domenica 4 marzo 2012

CLEVELAND, OHIO

  A Cleveland c'è una sosta, e la ragazza ne approfitta per fumare. Davanti alle vetrate della caffetteria misura il proprio tempo su quello dell’autista, che si è seduto al bancone e ha ordinato una bibita e un panino. Da fuori, la stazione degli autobus le ricorda certe fabbriche della sua città, edifici degli anni Venti: gli angoli tondi, una vela di cemento ornamentale, uno spigolo incombente come la prua di un transatlantico. L’orologio sulla facciata segna le undici di sera e per strada l'asfalto sembra vinile. Nel breve tratto di marciapiede riparato dalla pioggia una donna di colore ne abbraccia un’altra più anziana, un facchino passa spingendo un carrello carico di valigie.
  Poi la ragazza lo vede. Seduto nella caffetteria c’è un ragazzo di una trentina d’anni: camicia grigia, cravatta nera, radi capelli scompigliati, la faccia di uno che dovrebbe dormire un paio d’ore in più per notte. Ha una custodia rigida sul tavolo. Un clarinetto, pensa la ragazza. Tiene un braccio sullo schienale della sedia e con l’altra mano picchietta un ritmo interiore sulla tazza che ha di fronte. Eccoti. Sei tu, vero? Al dito del ragazzo c’è un anello. Se la ragazza si concentra riesce quasi a sentire il rumore che fa l’argento sulla ceramica, un codice Morse tra lui e lei, il loro tintinnio segreto.
  Ora il ragazzo alza gli occhi. Si aggiusta i capelli specchiandosi nella vetrata buia. Senza saperlo incrocia lo sguardo della ragazza - gli occhi di lui specchiandosi, gli occhi di lei guardando attraverso il vetro, come negli interrogatori dei film di polizia. Dunque ora è finito il tempo del corteggiamento, ci siamo solo io e te e questo tavolino. Com’è andato il tuo concerto? Hai ricevuto un bell’applauso, o è stata una di quelle serate storte? Se lui è un clarinettista dovrebbe avere una specie di callo sul labbro inferiore, anzi appena dentro il labbro, e quello sarebbe il punto in cui dargli un bacio di buona fortuna, quando esce per andare a suonare. Tornerebbe a quest’ora, un po’ sbronzo magari, e si farebbe una doccia prima di entrare nel letto, per levarsi di dosso il fumo dei locali notturni e chissà quali altri odori. Lei reciterebbe scene di gelosia: l’attrice e il musicista - qui sarebbe già passato un anno - orari sballati, notti in bianco, tutt’e due sempre senza un soldo, bottiglie vuote che rotolano sul pavimento e un paio di scarpe eleganti a cui è saltato un tacco durante un litigio.
  Poi una cameriera passa tra i tavoli. Posa davanti al musicista un piatto con uova, bacon e patatine fritte. Lui la guarda e sorride. Lei ha un anello molto simile al suo. Gli riempie la tazza di caffè e si allontana, ma dopo pochi passi si volta per sussurrare tre parole con le labbra. Le solite vecchie tre parole. E così, pensa la ragazza, è stato bello finché è durato. Ormai siamo nella fase dei sospetti e delle confessioni: lei chi è? Si può sapere da quanto va avanti? Ci vuole del coraggio, e una bella dose di autolesionismo, a mettersi a parlare adesso invece di andarsene e basta, però a noi piacciono i fazzoletti bianchi e le banchine dei treni, e decidiamo di assaporarlo questo languore. Ce ne stiamo seduti in cucina e dividiamo il nostro ultimo spuntino di mezzanotte. Senape o ketchup? Posso rubarti una patatina prima di lasciarti? La tua tazza è sbeccata sull’orlo, ti ricordi del giorno in cui è caduta? Tieniti tutte le cose sbeccate, scheggiate, ammaccate, le cose che abbiamo comprate intatte e le abbiamo rovinate insieme - usandole, lanciandocele addosso, lasciandole cadere in quei giorni in cui ti cade tutto - tienile tu, sono sicura che avrai una vita bellissima, te la meriti, addio.
  Al banco l’autista controlla l’orologio e lascia due banconote sotto il bicchiere vuoto. Si alza dallo sgabello. La ragazza fa una boccata più lunga dalla sua sigaretta e vede: segatura umida sul pavimento di marmo, un ombrello scrollato prima di entrare, la gomma di un taxi che provoca un’onda di piena in una pozzanghera, un tovagliolo di carta appallottolato e scalciato da una scarpa di vernice. Era questo che avevi in serbo per me, Cleveland, Ohio? Un amore da ubriachi al posto del tuo famoso lago? Lasciami un po’ d’umido sui vestiti, io ricambio con questo mozzicone: tu calpestalo con il prossimo milione di piedi. Poi c’è una scintilla rossa nella notte, l'ultima chiamata per l'autobus diretto a Chicago, una cameriera che rifà il caffè, una città americana con una ragazza in meno.


  

venerdì 27 gennaio 2012

IN AUTOBUS

   (Oggi vi presento Sofia. Dopo più di quattro anni, ce ne sono di pezzi che ho scritto e che non finiranno mai in nessun racconto. Ad alcuni sono affezionato, ma la scrittura assomiglia a un crostaceo più che al maiale dei proverbi: per avere un pezzetto di polpa si butta via quasi tutto. Così ho pensato di pubblicare qui qualcuno di questi frammenti. Prendeteli come un assaggio del libro che verrà.)

In autobus, appoggiata alla spalla di un ragazzo conosciuto centocinquanta miglia fa, la notte del New Jersey che scorre nel finestrino, a Sofia viene in mente che sparire, quello che desiderava una volta, non sarebbe una soluzione. Risolverebbe molte cose, ma non tutto. Estinguerebbe il suo dolore ma non il dolore che ha provocato agli altri. Non cancellerebbe le ferite che ha inferto. Per fare questo non basta accelerare il normale decorso biologico, saltare i prossimi cinquant’anni e arrivare subito alla fine. Se si potesse, bisognerebbe fare l’esatto contrario. Come l’indietro veloce dei vecchi film in cassetta. L’autobus sobbalza, e mentre il ragazzo si agita nel sonno Sofia immagina come sarebbe la scena: ora l'autista inverte la marcia, la giovane donna si alza dal suo sedile ed è di nuovo a New York. Entra in una casa in cui due ex amici non si parlano più, poi i due ex amici litigano furiosamente. Cocci di ceramica si innalzano dal pavimento come spruzzi di schiuma dal mare e diventano piatti, tazzine da caffè. I frantumi delle cose tornano cose intatte, la giovane donna non va a letto né con uno né con l’altro dei due ex amici, i due ex amici sono di nuovo amici. All’autunno segue l’estate, l’aereo della giovane donna decolla in retromarcia. Ora è in Italia, a Roma; la ragazza invece di scappare ritorna, la sua vita non è una fuga senza fine ma un viaggio a ritroso nei posti in cui è stata felice. Esce dalle piscine emergendo per i piedi, miracolosamente asciutta. Comincia i libri dall’ultima pagina, fuma sigarette che si allungano invece di accorciarsi, sputa bevande nelle bottiglie vuote. Non prova più nulla per un maestro di teatro e poi se ne innamora, poi va a vederlo per la prima volta recitare. Le sue relazioni sentimentali si riducono a diciannove, diciotto, diciassette. Ora la ragazza sale su un treno e va a Milano. Torna in case in cui la aspettano persone care, ritrova città di cui conosce le strade e poi se le dimentica lentamente. Ricomincia a parlare con i suoi genitori, fa di nascosto cose che prima faceva alla luce del sole. La sua esperienza in fatto di uomini si riduce un giorno dopo l’altro: ora non è mai andata con nessuno che abbia il doppio dei suoi anni, mai con due ragazzi insieme, mai con il ragazzo di una sua amica. Una notte riconquista la verginità nella casa sull’albero costruita da suo padre: “Io non ho paura di niente”, dice al vicino di casa premuroso, scoprendo che quello impaurito è lui. Poi si baciano, si vestono, lui scompare dietro la siepe, lei si arrampica e rientra in camera dalla finestra. La bambina ha i capelli corti e il giorno dopo all’improvviso lunghissimi. Ha un apparecchio che le storta i denti, ossa che si accorciano, piedi sempre più piccoli. Ora non sa più mentire, non sa più rubare, non sa più dubitare di quello che le viene detto: comincia a credere in Dio, nella felicità domestica, negli slogan pubblicitari, nell’infallibilità di suo padre, non ha mai visto sua madre piangere né stare sdraiata per ore al buio. Dimentica come si fa a leggere e scrivere. Adesso le sue parole si riducono a tentativi di parole e poi a sillabe e suoni disarticolati, gridolini di piacere, strilli di pianto. Smette di mangiare qualsiasi cosa non sia una pappetta schiacciata, e poi solo latte materno. Dorme quasi tutto il tempo. Ora è in una scatola di vetro, ora tra le braccia di un’estranea, ora smette di sapere che cosa sia la luce; le contrazioni si calmano e le pareti intorno a lei diventano morbide e rassicuranti; le due uniche qualità del mondo ora sono l’umidità e il tepore, il mondo stesso un bagno denso e vibrante di gorgoglii, pulsazioni, rimbombi, sospiri. Ora lo spazio esterno e lo spazio interno non sono più due cose separate, è proprio come essere un oggetto fatto della stessa sostanza del mondo, ma è un’armonia che dura pochissimo: poi le dita della bambina rientrano nelle mani, le mani nelle braccia, le braccia nel busto; la bambina non ha più un cervello né un cuore né un sesso, dunque non è nemmeno più una bambina, è solo un ammasso di cellule che si dimezzano a velocità stratosferica, un vertiginoso precipitare delle potenze di due. Da otto milioni a quattro milioni, da trentaduemila a sedicimila, da centoventotto a sessantaquattro, e poi otto, quattro, due. Le due cellule si dividono ed è in questo preciso momento che Sofia, o il materiale di cui Sofia è stata fatta, smette di esistere. Poi ci sono soltanto un uomo e una donna in un letto, e fine della storia.

domenica 1 gennaio 2012

SCARTOFFIE

Ho scritto il mio primo racconto quindici anni fa. Me ne sono reso conto stamattina, per via del capodanno che mi ha spinto a riaprire i cassetti, mettere ordine tra le cose vecchie e fare un po’ di spazio per quelle nuove. Così ho ritrovato Bianca, una storia del gennaio 1997. Da allora non ho più smesso: non ricordo un periodo in questi quindici anni passato senza un racconto su cui lavorare. Più che un mestiere è diventato un modo di essere, l’habitus di cui parlava Flannery O’Connor - un abito, un’abitudine e un’abitazione - tanto da confondersi pericolosamente con la mia identità. So di prendere la scrittura un po’ troppo sul serio, e certe volte mi dispiace. Non ho mai scritto racconti per gioco, né per soldi, né per fare un regalo a qualcuno, e non ne ho mai cominciato uno sull’onda dell’entusiasmo per poi lasciarlo a metà, così non sono uno di quegli scrittori di cui è difficile ricostruire il lavoro, perché hanno sparso frammenti, romanzi incompiuti, racconti comparsi solo su riviste o antologie, appunti abbandonati nei bauli, e perfino loro non saprebbero ben dire quanta roba hanno scritto e dov’è. Io invece lo so benissimo: ho scritto ventisei racconti, sto scrivendo il ventisettesimo. Considero i primi cinque il mio apprendistato, e sono contento che riposino in pace in una scatola da scarpe. Sette racconti sono finiti nella prima raccolta, cinque nella seconda, i restanti dieci formeranno la terza. Ventisette racconti in quindici anni fanno un po’ meno di due all’anno. Sono lento, lo so, ma anche molto ostinato, e mi sento come Andy Dufresne in quel romanzo di Stephen King, l’ergastolano che impiega trent’anni a scavare un tunnel con un martelletto, però alla fine frega tutti e scappa di prigione.

Non sono una di quelle persone che dicono: fin da piccolo scrivevo storie, ho sempre saputo che avrei fatto lo scrittore. Quando leggo questo genere di affermazione, nelle interviste e nelle biografie, provo una certa invidia: mi sembrano vite invidiabili quelle illuminate fin dall’inizio da una vocazione. Anche quelli che hanno cominciato tardi dicono: scrivo perché mio padre mi raccontava un sacco di storie, o perché ero figlio unico e dovevo inventarmi da solo le mie avventure, o perché anche da bambino sono sempre stato un ladro, un bugiardo e un seduttore, e insomma ero uno scrittore fin da prima di saperlo. Ci inventiamo delle origini, se non le abbiamo, per essere certi di fare quello a cui eravamo destinati. Non ci piace coltivare il dubbio di avere sbagliato strada. È raro che qualcuno dica: a diciott’anni ho provato a scrivere una storia e ho scoperto che mi piaceva. Avrei anche potuto fare altro nella vita, però è finita che ho fatto lo scrittore. Magari sarei stato più bravo come meccanico.

Io da bambino volevo fare il falegname. In montagna, possibilmente. Il falegname montanaro. Durante l’adolescenza invece avevo deciso che avrei fatto il barbone: leggevo Hesse in quel periodo, Narciso e Boccadoro, e quello era il tipo di barbone che volevo diventare, un libero cercatore, un cavaliere errante votato alla povertà. Nel frattempo, tutti sapevano che avrei fatto il matematico. Anch’io lo sapevo. Era la cosa che mi riusciva meglio da quando ero molto piccolo, un linguaggio che capivo d’istinto. Ed era pure il gioco più appassionante che conoscessi, quello con cui sfidavo me stesso. Ecco, se avessi preso quella strada ora potrei dire: fin da piccolo giocavo con i numeri, ho sempre saputo che avrei fatto il matematico. Però non è successo.
Quello che è successo, invece, è che ho scoperto le donne. La porta della letteratura me l’hanno spalancata a quindici anni le ragazze di cui mi innamoravo, e che non si innamoravano mai di me. Ho cominciato a provare un bisogno che non veniva soddisfatto dalla matematica. Avrei potuto buttare quattro stracci in un sacchetto, legare il sacchetto a un bastone e cominciare subito la mia carriera di barbone, ma ci voleva un bel coraggio per farlo, e mentre cercavo il coraggio leggevo, andavo in sala giochi con il mio migliore amico, ragionavo con lui sull’amore, la libertà, la morte, il motivo per cui le ragazze andavano sempre con quelli più grandi e gli altri misteri della vita.
Noi due avevamo cominciato a tenere un quadernetto, che chiamavamo il quaderno dei frasoni. I frasoni potevano essere indifferentemente aforismi di grandi filosofi, brani di romanzo, versi di canzoni o battute di film, o perfino qualcosa che qualcuno aveva detto sull’autobus per andare a scuola, purché illuminasse, a nostro parere, uno dei suddetti misteri della vita. Il mio amico era l’esperto di Emil Cioran e film americani, io di Hermann Hesse e buddismo zen. Nel nostro quaderno andavano forte anche i western di Sergio Leone, pieni com’erano di sentenze su cui meditare (“Ne ho incontrati tanti di uomini nella vita: bugiardi, ladri, codardi, preti, preti spretati, anche uomini onesti, ma uomini e basta mai”), le lezioni del professor Keating alla sua classe di poeti estinti (“Andai nei boschi per succhiare il midollo della vita, e non scoprire in punto di morte che non avevo vissuto”), e le sparate vagamente fasciste degli alpinisti degli anni Trenta (“E l'ebbrezza di quell'ora passata lassù isolato dal mondo, nella gloria delle altezze, potrebbe essere sufficiente a giustificare qualunque follia. Osa, osa sempre, e sarai simile a un Dio”). Come si vede, l’ironia non era una qualità che ai tempi apprezzavamo. Eravamo terribilmente drammatici, e lo erano anche i frasoni. Nelle ore lentissime in cui avremmo dovuto imparare la chimica inorganica o la poesia italiana del Risorgimento, uno dei due diceva all’altro: “Mi passi il quaderno dei frasoni?”. Lo leggevamo e rileggevamo. Era lì dentro la nostra lezione. Cucivamo insieme quegli scampoli di verità per costruirci una veste più ampia, dentro cui saremmo stati finalmente le persone che volevamo diventare.
Poi, com’erano entrate, le parole cominciarono a uscire. Fu un processo del tutto naturale. Prendemmo l’abitudine di scrivere dei pezzi sul diario dell’altro (li chiamavamo i dedicozzi, che facevano il paio con i frasoni, dunque a ripensarci qualche tipo d’ironia ce l’avevamo). Erano meditazioni che ogni tanto diventavano storie vere e proprie: me ne ricordo una scritta dal mio amico, in cui si immaginava da vecchio mentre saliva una montagna. Aveva le gambe tremanti e camminava con un bastone. Un ragazzino all’inizio lo accompagnava, ma a un certo punto lui gli diceva: adesso vattene, da qui in poi devo proseguire da solo. Infine arrivava in cima, dove trovava una capanna di legno con il camino acceso e la sedia a dondolo, e sulla sedia a dondolo c’ero io, altrettanto vecchio e stanco, che gli dicevo: finalmente sei arrivato, ti aspettavo. Gli offrivo un bicchiere di vino, se mi ricordo bene. Lo stavo aspettando per morire. Nella sua storia avevamo avuto vite opposte, io da solo lassù in montagna e lui a esplorare le città e gli oceani, proprio come Narciso e Boccadoro, ma alla fine ci riunivamo per morire insieme.
I dedicozzi furono una buona palestra per il passaggio successivo, cioè le lettere d’amore alle ragazze. Ora non serviva più trovare un pretesto per incrociarle in corridoio, balbettare qualcosa di patetico nei bagni comuni: andavi dritto a cercarle in classe e con dignità consegnavi il tuo foglio a quadretti, strappato a un quaderno di matematica e piegato in quattro. Io diventai un produttore seriale di questi testi. Scoprii prestissimo che le lettere d’amore annoiano non solo chi le legge ma pure chi le scrive, perché dicono sempre la stessa cosa, e così al posto di lettere cominciai a scrivere storie, i cui protagonisti, seguendo l’intuizione del mio amico, eravamo noi due, cioè la ragazza e io. Nelle storie ci allontanavamo, ce ne andavamo in giro per il mondo, avevamo vite intense e dolorose e belle, poi ci rincontravamo e finalmente ci amavamo. Alle ragazze queste storie piacevano molto. Ne volevano sempre di nuove. Però scoprii anche che lo scrittore, con le ragazze, fa spesso la fine di Cyrano: tu scrivi e scrivi e le riempi di idee romantiche, poi arriva uno con la moto e se le porta via.

Comunque, nel gennaio del 1997 un liceo di Milano lanciò un concorso tra gli studenti delle superiori, per un racconto di cinque cartelle a tema libero. Arrivò una circolare che fu letta in classe e io pensai: eccomi, sono qui. Con una spontaneità che adesso rimpiango, quella sera mi sedetti sul pavimento della mia stanza e scrissi la storia di due uomini che viaggiavano in macchina lungo una strada deserta. Guidavo io, e il passeggero era il mio amico (avevo appena preso la patente e per anni avrei ambientato i miei racconti in macchina). C’era un terzo personaggio, una donna, che stava a casa e guardava fuori dalla finestra. Naturalmente era la ragazza che mi piaceva in quel periodo. Nel racconto stava un po’ con tutt’e due, e sembrava aspettare il loro arrivo. I due amici in macchina parlavano poco ma intanto dividevano una sigaretta, ascoltavano musica dall’autoradio, e più il viaggio proseguiva più avevi la sensazione di una tensione che si scioglieva: le parole tra loro riaffioravano, l’intimità veniva lentamente ricostruita. Così capivi che non stavano andando verso la ragazza, ma via dalla ragazza; che l’amore per la stessa donna era stato la causa del conflitto tra di loro, e che alla fine avevano deciso di rinunciare a lei e partire insieme. Anch’io e il mio amico ogni tanto avevamo problemi per via delle donne di cui ci innamoravamo, e questa storia era la mia risposta alla sua sulla montagna, il mio modo di immaginarci vecchi e di nuovo uniti. Finii il racconto la sera stessa e lo intitolai con il nome della ragazza, Bianca. Nel 1997 in casa non c’era ancora il computer, così domandai a una vicina se potevo andare a batterlo da lei: aprii un programma di scrittura per la prima volta in vita mia, copiai il racconto usando due dita e mettendoci mezza giornata, lo stampai e vederlo stampato mi sembrò un miracolo, lo misi in una busta e lo spedii al concorso. Dove poi andò bene, e quel risultato mi spinse a continuare. Non avrei mai sperato di ritrovare l’articolo in cui se ne parlava, invece eccolo qui: e così, da qualche parte in rete, ho ancora diciannove anni e sono un ragazzo della quinta D.

Ecco, questa è la storia del mio primo racconto. Ora torno a occuparmi del ventisettesimo. Liberato il cassetto dalle vecchie scartoffie, è tempo di cominciare a riempirlo con le scartoffie nuove. Buon anno a tutti.

sabato 26 novembre 2011

BEFORE I DIE I WANT TO

Vicino al vecchio municipio di Brooklyn c’è una casa abbandonata, che un artista di New Orleans ha ricoperto di pannelli neri. Sono fatti di un materiale simile alla lavagna, e scatole di gessetti colorati sono a disposizione sul marciapiede. Su ogni pannello c’è stampata la frase: prima di morire vorrei. Così chi passa può prendere un gessetto e scrivere il suo desiderio più importante, o almeno quello che il pensiero della morte rende tale. Immagino che il risultato sarebbe diverso se la premessa fosse: prima di stasera vorrei. Oppure: entro dieci anni vorrei. Voglio dire che anche i desideri cambiano a seconda della prospettiva. E cose come ottenere un buon lavoro, comprare una casa, o conquistare quei traguardi che uno tende a desiderare pensando di avere ancora tempo, non valgono più molto se immagini che subito dopo sia finita.

Così ho passato più di un’ora lì davanti a leggere e classificare i desideri dei miei concittadini. Il quartiere del vecchio municipio è un posto povero, a maggioranza nera e latino-americana. E magari alcuni desideri non dipendono dai soldi che uno ha e dalla vita che gli è toccato fare, ma altri sì. In ogni caso al primo posto c’era un desiderio che non c’entra nulla con le classi sociali: sposarmi e fare un figlio. A volte solo il matrimonio, altre volte solo il figlio. Quest’ultimo mi sembrava un desiderio molto femminile, ma potrebbe anche essere un mio pregiudizio di genere. Una persona aveva scritto: avere una bella famiglia. Un’altra: poter vivere abbastanza da diventare nonna. Un’altra ancora: rivedere i miei genitori. In questo caso, sono quasi sicuro che si trattasse di un emigrante.
Al secondo posto c’erano i desideri legati ai luoghi. Visitare il Sud Africa, diceva uno. Vedere l’India. Chissà perché proprio l’India e il Sud Africa, mi sono chiesto, forse sono le terre d’origine di quelle persone? Molti avevano scritto girare il mondo. Ho trovato anche un vivere vicino al mare, però i miei preferiti erano questi due: andarmene da New York e tornare a casa. Forse perché alcuni desideri spalancano porte sulle vite degli altri, ti spingono a immaginare esistenze e trame. E il bisogno di scappare o ritornare è sempre il motore di grandi storie.
Al terzo posto c’era vivere per Gesù. Però mi sa che era sempre la stessa persona ad averlo scritto più volte, usando gessetti di colori diversi. Con tutto il rispetto per i desideri altrui, questo sapeva molto di propaganda evangelica.
Al quarto posto c’erano i desideri rivoluzionari: cambiare il mondo, o riportare l’amore sulla terra. Uno aveva scritto: legalizzare la marijuana. Un altro: bruciare Wall Street. Quello di bruciare Wall Street è un desiderio diffuso in questi giorni a New York, lo trovi spesso scritto sui muri, sui manifesti pubblicitari. Si respira più rabbia che amore camminando per le strade.
Soltanto uno aveva scritto: vincere la lotteria. E soltanto uno: fuck, fuck, fuck. Per i miei soliti pregiudizi di genere, questo mi pareva un desiderio tipicamente maschile. E ho pensato che non gli sarebbe stato difficile realizzarlo, con tutte quelle ragazze ansiose di riprodursi. Bastava scambiarsi i numeri di telefono.

Il giorno dopo ha piovuto, e la pioggia ha cancellato tutti i desideri. Per un po’ di tempo sulle lavagne è rimasta una poltiglia di gesso, di quel colore indefinibile che ottieni quando ne mescoli troppi insieme, ma con uno sbuffo di giallo da una parte, una traccia di azzurro dall’altra, echi di desideri brooklyniani, il mormorio di una folla in cui solo ogni tanto distingui una voce più acuta o un grido. Poi qualcuno, non so se l’artista di New Orleans o la nettezza urbana, ci ha passato uno straccio sopra, e le lavagne sono tornate al nero, a quella pace dei sensi che appartiene così poco alla natura dell’uomo. Per qualche motivo una vita senza desideri ci sembrerebbe intollerabile, e infatti la gente ha subito ricominciato a chiedere, a sperare, a pregare, e in poche ore le lavagne si sono riempite di parole. I desideri nuovi erano incredibilmente simili a quelli vecchi.

(però tra quelli nuovi c’era pure: scrivere un bel libro)

lunedì 31 ottobre 2011

DOVE SI GUARDA C’È QUELLO CHE SIAMO

Nevica. È bella Brooklyn sotto la neve, mi fa sentire bene. Cammino tra gli uomini che spalano i marciapiedi, spargono il sale davanti alla porta di casa. A Williamsburg, sul vecchio molo dove attraccano i traghetti di linea, i gabbiani volteggiano nonostante la tormenta, puntano le interiora delle prede abbandonate dai pescatori. Mi fermo in un negozio di vestiti usati per comprare degli scarponi. Ne trovo un paio di robusti, di cuoio, caldi e resistenti all’acqua, e le mie scarpe dell’estate ormai cadono a pezzi, così le getto in un bidone all’angolo della strada, proseguo con quelle dell’inverno ai piedi.

Fuori dal Jalopy Theatre, il locale dove il mercoledì vado a sentire un po’ di musica, un amico mi ha chiarito un’idea che mi girava in testa da qualche giorno. Anche lui conosce bene la montagna. È cresciuto in Valtellina, ma ora abita a Brooklyn da quasi un anno. Mi ha descritto la sua baita in mezzo ai boschi e la stanza che ha trovato qui, in un’ex caserma dei pompieri. Non è mica quel grande salto che tutti pensano, ha detto. New York è solo un altro tipo di solitudine.
Proprio così, Simone. Il punto non è il paesaggio che hai intorno, ma il modo in cui ci vivi dentro. Il mondo è il tuo specchio: le parti che osservi più spesso sono quelle in cui riesci a rifletterti, le cose che ti colpiscono sono scoperte di te. Probabilmente amo New York per questo: perché, tra le infinite città che contiene, c’è anche quella che mi assomiglia. Io preferisco la mattina presto alla sera tardi. Preferisco i margini di Brooklyn, i quartieri vicino all’acqua, a tutti i possibili centri di Manhattan. Preferisco i marciapiedi deserti alle strade gremite, le vecchie fabbriche in mattoni rossi ai grattacieli. Non è New York a essere così, sono io. Il marciapiede deserto sono io. La fabbrica in mattoni rossi sono io.

Ho letto da qualche parte che l’impressionante aumento della miopia nel mondo occidentale non è dovuto a computer e televisori, ma al fatto che viviamo in appartamenti, uffici e strade di città. Per la maggior parte del tempo, quello che abbiamo bisogno di mettere a fuoco si trova a pochi metri da noi, e il corpo adatta i propri organi di conseguenza. I nostri occhi non sono più abituati a guardare lontano.
Dopo aver letto l’articolo ho pensato al mio amico Rambo, lassù in montagna, e a quando mi diceva: lo vedi il capriolo?
Dove?, chiedevo io.
Là in cima, vicino a quei larici, lo vedi che è uscito a brucare dove c’è l’erba buona?
Ah eccolo, dicevo io, mentendo.
Così, tra me e me, ho fatto una promessa a Rambo per i prossimi due mesi: ogni giorno dedicherò un po’ di tempo ai miei occhi. Osserverò l’orizzonte e mi allenerò a distinguere quello che vedo. La prima volta l’ho fatto dal tetto di casa: mi sono ficcato una birra nella tasca della giacca, ho risalito la scala a pioli che c’è sul pianerottolo, ho spinto la botola con la testa e sono uscito. Ho bevuto la birra al tramonto, osservando le gru del porto di Red Hook e la superficie luccicante della baia, e poi sempre più in là fino alla costa del New Jersey.

Di mattina vado a scuola. Ho messo la sveglia alle sei, per poter scrivere un po’ prima di uscire. A quell’ora è buio, e nell’oscurità che precede l’alba c’è solo un’altra finestra illuminata oltre alla mia. Sta nella casa di fronte, al primo piano. Un uomo con la maglietta gialla e una gran pancia sporgente è in piedi davanti ai fornelli, si cucina la colazione. Uova, bacon, forse i pancake? Io prendo soltanto caffè nero. Dai lineamenti è messicano o portoricano. Anche lui ogni tanto guarda in qua, e vedendo la mia luce magari pensa: chi è arrivato nella casa degli italiani? Ci studiamo a distanza mentre il quartiere dorme. L’uomo con la maglietta gialla sono io.

Di sera bevo birra, Brooklyn Lager in confezione da sei. Quando esco di casa la mattina, porto giù le bottiglie vuote nel bidone del vetro. Quelle del giorno prima non ci sono mai. Questa sparizione del vetro è rimasta un mistero finché, una notte, sono stato svegliato da un tintinnio che arrivava dalla strada. Mi sono affacciato e ho visto un barbone coperto da molti strati di lana, guanti, cappotto, un paio di berretti, che frugava nei bidoni, tirava fuori le bottiglie e le trasferiva nel suo carrello della spesa. Ho visto ad Harlem dove vanno a finire quei vuoti: ci sono macchine simili ai distributori di bibite, ma funzionano all’incontrario. Tu inserisci lattine e bottiglie e loro ti pagano cinque centesimi al pezzo. Lì davanti si formano lunghe file. Così adesso, la mattina, quando porto fuori il mio vetro penso a quell’uomo, al momento in cui lo troverà, al paio di dollari alla settimana che rappresento per lui. Mi sembra come un piccolo segreto tra noi due. L’uomo che fruga nei bidoni sono io.

Altre cose che ho visto. Ho visto una ragazza farsi le trecce in metropolitana, specchiandosi nel finestrino in galleria. Di fronte a me ho visto un uomo così grasso che si era addormentato appoggiando la testa alla sua stessa pancia. Uscendo sulla Trentaquattresima Strada ho visto i giochi di luce che i grattacieli rivolti a est formano su quelli di fronte: sono bagliori lenticolari che si muovono, tracciano disegni sulle facciate, attraversano le finestre frantumandosi in schegge iridescenti. Ho preso molta pioggia una mattina, e più tardi, finita la scuola, un improvviso sole estivo mi ha sorpreso sulla Settima Avenue. Allora mi sono tolto la giacca e ho avuto voglia di camminare, e me sono andato in maniche di camicia fino a Chinatown, cinquanta isolati più a sud. Per tre dollari ho comprato un piatto di ravioli coi gamberi e ho pranzato su una panchina. Oggi che nevica fitto pare impossibile che quel pomeriggio sia esistito. Il cielo era di un blu ripulito dalla pioggia, e io mi sono ritrovato a immaginare come sarebbe stato vedere le montagne giù in fondo, tra i grattacieli, come succede a Milano quando il vento di aprile si porta via i fumi del nostro scontento, e il Monte Rosa compare all’orizzonte. Alzando gli occhi con questa fantasia, ho visto uno stormo di piccioni viaggiatori volteggiare intorno a un tetto dell’East Side. Ho pensato a un qualche Ghost Dog che li addestrava a ritornare a casa. Dicono ci sia un incrocio, a Manhattan, che sta a un livello un po’ più elevato del mare, perciò da lì attraversando la strada riesci a vedere entrambi i fiumi, l’East River da una parte, l’Hudson dall’altra, e quello è il posto in cui sai una volta per tutte e senza più alcuna possibilità di dubbio di essere su un’isola, io però non l’ho ancora trovato.