venerdì 24 ottobre 2014

A PESCA NELLE POZZE PIÙ PROFONDE

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri. Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall'americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell'edizione originale, l'ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un'antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C'erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci. Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus' Son - l'esordio di Denis Johnson - tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l'avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D'Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c'era una foto dell'autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D'Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l'ultimo dei suoi pensieri.
Il racconto di Wallace in quell'antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D'Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori - e se per questo li incontro ancora - che dichiaravano con noncuranza: "io non leggo racconti", come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c'erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C'erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell'amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un'intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all'ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D'Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all'altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O'Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po'. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d'amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.



lunedì 15 settembre 2014

MORTE DI UN UOMO FELICE

L'uomo felice (e vivo) oggi sono io.
Giorgio Fontana è un bravo scrittore, è milanese, ha trentatré anni, e ha appena vinto con merito e senza alcun gioco di potere il premio Campiello 2014. Basterebbero questi motivi per farmi esultare. In più, è un mio amico. Si sa che la scrittura è un lavoro solitario, ma succede che per età, luoghi, progetti condivisi, scelte piccole e grandi che poi sono scelte politiche, idee chiare su quali storie scrivere e anche sul come farlo, e infine per tutto il tempo passato insieme intorno ai tavoli delle trattorie, certi scrittori li senti tuoi compagni, come se esistesse davvero una generazione, e almeno in parte quello che facciamo fosse - sì - un lavoro collettivo.
Da un po' di tempo Giorgio ha individuato la sua strada e l'ha imboccata con decisione. Scrive di uomini che si interrogano su cos'è giusto fare. E scrive di Milano non soltanto perché ci vive, né perché la ama e la odia con identica passione, ma perché è proprio il posto perfetto per le storie che ha in mente lui. La capitale morale non lo è mai stata così tanto come nei suoi romanzi, teatro del dilemma su cos'è giusto e cosa no, cos'è privato e cos'è politico, cos'è lo stato e se sia il caso di difenderlo o combatterlo, e quanto si può rischiare nel farlo. Tanti citano Sciascia come modello, io ci aggiungerei Scerbanenco. Anche per la presenza ossessiva del paesaggio urbano, per le passeggiate che i suoi personaggi fanno quando le domande che hanno in testa sono troppe e allora è meglio uscire a camminare. In fondo tra i quartieri di Scerbanenco e Fontana - Porta Venezia e via Padova - ci sono solo le vetrine scintillanti di corso Buenos Aires, e il patibolo di piazzale Loreto. Milano potrebbe anche essere tutta lì. Da quanto tempo qualcuno non ne scriveva affrontandola di petto? E dell'Italia tutta vista da quassù?
Coraggio è una parola da spendere con attenzione parlando di scrittura, perché gli scrittori stessi conoscono le proprie furbizie e vigliaccherie, quello che si fa non per la storia ma per il lettore, per farsi voler bene e raccogliere qualche applauso. Di questa roba nella scrittura di Giorgio non ce n'è. È una scrittura senza compiacimenti, una voce pacata e ferma che va dritta per la sua strada. Giorgio ha tanti difetti - è interista e ha un vezzo ridicolo per la punteggiatura (le due cose naturalmente sono collegate), preferisce la birra al vino, si ostina a grattare le corde di una chitarra - ma virtù che non ho timore di nominare: è modesto, coraggioso, rigoroso, gentile. Le prime tre riguardano lo scrittore, la quarta l'uomo.
Leggete Per legge superiore e Morte di un uomo felice. E poi, se volete farvi un giro in via Padova, Babele 56. E poi tenetelo d'occhio perché ne arriveranno altri.
Non avevo alcuna fiducia nei premi letterari prima di oggi. Perciò mi viene da dire che questo premio non fa onore tanto a Giorgio, fa onore soprattutto al Campiello. Premiare l'editore meno potente, lo scrittore meno famoso, il libro più bello: non è questione morale anche questa, la scelta giusta a cui non siamo più abituati?

sabato 14 giugno 2014

LO SCRITTORE CHE USAVA SEMPRE IL PASSATO

Sulle rive del fiume Krk, dopo molte caraffe di vino dalmata e un bagno in acque gelide, qualcuno degli scrittori ubriachi lanciò una sfida. Chi sarebbe riuscito a scrivere una bella storia d'amore in meno di venti parole? Lo scrittore che usava sempre il passato scrisse:

     He was a writer who always used the past tense.
     Then he met a woman.
     She was a present.

Contò le parole: erano diciannove. Di certo se ne poteva ancora togliere qualcuna, ma che importanza aveva? Sorrise della futilità delle cose da scrittori, si sdraiò al sole per asciugarsi e chiuse gli occhi, pensando al suo dono.

lunedì 9 giugno 2014

ZAGREB SUN

(Di ritorno da Zagabria per il Festival of European Short Story. Quanto può essere breve un racconto breve? Per dire grazie basta una parola sola. Ecco un grazie con qualche parola di troppo per i miei amici croati.)

Era un uomo con una bottiglia di vino e non poteva portarla sull'aereo.
Tornò indietro. Risalì la fila, riattraversò i saloni, ripassò per le porte di vetro.
Il sole di Zagabria di nuovo negli occhi, come se fosse appena arrivato.
In quel caso, l'uomo sulla panchina non sarebbe stato il suo ultimo incontro ma il primo, e chissà quanti altri ne avrebbe avuti, dopo.
Bevila tu per me, gli disse.
Poi partì.

He was a man with a bottle of wine that he could not take with him on the plane.
So he went back. Back on the line, back through the rooms, back over the sliding glass doors.
Zagreb sun in the eyes again, as if he were just arrived.
In that case, the other man on the bench would not have been his last meeting, but his first. And who knows how many people he would have met, after.
Drink it for me, he said.
Then he left.


(Krka National Park: le cascate del fiume Cherca, in Dalmazia)

sabato 3 maggio 2014

TUTTE LE MIE PREGHIERE GUARDANO VERSO OVEST

Vado e vengo da New York ormai da dieci anni. Secondo il passaporto, dal 2004 a oggi ci ho passato circa un anno della mia vita. Mi ricordo quella prima estate, la città ancora scossa dal crollo delle Torri e piena di polizia, i cortei contro la guerra in Iraq che sfilavano per Manhattan; e poi l'autunno dell'elezione di Obama e il vecchio musicista nero che piangeva al Nuyorican Poets Cafe; e poi Occupy Wall Street, la rabbia che si respirava nelle strade quell'inverno, i barboni accampati tra chi aveva perso casa e lavoro. Sei un newyorkese - ha scritto Colson Whitehead - quando ti manca quello che c'era prima, ma forse lo sei anche quando ricordi ciò che non c'era, e hai esultato per il suo arrivo. Io ho visto nascere la High Line (con gioia), la Freedom Tower (con sospetto), il Brooklyn Bridge Park (con entusiasmo), e un numero incalcolabile di grattacieli (con indifferenza). Voler bene a New York significa accettare la sua natura, che è quella del cambiamento. Anzi: più rapidamente New York cambia più gode di buona salute; quando rallenta è perché non sta bene; quando si fermerà sarà spacciata. Nel 2004 i quartieri sulla bocca di tutti erano Chelsea e Williamsburg (ma gli artisti se n'erano già andati, spinti via dai prezzi degli affitti, e li davano ormai per morti). Nel 2014 si parla parecchio di Harlem, Astoria, Red Hook (e chissà che non sia già tardi anche per loro). Il fatto è che se insegui le mode - anche le mode alternative sono pur sempre tali - a New York ti viene una malattia che è l'urgenza di stare davanti agli altri, riuscire a cogliere le novità quando non sono ancora vecchie, scoprire segreti che solo in pochi sanno, goderti ciò che è autentico prima che le masse di turisti rovinino tutto. Si potrebbe scrivere un bel saggio su New York e lo snobismo. Nessun newyorkese ne è immune; poi, se uno ci pensa sopra, lascia perdere e si mette a cercare le cose che piacciono a lui.

Ecco: il libricino che esce in questi giorni si potrebbe descrivere così, una raccolta di nuove cose che mi piacciono a New York. Alcune piacciono anche agli altri, alcune solo a me. Nella mia testa è un proseguimento ideale di New York è una finestra senza tende. Parla di cibo ma soprattutto di luoghi. Ha un debito con un capolavoro che ho letto l'anno scorso (Open City di Teju Cole), non solo per l'attitudine allo smarrimento, ma per l'idea che, mentre tu esplori la città e la descrivi, la città esplora e descrive te. Il paesaggio che attraversiamo è sempre uno specchio di noi. Sono legato a quest'idea e a una definizione che Gabriele Basilico dava di Milano, eleggendola a sua palestra dello sguardo. Diceva che lì i suoi occhi si erano formati, e anche quando poi se n'era andato a fotografare il mondo erano quegli occhi che aveva usato, e a Milano sentiva il bisogno di tornare ogni volta per tenerli in allenamento. O per affilare il coltello alla mola, diceva Hemingway parlando di scrittura. Anche a me sembra in questi dieci anni di aver trovato la mia palestra, la mia mola: perché ogni volta che mi sono sentito svuotato alla fine di un libro, e inaridito di parole, tornare a New York è stato come ricominciare da un punto d'origine, imparare di nuovo a mettere a fuoco le cose, a guardare, a raccontare. Certe volte qualcuno mi chiede: che cosa c'entra New York con la montagna? E io rispondo che li vivo come luoghi molto simili, luoghi di solitudine e cammino, di osservazione e di ascolto. È il secondo libro che scrivo sulla città, ma preferisco immaginarlo come un secondo capitolo; spero che New York continui a essere questo per me e ce ne siano molti altri in futuro.

Lo presento a Torino, al salone del libro, domenica 11 maggio; alla libreria Gogol di Milano venerdì 16 (dopo una biciclettata da Pavia); di nuovo a Milano, a Macao, con un reading musicale venerdì 23. Poi vedremo.

***

Newyorkesità

All'angolo tra Chambers Street e Broadway, mentre cerco l'ennesimo cimitero, una vecchietta mi afferra per il braccio e grida: devo attraversare! È una mattina umida di novembre, io ho in mano una tazza di caffè fumante e lei uno di quei bastoni da ciechi, una bacchetta bianca che agita davanti a sé tastando l'aria. Indossa un cappotto marrone consumatissimo. Non so perché abbia scelto me, che tra l'altro ho appena attraversato nella direzione opposta, ma non ho fretta e nemmeno mi dispiace questa intrusione nella mia solitudine, così giro i tacchi, passo il caffè nell'altra mano, prendo il suo braccio sotto al mio e lo stringo. Non si preoccupi, le dico. La aiuto io.
È verde!, grida la vecchietta, sentendo che gli altri intorno a noi si avviano. Poi mi tira giù dal marciapiede e mena fendenti con la sua bacchetta aprendo un varco nella folla per tutt'e due. Ci guardano male, ma tanto lei è cieca e se ne frega. Attento all'autobus!, sbraita premurosa, quando un pullman turistico a due piani ci passa accanto diretto al ponte di Brooklyn. Mi chiede di accompagnarla alla fermata della linea A, e intanto molla una bastonata al muso di un taxi che sta cercando di svoltare. Approdati sulla sponda opposta cerco un'entrata della metro, provo a dirigere la coppia in quella direzione, vengo subito rimesso in riga: non le scale, l'ascensore!, ordina la vecchietta, e mi strattona verso un gabbiotto metallico piantato in mezzo al marciapiede. Lì finalmente si calma. C'è un breve momento di intimità, io e lei da soli, mentre aspettiamo che l'ascensore arrivi. Bevo un sorso di caffè e vorrei dirle che non ho mai avuto una nonna da portare a spasso, lei invece ce l'ha un nipote? Potrei almeno chiederle il suo nome e dirle il mio. Ma mentre combatto con la timidezza le porte si aprono e, fulmineamente, la vecchietta abbandona il mio braccio e artiglia quello di un tizio elegante che sta entrando nell'ascensore. Devo scendere!, grida. È come uno di quei balli in cui ti battono un colpo sulla spalla, e sei costretto a cedere la dama a qualcun altro. Il tizio sbuffa e prende in consegna la mia vecchietta. Poi fa un passo insieme a lei nell'ascensore ed entrambi spariscono dalla mia vita.
Forse per i modi spicci, forse per i capelli bianchi arruffati, mi è venuta in mente una poesia di Grace Paley che dice così:

     un uomo di new york è
     fermo all'angolo di una strada
     sorride a un pompiere aggrappato
     alla scala della sua autopompa
     l'autopompa passa tra di noi
     svolta lenta all'incrocio     sta
     tornando alla stazione dei pompieri
     io sono in un taxi bloccato nel traffico
     sorrido all'uomo sorridente     lui
     annuisce cortese     noi
     riconosciamo nell'altro     la newyorkesità