso non sarei andato a vivere in montagna se non avessi scoperto la storia di Chris McCandless, un santo cercatore che mi è stato d’ispirazione all’inizio e di conforto nei momenti duri.
     Rispetto alla sua Alaska, la montagna in cui ho vissuto non è affatto un luogo selvaggio, ma una civiltà abbandonata. Ho scritto di ruderi, scheletri, paesi fantasma, vecchie cose seppellite che spuntano dal terreno, e temo ci sia un senso di morte che pervade tutto il libro. Giusto così: anch’io avevo cose seppellite da tirare fuori. Ho sempre scritto di ragazze per un motivo puro e semplice: la paura boia di scrivere di maschi, ma prima o poi sapevo di doverla affrontare. Ora penso di aver cominciato a guardarla in faccia. Qui sono tutti maschi, perfino gli stambecchi e i cani, e si potrebbe anche leggere Il ragazzo selvatico come il libro di un uomo che fa i conti con la sua natura maschile. Anche ritrovando un corpo, assaporandone la libertà e la forza. Ripensando ai vecchi maestri e cercandone di nuovi. Come successe a Chris, ero partito per stare da solo ma poi la mia è diventata una storia di incontri, e non sono sicuro di avere imparato un granché durante il viaggio, ma la cosa più bella che mi è rimasta sono i miei amici. Questo libro è per loro.


mercoledì 17 aprile 2013

UN CANE FELICE


(Mozzo ringrazia tutti per le belle parole che ci stanno arrivando. Sofia, lì accanto, come al solito si sottrae. Quando esce in giardino si veste di verde, naturalmente.)

domenica 10 marzo 2013

STORIA DI UNA SCHIENA

     (Questo racconto è uscito ieri sulla Repubblica. L'ho scritto l'otto marzo ed è dedicato a Grace Paley.)

     Una mattina giocherellavo con la sua schiena. Parlavamo di vecchi amori. Anzi no: lei parlava, io camminavo con le dita su e giù per la sua spina dorsale. Il fatto è che ho sempre pensato che i vecchi amori vadano lasciati dove stanno, non è il caso di svegliarli dalla tomba e portarli a fare un giro. Ma alle ragazze, chissà perché, l’argomento piace da impazzire.
     Più tardi scrissi: Era una schiena color caffelatte, e tutta ossa. Vedeva solo le pance degli uomini e la fine delle cose. Si domandava sempre come fosse di là, dove il mondo ti veniva incontro invece di andarsene via.
    Ti sei offeso, disse, quando le mostrai quelle poche righe.
    Ma no, risposi.
    Le pance degli uomini?, disse lei. Questa non te la perdono. Schiene, pance, ossa, parli di amore e non ci metti nemmeno un bacio.
     È vero che a me piacciono le ossa - costole, vertebre, gomiti, ginocchia, anche - ma mi piacciono pure i baci. Tornai in cucina. Mi venne in mente la frase di Dorothy Parker sulle sei e mezza di sera a New York. Secondo te qual è l’ora più triste della giornata?, le chiesi ad alta voce. Come?, domandò lei dal letto, immersa in qualche Grande Romanzo Americano. L’ora più triste, ripetei.
     Ma che ne so, rispose. Forse le cinque meno dieci.
     Le cinque meno dieci erano l’ora più triste, quella in cui tornavano i fantasmi del passato. La schiena sussultava suo malgrado: ascoltava i singhiozzi soffocati dal cuscino, contemplava il soffitto e ricordava. Lei una volta l’aveva visto, il futuro. Fuori da un bar, a notte fonda, un uomo l’aveva afferrata per i fianchi e costretta a voltarsi, e lì, durante quel bacio da ubriachi, la schiena aveva finalmente potuto guardare avanti. Il futuro era una strada illuminata dai lampioni, scintillante di pioggia, indimenticabile.
     Ecco fatto. Però, ora che il bacio c’era, avevo pure scoperto come finiva la storia. Mi sa che muore, dissi tornando di là. Già mi immaginavo la schiena sdraiata su un prato. La mia schiena color caffelatte si sarebbe addormentata guardando gli uccelli e le nuvole, oppure le formiche e i fiori?
     Lei sbuffò, posò il suo libro sul cuscino, prese il foglio che le porgevo e leggendolo si fece tutta seria.
     Magari non muore, disse alla fine.
     Già, e come?, chiesi io. Una schiena così nostalgica.
     Magari incontra una persona gentile, disse lei. Sai com’è, a volte basta una gentilezza a cambiarti la giornata. Mi restituì quell'inutile pezzo di carta e si rigirò nel letto, tirandosi la coperta sulla testa.
     Gentilezza, gentilezza, pensai seduto al tavolo. Non mi veniva in mente niente.
     Poi sentii un impellente bisogno di chiedere scusa. Vale come gentilezza? Scusa per questo racconto, scusa per l’incapacità di ascoltare, scusa per come qualsiasi ricordo in cui non ci sono mi offende, scusa per quando le provo tutte per farti sentire in colpa. Vorrei essere quello dei baci e non delle ossa. Lasciai il racconto sul tavolo e andai di là per dirglielo, ma la trovai che dormiva. Distesa sulla pancia, con un braccio a coprirle gli occhi dalla luce del giorno, il gatto raggomitolato sulla schiena.

mercoledì 20 febbraio 2013

UN BAMBINO COME NOI


   (Per tutti i bambini di quinta della scuola primaria Alessandro Volta di Lomagna, per le loro maestre e in particolare per Sandra. Il "libro di un altro scrittore" era un racconto di Hemingway, Campo indiano. Spero che adesso Ernest non venga fin qui per darmi un pugno sul muso. Grazie ragazzi, non lo dimenticherò.)

giovedì 14 febbraio 2013

ALL'UOMO CHE CI HA INSEGNATO AD AMARE LA FABBRICA

Sono nato in questa città. 
Amo questa città come si può amare qualcuno a cui ci lega un vecchio rapporto di familiarità e di amicizia. È la città nella quale sono cresciuto. Ha dato forma alle mie passioni, alle mie speranze, alle mie angosce. Ammiro le parti belle e le parti misere del suo corpo, dai quartieri, alle case, ai muri, ai selciati. Ha una sua bellezza e una sua bruttezza, esterne, visibili, che sono l'incarnazione della sua storia, che si esprimono nei suoi caratteri fisici e che acquistano maggior senso nel confronto con altre città. Questa città è simile a un essere vivente, è un organismo che respira e si dilata sopra di noi come un mantello protettivo che ci avvolge e ci confonde nello stesso tempo.


Negli anni è diventata per me come un porto di mare, un luogo privato dal quale partire per altri mari, per altre città, per poi ritornare e quindi ripartire. Un porto cioè un luogo stabilizzato dove accumulare campioni prelevati, reperti e impressioni dei luoghi lontani. Immagini che si depositano nella memoria, come una sostanza che la città sa far propria e trattenere, ma che sa restituire metabolizzata in altre immagini, ricomponendo presente e passato, vicino e lontano, a piacimento, secondo le pulsazioni del cuore. Piccoli reperti di archeologia contemporanea.


Questa città mi appartiene e io le appartengo, quasi fossi un frammento fluttuante nel suo immenso corpo. Mi ossessiona un bisogno costante di conoscenza della sua fisicità, una necessità di rileggere di nuovo i tratti, le parti nascoste ma anche i luoghi noti e le sembianze più conosciute. Tra di noi c’è un varco aperto, che permette uno scambio continuo di percezioni, un punto di vista speciale. Talvolta ho l'impressione che si manifesti più nitidamente e all'improvviso dinanzi agli occhi, che mi informi del suo ingombro, della sua consistenza e della sua materia.
La città mi investe e mi abita.

(Gabriele Basilico, 1944-2013)