martedì 30 luglio 2019

TIZIANO

(Questo pezzo è uscito sulla Repubblica, per i 15 anni dalla morte di Terzani)

Ho un maestro che non ho mai incontrato, si chiamava Tiziano Terzani. Amavo in lui l'irrequietezza, la testardaggine, la fragilità, il conflitto tra il bisogno di famiglia e quello di nomadismo, i dubbi e i ripensamenti della sua mente libera, il modo in cui l'umanità lo incuriosiva, lo meravigliava e a volte lo deludeva, l'allegria contagiosa, la depressione altrettanto contagiosa, gli slanci e le crisi. Se lo immagino vivo, in carne e ossa, dentro di me non vedo il vecchio con la barba bianca e la veste indiana ma il ragazzo alto, bello, sorridente, ancora prima che si faccia crescere i baffi, già abbracciato alla sua Angela davanti all'obiettivo. È il 1961 e Tiziano ha ventitré anni. Negli occhi vedo la giovinezza e l'ambizione, l'ironia e la seduttività, è uno sguardo che dice “sto arrivando, mondo!”. Vedo la forza di un figlio della periferia e del dopoguerra che per emanciparsi studia, studia, si fa strada a forza di libri, avrebbe dovuto finire sì e no le medie e invece viene ammesso nel miglior liceo di Firenze, e poi alla Normale di Pisa. Lo vedo qualche anno dopo a Ivrea, a Milano: fuma la pipa, fa carriera all'Olivetti, lavora nell'eccellenza illuminata dell'industria italiana ma ha in testa altro, il giornalismo, l'Asia, una vita tutta diversa da quella in cui si è cacciato. Lo mandano in missione in Giappone e in Sud Africa e lui usa ogni momento libero per scrivere. Durante una conferenza interviene da par suo contro l'America che ha invaso il Vietnam e un funzionario britannico, un cacciatore di talenti, per convertirlo gli offre una borsa di studio nella tana del nemico, in qualsiasi disciplina a sua scelta. Tiziano non ci pensa due volte: lascia il posto da manager e sulla soglia dei trent'anni torna a fare lo studente, attraversa con Angela l'oceano ma non per diventare americano, con una splendida beffarda trovata ha chiesto di studiare il cinese in America. Lo vedo in un appartamento di New York in quegli anni di fuoco, tra il '67 e il '69: ora ha i capelli un po' più lunghi, fa esperimenti con la barba e i baffi, si traveste da hippie durante un viaggio in California, incontra le Black Panther e gli anarchici, va nel sud a capire come stanno gli afroamericani. Ha un figlio ma nessuna tentazione di mettere radici qui, non ora che ha visto con i suoi occhi l'America che spara a Robert Kennedy e Martin Luther King, l'America della ricchezza sfrenata, della miseria nera, delle disparità e della violenza sociale: nelle aule della Columbia e di Stanford legge tutto quello che trova sulla Cina di Mao, il paese che sogna per il suo futuro, il più grande esperimento di giustizia e di progresso della storia. Eccolo, Tiziano, eccolo a inseguire il suo sogno con un'altra capriola di coraggio e fantasia, nessun giornale italiano gli dava fiducia e allora lui è andato fino ad Amburgo, ha convinto la redazione di Der Spiegel e ora scrive in tedesco dall'Asia. Ha trentacinque, trentasette, trentanove anni, due figli piccoli, una moglie che a volte lo segue e altre lo aspetta nelle case di Singapore o di Hong Kong, case coloniali, case con pappagalli e tartarughe, case piene di libri che viaggiano da una casa all'altra, intanto che Tiziano gira il continente per raccontare le sue rivoluzioni. Fa un mestiere che non esiste più, quello di Hemingway, il corrispondente di guerra, e come Hemingway comincia a sembrare più vecchio della sua età. Sarà il sibilo dei proiettili a imbiancargli i capelli, saranno le facce dei morti a incidergli quelle due rughe tra gli occhi? È alto, lo immagino sempre alto Tiziano, una spanna più alto dei piccoli vietnamiti e cambogiani e laotiani che lo circondano, ha cominciato a indossare camicie bianche, a portare la Leica al collo, ha la sigaretta tra le dita. Sorride e anche i piccoli vietnamiti intorno a lui sorridono perché sanno che è loro amico, Monsieur Moustache, è il '75 e gli americani se ne sono appena andati da Saigon, lui è lì a festeggiare la liberazione. Lo vedo quel giorno, forse è l'ultima volta che ci crede davvero, è una specie di fine della giovinezza, Tiziano seduto sul carro armato tra le bandiere che sventolano e i guerriglieri esultanti. Comincia a smettere di crederci quando vede arrivare le dittature e i massacri nei paesi che credeva liberati, perde del tutto la fede quando la Cina apre le frontiere ai giornalisti e lui entra tra i primissimi, andando a vivere con la famiglia a Pechino. La realizzazione del sogno e insieme la sua fine. Eppure è vero amore: lo vedo, Tiziano, a quarantacinque anni, viaggiare per le province più remote, sfuggire ai funzionari di partito, se loro dicono di andare a destra lui va a sinistra, lo vedo girare in bicicletta su strade polverose, lo vedo mischiarsi alla gente nei mercati. È incantato dai contadini, dagli artigiani. I mercati sono la sua grande passione, colleziona le cose più astruse, le gabbiette di legno per i grilli, i fischietti per piccioni. Si dà un nome cinese, parla e mangia e veste cinese tra i cinesi, manda i figli alla scuola pubblica con i bambini cinesi, ma intanto in Manciuria, in Tibet, nella stessa Pechino la realtà è davanti ai suoi occhi: e gli occhi di Tiziano sono troppo acuti per non vedere, la sua penna troppo onesta per non raccontare. Non ho fotografie della paura, non lo so immaginare mentre viene avvertito e minacciato, mentre decide di mettere Angela e i bambini al sicuro, li rispedisce a Hong Kong e resta solo a Pechino, mentre viene arrestato, interrogato, tenuto in carcere e infine espulso a vita dal paese che amava, nel 1984. Lo vedo cupo e silenzioso negli anni del Giappone. Alla fine dei sogni, dei libri che ha letto, delle idee politiche che si è pazientemente costruito, deluso e tradito mentre prende la metropolitana, si mischia alla folla di impiegati di Tokyo, osserva le ruspe che perennemente demoliscono la città, gira per i locali notturni, si sente di nuovo in America. Anzi peggio che in America in quest'Asia che rinuncia alla sua cultura e alla sua storia, quest'Asia che inseguendo l'Occidente si arrende e muore. Nel '90 riesce a farsi trasferire a Bangkok, ma non è che in Thailandia trovi una storia poi tanto diversa; nel '91 attraversa ciò che resta dell'Unione Sovietica per dare la buonanotte al comunismo e vede i musulmani delle provincie asiatiche abbattere le statue di Lenin invocando Allah. È stanco, Tiziano, a poco più di cinquant'anni è perfino stanco del mestiere che era la sua passione, stanco di partire per le guerre, le rivolte e i colpi di stato, stanco di vedere morti, di ascoltare le bugie dei dittatori, di incontrare affaristi che si arricchiscono con finte rivoluzioni, di raccontare sempre la stessa storia. Il fuoco è spento e per uscirne, da questa crisi che è cominciata in Cina ed è la più grande della sua vita, ci vuole un altro numero di coraggio e fantasia, probabilmente il suo capolavoro, quando dice al giornale che per un anno non potrà prendere aerei, a causa di un vecchio indovino e di una profezia funesta. Se non sono dimissioni ci manca poco. Lo vedo, Tiziano, in quel 1993, salire su treni e navi, viaggiare per giorni e notti su vagoni lentissimi e sovraffollati, percorrere su mezzi di fortuna la Malesia, la Birmania, la Thailandia, la Cambogia, ritrovare i mercati e le fumerie d'oppio e i retrobottega dei chiromanti, riscoprire la sua Asia amatissima, cercarla dove sopravvive. Comincia a guardare all'India come a un nuovo sogno. Tradito da Mao, vede una possibilità in Gandhi; deluso dalla politica sente che è l'ora di una ricerca personale. Nel '94 si trasferisce a Delhi e due anni dopo abbandona davvero i giornali, decide di proseguire per conto suo, di provare a vivere scrivendo libri. Lo vedo di nuovo felice e curioso in quell'immensa città brulicante, ora si veste tutto di bianco, anche i capelli sono già completamente bianchi, sente un dolore che ignora per un po', sente di cominciare una seconda o terza vita e non sa cosa lo aspetta. Poi lo vedo a New York dove non avrebbe mai pensato di tornare, gira intorno alla casa dove abitava con Angela trent'anni prima, cammina per Central Park e fino all'ospedale della chemioterapia. New York gli piace anche se fatica ad ammetterlo, gli ricorda tante cose. I figli ormai sono andati per la loro strada e lui è più libero e solo che mai, si è tagliato barba e capelli prima che cadano, così è il volto di un Tiziano vecchio e giovane, un Tiziano del presente e del passato che vaga pensieroso per Manhattan. Questa crisi non se l'è cercata lui, però ci sta trovando un senso. Anche Angela non c'è, la rivede a Firenze, in India; insieme cercano un posto dove, tra un ciclo e l'altro di terapia, lui possa stare tranquillo e praticare la meditazione buddista, con cui curarsi a modo suo. È un altro giro di giostra fino a Binsar, nell'Himalaya indiana, in una casetta davanti al Nanda Devi, ospite di un vecchio maestro. Vedo Tiziano lassù con i suoi due corvi, la coperta sulle spalle, la candela davanti a cui medita la notte; fa freddo e lui sta scrivendo sulla malattia e sul male. A Tiziano della montagna non è mai importato granché, ha sempre voluto essere un uomo della città, della politica, del vivere con gli altri, ma quest'Himalaya lo riporta all'Appennino della sua infanzia. Certi giorni è incantato dalle albe, dalla luce riflessa dai ghiacciai, dagli sbuffi di nebbia tra i rami dei rododendri giganti, vorrebbe essere un pittore per dipingere tutto quello che vede, certi altri gli manca terribilmente Angela e ha nostalgia della loro vita. Tutti quei viaggi, le case, le guerre, quell'avventura di quarant'anni che è stata il loro matrimonio, tutte quelle parole su parole su parole. È così che deve finire? In silenzio davanti all'Himalaya? Sì, forse finirebbe così se l'11 settembre 2001 due aerei dirottati non piombassero su New York e se l'America non reagisse nell'unico modo che conosce da sempre, con la guerra. Un'altra guerra. Vedo Tiziano raggiunto lassù dal fragore della guerra. Si sente richiamato dal mondo, lui che aveva perfino rinunciato a un nome, ma adesso Anam è di nuovo Tiziano Terzani, se lo riprende e fa arrabbiare il suo maestro che lo vorrebbe definitivamente distaccato, pacificato, indifferente alla tragedia umana, ma Tiziano non potrà mai essere così, e adesso scende dalla montagna a fare per l'ultima volta il suo vecchio mestiere, l'inviato di guerra. Ha poco più di sessant'anni ma ne dimostra ottanta, cammina curvo e con un bastone, ha barba e capelli lunghi e bianchissimi, è ammalato eppure vivo già ben oltre le previsioni dei medici di New York, si scopre amatissimo dai suoi lettori. Non sapeva di averne conquistati tanti. Va in Afghanistan, scrive da sotto le bombe, scrive lettere contro la guerra, scrive come scrive da una vita intera. L'ultima estate lo vedo all'Orsigna perché ha capito che quello è il posto, non Binsar, non l'Himalaya. C'è Angela. C'è Folco. C'è Saskia. Passa il tempo a chiacchierare con loro, non vuole incontrare nessun altro. Lo vedo bianco, tranquillo, in pace, su un poggio da cui guardare le montagne o nella capanna che si è fatto costruire, dove dorme da solo. Ha tempo di ripensare a tutto. Poi vedo tutto finire e ricominciare. Ciao Tiziano. La fine è il tuo inizio.

lunedì 15 aprile 2019

DI LUPI E ANARCHIA

(questo pezzo è uscito su A rivista anarchica)

Gennaio. Poca neve, boschi spogli, prati bruciati dal gelo. L'altro giorno un amico passava per casa mia la mattina presto, e ha visto due cani o forse due lupi attraversare il pascolo accanto alla baita. Erano grigi e appena si sono accorti di lui sono filati via nel bosco. Più tardi è salita la forestale che ha trovato e seguito le impronte nella neve, raccolto un campione di sterco e confermato: lupi. Li aspettavamo, sapevamo che prima o poi sarebbero arrivati. E adesso eccoli qui.
Il lupo sulle Alpi occidentali era scomparso dagli anni Venti del Novecento. Un secolo fa, quando la montagna era tutta abitata e coltivata, l'avevamo sterminato fino a estinguerlo. Era sopravvissuto in Appennino, nel Parco Nazionale d'Abruzzo che fu appunto fondato nel '22, e solo nel dopoguerra, con l'abbandono di tanti paesi e campi, ha potuto tornare a riprodursi e a muoversi per le valli. Ecco due cose che il lupo ci insegna a proposito di anarchia: la prima, che lo spopolamento umano costituisce un'occasione di libertà per un'altra specie, anzi per tutte le altre diverse dalla nostra, perché siamo noi i dittatori della terra, noi la specie più violenta e feroce; la seconda, che per i fuggiaschi e i clandestini la montagna non è affatto una barriera, è piuttosto un rifugio e una via di comunicazione. Il lupo ha fatto un lungo viaggio per arrivare fin quassù, tutto attraverso le terre alte d'Italia: negli anni Settanta ha risalito l'Appennino, nei Novanta è comparso sulle Alpi Marittime, nel 2016 per la prima volta si è mostrato in Valle d'Aosta, dove ormai gli avvistamenti sono frequenti. Dunque quei due che girano qui intorno devono essere figli o nipoti di qualche emigrante, un lupo d'Abruzzo che a un certo punto è partito per il nord, come i nostri padri e i nostri nonni. E proprio come gli emigranti di ogni epoca, dove il lupo arriva incrina l'ordine costituito, disturba il sonno della brava gente, si procura odio diffuso e rare amicizie. Quassù sono in tanti che vorrebbero imbracciare il fucile. Il punto è che il lupo per vivere ha bisogno di carne: la prende dove può, non distingue tra giusto o sbagliato ma solo tra prede facili e prede difficili. Oggi in montagna la fauna selvatica è molto più abbondante di un tempo (di nuovo, evviva l'abbandono): tra cinghiali, cervi, caprioli, camosci, stambecchi, un cacciatore come lui ha l'imbarazzo della scelta. Tuttavia, qualche volta incontra un gregge di pecore o una mandria di mucche al pascolo, specie dove il bestiame viene lasciato brado. Altre volte attacca un capriolo appena fuori da un paese, dove tutti possono assistere al triste spettacolo di un animale sbranato. Ce l'ho negli occhi e posso capire che chi abita in montagna, magari in un posto isolato come casa mia, non dorma tranquillo: è difficile levarsi il pensiero che siamo carne anche noi. Bisogna informarsi per scoprire che, in vent'anni di presenza sulle Alpi, non c'è mai stata notizia di attacchi all'uomo. Dunque la paura è ingiustificata e si odia il lupo più per quello che rappresenta, che per un reale pericolo. È reale invece il bisogno dei pastori di proteggere il loro lavoro.
Dall'altra parte ci sono gli adoratori del lupo, quelli che vedono in lui la Natura, la Libertà, la Selvatichezza, non solo un animale ma un simbolo, di nuovo, e una ragione di lotta. Lo osservano, lo studiano, lo fotografano, lo difendono. Però spesso sono persone che non vivono a stretto contatto con lui, o che non hanno bestiame al pascolo, o che non devono tornare a casa di notte attraversando il bosco. È un fatto che spesso le battaglie ambientaliste siano combattute dai cittadini contro i montanari, ormai l'ho visto succedere tante di quelle volte... Come succede in ogni questione ideologica, le due fazioni si parlano poco o nulla, le posizioni si estremizzano, e qualunque cosa uno dica, anche in un articolo tranquillo come questo, finisce per farsi dei nemici. A me è capitato di trovarne al bar, dove difendevo il lupo da chi avrebbe voluto organizzare ronde di cacciatori, e di ricevere insulti digitali per aver scritto che mi pareva giusto tenerlo lontano dal bestiame, anche col fucile se necessario. Oggi non ne sono più sicuro, allora ero stato molto colpito da alcuni episodi capitati ai miei vicini e ai loro animali. Il fatto è che il lupo mette in crisi anche me. È difficile capire cosa pensarne e cosa scriverne, allora ho chiesto aiuto a un'amica, Irene Borgna, che lo studia da anni. Irene è un'antropologa, una nuova montanara (da Savona è andata a vivere in Valle Gesso), una guida naturalistica nel Parco delle Alpi Marittime. Tra le altre cose collabora a un progetto che si occupa di osservare il lupo sulle Alpi, dare un'informazione corretta sulla sua diffusione e sul suo modo di vivere, proteggerlo ma anche studiare strategie per proteggersi da lui, immaginare una convivenza più o meno pacifica. Irene mi scrive: “Mi trovo di fatto tutti i giorni in mezzo a discussioni che riguardano lupi (che predano, che vengono ammazzati e crocifissi, che vengono idealizzati e infiocchettati) e - lavorando per il Parco, ma avendo lavorato anche in una stalla e con amici pastori e cacciatori - sono nella posizione adatta per fare la passeuse di idee. Porto un pezzo di lupo vero (quello che puzza, fa danno, rompe i coglioni) dalla parte degli animalisti estremi (che però in montagna non ci stanno e il lupo lo vedono solo nei documentari) e faccio passare un pezzo di "lupo solo lupo" a pastori e cacciatori. Infatti per quanto riguarda i pastori, nella stragrande maggioranza dei casi, coi danni veri e col lupo di carne e pelo in qualche modo un accordo si trova, ma è l'idea del lupo che è inaccettabile: il lupo è la burocrazia delle norme europee che vuole le sale di mungitura immacolate e impossibili e i formaggi tutti uguali, i culi appiattiti dalle sedie dei legislatori che non conoscono la materia che pretendono di normare, la globalizzazione dei mercati che fa svendere latte, carne e lana. Per i cacciatori, che vogliono essere padroni a casa loro e signori di tutto ciò che si muove e respira nel comprensorio di caccia, il lupo è un rivale - che caccia a sbafo, non ha il porto d'armi e non paga nemmeno il tesserino stagionale. Ma nello stesso tempo sarebbe anche un bel trofeo da appendere sopra al camino. Insomma, porto a spasso pezzi di lupo qua e là nella testa delle persone. E ce li scambiamo eh, non è che io li distribuisca e basta. Infatti anche la mia idea è in continuo aggiornamento. Come la popolazione di lupo: che noi ce li immaginiamo ancora in montagna e invece (in provincia di Cuneo) sono alle porte delle città pedemontane. E non hanno nessuna intenzione di fermarsi.” Più avanti aggiunge: “Tutte le specie sono tornate per restare. Tutte ci mettono in difficoltà. Tutte ci offrono un'opportunità. Con la loro presenza i lupi insegnano una cosa che abbiamo dimenticato: che siamo animali tra gli animali. Ce lo ricordano rimettendoci nel ruolo più scomodo: quello della preda. Lo fanno attraverso qualcosa di antico e di prezioso: la paura. Ci riportano al nostro posto nell'ecosistema, ricordandoci che siamo tutti commestibili. Che il bosco non è casa nostra. Che metterci piede equivale ad accettare leggi diverse da quelle umane. Per questo un bosco con il lupo è più di un bosco senza il lupo. Una montagna con l'orso è più alta di una montagna che ne è priva. La montagna con i selvatici smette di essere una cartolina rassicurante e torna a essere un ambiente condiviso, dove di volta in volta siamo colleghi, rivali, complici. Considerarci al di sopra del mondo naturale ci ha condotti dritto verso la catastrofe ecologica, comprenderne di esserne parte è il primo passo nella direzione opposta. I selvatici incrinano la nostra onnipotenza, la presunzione di poter essere sicuri e padroni dappertutto, l'idea di essere al di là e al di sopra del resto del mondo naturale.”
Lupo, maestro di anarchia. Forse dovrei uscire di casa e dargli il benvenuto.


martedì 19 marzo 2019

FRONTIERE

(questo pezzo è uscito sulla Repubblica)

Non so se esista al mondo una frontiera più insanguinata delle Alpi. Anche in quest'angolo di nord-ovest, dove la Grande Guerra non è passata, i segni di altre guerre sono ovunque, confusi nel paesaggio ai segni del lavoro umano: ai muretti a secco, ai terrazzamenti, ai canali d'irrigazione che ora il bosco si sta riprendendo insieme alle vecchie ferite. A volte saltano fuori all'improvviso, come la palla di piombo che un amico ha trovato abbattendo un larice, ben conficcata nel tronco. Aveva forse trecento anni, quell'albero, e il mio amico ha bestemmiato quando ha sentito i denti della motosega mordere il metallo. Prima ha pensato a un chiodo, poi ha estratto dal legno una palla da moschetto che qualche soldato deve aver sparato nel corso dell'Ottocento. È strano immaginare i soldati tra questi boschi che ora sono delle lepri, delle volpi, dei caprioli, e da poco anche dei lupi. Come è strano immaginare il motivo per cui il lago lassù, che a 2500 metri riflette soltanto il cielo, è chiamato Lago della Battaglia, benché nessuno sappia più quale battaglia fosse. Ancora più in alto, verso i 3000, un giorno camminavo come piace a me, fuori dai sentieri, quando nel mezzo della pietraia ho trovato una gavetta di ferro arrugginito, con tanto di numero di matricola, tra gli ultimi nevai di luglio e le rocce venate di licheni. Quella era chiaramente una reliquia del Novecento. Sono state tutte guerre diverse, secoli diversi, che ora si confondono tra loro nel silenzio della montagna abbandonata. Non è un male che l'uomo con le sue guerre se ne sia andato altrove. Ora lassù è tutto delle aquile, dei camosci, degli stambecchi, delle marmotte e degli ermellini, il tronco del vecchio larice fa da fontana davanti a casa mia e la gavetta è un vaso di fiori appeso al balcone. C'è un passo, poco oltre il villaggio dove abitiamo, che oggi separa soltanto due valli, due pascoli, due alpeggi, due fianchi della stessa montagna, ma per molto tempo ha separato due Stati (o Regni, o Imperi, o come si chiamavano allora). Abbiamo trovato in una vecchia cassapanca un documento in cui si stabiliva quanti soldati dovessero stare di guardia su quello e gli altri punti di transito dello spartiacque. Due o tre soldati sui passi più impervi, venti o trenta su quelli più battuti. Sul passo in questione ci sono una cappella e un muretto a secco, e chi ci sale oggi difficilmente immagina che quella cappella era un posto di guardia, quel muretto una frontiera. A guardar bene si distingue dai muretti che dividono i pascoli perché la sua faccia superiore non è in piano, è un po' inclinata verso valle. L'inclinazione serviva a sparare. Oltre il passo, scendendo di qualche metro sull'altro versante, nel prato dove le mucche pascolano e corrono le marmotte c'è un rudere che sembrerebbe una vecchia stalla, ma anche lì la forma è un po' strana, e i pastori lo chiamano ancora “l'ospedale di Napoleone”. Forse non di Napoleone in persona, ma certo di qualche suo soldato che attaccò e conquistò quel passo nel maggio del 1800, mentre gli austriaci dal muretto sparavano. A pochi passi dalla cappella c'è una madonnina, sotto la madonnina una targa che ricorda il passaggio non di eserciti, ma di uno scrittore: Lev Tolstoj che qui transitò il 20 giugno 1857, annotando sul suo diario “aria pura e rarefatta, suoni chiari sui monti, odori di segala e melissa, un ragazzo canta”. Tanti altri che nessuno ricorda sono passati per le transumanze, per andare a lavorare da una valle all'altra, per emigrare in Francia o in Svizzera e per tornare a casa. Qualcuno, chissà, sarà passato per amore; qualcun altro per salvarsi la vita. Una famiglia di ebrei torinesi in fuga, nell'inverno del '44, salì al villaggio con l'idea di valicare poi quel passo e proseguire verso la Svizzera: un uomo, una donna e una bambina che il nonno del mio amico ospitò per qualche giorno nella sua stalla. Li teneva nascosti in attesa di qualcosa o qualcuno, forse una guida, un passeur, o una notizia dalla valle, o uno spiraglio di tempo buono in quell'inverno così rigido. I tre non erano preparati alla montagna, non immaginavano tanta neve. Il passo era impraticabile. Quella bambina che adesso è un'anziana signora ricorda ancora il buio, la stalla, i volti scuri dei montanari, l'altra bambina con cui aveva giocato per un po', la zia del mio amico. Alla fine rinunciarono, furono portati giù per tentare da un'altra parte, non so più come riuscirono a mettersi in salvo. Da quel passo se ne vede un altro che sta proprio di fronte, e che è il luogo dove Primo Levi fu arrestato quello stesso inverno. Era il 13 dicembre del '43. Primo amava queste montagne: quassù assaggiò la “carne dell'orso” col suo amico Sandro, che è “il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino”, quassù fece per tre mesi il partigiano e fu catturato in un rastrellamento, quassù continuò a tornare anche dopo il lager. Appena oltre il passo di Primo Levi si vede la piana d'Aosta dove Mario Rigoni Stern fece la scuola d'alpino e da dove nel giugno del '40 fu spedito al fronte, per il vigliacco attacco alla Francia già sconfitta dai tedeschi. Scendendo oltre il Piccolo San Bernardo si accorse di trovarsi sì oltre la frontiera, in un altro paese, sotto un'altra bandiera, ma sulla stessa montagna. “Dall'orlo di un bosco vidi un rustico fabbricato d'alpeggio, ma non c'erano mandrie né persone. La porta era spalancata, sul tavolo c'erano umili stoviglie sbeccate e i rimasugli di una fredda polenta; sul pavimento erano sparsi in disordine poveri capi di biancheria femminile. Provai vergogna verso chi aveva profanato quell'intimità, ma anche di me”. Avrebbe provato la stessa vergogna in Russia, andando a fare la guerra tra i contadini. Nei lunghi anni da soldato, e poi da prigioniero, Mario scoprì che al di là di ogni frontiera c'erano le stesse stalle, lo stesso bestiame, gli stessi mestieri, lo stesso attaccamento alla terra, lo stesso coraggio, la stessa dignità. “Al mondo siamo tutti paesani”, scrisse. Ora lassù è tutto delle aquile, dei camosci e dei lupi. Qua e là anche degli esseri umani che restano o che tornano. Quegli uomini avevano sognato l'Europa come fine delle guerre tra fratelli, perché sulle montagne scomparissero le frontiere e restassero le culture, i boschi e i campi che sono il rapporto dell'uomo con la terra, le vite delle persone. Non vanifichiamo le loro sofferenze, non offendiamo la loro memoria infrangendo quel sogno.


domenica 13 gennaio 2019

LA SCRITTURA DEL PAESAGGIO

(questo pezzo è uscito sulla Stampa)

Ho scritto “Senza mai arrivare in cima” su un quaderno nero, a righe, morbido ma robusto, che mi aveva regalato Mauro Corona quasi un anno prima. Mauro era stato molto generoso con me all'uscita del mio romanzo: l'aveva letto ancora in bozze, aveva accettato di presentarlo in un festival letterario, e in quell'occasione mi aveva portato uno dei suoi quaderni e la sua penna preferita. Il quaderno era rimasto in baita, su una mensola vicino alla stufa, per un intero inverno e una primavera e un'estate, aspettando che il momento della scrittura tornasse. Quando lo incrociavo con lo sguardo mi sembrava che mi ricordasse la cosa più importante, e di non distrarmi troppo con tutto il resto. In autunno finalmente venne in Nepal con me: avevo davanti un lungo cammino su un altipiano al confine con il Tibet, e lì dentro volevo scrivere quel che avrei visto.

Non so se in qualche biblioteca esista un genere chiamato “scrittura del paesaggio”, nella mia sì. Su quegli scaffali custodisco i taccuini dei viaggiatori (Chatwin, Terzani, Tesson), le memorie dei luoghi abitati (Blixen, Hemingway), le osservazioni del mondo naturale (Thoreau, Rigoni Stern). Non importa che sia Parigi o la taiga siberiana, il paesaggio è ciò che abbiamo intorno, ciò che è fuori da noi: i grandi scrittori sono capaci di renderlo vivo, di costruire una relazione tra quel fuori e la propria personalità, la propria storia, indagando se stessi insieme all'anima di un luogo (Tiziano Terzani e l'Asia, Karen Blixen e l'Africa, Mario Rigoni Stern e l'Altipiano di Asiago). “La città non rispose”: così suona l'ultima riga di un vecchio racconto di Erri De Luca, che amo molto. Lo sguardo interroga, il paesaggio risponde o rimane muto; la scrittura del paesaggio è trascrizione di questo dialogo.

E c'è qualcos'altro che ho scoperto praticandola a mia volta. Sento che mi cura dalla claustrofobia del romanzo tanto quanto il viaggio mi porta via da casa. Voglio dire che anche il romanzo è una casa: è una casa che abiti per anni insieme ai tuoi personaggi, che esistono solo per te, dunque è una sorta di casa stregata; è una casa piena di specchi e senza finestre, perché la realtà che hai intorno non penetra in quelle stanze, sono versioni della tua stessa immagine quelle che ti circondano. Io certe volte non ne posso più di stare lì dentro, ho bisogno di uscire, camminare, respirare. Sento che la scrittura del paesaggio rappresenta questo per me, è un prendere aria che poi, a ben vedere, ha qualcosa a che fare con la parola ispirazione. Cercare ispirazione è cercare aria, uscire dalla propria casa ispira nuova scrittura.

In viaggio ho sempre un libro con me, o anche più libri, ma meglio se di un autore solo. Mi piace che diventi il mio compagno di viaggio. È un maestro che mi indica le cose e mi insegna a capirle, ma finisce per essere anche un amico intimo. Questa volta il libro era Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen, un autore poco conosciuto in Italia ma ben noto agli amanti di nature writing americano, e addirittura di culto in Nepal, dove il Leopardo è esposto in lingue ed edizioni diverse nella vetrina di ogni libreria (può sembrare strano, ma a Katmandu le librerie sono parecchie). Matthiessen sta al Nepal come Chatwin alla Patagonia, come Castaneda al Messico: quel tipo di viaggio esistenziale fu compiuto da Peter nell'autunno del 1973, a quarantasei anni, ufficialmente per andare a studiare le pecore azzurre dell'Himalaya e il leopardo loro predatore, intimamente per uscire da una lunga stagione di illusioni, e cercare ciò che non è illusorio nella montagna, nella solitudine, nel cammino, negli sperduti monasteri tibetani. Divenne un “pellegrinaggio in Oriente”, per usare un titolo di Hermann Hesse che quella tensione verso l'Asia l'aveva raccontata tra i primi, e un breviario per i pellegrini come me, che sarebbero venuti dopo. Io avrei ripercorso lo stesso sentiero di Matthiessen quarantacinque anni dopo. Lui, Hesse e Terzani erano gli autori che sentivo più vicini durante il cammino.

C'è molto tempo per leggere e scrivere in un viaggio del genere. Uno parte pensando che le giornate saranno faticose e impegnative, e questo è vero, ma non si può camminare in montagna per più di sei o sette ore al giorno, se lo si fa per venti giorni di fila. Uscivamo dalla tenda al sorgere del sole e poco dopo mezzogiorno piantavamo già il campo dove avremmo passato la notte. In un mondo senza telefoni, computer, televisori, mi pareva di essere tornato all'adolescenza, a quel tempo del tutto vuoto in cui per arrivare a sera non restava che parlare con un compagno, o aprire un libro. Il momento della scrittura arrivava verso il tardo pomeriggio. Una borraccia di whisky scozzese era il mio unico genere di conforto, la centellinavo perché arrivasse alla fine: al freddo dei quattromila metri, con la tosse e la febbriciattola che vengono sempre in alta quota, bevevo whisky diluito in acqua bollente, un toccasana. Nel quaderno non mettevo alcun pensiero. Mi ero dato la regola ferrea di descrivere soltanto quello che vedevo, insieme al divieto di fare fotografie. Volevo che la macchina fotografica fosse il mio occhio collegato alla mia mano, e nel tempio più sacro che incontrai, una sorgente che scaturiva da una parete di roccia dove tutto era arido e deserto, mi bagnai le palpebre e le labbra ed espressi questa preghiera: fa' che io abbia occhi buoni per guardare e fa' che trovi le parole per raccontare ciò che ho visto. Sento che lì c'è il senso della mia scrittura.


martedì 25 dicembre 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA

(questo pezzo è uscito su A rivista anarchica)

Il richiamo della foresta è il festival che organizziamo nei boschi di Estoul, il villaggio della Valle d'Aosta dove abito da una decina d'anni. Nel tempo si è trasformato per me da ritiro personale a centro di molteplici relazioni, e fu tra cinque amici, nell'inverno del 2017, che nacque il desiderio di portare in montagna il lavoro che avevamo sempre fatto in città. Avevamo esperienze diverse e un legame comune con la Scighera di Milano, glorioso circolo libertario della Bovisa, dove alcuni di noi si erano fatti le ossa. Con quel modello in testa avevamo tentato, senza successo, di prendere in gestione un rifugio alpino, progettando di trasformarlo in laboratorio culturale d'alta quota. Così aggiustammo la mira: anche senza il contenitore, o in attesa di trovare quello giusto, non potevamo cominciare a lavorare sui contenuti? Di qui l'idea di fondare un'associazione culturale, che battezzammo Gli urogalli, e organizzare un festival a 1800 metri d'altezza. Estoul si trova su un piccolo altipiano in gran parte utilizzato per il pascolo, un paesaggio aperto e raro per la Valle d'Aosta. Avevamo in mente il luogo adatto, una radura circondata da un bosco di larici di proprietà comunale. Parlando con il sindaco di Brusson l'idea divenne più concreta: il bosco poteva essere usato come campeggio, e la radura, dotata dei servizi necessari, poteva ospitare il festival. Sarebbe noioso benché istruttivo raccontare il lungo lavoro che seguì: gli incontri con gli assessori comunali e regionali, con i consiglieri di una fondazione bancaria, con gli imprenditori a cui chiedere una sponsorizzazione, con i donatori privati; la campagna di raccolta fondi e gli eventi di finanziamento. La bella idea si era rivelata costosa, perché un conto è fare un festival in un circolo a Milano e un altro attrezzare un ambiente selvatico con palco, tensostrutture, bagni, cucina, impianti e generatori, invadendolo con grande dispendio di risorse (e questa è la contraddizione che, personalmente, sento più dolorosa). In ogni caso, né i finanziatori né le istituzioni ci imposero o vietarono nulla rispetto ai contenuti, per cui la fatica di dover gestire questi rapporti fu ripagata dalla libertà di fare quello che volevamo. Che cosa volevamo fare? Portare arte, musica, libri, teatro, fotografia nei boschi, e portarci anche il discorso sul nostro vivere comune che ci ostiniamo a chiamare politica. Parlare di montagna “come occasione di libertà e bellezza”, scrivemmo nel manifesto. Volevamo, soprattutto, condividere dei giorni e questi luoghi con persone appassionate, respirare libertà e bellezza insieme a loro, fondare relazioni da coltivare nel tempo. Nelle nostre intenzioni la montagna non era tanto il fine quanto il mezzo, ciò che avrebbe tenuto insieme questa comunità effimera, con la speranza di renderla sempre più solida e duratura. Avevamo già scoperto da tempo che in alta quota nascono grandi amicizie.

Per questo, nelle prime due edizioni del festival (quella “del lupo” nel 2017 e quella “del camoscio” nel 2018, dalle locandine dipinte dall'amico Nicola Magrin), una parte importante è stata data al racconto di esperienze di ritorno e vita comunitaria, in montagna o in ambiente rurale. Nuovi montanari italiani e stranieri accanto a realtà storiche come la comune agricola di Urupia, in Salento, o il villaggio ecologico di Granara sull'Appennino parmense. Chi studia e sostiene i progetti di ritorno, chi in montagna ospita e fa formazione: l'associazione Dislivelli di Torino, la fondazione Nuto Revelli di Cuneo (ma la sua sede simbolica è il borgo di Paraloup in Valle Stura), il centro studi valdese di Agape in Val Pellice. Abbiamo ascoltato racconti di giornaliste e antropologhe, viaggiatrici e montanare (Linda Cottino, Irene Borgna, Michela Zucca, Anna Torretta, Marzia Verona) e di ragazzi che negli anni Settanta avevano fatto del loro andare in montagna un atto politico, di protesta e di liberazione (Enrico Camanni). E ancora abbiamo provato a raccogliere le voci della montagna ribelle, quella storica delle minoranze, delle resistenze, delle eresie, e quella che oggi lotta in Val Susa o in Kurdistan. Abbiamo ricordato i maestri a cui siamo legati – Mario Rigoni Stern, Primo Levi, Tiziano Terzani – e imparato cos'è l'alpinismo secondo Hervé Barmasse, Nives Meroi, Romano Benet: esplorazione del rapporto tra uomo e ambiente selvatico, e tra esseri umani che vanno in montagna insieme. Più che esaurire l'argomento, ci è sembrato che ogni voce aprisse a tante altre possibilità di racconto, e innumerevoli sono le strade da battere in futuro. Dovrei ancora raccontare del teatro, dei concerti, dell'arte dal vivo, delle mostre fotografiche, ma anche dei balli a notte fonda e dei risvegli dopo i temporali. Sono state circa cinquecento, lo scorso luglio, le persone che hanno partecipato al festival in tenda, in un campeggio del tutto autogestito e sparso per i boschi intorno alla radura. Credo che la notizia migliore sia proprio l'esistenza di questa gente, così appassionata da sopportare per tre giorni le asperità della montagna e così rispettosa da lasciarla, alla fine, senza nemmeno un segno del proprio passaggio. Per uno come me è stato come vedere una piccola anarchia realizzata.

Erri De Luca ha chiuso il Richiamo di quest'anno (o aperto il prossimo, ha detto lui) parlando di geografia e di migrazioni, e dipingendo un grande sud del mondo che si estende molto al di là dell'emisfero australe: è il sud delle periferie urbane, dei mari solcati dagli uomini, delle coste lungo cui si mescolano, delle montagne che attraversano. “Le montagne, bordi della terra, prove della sua forza d'elevazione, margini in cui l'umanità si incontra”: ecco gli appunti che ho preso durante il discorso di Erri. I bordi, i margini, le periferie del mondo: sono i luoghi che ci interessa coltivare perché li sentiamo più fertili e tolleranti, aperti alle possibilità d'incontro, vivi come questa montagna in festa. Per il silenzio e la solitudine occorrerà passare un'altra volta.