martedì 19 marzo 2019

FRONTIERE

(questo pezzo è uscito sulla Repubblica)

Non so se esista al mondo una frontiera più insanguinata delle Alpi. Anche in quest'angolo di nord-ovest, dove la Grande Guerra non è passata, i segni di altre guerre sono ovunque, confusi nel paesaggio ai segni del lavoro umano: ai muretti a secco, ai terrazzamenti, ai canali d'irrigazione che ora il bosco si sta riprendendo insieme alle vecchie ferite. A volte saltano fuori all'improvviso, come la palla di piombo che un amico ha trovato abbattendo un larice, ben conficcata nel tronco. Aveva forse trecento anni, quell'albero, e il mio amico ha bestemmiato quando ha sentito i denti della motosega mordere il metallo. Prima ha pensato a un chiodo, poi ha estratto dal legno una palla da moschetto che qualche soldato deve aver sparato nel corso dell'Ottocento. È strano immaginare i soldati tra questi boschi che ora sono delle lepri, delle volpi, dei caprioli, e da poco anche dei lupi. Come è strano immaginare il motivo per cui il lago lassù, che a 2500 metri riflette soltanto il cielo, è chiamato Lago della Battaglia, benché nessuno sappia più quale battaglia fosse. Ancora più in alto, verso i 3000, un giorno camminavo come piace a me, fuori dai sentieri, quando nel mezzo della pietraia ho trovato una gavetta di ferro arrugginito, con tanto di numero di matricola, tra gli ultimi nevai di luglio e le rocce venate di licheni. Quella era chiaramente una reliquia del Novecento. Sono state tutte guerre diverse, secoli diversi, che ora si confondono tra loro nel silenzio della montagna abbandonata. Non è un male che l'uomo con le sue guerre se ne sia andato altrove. Ora lassù è tutto delle aquile, dei camosci, degli stambecchi, delle marmotte e degli ermellini, il tronco del vecchio larice fa da fontana davanti a casa mia e la gavetta è un vaso di fiori appeso al balcone. C'è un passo, poco oltre il villaggio dove abitiamo, che oggi separa soltanto due valli, due pascoli, due alpeggi, due fianchi della stessa montagna, ma per molto tempo ha separato due Stati (o Regni, o Imperi, o come si chiamavano allora). Abbiamo trovato in una vecchia cassapanca un documento in cui si stabiliva quanti soldati dovessero stare di guardia su quello e gli altri punti di transito dello spartiacque. Due o tre soldati sui passi più impervi, venti o trenta su quelli più battuti. Sul passo in questione ci sono una cappella e un muretto a secco, e chi ci sale oggi difficilmente immagina che quella cappella era un posto di guardia, quel muretto una frontiera. A guardar bene si distingue dai muretti che dividono i pascoli perché la sua faccia superiore non è in piano, è un po' inclinata verso valle. L'inclinazione serviva a sparare. Oltre il passo, scendendo di qualche metro sull'altro versante, nel prato dove le mucche pascolano e corrono le marmotte c'è un rudere che sembrerebbe una vecchia stalla, ma anche lì la forma è un po' strana, e i pastori lo chiamano ancora “l'ospedale di Napoleone”. Forse non di Napoleone in persona, ma certo di qualche suo soldato che attaccò e conquistò quel passo nel maggio del 1800, mentre gli austriaci dal muretto sparavano. A pochi passi dalla cappella c'è una madonnina, sotto la madonnina una targa che ricorda il passaggio non di eserciti, ma di uno scrittore: Lev Tolstoj che qui transitò il 20 giugno 1857, annotando sul suo diario “aria pura e rarefatta, suoni chiari sui monti, odori di segala e melissa, un ragazzo canta”. Tanti altri che nessuno ricorda sono passati per le transumanze, per andare a lavorare da una valle all'altra, per emigrare in Francia o in Svizzera e per tornare a casa. Qualcuno, chissà, sarà passato per amore; qualcun altro per salvarsi la vita. Una famiglia di ebrei torinesi in fuga, nell'inverno del '44, salì al villaggio con l'idea di valicare poi quel passo e proseguire verso la Svizzera: un uomo, una donna e una bambina che il nonno del mio amico ospitò per qualche giorno nella sua stalla. Li teneva nascosti in attesa di qualcosa o qualcuno, forse una guida, un passeur, o una notizia dalla valle, o uno spiraglio di tempo buono in quell'inverno così rigido. I tre non erano preparati alla montagna, non immaginavano tanta neve. Il passo era impraticabile. Quella bambina che adesso è un'anziana signora ricorda ancora il buio, la stalla, i volti scuri dei montanari, l'altra bambina con cui aveva giocato per un po', la zia del mio amico. Alla fine rinunciarono, furono portati giù per tentare da un'altra parte, non so più come riuscirono a mettersi in salvo. Da quel passo se ne vede un altro che sta proprio di fronte, e che è il luogo dove Primo Levi fu arrestato quello stesso inverno. Era il 13 dicembre del '43. Primo amava queste montagne: quassù assaggiò la “carne dell'orso” col suo amico Sandro, che è “il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino”, quassù fece per tre mesi il partigiano e fu catturato in un rastrellamento, quassù continuò a tornare anche dopo il lager. Appena oltre il passo di Primo Levi si vede la piana d'Aosta dove Mario Rigoni Stern fece la scuola d'alpino e da dove nel giugno del '40 fu spedito al fronte, per il vigliacco attacco alla Francia già sconfitta dai tedeschi. Scendendo oltre il Piccolo San Bernardo si accorse di trovarsi sì oltre la frontiera, in un altro paese, sotto un'altra bandiera, ma sulla stessa montagna. “Dall'orlo di un bosco vidi un rustico fabbricato d'alpeggio, ma non c'erano mandrie né persone. La porta era spalancata, sul tavolo c'erano umili stoviglie sbeccate e i rimasugli di una fredda polenta; sul pavimento erano sparsi in disordine poveri capi di biancheria femminile. Provai vergogna verso chi aveva profanato quell'intimità, ma anche di me”. Avrebbe provato la stessa vergogna in Russia, andando a fare la guerra tra i contadini. Nei lunghi anni da soldato, e poi da prigioniero, Mario scoprì che al di là di ogni frontiera c'erano le stesse stalle, lo stesso bestiame, gli stessi mestieri, lo stesso attaccamento alla terra, lo stesso coraggio, la stessa dignità. “Al mondo siamo tutti paesani”, scrisse. Ora lassù è tutto delle aquile, dei camosci e dei lupi. Qua e là anche degli esseri umani che restano o che tornano. Quegli uomini avevano sognato l'Europa come fine delle guerre tra fratelli, perché sulle montagne scomparissero le frontiere e restassero le culture, i boschi e i campi che sono il rapporto dell'uomo con la terra, le vite delle persone. Non vanifichiamo le loro sofferenze, non offendiamo la loro memoria infrangendo quel sogno.


domenica 13 gennaio 2019

LA SCRITTURA DEL PAESAGGIO

(questo pezzo è uscito sulla Stampa)

Ho scritto “Senza mai arrivare in cima” su un quaderno nero, a righe, morbido ma robusto, che mi aveva regalato Mauro Corona quasi un anno prima. Mauro era stato molto generoso con me all'uscita del mio romanzo: l'aveva letto ancora in bozze, aveva accettato di presentarlo in un festival letterario, e in quell'occasione mi aveva portato uno dei suoi quaderni e la sua penna preferita. Il quaderno era rimasto in baita, su una mensola vicino alla stufa, per un intero inverno e una primavera e un'estate, aspettando che il momento della scrittura tornasse. Quando lo incrociavo con lo sguardo mi sembrava che mi ricordasse la cosa più importante, e di non distrarmi troppo con tutto il resto. In autunno finalmente venne in Nepal con me: avevo davanti un lungo cammino su un altipiano al confine con il Tibet, e lì dentro volevo scrivere quel che avrei visto.

Non so se in qualche biblioteca esista un genere chiamato “scrittura del paesaggio”, nella mia sì. Su quegli scaffali custodisco i taccuini dei viaggiatori (Chatwin, Terzani, Tesson), le memorie dei luoghi abitati (Blixen, Hemingway), le osservazioni del mondo naturale (Thoreau, Rigoni Stern). Non importa che sia Parigi o la taiga siberiana, il paesaggio è ciò che abbiamo intorno, ciò che è fuori da noi: i grandi scrittori sono capaci di renderlo vivo, di costruire una relazione tra quel fuori e la propria personalità, la propria storia, indagando se stessi insieme all'anima di un luogo (Tiziano Terzani e l'Asia, Karen Blixen e l'Africa, Mario Rigoni Stern e l'Altipiano di Asiago). “La città non rispose”: così suona l'ultima riga di un vecchio racconto di Erri De Luca, che amo molto. Lo sguardo interroga, il paesaggio risponde o rimane muto; la scrittura del paesaggio è trascrizione di questo dialogo.

E c'è qualcos'altro che ho scoperto praticandola a mia volta. Sento che mi cura dalla claustrofobia del romanzo tanto quanto il viaggio mi porta via da casa. Voglio dire che anche il romanzo è una casa: è una casa che abiti per anni insieme ai tuoi personaggi, che esistono solo per te, dunque è una sorta di casa stregata; è una casa piena di specchi e senza finestre, perché la realtà che hai intorno non penetra in quelle stanze, sono versioni della tua stessa immagine quelle che ti circondano. Io certe volte non ne posso più di stare lì dentro, ho bisogno di uscire, camminare, respirare. Sento che la scrittura del paesaggio rappresenta questo per me, è un prendere aria che poi, a ben vedere, ha qualcosa a che fare con la parola ispirazione. Cercare ispirazione è cercare aria, uscire dalla propria casa ispira nuova scrittura.

In viaggio ho sempre un libro con me, o anche più libri, ma meglio se di un autore solo. Mi piace che diventi il mio compagno di viaggio. È un maestro che mi indica le cose e mi insegna a capirle, ma finisce per essere anche un amico intimo. Questa volta il libro era Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen, un autore poco conosciuto in Italia ma ben noto agli amanti di nature writing americano, e addirittura di culto in Nepal, dove il Leopardo è esposto in lingue ed edizioni diverse nella vetrina di ogni libreria (può sembrare strano, ma a Katmandu le librerie sono parecchie). Matthiessen sta al Nepal come Chatwin alla Patagonia, come Castaneda al Messico: quel tipo di viaggio esistenziale fu compiuto da Peter nell'autunno del 1973, a quarantasei anni, ufficialmente per andare a studiare le pecore azzurre dell'Himalaya e il leopardo loro predatore, intimamente per uscire da una lunga stagione di illusioni, e cercare ciò che non è illusorio nella montagna, nella solitudine, nel cammino, negli sperduti monasteri tibetani. Divenne un “pellegrinaggio in Oriente”, per usare un titolo di Hermann Hesse che quella tensione verso l'Asia l'aveva raccontata tra i primi, e un breviario per i pellegrini come me, che sarebbero venuti dopo. Io avrei ripercorso lo stesso sentiero di Matthiessen quarantacinque anni dopo. Lui, Hesse e Terzani erano gli autori che sentivo più vicini durante il cammino.

C'è molto tempo per leggere e scrivere in un viaggio del genere. Uno parte pensando che le giornate saranno faticose e impegnative, e questo è vero, ma non si può camminare in montagna per più di sei o sette ore al giorno, se lo si fa per venti giorni di fila. Uscivamo dalla tenda al sorgere del sole e poco dopo mezzogiorno piantavamo già il campo dove avremmo passato la notte. In un mondo senza telefoni, computer, televisori, mi pareva di essere tornato all'adolescenza, a quel tempo del tutto vuoto in cui per arrivare a sera non restava che parlare con un compagno, o aprire un libro. Il momento della scrittura arrivava verso il tardo pomeriggio. Una borraccia di whisky scozzese era il mio unico genere di conforto, la centellinavo perché arrivasse alla fine: al freddo dei quattromila metri, con la tosse e la febbriciattola che vengono sempre in alta quota, bevevo whisky diluito in acqua bollente, un toccasana. Nel quaderno non mettevo alcun pensiero. Mi ero dato la regola ferrea di descrivere soltanto quello che vedevo, insieme al divieto di fare fotografie. Volevo che la macchina fotografica fosse il mio occhio collegato alla mia mano, e nel tempio più sacro che incontrai, una sorgente che scaturiva da una parete di roccia dove tutto era arido e deserto, mi bagnai le palpebre e le labbra ed espressi questa preghiera: fa' che io abbia occhi buoni per guardare e fa' che trovi le parole per raccontare ciò che ho visto. Sento che lì c'è il senso della mia scrittura.


martedì 25 dicembre 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA

(questo pezzo è uscito su A rivista anarchica)

Il richiamo della foresta è il festival che organizziamo nei boschi di Estoul, il villaggio della Valle d'Aosta dove abito da una decina d'anni. Nel tempo si è trasformato per me da ritiro personale a centro di molteplici relazioni, e fu tra cinque amici, nell'inverno del 2017, che nacque il desiderio di portare in montagna il lavoro che avevamo sempre fatto in città. Avevamo esperienze diverse e un legame comune con la Scighera di Milano, glorioso circolo libertario della Bovisa, dove alcuni di noi si erano fatti le ossa. Con quel modello in testa avevamo tentato, senza successo, di prendere in gestione un rifugio alpino, progettando di trasformarlo in laboratorio culturale d'alta quota. Così aggiustammo la mira: anche senza il contenitore, o in attesa di trovare quello giusto, non potevamo cominciare a lavorare sui contenuti? Di qui l'idea di fondare un'associazione culturale, che battezzammo Gli urogalli, e organizzare un festival a 1800 metri d'altezza. Estoul si trova su un piccolo altipiano in gran parte utilizzato per il pascolo, un paesaggio aperto e raro per la Valle d'Aosta. Avevamo in mente il luogo adatto, una radura circondata da un bosco di larici di proprietà comunale. Parlando con il sindaco di Brusson l'idea divenne più concreta: il bosco poteva essere usato come campeggio, e la radura, dotata dei servizi necessari, poteva ospitare il festival. Sarebbe noioso benché istruttivo raccontare il lungo lavoro che seguì: gli incontri con gli assessori comunali e regionali, con i consiglieri di una fondazione bancaria, con gli imprenditori a cui chiedere una sponsorizzazione, con i donatori privati; la campagna di raccolta fondi e gli eventi di finanziamento. La bella idea si era rivelata costosa, perché un conto è fare un festival in un circolo a Milano e un altro attrezzare un ambiente selvatico con palco, tensostrutture, bagni, cucina, impianti e generatori, invadendolo con grande dispendio di risorse (e questa è la contraddizione che, personalmente, sento più dolorosa). In ogni caso, né i finanziatori né le istituzioni ci imposero o vietarono nulla rispetto ai contenuti, per cui la fatica di dover gestire questi rapporti fu ripagata dalla libertà di fare quello che volevamo. Che cosa volevamo fare? Portare arte, musica, libri, teatro, fotografia nei boschi, e portarci anche il discorso sul nostro vivere comune che ci ostiniamo a chiamare politica. Parlare di montagna “come occasione di libertà e bellezza”, scrivemmo nel manifesto. Volevamo, soprattutto, condividere dei giorni e questi luoghi con persone appassionate, respirare libertà e bellezza insieme a loro, fondare relazioni da coltivare nel tempo. Nelle nostre intenzioni la montagna non era tanto il fine quanto il mezzo, ciò che avrebbe tenuto insieme questa comunità effimera, con la speranza di renderla sempre più solida e duratura. Avevamo già scoperto da tempo che in alta quota nascono grandi amicizie.

Per questo, nelle prime due edizioni del festival (quella “del lupo” nel 2017 e quella “del camoscio” nel 2018, dalle locandine dipinte dall'amico Nicola Magrin), una parte importante è stata data al racconto di esperienze di ritorno e vita comunitaria, in montagna o in ambiente rurale. Nuovi montanari italiani e stranieri accanto a realtà storiche come la comune agricola di Urupia, in Salento, o il villaggio ecologico di Granara sull'Appennino parmense. Chi studia e sostiene i progetti di ritorno, chi in montagna ospita e fa formazione: l'associazione Dislivelli di Torino, la fondazione Nuto Revelli di Cuneo (ma la sua sede simbolica è il borgo di Paraloup in Valle Stura), il centro studi valdese di Agape in Val Pellice. Abbiamo ascoltato racconti di giornaliste e antropologhe, viaggiatrici e montanare (Linda Cottino, Irene Borgna, Michela Zucca, Anna Torretta, Marzia Verona) e di ragazzi che negli anni Settanta avevano fatto del loro andare in montagna un atto politico, di protesta e di liberazione (Enrico Camanni). E ancora abbiamo provato a raccogliere le voci della montagna ribelle, quella storica delle minoranze, delle resistenze, delle eresie, e quella che oggi lotta in Val Susa o in Kurdistan. Abbiamo ricordato i maestri a cui siamo legati – Mario Rigoni Stern, Primo Levi, Tiziano Terzani – e imparato cos'è l'alpinismo secondo Hervé Barmasse, Nives Meroi, Romano Benet: esplorazione del rapporto tra uomo e ambiente selvatico, e tra esseri umani che vanno in montagna insieme. Più che esaurire l'argomento, ci è sembrato che ogni voce aprisse a tante altre possibilità di racconto, e innumerevoli sono le strade da battere in futuro. Dovrei ancora raccontare del teatro, dei concerti, dell'arte dal vivo, delle mostre fotografiche, ma anche dei balli a notte fonda e dei risvegli dopo i temporali. Sono state circa cinquecento, lo scorso luglio, le persone che hanno partecipato al festival in tenda, in un campeggio del tutto autogestito e sparso per i boschi intorno alla radura. Credo che la notizia migliore sia proprio l'esistenza di questa gente, così appassionata da sopportare per tre giorni le asperità della montagna e così rispettosa da lasciarla, alla fine, senza nemmeno un segno del proprio passaggio. Per uno come me è stato come vedere una piccola anarchia realizzata.

Erri De Luca ha chiuso il Richiamo di quest'anno (o aperto il prossimo, ha detto lui) parlando di geografia e di migrazioni, e dipingendo un grande sud del mondo che si estende molto al di là dell'emisfero australe: è il sud delle periferie urbane, dei mari solcati dagli uomini, delle coste lungo cui si mescolano, delle montagne che attraversano. “Le montagne, bordi della terra, prove della sua forza d'elevazione, margini in cui l'umanità si incontra”: ecco gli appunti che ho preso durante il discorso di Erri. I bordi, i margini, le periferie del mondo: sono i luoghi che ci interessa coltivare perché li sentiamo più fertili e tolleranti, aperti alle possibilità d'incontro, vivi come questa montagna in festa. Per il silenzio e la solitudine occorrerà passare un'altra volta.


mercoledì 28 novembre 2018

LE STORIE CANTICCHIATE DELLA VITA QUOTIDIANA

(questo pezzo è uscito su Robinson)

Ci dev'essere un'anima femminile nel racconto breve, in quest'arte di collezionare frammenti di esistenze, setacciare rivolte e silenziose illuminazioni, registrare sulla pagina la musica della vita quotidiana. O canticchiarla facendo altro, avrebbe detto Grace Paley, così disposta a lasciarsi distrarre dal mondo da avere prodotto appena tre raccolte di racconti in trent'anni di lavoro: Piccoli contrattempi del vivere (1959), Enormi cambiamenti all'ultimo momento (1974), Più tardi nel pomeriggio (1985), che oggi l'editore Sur ripubblica in un unico volume (Tutti i racconti, nella nuova traduzione di Isabella Zani). Quarantacinque piccole storie che fanno brillare il nome di Grace Paley nel firmamento americano del Novecento: per usare un'immagine di Raymond Carver, che della materia se ne intendeva, ecco una delle stelle con cui orientarsi quando si leggono racconti, o si cerca di imparare a scriverne.

Quelle storie sono un tutt'uno con l'epopea di New York nel Novecento. Figlia di ebrei ucraini fuggiti dalla Russia all'epoca degli zar, Grace era nata nel Bronx nel 1922, ovvero quando la città si avviava a diventare, senza che nessuno l'avesse programmato o previsto, il più grande esperimento di convivenza sociale del secolo. A New York allora vivevano sette milioni di persone: due di ebrei dell'Europa Orientale, uno di italiani, mezzo di afroamericani; tanti altri stavano per arrivare dall'Asia e dall'America latina. Nei racconti di Grace Paley furono voci, schiamazzi, litigi, chiacchiere, risate, grida. Il Bronx, Brooklyn, il Lower East Side risuonavano di lingue e dialetti, le radici si smarrivano o forse si intrecciavano, i figli propri si mischiavano con quelli altrui, il vecchio mondo sopravviveva nei riti e nella nostalgia. In un racconto di una sola pagina, Madre, i genitori di Grace ascoltano Mozart in salotto, dentro casa c'è la vecchia Russia polverosa, per strada New York brulica di vita: lui, medico, ha ricevuto pazienti tutto il giorno; lei ha appena lasciato il negozio per la cucina. Canta, le dice lui, una volta cantavi così bene. Lei non risponde. Sembrano smarriti e un po' stanchi. Ma dove siamo? Dopo trent'anni a lui pare ancora di essere appena sceso dalla nave, di avere appena ridato l'esame di anatomia in inglese. Lei è preoccupata per la figlia adolescente, testarda, infatuata di idee rivoluzionarie, una ragazza che torna tardi la sera, ormai così americana. Ci può stare tutto questo in un racconto di una sola pagina? Sì, nelle mani di un artista.

Le origini, gli ambienti, l'umanità che li abita fecero rientrare Grace Paley, all'inizio, in una corrente che a New York nasceva nel secondo dopoguerra, quella della letteratura ebraico-americana. Negli stessi anni esordivano Bernard Malamud, Saul Bellow, Philip Roth, il lettore americano familiarizzava con le massime talmudiche e la cucina kosher, in città lo yiddish era la seconda lingua dopo l'inglese. Grace però non intendeva proseguire su quella strada. Poco più che ragazza si era sposata ed era andata a vivere al Greenwich Village, quartiere di artisti, scrittori, intellettuali, culla della Beat Generation; aveva fatto due figli ma poi il marito se n'era andato, lei era rimasta sola con i bambini. Intorno, ancora una volta, la città ribolliva. La strada chiamava e restare in casa non era proprio possibile, nemmeno se eri una giovane madre divorziata e lavoratrice. Al Village fin dagli anni Cinquanta si era formato un comitato in difesa del parco di Washington Square, la piazza che è il cuore del quartiere e che un'autostrada urbana avrebbe dovuto sventrare: per la prima volta nella storia newyorkese un gruppo di cittadini, principalmente donne, si opponeva a un progetto di lavori pubblici, e fece tanto di quel rumore che finì per averla vinta. Negli anni Sessanta un movimento sempre più grande si formò intorno a quel nucleo originario: per il diritto alla casa, alla scuola, agli spazi di socialità urbana, e poi contro la guerra in Vietnam e l'uso dell'energia atomica. Grace in quel movimento fu sempre in prima fila, tenne discorsi e scrisse manifesti, fu arrestata più volte. Faith Darwin, il suo alter ego letterario, in un racconto è Faith sull'albero: proprio un albero del parco di Washington Square, arrampicata lassù mentre osserva le donne, le sue amiche, i figli che sono figli di tutte, bambini che giocano tra madri che chiacchierano tranquille, e lei sola è lassù a fare la sentinella, angosciata da ciò che sta per capitare. Si sentiva spesso sull'orlo di una tragedia storica, un disastro ecologico, una fine del mondo; chissà se in quell'angoscia c'era anche un ebraismo risvegliato da ciò che era successo in Europa.

Ma non le interessò mai definirsi ebrea, piuttosto newyorkese, e donna più che scrittrice. E femminista, ambientalista, anti-militarista, tutte declinazioni della stessa non-violenza che fu sempre il suo credo. Negli anni Ottanta la comunità letteraria cominciò a tributarle il giusto riconoscimento. Grace intanto si era risposata con un compagno di penna e di battaglie che sarebbe restato con lei fino alla fine, giunta in tarda età, nel 2007. Viveva ancora al Village e ancora distribuiva volantini all'angolo della sua strada. Smise di scrivere racconti e si dedicò ad altri amori, la poesia e l'insegnamento: una sua studentessa fu A.M. Homes che la ricorda come maestra di rigore morale, attenzione verso l'altro, responsabilità, ascolto. Una donna per cui la scrittura veniva dopo le persone e correva dietro alla vita, una newyorkese per cui il richiamo del mondo là fuori era sempre stato troppo potente per starsene sola a casa a scrivere storie.


martedì 6 novembre 2018

SENZA MAI ARRIVARE IN CIMA

Da qualche anno i miei libri preferiti sono libri di viaggio. Le vite dei lettori hanno stagioni, e a un certo punto della mia l'interesse si è spostato dalle storie allo sguardo, alla scrittura intesa come esplorazione di sé e del mondo. La narrativa di viaggio è un vecchio genere, forse è il viaggio stesso ad appartenere a epoche più romantiche della nostra, e io sono legato ad autori per cui viaggiare era un'arte e una filosofia, qualche volta un mestiere, sempre un modo di vivere. Della scrittura di viaggio, mi piace che nasca da un'attentissima osservazione. Ma l'osservazione non basta, per farne racconto il paesaggio deve dialogare con chi lo attraversa, diventare specchio di un paesaggio interiore. Direi che i grandi racconti di viaggio mettono in relazione un luogo e una personalità memorabili. I miei preferiti: Festa mobile di Hemingway e La mia Africa di Karen Blixen, In Patagonia di Chatwin e Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson, Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen e Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Gli ultimi due mi sono molto cari da quando la ricerca del viaggio mi ha portato in Himalaya. “Per tornare viaggiatori bisognerebbe ritornare a essere come gli unici veri viaggiatori”, disse Terzani: “i pellegrini.” Ho trovato il mio pellegrinaggio e il racconto che ne ho scritto intende essere, anche, un dialogo con Tiziano, che considero un maestro dell'arte di viaggiare, di cercare, di osservare e voler capire, di interrogarsi, di amare il mondo e la sua varietà, di rendere la scrittura uno strumento di tutto questo. Il libro si intitola Senza mai arrivare in cima ed esce oggi. Parla di quel che cerchiamo quando andiamo in montagna, e di qualche altra cosa. Il mio amico Nicola è riuscito a essere allo stesso tempo un personaggio del libro, il suo destinatario e l'autore della copertina; sono contento che sia, anche, un libro sull'amicizia.

Infine, è un libro che aiuta delle persone. Con i guadagni sostengo due associazioni che ho conosciuto in Nepal: Sanonani House e CASANepal, due Onlus italiane che operano a Katmandu, case-famiglia per bambini e donne vittime di violenza. Quel piccolo paese ai piedi dell'Himalaya mi ha dato tanto, nella vita e nella scrittura, e in questo modo spero di potergli ridare qualcosa indietro.

“Tashi delek” è il saluto tibetano, vuol dire più o meno “Buona fortuna”, e in Nepal lo si sente quando, superata una certa quota, si entra nel mondo dell'alta montagna e anche l'umanità cambia. Cambiano i volti, gli abiti, cambia la lingua, compaiono gli yak al pascolo e i segni di devozione che si agitano al vento. Il “Namasté” delle pianure e delle valli cede il passo al saluto dei montanari: lassù è ormai Tibet, il regno perduto. Dunque, tashi delek.