martedì 8 novembre 2016

LE OTTO MONTAGNE

Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall'altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s'incontra qualcuno, un grande lago dall'aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. Camminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l'altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c'è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l'alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C'è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell'altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l'altra ci siamo pure incontrati - io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario - senza poter immaginare che in un futuro lontano vent'anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno.

Poi avevamo superato il colle, la forca. Ecco un'altra sensazione che mi piace tanto in montagna: quegli ultimi metri prima dello spartiacque, il senso improvviso di apertura, il momento in cui puoi guardare di là e di colpo ti si stende davanti un mondo nuovo. Nessuno di noi due si era mai spinto in quel vallone. Non avevamo più racconti di là, niente più ricordi, niente più malinconia: prendevano il loro posto l'allegria della discesa e l'ebbrezza dell'esplorazione. L'altro versante era tutto diverso dal nostro, una gola sassosa che precipitava verso il fondovalle. In inverno aveva nevicato parecchio, così nel tratto più alto, anche se ormai era estate, ci buttammo giù scivolando per i nevai ghiacciati, il mio amico con la sua tecnica della raspa che più tardi gli sarebbe costata una caviglia, io a balzi perché non so sciare. In basso poi la neve finiva e cominciava un bosco secco, di larice e pino silvestre, con un sottobosco di erbe alte in cui il sentiero spesso si perdeva. Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l'inventore. Quella volta il mio amico andava avanti e io ero contento di seguire i percorsi tracciati da lui, perché dovevo pensare.

Ecco a cosa stavo pensando: da tempo volevo scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile. Credo di avere appena spiegato perché questi temi nella mia testa sono tanto legati tra loro. Sapevo che ci sarebbe stata una montagna intorno alla mia storia, un padre all'inizio di tutto, e due amici al centro; e sapevo che il suo respiro sarebbe stato più ampio del solito, per i modelli che avevo in mente e per la scrittura che volevo ottenere. Ero in cerca del mio Due di due e del mio Narciso e Boccadoro, del mio In mezzo scorre il fiume e del mio Gente del Wyoming. E quel giorno, nel Vallone della Forca, andando dietro al mio amico fuori dal sentiero, mi ricordo di aver pensato: ma ce l'hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. Hai i personaggi, i ricordi, i luoghi, non ti resta che mettere insieme i pezzi e trovare le parole. Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l'hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla. Vai a casa e comincia. Di colpo c'ero già dentro fino al collo.

Poi me la sono presa comoda, perché ci ho messo due anni. Fosse stato per me, ne avrei impiegati anche tre o quattro. Io sarei come quei pittori che la mattina si alzano, si stiracchiano, guardano il quadro per un'ora o due, poi danno una pennellata e la giornata di lavoro è finita. Ma per fortuna con il lavoro bisogna anche guadagnarsi da vivere: dico che è una fortuna perché, per quelli come me, il morso della vita alle chiappe della scrittura fa un gran bene, aiuta a non stare troppo comodi e a non perdersi nei propri vizi. Ci ho messo due anni ma avrebbero potuto essere pochi mesi. Ho idea che non sarebbe cambiato nulla: questa storia è uscita così com'è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine. Mi ricordo i giorni in cui scrivevo l'ultimo capitolo, di nuovo in giugno, lavorando per ore come non mi era mai successo, sentendo che non potevo permettermi di fermarmi, aspettare, perdere tempo, perdere il ritmo: uscivo a camminare, tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere. Sono arrivato all'ultima frase negli stessi giorni dell'anno, dentro la stessa baita, sullo stesso tavolo dove avevo scritto la prima. Così come avevo pensato comincia!, ho pensato: ho finito. E adesso è questo libro che esce oggi. Non so se mi ricapiterà mai, è stata una gran bella avventura.

giovedì 13 ottobre 2016

LA RAGAZZA DEL POETA

Non posso crederci
ecco il tuo fantasma che riappare
logico in fondo
stanotte c'è luna piena
e hai pensato di chiamare me.

Così me ne sto qui seduta
con il telefono in mano
ad ascoltare una voce che ascoltavo
correndo dritta verso il baratro
un paio di secoli fa.

I tuoi occhi mi ricordo
erano azzurri carta da zucchero
la mia poesia faceva pena, dicevi
ma da dove stai chiamando?
Una cabina nel midwest.

Dieci anni fa
ti regalai una coppia di gemelli
anche tu mi prendesti qualcosa
sappiamo entrambi cosa portano i ricordi
diamanti e ruggine.

Tu allora incendiavi la scena
eri già una leggenda
il genio che non si lavava
il vagabondo autentico
cadde tra le braccia proprio a me.

Ci sei rimasto per un po'
come un naufrago scampato alle onde
io una Madonna gratis e tutta tua
la Venere della conchiglia
che ti avrebbe accudito.

Ancora adesso ti vedo per strada
le foglie gialle cadute intorno
un po' di neve nei capelli
ti vedo sorridere dalla finestra
di quella bettola da quattro soldi
su Washington Square
le nuvole dei nostri respiri
si confondono sospese nell'aria
e parlando per me, ti dirò
potevamo pure morire lì.

Ma adesso sostieni che tu
non sei un nostalgico
e allora dammi una parola per dirlo
tu che sei sempre stato bravo a parole
e a restare nel vago.

Perché avrei proprio bisogno di un po' di vaghezza adesso
che tutto mi torna in mente in modo troppo chiaro.
Sì, una volta ti amavo tanto
e se sei venuto a portare diamanti e ruggine
ho già pagato.

(Joan Baez, Diamonds and Rust)



sabato 7 maggio 2016

LO SCRITTORE E IL RIFUGIO

Da un po' di tempo mi gira per la testa l'idea di un laboratorio di scrittura sul paesaggio. Se ci penso mi sembra che questo sia il filo delle mie letture degli ultimi anni, da Hemingway a Karen Blixen, da Thoreau a Sylvain Tesson, da Chatwin a tutti gli altri vagabondi come lui. Non importa che abbiano scritto romanzi, memorie o diari di viaggio, né che raccontino di boschi o città, paesi abitati per molti anni o attraversati in un giorno: i luoghi sono l'oggetto del loro sguardo e scrivere è un tentativo di coglierne l'anima. Non è facile riuscire a dire che tipo di talento sia. È necessario saper guardare, prima di tutto. E amare quel che si osserva, altrimenti non c'è alcun motivo per fare la fatica di scriverne. E poi sapersi nascondere e svelare il giusto, perché si finisce sempre per raccontare, insieme ai luoghi, se stessi. Si tratta, in fondo, del rapporto tra un dentro e un fuori: dove il fuori è il paesaggio, il dentro sono io, e scriverne significa esplorare entrambi.

Ora io so una canzone dell'Africa - pensavo - una canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell'aratro nei campi e dei visi sudati dei raccoglitori di caffé - ma sa l'Africa una canzone che parla di me? Vibra nell'aria della pianura il barlume di un colore che ho portato, c'è fra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome, proietta la luna piena sulla ghiaia del viale un'ombra che mi somiglia, vanno in cerca di me le aquile del Ngong?

Un laboratorio così non si può fare in città. O forse lo potrebbe fare qualcun altro, ma non io: la mia palestra dello sguardo, come diceva un fotografo che amo molto, è la montagna. Così ho pensato di farlo nei rifugi alpini. Ma i rifugi veri, non i ristoranti d'alta quota: quelli che distano almeno un paio d'ore di cammino dalla strada più vicina. Quelli che non stanno su montagne famose ma sopravvivono, per principio e per passione, su montagne in cui di gente ne passa molto poca. Mi piacerebbe andare lì. Ho in mente dei laboratori di tre giorni, in cui si cammina, si legge, si scrive, si sta un po' da soli e un po' insieme, si lavora, ci si riposa, si beve del buon vino. Questo è un annuncio non solo agli scrittori, ma anche ai rifugisti: cerco rifugi belli e isolati che sposino il mio progetto!

Il primo l'ho trovato: è il Rifugio Falc in Valtellina, al Pizzo Tre Signori (www.rifugiofalc.it). I giorni: 2-3-4 settembre. Cerco dieci o dodici coraggiosi che vengano lassù con me. Il luogo è piuttosto selvaggio e l'accesso faticoso: è strettamente necessario sapersi muovere in montagna in autonomia. Per informazioni sul rifugio si può scrivere a Elisa, che lo gestisce eroicamente (info@rifugiofalc.it), per tutto il resto a me. Vi aspetto.





giovedì 24 dicembre 2015

NEVER END PEACE AND LOVE

Seduto a bere tè nero al tavolo di un rifugio, la mattina del quinto giorno, osservo un uomo che recita le sue preghiere davanti al profilo del Machapuchare, la montagna a coda di pesce che domina questa valle. L'uomo brucia il rametto di un sempreverde sotto una fila di panni colorati e mormora qualche parola a bassa voce, forse l'Om mani padme hum che sento cantilenare dai portatori sul sentiero. Il rametto manda un fumo denso, dall'odore familiare, e io sto pensando che ogni gesto di questo mio viaggio è diventato un rito, una ripetizione tranquilla: aprire gli occhi all'alba, arrotolare il sacco a pelo, issare lo zaino in spalla, mettermi in cammino. E poi il tè che mi fermo a bere nei villaggi, il sapore amaro che mi lascia in bocca per ore. E le canzoni di montagna che canto quando la salita si addolcisce, e che un'altra persona, a casa, forse sta cantando con me. Lei ha gli occhi chiari come l'acqua, e i capelli tutti dritti e senza groppi. Mi alzo. Prima di proseguire mi fermo a osservare il rametto spento che l'uomo ha posato su una pietra. Tra gli aghi bruciati c'è una bacca nera e ora riconosco l'odore che sentivo, quello del ginepro che i pastori, da me, incendiano in primavera perché non infesti i pascoli. Cosa importa se ho le scarpe rotte? Io ti guardo e mi sento il cuor contento.


Da cinque giorni ormai risalgo questa valle senza strade, meravigliato dall'esistenza di una civiltà che non conosce l'uso dei mezzi a motore. Novembre è mese di raccolto e fino ai duemila metri ho camminato tra le risaie: ho visto mietere e trebbiare a mano, rivoltare con i piedi il riso al sole. È un viaggio nel tempo per me, questo, prima che nello spazio, come se fossi tornato alle mie montagne di cinquanta o settant'anni fa, e potessi vedere i campi terrazzati prima che il bosco se li riprenda, le case di legno e pietra prima che siano ruderi, gli attrezzi dei contadini prima che, appesi ai muri delle baite, diventino cimeli di cui non sappiamo più il nome. In confronto alla meraviglia che tutto questo mi provoca, i ghiacciai in fondo alla valle sono solo una splendida scenografia. L'Annapurna, il Dhaulagiri, lo Hiunchuli, il Machapuchare, cime di sette e ottomila metri, mi colpiscono meno di una donna nei campi, che lega fasci di spighe spessi come un pugno, o delle gerle cariche dei portatori davanti a me. Io li seguo in silenzio cercando di assumerne il ritmo, la camminata leggera. Uno mi riconosce, dopo due giorni che facciamo la stessa strada, e mi saluta nelle soste, quando posa la gerla e si leva dalla fronte la fascia sudata che sostiene il carico. Nel bosco lo vedo cogliere una pianticella che mi pare un germoglio d'ortica - questo è strano, perché per i buddisti strappare una pianta è grave quanto maltrattare un bambino - e solo più avanti mi spiego come mai: c'è un piccolo tempio lungo il sentiero e il portatore posa il germoglio tra altri fiori, suona una campanella, mormora il suo mantra. Om mani padme hum, dice il mio amico. E io rispondo: Hai mai visto la chiesetta di Transacqua? Col Cimon della Pala sopra i coppi, oh! Mi lecco le dita per non pungermi, raccolgo un'ortica e la poso lì anch'io.


Ieri mattina abbiamo superato l'ultimo villaggio, Chomrong, un centinaio di case sparse tra le risaie, i campi di miglio, i cavalli, le galline, qualche bue solitario, i cani randagi. Dopo un lungo ponte di corda la valle del Modi Khola ha cominciato a farsi stretta e scoscesa come una gola. Un cartello annunciava che stavamo entrando in terra consacrata: da lì in poi era vietato uccidere animali e non avremmo trovato più carne nei rifugi. Ma questo era ieri. Oggi che sono altri mille metri più su, e da un pezzo non ho mangiato che riso e verdura, il paesaggio cambia di nuovo. Il bosco di querce e rododendri si riduce d'altezza fino a un rado canneto di bambù. Cascate sottili, altissime, cadono lungo pareti di roccia nera, le tagliano come lame d'acqua. Le frane crollate nella stagione dei monsoni segnano i fianchi della valle, e in qualche punto lungo le loro scie sgorgano i torrenti sepolti. Io sento l'avvicinarsi dell'alta montagna come un lento entrare in territori conosciuti: e quando infine anche il bambù scompare, e cammino tra le pietraie e la brughiera dei tremila metri, mi sembra di fare il sentiero che percorro mille volte in estate, dalla baita ai laghi e ritorno, verso sera. Che cosa significa questa sensazione? Può darsi che in qualunque montagna del mondo, alla quota in cui il bosco finisce, io mi sentirò così? Qui non ci sono camosci e stambecchi ma le pecore azzurre dell'Himalaya che pascolano in alto, sui dirupi. Alzando gli occhi a cercare loro vedo per la prima volta tracce di neve. Contro il cielo, un volo scomposto di corvi neri e uno più alto ed elegante, un'aquila forse, o un avvoltoio. Si rannuvola, intanto. La morena glaciale comincia qui, a tremila e cinquecento metri, s'inerpica e piega tutta a occidente, e il sentiero la segue docile nella neve. La fine di quella morena sarà anche la fine della mia salita.


C'è una strana nitidezza, una qualità rara di concentrazione, che si raggiunge dopo avere camminato così tanto. Io credo sia per questo che vado in montagna. È proprio come il bosco che si dirada, la gente intorno che scompare, l'aria che perde i profumi d'erbe e sa ormai solo di roccia e neve: anche il pensiero diventa una cosa rarefatta e pulita. Ora so che cosa c'è al campo base dell'Annapurna. Un cumulo di pietre a quattromila metri, e file di panni di preghiere che si agitano nel vento. Davanti, sotto, ai piedi della morena, l'immenso solco del ghiacciaio in ritiro, vecchio ghiaccio grigio coperto di detriti. Poi il tormento dei seracchi e la parete sud dell'Annapurna: ottomila metri di montagna con il nome della dea della fertilità. Ora ci sono proprio sotto, come al cospetto di una cattedrale. È questo che sono venuto fin qui a cercare? La gente come me ha lasciato biglietti di ogni tipo tra le pietre, e mentre mi aggiro sulla morena, cercando un senso alla fine di questo cammino, calpesto senza volerlo uno di quei messaggi. Lo raccolgo e vedo che è una foto in bianco e nero, avvolta in un foglio di plastica che non l'ha protetta dalla pioggia. Nella foto, già abbastanza rovinata, un uomo coi baffi e un lungo cappotto cammina a braccetto di una donna, lei con un'acconciatura d'altri tempi, in un viale trafficato di città. Sorridono. Avranno una trentina d'anni. Hanno addosso l'euforia delle coppie che si sono innamorate da poco e io penso che potrebbero essere in viaggio di nozze. Capovolgo la foto e trovo una scritta in francese: Alla memoria dei miei genitori - Parigi 1954. Poi sollevo un grosso sasso e ce la sistemo sotto, al sicuro.


Di sera i portatori stanno per conto loro in una baracca accanto al rifugio. Sento nell'aria il profumo dell'hashish che qualcuno sta fumando per festeggiare. Mi guardo in giro, il fumatore è un americano con i capelli lunghi. Porta una felpa in cui la parola Nepal compone la frase: Never End Peace And Love. Sono sempre contento di scoprire che l'hippy non è morto. Io invece leggo un libro in cui si dice questo: che non sai mai chi sarà il tuo prossimo maestro, magari è nascosto proprio nella persona che hai accanto, perché i bravi maestri si nascondono e si ritraggono, e tocca a te trovarli. Perciò chissà, mi dico, se il mio prossimo maestro è il fumatore d'hashish o la ragazza dai tratti sherpa che mi sta versando il tè. Sono un po' dispiaciuto stasera, perché so che scendendo la nitidezza scomparirà. Vorrei trattenerla, ma la sto già perdendo. Domani saluterò la neve e mi avvierò di nuovo verso il bosco. Le cose torneranno a farsi confuse. Ma per adesso, per adesso, sto seduto a un lungo tavolo di legno e mi scaldo le mani con l'ultima tazza di tè della giornata. Vorrei una stufa. Vorrei sapere che cosa si dicono i portatori là nella baracca. Mi pare d'essere nel centro esatto del mondo. Sollevo la tazza di ferro e ci guardo dentro, e mi chiedo che cosa sia questo mio sentirmi a casa.

(ringrazio la mia amica Vincenza per le foto)


sabato 21 novembre 2015

NEW YORK STORIES

Esce in questi giorni per Einaudi un libro a cui lavoro da più di un anno. Ma ho cominciato a immaginarlo molto prima, forse in qualche libreria di Brooklyn: un'antologia che raccogliesse, da Fitzgerald in poi, i più bei racconti su New York del Novecento. O almeno i miei preferiti. Non brani di romanzi famosi, né un elenco di grandi nomi: bei racconti scritti da scrittori di racconti, conosciuti oppure no, già tradotti in italiano o no, che ho incontrato nella mia vita di lettore. Ora che il libro esiste penso soprattutto a quelli che mancano, perché non ce li hanno lasciati pubblicare. Joseph Mitchell. Jay McInerney. E in particolare Hubert Selby Jr. Ma ci sono anche i venti e oltre che invece mi fanno luccicare gli occhi, da Cheever a Yates, da Malamud a Capote, da Dorothy Parker a Grace Paley, e giù fino a quelli che ho conosciuto di persona, come Nathan Englander e Colson Whitehead. Ci sono tre italiani (tre sorprese, credo, per diversi motivi). Ci sono portoricani, afroamericani, hippy, femministe, eterosessuali (e altre minoranze newyorkesi). Ci sono scrittrici alcolizzate e scrittori così ridotti in miseria che abbiamo provato a chiamarli a casa, nel Bronx, per chiedere i diritti di un racconto, ma il telefono suonava a vuoto o chi rispondeva non sapeva più chi fossero, e li abbiamo ugualmente pubblicati sperando che prima o poi si facciano sentire. Per me è una gioia da lettore, questo libro. E in tanti sensi una forma di restituzione. È anche una terza guida a New York dopo le due che ho scritto, un'altra mappa possibile: spero tanto che queste mie esplorazioni non finiranno mai. Ora copio qui un pezzo dell'introduzione e vado a cercarmi una Brooklyn Lager per festeggiare.

Se le città fossero opere d'arte, e i secoli gli artisti che le hanno create, New York sarebbe il capolavoro del Novecento. In nessun'altra quel vecchio matto ha messo così tanto di sé. In nessuna possiamo rileggere altrettanto bene che cosa il Novecento è stato: in quali idee credeva, di quali mali soffriva, che sogno di felicità inseguiva, quali incubi lo tormentavano, che cosa ha lasciato di prezioso al mondo e in cosa si è sbagliato, lasciando solo macerie. New York racconta questa storia a chi la attraversa con occhi attenti. Camminare tra il Lower East Side e il Greenwich Village, o pedalare su per Broadway fino a Times Square, o costeggiare l'isola in traghetto da Harlem alla Battery, è come assistere a un'epopea che nasce nell'età del transatlantico e delle grandi migrazioni, supera anni ruggenti, anni ribelli, anni di opulenza e anni di crisi nera, e finisce la mattina d'inizio millennio in cui qualcuno immaginò di distruggere New York. Nove-undici-zerouno: comunque la si pensi su quel giorno, da allora la città che era stata una terra promessa diventò una roccaforte, un simbolo di tutt'altro tipo. Non è una coincidenza che il suo secolo fosse appena tramontato.
Ma i grattacieli sorgono e crollano da sempre a New York, per lei non sono che un cambio d'abito. Di cosa è fatta allora quell'opera d'arte che chiamiamo città? Solo in superficie di case, strade, ponti, fabbriche, parchi, stazioni ferroviarie, porti industriali. Nella sostanza, è fatta di chi la abita. Sono le persone, con i loro sentimenti, le loro relazioni, i loro desideri, a dare alla città la sua anima. E l'anima misteriosamente sopravvive, passa in eredità da una generazione all'altra, mantiene una città se stessa anche se fuori cambia pelle. Perciò per indagare l'anima di New York dovremmo interrogare i newyorkesi. Come stanno? Che cosa vogliono? Le storie di questo libro costituiscono altrettante voci. Insieme offrono il racconto corale di una città e del suo secolo, ora che siamo già abbastanza lontani da ripensarlo come a un tempo che è stato, il passato prossimo da cui veniamo.

Intanto: chi sono i newyorkesi? Nel racconto d'apertura, evocando l'immagine di una nave, Francis Scott Fitzgerald dà una prima risposta fondamentale: New York non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l'ha molto desiderata, e ha dovuto combattere per farne parte. Milioni di persone da ogni angolo del mondo, nel corso del Novecento. Altro che mille luci, vetrine della Quinta Avenue, altezze vertiginose dell'Empire: chi la immagina come una capitale dell'arte, o del lusso, o della moda, dimentica che New York è stata soprattutto la capitale dell'emigrazione, un gigantesco esperimento di convivenza umana. Una città di poveri e di case popolari, di mercati all'aperto, lavoratori a giornata, bande giovanili, mendicanti, folle che ogni mattina si riversavano fuori dai tenement e dai projects. Vita da marciapiede e cultura di strada: è questa la sua natura più autentica. La sua musica è un frastuono di grida, litigi, proteste, suppliche, litanie, in decine di dialetti diversi. Con Fitzgerald lo ripetono tanti altri scrittori: tutti noi siamo arrivati a New York da altrove. Che fossimo i profughi scaricati dai piroscafi all'inizio del secolo, o gli aspiranti qualsiasi cosa sbarcati nei cent'anni successivi. Abbiamo lasciato la nostra casa e siamo venuti qui a cercar fortuna, a rifarci una vita, a liberarci del vecchio mondo e del nostro vecchio io; prima di posare piede a New York l'abbiamo a lungo sognata, invocata nelle nostre preghiere; tutti siamo qui per diventare chi volevamo, e conquistare la nostra parte di felicità.
Non tutti, in questo libro, vengono ricompensati. Anzi: si può dire che a nessuno New York risparmi l'amarezza del tradimento. Dorothy Parker ha scritto il suo racconto più celebre su una bionda finita male, ma ce ne sono parecchie altre, di belle bionde, nelle storie che seguono. È alto il prezzo da pagare quando un sogno così grande ti frega: la solitudine, l'alienazione, la pazzia, e certe volte la morte. Nessuno al mondo è così solo come chi è solo a New York. Nessuna città è altrettanto piena di pazzi. Un uomo che se ne va nella notte, a testa bassa e mani in tasca, in un deserto di insegne al neon e sacchi dell'immondizia: è anche questo, o forse soprattutto questo, la città del Novecento.
A chi non diventa pazzo e non muore a volte succede un miracolo. Perché l'incontro è un miracolo, in una città così. Qualcuno di cui prendersi cura o che si prenda cura di te: una moglie, un'amica, un'amante, una bambina, una gatta. Qualcuno da salvare per salvarsi, perché New York non regali un altro paio d'anime ai suoi cimiteri. Le poche storie di successo in questo libro non parlano di fama o di ricchezza, ma di amicizia e d'amore; e le più tragiche sono quelle in cui l'amicizia e l'amore falliscono, l'incontro non avviene, la cura non funziona, e i dannati precipitano sempre più giù: in un appartamento vuoto o su un letto d'ospedale, dentro la cella di un convento o nel sedile posteriore di una macchina, in qualsiasi altro girone dell'inferno metropolitano.
Infine, qualcuno fa in tempo a salvarsi partendo. E per il resto della vita ripenserà a New York con nostalgia e risentimento. Goodbye to all that: questa città appartiene ai giovani ed è rischioso restarci quando la linea d'ombra è superata, meglio badare alla salute e trovarsi un posto più tranquillo per la vecchiaia. I newyorkesi, conclude Colson Whitehead,  nell'ultimo testo che fa da controcanto al primo, sono anche quelli che se ne sono andati, quelli che se la ricordano com'era prima, quelli che tornano e non la ritrovano più, perchè basta assentarsi o rallentare per essere lasciati indietro. New York va più veloce, New York dimentica. A New York non interessa di cos'è stato, né di chi eravamo noi quand'eravamo lì.

Ogni antologia su New York è solo una delle tante possibili. Non c'è scrittore, americano o no, che passando di lì non abbia lasciato un racconto, un romanzo, una poesia, una pagina di diario. Più che un libro, se ne farebbe una biblioteca. New York Stories non vuole essere la sintesi di tanta letteratura, né una raccolta di nomi e brani celebri, ma piuttosto un filo tirato tra testi che compongono, insieme, un'idea di New York: che è poi necessariamente l'idea mia, quella che mi sono fatto esplorando le sue strade e le sue storie. Per un motivo o per l'altro, mancano autori importanti e di alcune mancanze mi dispiace. È per scelta invece che mancano brani di romanzo, per cui niente capitoli del Grande Gatsby o Colazione da Tiffany, Il giovane Holden o Città di vetro: volevo che il libro fosse, tra le altre cose, una raccolta di storie, così ho limitato il campo ai racconti, alternandoli ogni tanto a testi autobiografici. Nella polifonia di voci newyorkesi ho cercato di render conto almeno delle principali: quella ebraica, quella italoamericana, quella afroamericana, quella portoricana. Accanto ad autori famosi ce ne sono altri, poco conosciuti e in qualche caso mai tradotti, e ci sono anche alcuni testi di scrittori italiani, persone che hanno trascorso a New York periodi importanti della loro vita. Ci sono tante scrittrici per il semplice fatto che mi piacciono le scrittrici e ne ho messe più che potevo. L'ordine cronologico mi è sembrato il più naturale e ho scritto brevi introduzioni a ogni sezione anche perché avevo in testa un modello alto, un'antologia curata tanti anni fa da Elio Vittorini, che si intitolava Americana e ha presentato per la prima volta quei grandi scrittori al pubblico italiano. La storia della letteratura americana ne contiene in Italia una minore, appassionata, a volte clandestina, che è la storia dei suoi divulgatori. Questo libro è il mio grazie ai maestri e il mio modo di raccogliere il testimone, per quello che posso.