giovedì 24 dicembre 2015

NEVER END PEACE AND LOVE

Seduto a bere tè nero al tavolo di un rifugio, la mattina del quinto giorno, osservo un uomo che recita le sue preghiere davanti al profilo del Machapuchare, la montagna a coda di pesce che domina questa valle. L'uomo brucia il rametto di un sempreverde sotto una fila di panni colorati e mormora qualche parola a bassa voce, forse l'Om mani padme hum che sento cantilenare dai portatori sul sentiero. Il rametto manda un fumo denso, dall'odore familiare, e io sto pensando che ogni gesto di questo mio viaggio è diventato un rito, una ripetizione tranquilla: aprire gli occhi all'alba, arrotolare il sacco a pelo, issare lo zaino in spalla, mettermi in cammino. E poi il tè che mi fermo a bere nei villaggi, il sapore amaro che mi lascia in bocca per ore. E le canzoni di montagna che canto quando la salita si addolcisce, e che un'altra persona, a casa, forse sta cantando con me. Lei ha gli occhi chiari come l'acqua, e i capelli tutti dritti e senza groppi. Mi alzo. Prima di proseguire mi fermo a osservare il rametto spento che l'uomo ha posato su una pietra. Tra gli aghi bruciati c'è una bacca nera e ora riconosco l'odore che sentivo, quello del ginepro che i pastori, da me, incendiano in primavera perché non infesti i pascoli. Cosa importa se ho le scarpe rotte? Io ti guardo e mi sento il cuor contento.


Da cinque giorni ormai risalgo questa valle senza strade, meravigliato dall'esistenza di una civiltà che non conosce l'uso dei mezzi a motore. Novembre è mese di raccolto e fino ai duemila metri ho camminato tra le risaie: ho visto mietere e trebbiare a mano, rivoltare con i piedi il riso al sole. È un viaggio nel tempo per me, questo, prima che nello spazio, come se fossi tornato alle mie montagne di cinquanta o settant'anni fa, e potessi vedere i campi terrazzati prima che il bosco se li riprenda, le case di legno e pietra prima che siano ruderi, gli attrezzi dei contadini prima che, appesi ai muri delle baite, diventino cimeli di cui non sappiamo più il nome. In confronto alla meraviglia che tutto questo mi provoca, i ghiacciai in fondo alla valle sono solo una splendida scenografia. L'Annapurna, il Dhaulagiri, lo Hiunchuli, il Machapuchare, cime di sette e ottomila metri, mi colpiscono meno di una donna nei campi, che lega fasci di spighe spessi come un pugno, o delle gerle cariche dei portatori davanti a me. Io li seguo in silenzio cercando di assumerne il ritmo, la camminata leggera. Uno mi riconosce, dopo due giorni che facciamo la stessa strada, e mi saluta nelle soste, quando posa la gerla e si leva dalla fronte la fascia sudata che sostiene il carico. Nel bosco lo vedo cogliere una pianticella che mi pare un germoglio d'ortica - questo è strano, perché per i buddisti strappare una pianta è grave quanto maltrattare un bambino - e solo più avanti mi spiego come mai: c'è un piccolo tempio lungo il sentiero e il portatore posa il germoglio tra altri fiori, suona una campanella, mormora il suo mantra. Om mani padme hum, dice il mio amico. E io rispondo: Hai mai visto la chiesetta di Transacqua? Col Cimon della Pala sopra i coppi, oh! Mi lecco le dita per non pungermi, raccolgo un'ortica e la poso lì anch'io.


Ieri mattina abbiamo superato l'ultimo villaggio, Chomrong, un centinaio di case sparse tra le risaie, i campi di miglio, i cavalli, le galline, qualche bue solitario, i cani randagi. Dopo un lungo ponte di corda la valle del Modi Khola ha cominciato a farsi stretta e scoscesa come una gola. Un cartello annunciava che stavamo entrando in terra consacrata: da lì in poi era vietato uccidere animali e non avremmo trovato più carne nei rifugi. Ma questo era ieri. Oggi che sono altri mille metri più su, e da un pezzo non ho mangiato che riso e verdura, il paesaggio cambia di nuovo. Il bosco di querce e rododendri si riduce d'altezza fino a un rado canneto di bambù. Cascate sottili, altissime, cadono lungo pareti di roccia nera, le tagliano come lame d'acqua. Le frane crollate nella stagione dei monsoni segnano i fianchi della valle, e in qualche punto lungo le loro scie sgorgano i torrenti sepolti. Io sento l'avvicinarsi dell'alta montagna come un lento entrare in territori conosciuti: e quando infine anche il bambù scompare, e cammino tra le pietraie e la brughiera dei tremila metri, mi sembra di fare il sentiero che percorro mille volte in estate, dalla baita ai laghi e ritorno, verso sera. Che cosa significa questa sensazione? Può darsi che in qualunque montagna del mondo, alla quota in cui il bosco finisce, io mi sentirò così? Qui non ci sono camosci e stambecchi ma le pecore azzurre dell'Himalaya che pascolano in alto, sui dirupi. Alzando gli occhi a cercare loro vedo per la prima volta tracce di neve. Contro il cielo, un volo scomposto di corvi neri e uno più alto ed elegante, un'aquila forse, o un avvoltoio. Si rannuvola, intanto. La morena glaciale comincia qui, a tremila e cinquecento metri, s'inerpica e piega tutta a occidente, e il sentiero la segue docile nella neve. La fine di quella morena sarà anche la fine della mia salita.


C'è una strana nitidezza, una qualità rara di concentrazione, che si raggiunge dopo avere camminato così tanto. Io credo sia per questo che vado in montagna. È proprio come il bosco che si dirada, la gente intorno che scompare, l'aria che perde i profumi d'erbe e sa ormai solo di roccia e neve: anche il pensiero diventa una cosa rarefatta e pulita. Ora so che cosa c'è al campo base dell'Annapurna. Un cumulo di pietre a quattromila metri, e file di panni di preghiere che si agitano nel vento. Davanti, sotto, ai piedi della morena, l'immenso solco del ghiacciaio in ritiro, vecchio ghiaccio grigio coperto di detriti. Poi il tormento dei seracchi e la parete sud dell'Annapurna: ottomila metri di montagna con il nome della dea della fertilità. Ora ci sono proprio sotto, come al cospetto di una cattedrale. È questo che sono venuto fin qui a cercare? La gente come me ha lasciato biglietti di ogni tipo tra le pietre, e mentre mi aggiro sulla morena, cercando un senso alla fine di questo cammino, calpesto senza volerlo uno di quei messaggi. Lo raccolgo e vedo che è una foto in bianco e nero, avvolta in un foglio di plastica che non l'ha protetta dalla pioggia. Nella foto, già abbastanza rovinata, un uomo coi baffi e un lungo cappotto cammina a braccetto di una donna, lei con un'acconciatura d'altri tempi, in un viale trafficato di città. Sorridono. Avranno una trentina d'anni. Hanno addosso l'euforia delle coppie che si sono innamorate da poco e io penso che potrebbero essere in viaggio di nozze. Capovolgo la foto e trovo una scritta in francese: Alla memoria dei miei genitori - Parigi 1954. Poi sollevo un grosso sasso e ce la sistemo sotto, al sicuro.


Di sera i portatori stanno per conto loro in una baracca accanto al rifugio. Sento nell'aria il profumo dell'hashish che qualcuno sta fumando per festeggiare. Mi guardo in giro, il fumatore è un americano con i capelli lunghi. Porta una felpa in cui la parola Nepal compone la frase: Never End Peace And Love. Sono sempre contento di scoprire che l'hippy non è morto. Io invece leggo un libro in cui si dice questo: che non sai mai chi sarà il tuo prossimo maestro, magari è nascosto proprio nella persona che hai accanto, perché i bravi maestri si nascondono e si ritraggono, e tocca a te trovarli. Perciò chissà, mi dico, se il mio prossimo maestro è il fumatore d'hashish o la ragazza dai tratti sherpa che mi sta versando il tè. Sono un po' dispiaciuto stasera, perché so che scendendo la nitidezza scomparirà. Vorrei trattenerla, ma la sto già perdendo. Domani saluterò la neve e mi avvierò di nuovo verso il bosco. Le cose torneranno a farsi confuse. Ma per adesso, per adesso, sto seduto a un lungo tavolo di legno e mi scaldo le mani con l'ultima tazza di tè della giornata. Vorrei una stufa. Vorrei sapere che cosa si dicono i portatori là nella baracca. Mi pare d'essere nel centro esatto del mondo. Sollevo la tazza di ferro e ci guardo dentro, e mi chiedo che cosa sia questo mio sentirmi a casa.

(ringrazio la mia amica Vincenza per le foto)


sabato 21 novembre 2015

NEW YORK STORIES

Esce in questi giorni per Einaudi un libro a cui lavoro da più di un anno. Ma ho cominciato a immaginarlo molto prima, forse in qualche libreria di Brooklyn: un'antologia che raccogliesse, da Fitzgerald in poi, i più bei racconti su New York del Novecento. O almeno i miei preferiti. Non brani di romanzi famosi, né un elenco di grandi nomi: bei racconti scritti da scrittori di racconti, conosciuti oppure no, già tradotti in italiano o no, che ho incontrato nella mia vita di lettore. Ora che il libro esiste penso soprattutto a quelli che mancano, perché non ce li hanno lasciati pubblicare. Joseph Mitchell. Jay McInerney. E in particolare Hubert Selby Jr. Ma ci sono anche i venti e oltre che invece mi fanno luccicare gli occhi, da Cheever a Yates, da Malamud a Capote, da Dorothy Parker a Grace Paley, e giù fino a quelli che ho conosciuto di persona, come Nathan Englander e Colson Whitehead. Ci sono tre italiani (tre sorprese, credo, per diversi motivi). Ci sono portoricani, afroamericani, hippy, femministe, eterosessuali (e altre minoranze newyorkesi). Ci sono scrittrici alcolizzate e scrittori così ridotti in miseria che abbiamo provato a chiamarli a casa, nel Bronx, per chiedere i diritti di un racconto, ma il telefono suonava a vuoto o chi rispondeva non sapeva più chi fossero, e li abbiamo ugualmente pubblicati sperando che prima o poi si facciano sentire. Per me è una gioia da lettore, questo libro. E in tanti sensi una forma di restituzione. È anche una terza guida a New York dopo le due che ho scritto, un'altra mappa possibile: spero tanto che queste mie esplorazioni non finiranno mai. Ora copio qui un pezzo dell'introduzione e vado a cercarmi una Brooklyn Lager per festeggiare.

Se le città fossero opere d'arte, e i secoli gli artisti che le hanno create, New York sarebbe il capolavoro del Novecento. In nessun'altra quel vecchio matto ha messo così tanto di sé. In nessuna possiamo rileggere altrettanto bene che cosa il Novecento è stato: in quali idee credeva, di quali mali soffriva, che sogno di felicità inseguiva, quali incubi lo tormentavano, che cosa ha lasciato di prezioso al mondo e in cosa si è sbagliato, lasciando solo macerie. New York racconta questa storia a chi la attraversa con occhi attenti. Camminare tra il Lower East Side e il Greenwich Village, o pedalare su per Broadway fino a Times Square, o costeggiare l'isola in traghetto da Harlem alla Battery, è come assistere a un'epopea che nasce nell'età del transatlantico e delle grandi migrazioni, supera anni ruggenti, anni ribelli, anni di opulenza e anni di crisi nera, e finisce la mattina d'inizio millennio in cui qualcuno immaginò di distruggere New York. Nove-undici-zerouno: comunque la si pensi su quel giorno, da allora la città che era stata una terra promessa diventò una roccaforte, un simbolo di tutt'altro tipo. Non è una coincidenza che il suo secolo fosse appena tramontato.
Ma i grattacieli sorgono e crollano da sempre a New York, per lei non sono che un cambio d'abito. Di cosa è fatta allora quell'opera d'arte che chiamiamo città? Solo in superficie di case, strade, ponti, fabbriche, parchi, stazioni ferroviarie, porti industriali. Nella sostanza, è fatta di chi la abita. Sono le persone, con i loro sentimenti, le loro relazioni, i loro desideri, a dare alla città la sua anima. E l'anima misteriosamente sopravvive, passa in eredità da una generazione all'altra, mantiene una città se stessa anche se fuori cambia pelle. Perciò per indagare l'anima di New York dovremmo interrogare i newyorkesi. Come stanno? Che cosa vogliono? Le storie di questo libro costituiscono altrettante voci. Insieme offrono il racconto corale di una città e del suo secolo, ora che siamo già abbastanza lontani da ripensarlo come a un tempo che è stato, il passato prossimo da cui veniamo.

Intanto: chi sono i newyorkesi? Nel racconto d'apertura, evocando l'immagine di una nave, Francis Scott Fitzgerald dà una prima risposta fondamentale: New York non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l'ha molto desiderata, e ha dovuto combattere per farne parte. Milioni di persone da ogni angolo del mondo, nel corso del Novecento. Altro che mille luci, vetrine della Quinta Avenue, altezze vertiginose dell'Empire: chi la immagina come una capitale dell'arte, o del lusso, o della moda, dimentica che New York è stata soprattutto la capitale dell'emigrazione, un gigantesco esperimento di convivenza umana. Una città di poveri e di case popolari, di mercati all'aperto, lavoratori a giornata, bande giovanili, mendicanti, folle che ogni mattina si riversavano fuori dai tenement e dai projects. Vita da marciapiede e cultura di strada: è questa la sua natura più autentica. La sua musica è un frastuono di grida, litigi, proteste, suppliche, litanie, in decine di dialetti diversi. Con Fitzgerald lo ripetono tanti altri scrittori: tutti noi siamo arrivati a New York da altrove. Che fossimo i profughi scaricati dai piroscafi all'inizio del secolo, o gli aspiranti qualsiasi cosa sbarcati nei cent'anni successivi. Abbiamo lasciato la nostra casa e siamo venuti qui a cercar fortuna, a rifarci una vita, a liberarci del vecchio mondo e del nostro vecchio io; prima di posare piede a New York l'abbiamo a lungo sognata, invocata nelle nostre preghiere; tutti siamo qui per diventare chi volevamo, e conquistare la nostra parte di felicità.
Non tutti, in questo libro, vengono ricompensati. Anzi: si può dire che a nessuno New York risparmi l'amarezza del tradimento. Dorothy Parker ha scritto il suo racconto più celebre su una bionda finita male, ma ce ne sono parecchie altre, di belle bionde, nelle storie che seguono. È alto il prezzo da pagare quando un sogno così grande ti frega: la solitudine, l'alienazione, la pazzia, e certe volte la morte. Nessuno al mondo è così solo come chi è solo a New York. Nessuna città è altrettanto piena di pazzi. Un uomo che se ne va nella notte, a testa bassa e mani in tasca, in un deserto di insegne al neon e sacchi dell'immondizia: è anche questo, o forse soprattutto questo, la città del Novecento.
A chi non diventa pazzo e non muore a volte succede un miracolo. Perché l'incontro è un miracolo, in una città così. Qualcuno di cui prendersi cura o che si prenda cura di te: una moglie, un'amica, un'amante, una bambina, una gatta. Qualcuno da salvare per salvarsi, perché New York non regali un altro paio d'anime ai suoi cimiteri. Le poche storie di successo in questo libro non parlano di fama o di ricchezza, ma di amicizia e d'amore; e le più tragiche sono quelle in cui l'amicizia e l'amore falliscono, l'incontro non avviene, la cura non funziona, e i dannati precipitano sempre più giù: in un appartamento vuoto o su un letto d'ospedale, dentro la cella di un convento o nel sedile posteriore di una macchina, in qualsiasi altro girone dell'inferno metropolitano.
Infine, qualcuno fa in tempo a salvarsi partendo. E per il resto della vita ripenserà a New York con nostalgia e risentimento. Goodbye to all that: questa città appartiene ai giovani ed è rischioso restarci quando la linea d'ombra è superata, meglio badare alla salute e trovarsi un posto più tranquillo per la vecchiaia. I newyorkesi, conclude Colson Whitehead,  nell'ultimo testo che fa da controcanto al primo, sono anche quelli che se ne sono andati, quelli che se la ricordano com'era prima, quelli che tornano e non la ritrovano più, perchè basta assentarsi o rallentare per essere lasciati indietro. New York va più veloce, New York dimentica. A New York non interessa di cos'è stato, né di chi eravamo noi quand'eravamo lì.

Ogni antologia su New York è solo una delle tante possibili. Non c'è scrittore, americano o no, che passando di lì non abbia lasciato un racconto, un romanzo, una poesia, una pagina di diario. Più che un libro, se ne farebbe una biblioteca. New York Stories non vuole essere la sintesi di tanta letteratura, né una raccolta di nomi e brani celebri, ma piuttosto un filo tirato tra testi che compongono, insieme, un'idea di New York: che è poi necessariamente l'idea mia, quella che mi sono fatto esplorando le sue strade e le sue storie. Per un motivo o per l'altro, mancano autori importanti e di alcune mancanze mi dispiace. È per scelta invece che mancano brani di romanzo, per cui niente capitoli del Grande Gatsby o Colazione da Tiffany, Il giovane Holden o Città di vetro: volevo che il libro fosse, tra le altre cose, una raccolta di storie, così ho limitato il campo ai racconti, alternandoli ogni tanto a testi autobiografici. Nella polifonia di voci newyorkesi ho cercato di render conto almeno delle principali: quella ebraica, quella italoamericana, quella afroamericana, quella portoricana. Accanto ad autori famosi ce ne sono altri, poco conosciuti e in qualche caso mai tradotti, e ci sono anche alcuni testi di scrittori italiani, persone che hanno trascorso a New York periodi importanti della loro vita. Ci sono tante scrittrici per il semplice fatto che mi piacciono le scrittrici e ne ho messe più che potevo. L'ordine cronologico mi è sembrato il più naturale e ho scritto brevi introduzioni a ogni sezione anche perché avevo in testa un modello alto, un'antologia curata tanti anni fa da Elio Vittorini, che si intitolava Americana e ha presentato per la prima volta quei grandi scrittori al pubblico italiano. La storia della letteratura americana ne contiene in Italia una minore, appassionata, a volte clandestina, che è la storia dei suoi divulgatori. Questo libro è il mio grazie ai maestri e il mio modo di raccogliere il testimone, per quello che posso.



sabato 31 ottobre 2015

ANNAPURNA EXPRESS

Domani parto per Kathmandu, faccio un giro in montagna nella regione dell'Annapurna. Vorrei scrivere un diario e anche fare qualche foto. Ma questo non ha nessuna importanza, vorrei soprattutto vedere i paesi e le persone e le montagne di quella parte del mondo.
Nello zaino mi porto:
- un paio di pantaloni, due maglie, quattro paia di calze, quattro mutande, quattro magliette che non mi faranno mai soffrire il freddo (grazie, sorella).
- tuta e sacco a pelo per dormire.
- scarponi, giacca a vento, mantella impermeabile, berretto e guanti per i quattromila metri.
- borraccia, pila frontale, binocolo, macchina fotografica, accendino, coltello (un Opinel n.8 incrostato di fontina).
- medicine: amuchina per depurare l'acqua (cinque gocce ogni litro), antibiotico intestinale e fermenti lattici (speriamo che non servano), aspirine per tutto il resto.
- spazzolino, dentifricio, sapone, asciugamano.
- un cordino, forbici, ago e filo.
- libri: "Il leopardo delle nevi" di Mathiessen, "Diario di una scrittrice" di Virginia Woolf, "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg, "Nepal" della Lonely Planet; una carta geografica 1:100.000 della regione dell'Annapurna.
- due penne, un quaderno, un taccuino, settanta pagine stampate della storia che sto scrivendo.
- passaporto, bancomat, cento euro in contanti, orologio, chiavi di casa.
- niente telefono, niente computer.
- generi di conforto: caffè solubile, liquirizia, una fiaschetta di whisky portafortuna. La fiaschetta l'ho fotografata qui sotto.
Ci si vede in dicembre!


venerdì 16 ottobre 2015

NEVE FRESCA

Ieri poi, nel pomeriggio, ha ricominciato a nevicare.
Neve secca, farinosa, invernale, che il vento faceva turbinare dappertutto, e arrivava a posarsi sulla soglia di casa e sulla legna accatastata contro il muro.
Ma questo cos'è, ottobre?, ho pensato.
Nemmeno i larici avevano fatto in tempo a liberarsi delle foglie.
Non ho più sentito il bramito del cervo né gli spari dei cacciatori.


Di sera sono rimasto vicino alla finestra, leggendo e guardando fuori.
I fiocchi illuminati dalle luci di casa.
Nevicava ancora, e mi ero appena messo su la cena, quando è finita la bombola del gas. La fiammella azzurra è diventata gialla, ha tremolato e poi si è spenta. Addio cena, ho pensato.
Ho incartato quattro patate nella stagnola e le ho buttate tra le braci della stufa, e dopo un'ora le ho mangiate croccanti e bruciacchiate, intingendole nel sale, col vino rosso.


Saranno state le nove e mezza quando mi ha abbandonato anche la luce. La lampadina sul tavolo si è spenta. La canzone di Toni Bruna si è interrotta a metà. Il frigo ha smesso di colpo di ronzare.
Tutta la casa è piombata nel buio e nel silenzio, a parte il crepitio della stufa e un topo che da due giorni scorrazza nel mobile della cucina. La neve fuori non faceva nessun rumore.
Io mi sono rassegnato al coprifuoco, che altro dovevo fare?
Ho tirato giù il divano, ho preparato il letto al bagliore della stufa, l'ho caricata per bene e me ne sono andato a dormire. Ascoltarla scoppiettare al buio mi faceva una bella compagnia.
Dopo un minuto ho sentito un cane che dal suo posto sotto il tavolo veniva a mettersi sul letto, cercando di non farsi sentire, come se potessi non accorgermi di lui. Si è accovacciato giù in fondo e ci ho infilato i piedi sotto.



Nella notte devo aver sognato di scrivere un racconto su un uomo a cui finisce tutto, il gas, la luce, la penna, e la sua vita è ridotta di colpo ai minimi termini, mentre sopra di me, fuori, intorno, nevicava e nevicava.


Stamattina il mondo era una pagina bianca.
Il cielo nitido, di quel blu reso ancora più intenso dai boschi coperti di neve.
Ho fatto un giro per provare gli scarponi nuovi e appena oltre la porta di casa sono affondato fino al ginocchio. Il cane nuotava. I larici si liberavano senza preavviso al primo sole, scaricavano slavine e sotto erano verdi e gialli.


Ho fatto qualche fotografia in verticale perché mi piacevano gli alberi, la neve e il cielo. A casa ho pulito un po' di legna dal ghiaccio, ho acceso il fuoco, mi sono ricordato della bombola. Nemmeno la luce era ancora tornata. Allora ho fatto il caffè sulle braci e il pentolino si è tutto annerito sul fondo.
Quando ho aperto il quaderno la mia storia era lì che mi aspettava: ferma a ieri, a ventisette anni fa, proprio a quella riga, nel punto esatto in cui l'avevo lasciata prima che cominciasse a nevicare.


venerdì 4 settembre 2015

SU NELLA VALLE

Esce in questi giorni il nuovo numero di Granta Italia, una bella rivista letteraria nonché una delle ultime a sopravvivere in libreria. Si intitola Geografia e c'è dentro anche un mio racconto. Per me è un passo importante per diversi motivi: uno, è il primo racconto che scrivo dai tempi di Sofia, cioè ormai da troppi anni; due, è il mio primo racconto di montagna, e in un certo senso è uno studio per la storia che sto scrivendo adesso; tre, è nato dall'amicizia con un altro ragazzo selvatico, Daniele Girardi. Daniele è un artista visivo che da molto tempo si dedica alla vita nei boschi, e a rappresentarla nel suo lavoro. Lo scorso febbraio abbiamo bivaccato insieme per un paio di notti nel Parco Nazionale della Valgrande, l'area disabitata più estesa delle Alpi. Da quell'esperienza è nata una storia accompagnata da qualche pagina dei suoi taccuini (come Daniele ha avuto modo di dirmi una volta, per lui l'opera d'arte è andare nel bosco: il resto sono solo appunti). Ecco qui l'inizio.

Nella notte c'era stata una gelata e l'erba morta crepitò sotto le scarpe di Pietro, quando scese dalla macchina a Cicogna. L'aria di febbraio gli s'infilò giù per il collo e lo svegliò dal torpore della guida. In paese non c'era un'anima, né aveva incrociato nessuno lungo la strada che saliva fin lì: solo muri di pietra rugginosa, balconi di legno annerito e tetti verde muschio, l'asfalto rotto e incrostato dal sale degli spazzaneve. Aveva pensato di mangiare qualcosa prima di partire, ma ora vide che il circolo in paese era chiuso. Chiuso l'ostello, chiusi gli uffici del parco, in letargo gli orti e i giardini. Spalancò il bagagliaio e il cane che chiamava Nebbia saltò giù e corse dritto nel bosco, dove raspò il fogliame tra i castagni, annusò la terra umida che c'era sotto, trovò tracce di selvatici e si allontanò seguendole a muso basso, da cacciatore. Pietro aveva poca voglia di camminare, con le gambe fiacche e lo stomaco rivoltato per tutto il bere della sera prima: era uscito a cena con la sua ex moglie, Monica, e verso la fine della serata le aveva promesso di lasciarle la casa libera per un paio di giorni, in modo che lei potesse venire a prendersi la sua roba con calma. Prima c'era stato un litigio feroce. Dopo, una metodica e solitaria perdita di coscienza. Aveva sperato che l'incontro finisse in tutt'altro modo. Con gli occhi che gli bruciavano guardò in su, verso la linea della neve, e pensò che per un'ora o due avrebbe avuto problemi col ghiaccio, specie nei punti in cui il vallone piegava verso nord; poi nella neve il passo sarebbe stato più faticoso ma sicuro. Sperava e non sperava di trovare una traccia. Una traccia voleva dire fatica in meno ma anche compagnia indesiderata. Prese gli scarponi dal bagagliaio, si levò le scarpe e mise in una delle due quello che aveva in tasca, il portafoglio, le chiavi di casa, dopo un'esitazione anche il telefono. Infilando gli scarponi gli sembrò di entrare in un vecchio vestito comodo. Si caricò lo zaino in spalla, e sapeva di averlo preparato male: era troppo intontito quella mattina per fare uno zaino come si deve, e infatti pesava troppo. Decise di tenerselo così per punizione. Chiuse la cinghia sulla pancia, ficcò i pollici negli spallacci e imboccò il sentiero che entrava nel bosco. Poco dopo il paese scomparve alla vista; a Pietro sembrò di varcare un qualche tipo di soglia.




lunedì 3 agosto 2015

BIVACCO

Faccio un giro tra i pascoli alti mentre tu sei giù al lago a pescare.
Chissà che cosa mi attira tanto in queste vecchie baite diroccate.
Sembrano tane, più che case: come il buco che trovo scavato sotto un grande masso, chiuso da muretti a secco, tanto profondo che quasi ci sto in piedi quando entro a ripararmi dalla pioggia.
Mentre fuori si sfoga il temporale mi viene in mente che potrei anche restare qui, e nessuno più mi troverebbe.
Chi mai verrà a cercare in un pendio scosceso, fuori da ogni sentiero, un uomo seppellito sotto un sasso?
Vince la voglia di tornare a vedere "quali altri casini mi riserva la vita", come dice quel tipo sul camper nel libro che sto leggendo.
Scendo tra arbusti di salice e ontano che mi lavano peggio che il temporale.
Abbiamo costruito un bel bivacco per stasera: con la tua idea che bastino uno spago e un telo per passare la notte, più i muri antichi e le tavole del mio amico.
Il riparo di poche ore dentro un rudere di secoli fa.


Ami tanto quella frase di Thoreau sulla legna che scalda due volte, quando la tagli e quando la bruci, e io adesso ci rido sopra: tu l'hai tagliata e io la brucio, così la stessa legna scalda me e te.
Stendo i calzoni ad asciugare e mi siedo a leggere vicino al fuoco, bevendo whisky allungato con acqua di sorgente.
Penso al mio Hemingway e ai suoi racconti sui bivacchi accanto al fuoco.
Tu non leggi, mi hai detto, perché quando sei in montagna quello che hai intorno è troppo potente per cercare un altrove in un libro.
Per me è diverso: il libro che sto leggendo è la casa che mi porto in giro.
Sarei sperduto senza.
Così mi siedo comodo, ancora meglio che in poltrona, sopra una tavola grigia di larice, la schiena su un muretto di sassi, davanti al grande lago.
Così dentro la mia storia che stasera scrivere e vivere sembrano quasi la stessa cosa.
La tua legna fa più fumo che fuoco e il vecchio Heat-Moon stenta a prendere sonno nel suo furgone, quando compari tra gli arbusti, fradicio e trionfante, con la nostra cena per le mani.


mercoledì 27 maggio 2015

LA FABBRICA DEL GAS

(È uscito in questi giorni per Agenzia X un libro intitolato Re/search Milano - Mappa di una città a pezzi. Contiene moltissimi ritratti di luoghi milanesi importanti per noi, e alcuni testi di scrittori che hanno voluto raccontare il proprio angolo del cuore. Ecco il mio.)

Non ne sono rimaste molte, alla Bovisa, di fabbriche abbandonate. In dieci anni che ci vivo le hanno demolite quasi tutte, e per fare posto a cosa poi? Distese di terra inquinata in attesa di soldi che non ci sono, cantieri di condomini che resteranno disabitati, container di lamiera arrugginita e cassette di legno per i gatti randagi: per chi sperava di veder nascere il quartiere dei creativi, oggi la Bovisa assomiglia parecchio a un sogno infranto. E così, un giorno che mi sento in vena di romanticherie, decido di fare qualcosa per volerle un po' di bene. Esco di casa nel pomeriggio con gli scarponi da montagna ai piedi. Risalgo la via fino alla stazione, oltrepasso i binari delle Ferrovie Nord, entro in quella terra di nessuno che chiamano la Goccia, mi dirigo a passo lungo verso i gasometri. Costeggiando l'inferriata dell'ex Fabbrica del Gas trovo il punto in cui qualcuno, chissà se un ladro di rame o un vagabondo o un altro esploratore come me, ha tranciato il filo spinato lassù in alto, poi guardo a destra e a sinistra: di domenica la Goccia è un deserto su cui ha appena smesso di piovere. Un'auto solitaria aspetta nel parcheggio dell'università. Oltre un muro scalcinato i treni vanno e vengono dal profondo nord. Per strada non c'è un'anima, nessuno mi vede: così allungo le mani sull'inferriata, mi arrampico fino in cima, passo una gamba e poi l'altra e salto di là. Corro acquattato finché mi ritrovo tra gli alberi, e lì mi sento al sicuro e mi fermo a prendere fiato. Succhio via il sangue dalla mano che mi sono ferito scavalcando. Alzo gli occhi sui gasometri da una prospettiva del tutto nuova: era una vita che lo volevo fare.



Un po' di storia aiuta a capire questo paesaggio inselvatichito. Il primo dei due gasometri, quello più piccolo ed elegante, fu costruito nel 1906 da una società parigina, che cominciò a produrre "gas di città" per alimentare le case e le fabbriche di Milano. Si trattava di un derivato del carbon fossile, per questo fu scelto un posto vicino alla ferrovia: interi vagoni merci venivano convogliati nello stabilimento e scaricati nei forni, dove il carbone subiva un processo di distillazione. Portato ad alte temperature e investito da getti d'acqua, dava un vapore da cui si otteneva un buon combustibile. Questo gas veniva immagazzinato in un'enorme camera cilindrica, che riempiendosi si alzava come un cannocchiale dentro la gabbia che la conteneva: il gasometro. Il secondo, quello imponente che è il simbolo della Bovisa, fu costruito accanto al primo nel 1930. La fabbrica crebbe di dimensioni fino agli anni Cinquanta, vide cambiare proprietari e processi produttivi, poi gradualmente quel tipo di gas venne soppiantato dal metano, che non necessitava di lavorazioni. Ci furono decenni di decadenza e infine l'ultimo padrone, Aem, nel 1994 chiuse i rubinetti del gas, i cancelli della fabbrica e una storia lunga tutto il Novecento. Da allora in pochi ci hanno messo piede, quasi niente è più stato toccato: è come una stanza chiusa vent'anni fa e poi dimenticata.

Adesso però a rientrarci non si trova esattamente la fabbrica di allora. Sono successe delle cose nel frattempo. La cosa più importante è che, in mezzo a platani, frassini, tigli e pioppi ormai secolari è cresciuta una fitta vegetazione spontanea. Alberi meno nobili - ailanti, robinie, betulle - e rampicanti dappertutto: un bosco selvatico che d'estate è rigoglioso come una giungla, oggi invece ha un'aria spettrale. Cammino su un tappeto di rovi così fitto che è impossibile vedere il terreno. Un paio di cornacchie nere volteggiano gracchiando sopra la mia testa. A un certo punto inciampo in qualcosa e mi accorgo che sono dei binari: due binari rossi di ruggine che finiscono di colpo tra i rovi. Lì vicino c'è una fila di vasche di cemento, sul fondo un letto di foglie marce e rami caduti. Raccolgo un casco da cantiere giallo, di plastica, e lo appendo al tronco di un platano, così se mi perdo lo vedo da lontano nel grigio della boscaglia. Poi incrociando una stradina sterrata trovo due impronte di pneumatici nel fango. Ha piovuto per tutto il giorno, perciò è sicuro che siano tracce fresche. Scopro poco più in là chi le ha lasciate: la macchina bianca di una vigilanza privata passa lenta per i vialetti che attraversano la fabbrica. Mi nascondo buttandomi nel primo capannone che trovo. Non so se mi abbia visto o no, ma il vigilante si allontana senza fermarsi. Mi guardo intorno: casse di legno con la scritta Milano Bovisa stampata a fuoco, un cumulo di cenere soffice e biancastra che evito di toccare, una carrucola di ferro cigolante, pioggia che gocciola dal tetto. Esco e torno sui miei passi, supero un'alta ciminiera di mattoni, sono di nuovo nel fitto del bosco.



Certi miei amici pensano che questo posto dovrebbe diventare un parco. Le ragioni sembrano tutte buone: primo, alla Bovisa un parco non c'è e questo esiste già, basterebbe sistemarlo e aprirlo al pubblico; secondo, se servisse a uno scopo più importante non sarebbe abbandonato da vent'anni; terzo, appartiene al Comune di Milano, e perciò a noi. Dunque dovremmo poterne fare ciò di cui abbiamo bisogno. E la Bovisa non ha bisogno di nuove case, di nuovi negozi, di nuovi parcheggi, di nuovi supermercati, perché di tutte queste ne ha già molte e pure inutilizzate, ma di un po' della bellezza che le manca, di un modo per raccontare la sua storia a chi passa di qui, di prati e alberi e panchine. I miei amici hanno perfino fondato un comitato, ma io dubito che otterranno ascolto. Non perché sia una persona pessimista di natura, ma perché mi guardo intorno e vedo bene che Milano ha già deciso cosa vuole diventare, e non credo che farà eccezioni. Così ogni tanto mi chiedo se non dovremmo occuparlo noi. Nelle mie fantasticherie faremmo così: una notte chiamiamo i fabbri della Bovisa e ci facciamo tagliare col flessibile quella maledetta inferriata. Chiediamo ai falegnami di costruire qualche panchina, ai giardinieri di piantare qualche fiore, agli artisti di portare delle cose belle. Poi quando è tutto pronto chiamiamo le madri e i padri e li invitiamo a portare i bambini: così, quando la mattina arriva la polizia, voglio vedere se hanno il coraggio di sgomberare. Bambini sgomberati da un parco autogestito alla Bovisa: io ci metto il titolo del racconto.

Infine torno verso i gasometri per andarmene a casa. Li trovo belli, così invasi dai rampicanti. Dovevano piacere molto anche a una ragazza che qualche anno fa ha scelto questo posto per morire. Si chiamava Alina, aveva vissuto alla Bovisa per un po'. Non era di Milano: di qui era soltanto passata ma si vede che qualcosa aveva amato, se alla fine ci è tornata per il suo numero d'addio. Era un'acrobata e giocoliera, aveva un po' più di vent'anni, e nelle foto che ho visto di lei faceva la mangiafuoco. Sul suo quaderno aveva scritto: Esco di scena con un salto mortale. Questo sì che è un messaggio d'addio, per la miseria. Una notte si è messa il vestito di scena, è venuta qui, ha scavalcato l'inferriata, ha fatto una corsa, si è impigliata nei rovi, si è nascosta dalla vigilanza, si è arrampicata sul gasometro più alto, poi quando è arrivata in cima ha aperto le braccia e si è buttata giù. Sotto al gasometro, su un muretto di cemento, è rimasta una scritta che va sbiadendo, e in buona parte non si vede più. Ancora un anno o due e penso che non ne resterà più niente. Il poco che sono riuscito a leggere dice: ALIENA VIAGGIATRICE NEL COSMO, NOI CI RINCONTR
Qualcuno ha cancellato il futuro, ma forse sono stati solo gli elementi.





martedì 5 maggio 2015

IL RAGAZZO E IL LAGO

(A volte, se uno scrittore è fortunato, qualcuno gli offre di saldare il debito con un libro che ha amato molto. Il libro di un suo maestro, senza il quale lo scrittore non si troverebbe dov'è, e non farebbe quello che fa, e quindi forse non sarebbe più lui ma un'altra persona. Mi ricordo perfettamente quel momento: ero in montagna e guardavo fuori dalla finestrella, cercando le parole per una storia, quando il telefono ha squillato. Il libro era Walden di Thoreau. Io?, ho pensato. Mi sono messo a ridere. Poterne scrivere un'introduzione era uno dei regali più belli che avessi ricevuto nella vita. Dopo i festeggiamenti, la paura, il lavoro, esce oggi nei tascabili Einaudi: eccone qualche riga.)

Questo libro vecchio ormai come un albero secolare, nato nell'età dell'innocenza americana e diventato alto, robusto e frondoso sotto le tempeste del Novecento, rifugio di tanti e tanti ragazzi scappati di casa, racconta in fondo la storia di uno di loro: Henry Thoreau aveva ventisette anni, quando lasciò la piccola città in cui era cresciuto e se ne andò a vivere sulle rive del lago Walden. In paese aveva qualche amico, nessuna fidanzata, una madre che si preoccupava per lui e un padre che l'avrebbe voluto nella sua fabbrica di matite. Ma Henry detestava le matite così come l'operosità dei suoi concittadini, bravi cristiani devoti a Dio e al lavoro, o forse a quella misura del lavoro che è il successo economico e sociale. Gli sembravano tutti infelici. Lui amava piuttosto leggere, vagabondare nei boschi, scendere i fiumi in barca con suo fratello John. A sedici anni era andato a studiare nella grande città, Boston, dove aveva respirato l'aria dei classici, e a venti era tornato indietro pieno di irrequietezza, disprezzo per il conformismo piccolo borghese, sogni di una vita avventurosa.
Concord, il paese in questione, era in quegli anni la casa del filosofo Emerson, che aveva raccolto intorno a sé un circolo di poeti e intellettuali e fondato il movimento del Trascendentalismo, in aperta rottura con l'etica puritana e con le prove di capitalismo in atto nel New England di metà Ottocento. In cosa consisteva questa dottrina? Da un punto di vista filosofico, in un culto della natura. Nel suo libro-manifesto del 1836, intitolato per l'appunto Nature, Emerson le assegnava quattro funzioni fondamentali: una pratica (il cibo e le materie prime che otteniamo da lei), una estetica (la bellezza di cui godiamo attraverso i sensi), una linguistica (le parole che abbiamo inventato per descriverla, e che usiamo per pensare), una spirituale (l'esperienza del divino che facciamo nella natura). Era un inno alla libertà, anche, e libertarie furono le azioni politiche dei suoi seguaci: agli albori della democrazia americana si opposero spesso e radicalmente al potere dello Stato; chiesero a gran voce l'abolizione della schiavitù e aiutarono illegalmente schiavi fuggiaschi a espatriare; contestarono la guerra di espansione contro il Messico fino a rifiutarsi di pagare le tasse al governo e finire per questo in galera; fondarono scuole ispirate a una pedagogia antiautoritaria e comuni agricole vegetariane; e furono dunque antirazzisti, nonviolenti, pacifisti ed ecologisti molto tempo prima che queste definizioni fossero coniate.
Henry a vent'anni trovò in quel mondo il suo ambiente ideale. Cominciò a frequentare il salotto di Emerson, a leggere moltissimo, a scrivere sulla rivista del gruppo, a tenere qualche conferenza. Allo stesso tempo, faticava a guadagnarsi da vivere. Parecchi suoi compagni venivano dall'alta borghesia, lui no: provò a fare l'insegnante, ma non si adattava ai metodi dell'epoca e dopo poco tempo si licenziò; svolse una serie di lavori manuali che gli sarebbero tornati utili più tardi nella sua avventura; per un po' si rassegnò a fabbricare le maledette matite del padre. Poi, chissà se per stima o carità, fu lo stesso Emerson ad assumerlo, accogliendolo in casa propria come istitutore dei suoi figli. Ma quella mansione a Henry non doveva piacere un granché, se di lì a poco cominciò a immaginare un esperimento radicale: andare a vivere nel bosco, da solo, senza soldi o quasi, e vedere se ce la faceva. Voleva mettere in pratica le teorie del maestro, ma non era soltanto la filosofia ad animarlo. Erano i suoi problemi economici, la sua indole di solitario, la sua insofferenza verso le regole e i padroni, la sua giovinezza. "Andai nei boschi perché volevo vivere in maniera autentica, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, per vedere se riuscivo a imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto". Ne parlò con Emerson, che si mostrò entusiasta del progetto - o forse era entusiasta di levarsi di torno il ragazzo - tanto da prestare a Henry un suo terreno, un pezzo di bosco da legname sul lago Walden. Con i risparmi che aveva da parte, Henry comprò una baracca da una famiglia di povera gente. La smontò, recuperò assi e travi, le pulì dalla terra e dalla muffa, trasportò il materiale sul terreno di Emerson e passò la primavera del 1845 a costruire la sua casetta. Non vedeva l'ora di abitarci, ma aveva scelto una data simbolica per il trasloco. Doveva essere un atto rivoluzionario, la liberazione personale del giovane Henry Thoreau: così, la mattina del 4 luglio, celebrò il Giorno dell'Indipendenza prendendo le sue poche cose e trasferendosi a Walden. Ci sarebbe rimasto per due anni, due mesi e due giorni, che sono la materia di questo libro.