sabato 6 maggio 2017

IL MODO DI ANGELA

(questo pezzo è uscito su Robinson del 30 aprile)

La casa di Angela Terzani a Firenze è un angolo d'Asia nascosto sulla collina a sud della città. In giardino le statue degli dei-animali, il portico di legno intarsiato guardano gli ulivi, e il profumo del sandalo si mescola a quelli della salvia e del rosmarino. Dentro, nel salotto, Tiziano è ritratto in meditazione in un quadro di Nicola Magrin, un piccolo uomo avvolto in una tunica e seduto davanti alle montagne. Sono i suoi ultimi anni di vita, quelli della malattia e dell'Himalaya. L'altro ricordo d'Himalaya è un rododendro in un vaso del terrazzo: laggiù i rododendri crescono fino a formare boschi intricati, li ho visti con i miei occhi anch'io, questo invece è soltanto un arbusto tra le rose. Ma sta preparando un fiore che, chiuso, è grande come un pugno, e vorrei esserci quando si aprirà, sarà un fiore spettacolare.
Angela Terzani è una signora elegante come la sua casa. Ha i modi di una donna abituata a ricevere e conversare. È sorridente, capace di metterti subito a tuo agio, e parla un italiano pieno di accenti diversi. A volte mi perdo in mezzo ai discorsi perché cerco di capire da dove viene una certa inflessione: il tedesco delle sue origini, certo, ma anche l'inglese di una vita all'estero, e chissà quanti altri suoni ha assorbito in trent'anni d'Asia. Il fiorentino spunta quando s'infervora, fa una battuta o cita qualcosa che Tiziano ha detto. Allora mi sembra di sentire lui. Penso che, dopo un lungo matrimonio, due persone finiscano per assomigliarsi in diversi aspetti, ma forse più di tutto nella lingua che hanno parlato tra loro. E quando uno non c'è più da tredici anni, come Tiziano Terzani, puoi ancora ritrovarlo nel lessico famigliare di sua moglie. Di lingue, case, coppie, chiedo ad Angela una settimana dopo, quando è a Milano per presentare il libro di ricordi che ha appena raccolto tra gli amici di Tiziano, “Diverso da tutti e da nessuno”.

Cominciamo dalle case?

Sì, a Tiziano piacevano molto le case, arredava persino le stanze d'albergo. Entrava e diceva: qui il letto ci sta male, e lo spingeva da un'altra parte. Rendeva accoglienti anche le stamberghe più orribili.

Di quali ti ricordi meglio?

Quella di Singapore fu la prima, nel '71: era la più semplice perché avevamo pochi soldi, c'erano i mobili coloniali inglesi dell'ufficiale che ci aveva abitato prima di noi. Era in mezzo a un grande parco, con tutti questi uccelli che cantavano. A Hong Kong siamo stati sul Peak, proprio in cima, lì per metà dell'anno eravamo soffocati dalle nebbie. Ogni tanto però si aprivano squarci meravigliosi su tutti i territori fino alla Cina, e questa era la cosa emozionante: in Cina non si poteva entrare ma da lì si poteva vedere. Piano piano abbiamo popolato la casa di cimeli, divinità dell'animismo cinese ma anche dell'Indonesia, della Malesia, delle Filippine.

Qual è il rapporto con la casa di una persona che ne cambia così tante? È davvero una casa o solo un rifugio temporaneo?

È una casa. Tutte le volte ci siamo portati dietro il letto, quello in cui io dormo ancora, e sempre gli stessi mobili. Quando si vive così per trent'anni, all'estero, girando da un posto all'altro, ti porti dietro la casa come una tartaruga. Quello è il luogo dove hai la tua famiglia e la casa diventa il tuo paese, le tue radici sono lì.

Che cosa c'era di Italia in queste case?

I libri via via trasportati, i romanzi che avevamo letto, i libri su cui Tiziano aveva studiato. Il cibo no, e nemmeno i mobili. La lingua sì. Siamo sempre rimasti una famiglia italiana.

Leggendo questo libro si ha la sensazione che esista, o sia esistita, una comunità internazionale dei corrispondenti, e che anche quella fosse una famiglia per voi.

Giusto, la parola famiglia è giusta, una famiglia con tanti membri che cambiavano, uno veniva spedito in Laos e l'altro nelle Filippine ma poi ci ritrovavamo sempre, e c'era una bella solidarietà. Eravamo lontani da casa, il contatto con le redazioni era per telex, in parole brevissime, e allora questi giornalisti erano come degli orfani dispersi per il mondo che si davano una mano uno con l'altro. Bisognava ingegnarsi, nessuno aveva il computer ma la macchina da scrivere, se ti si rompeva un pezzo era finita! C'erano questi club dei corrispondenti esteri dove potevi incontrare le stelle della seconda guerra mondiale, i guru della guerra in Corea e poi i giovani come Tiziano. Era come una confraternita.

Com'era essere una donna in questa comunità?

Negli anni Settanta cominciavano a esserci diverse giornaliste molto brave, ma in sostanza era ancora un mondo maschilista e coloniale, in quanto moglie non eri nessuno. Nel parlare non contavi assolutamente niente: parlavano loro, era un eterno parlare di cosa avevano visto prima, chi era chi, capi di stato, ministri, generali. Lavoravano sempre.

Leggendo “Un indovino mi disse” mi è sembrato che poi, negli anni '90, si sia creato uno scarto tra Tiziano e quella comunità, che a un certo punto lui sia andato per la sua strada.

Forse lui non è mai stato un vero giornalista, nel senso che il lavoro non era l'unica cosa che gli interessava. Aveva una visione del mondo socialista, all'inizio, anticolonialista e molto antiamericana. Il Vietnam era la guerra di Spagna della nostra generazione, carica di speranza e ideologia. Così alla fine, quando c'è stata questa delusione del socialismo, e la speranza si è vanificata in Cina, nell'Unione Sovietica, Tiziano è caduto in una grande depressione. Il Giappone in particolare l'ha depresso molto, lui era partito per l'Asia in cerca di un altro mondo, di un altro modo di vivere, e in Giappone ha ritrovato l'America all'ennesima potenza. Da lì è partito il viaggio di “Un indovino mi disse”. Ha dato peso a una parte di sé a cui non aveva mai dato peso: la riflessione sull'uomo. Allora si è allontanato dai suoi colleghi e anche i suoi colleghi lo hanno sentito, pensavano che Tiziano fosse diventato matto.

La ricerca che da politica diventa spirituale. È stato allora che siete approdati in India.

L'India all'epoca si era appena aperta al commercio internazionale, noi abbiamo visto le prime insegne della Coca Cola, è sempre la prima a rompere le scatole! Era piena di fachiri, serpenti, faceva paura, Folco e Saskia erano terrorizzati da questi fachiri con i turbanti, i mendicanti, i lebbrosi. Ma Tiziano era stanco di guerre. Soprattutto ha visto i risultati delle guerre e delle rivoluzioni che erano sempre terribili, c'erano sempre milioni di morti. Lui stesso che aveva creduto nella rivoluzione – era anche anarchico Tiziano, avrebbe volentieri tagliato la testa a qualcuno – si è accorto che non era quella la risposta. Allora qual era la risposta? Come lo cambi il mondo se non con la guerra? Alla fine si è dato la risposta utopica: cambiando te stesso.

Come siete arrivati all'Himalaya? Tiziano non era un uomo di montagna, era senz'altro innamorato delle città.

Lui pensava alla montagna come un eremita, come gli indiani a cui la montagna ispira Dio. Ha smesso di fare il giornalista a cinquantotto anni, ha detto e adesso cos'altro voglio fare? Voglio stare ritirato e scrivere un libro. Ma dove? Allora siamo andati in cerca di qualche posto in Himalaya dove lui potesse stare. A un certo punto sentiamo parlare di questo solitario, questo vecchio, che abitava a qualche ora di cammino, dove non arrivava la macchina. La montagna era bellissima e Tiziano in quel momento della sua vita, non prima, aveva bisogno di questo. È andato ad abitare con il vecchio e ha cominciato a scrivere, gli ci sono voluti quattro anni. C'era un ragazzo che andava a prendergli l'acqua e il cibo. Non ha mai pensato di tenere un orto né è entrato in relazione con i montanari locali, perché non parlava l'hindi. Questo era il suo rapporto con la montagna, come un monaco con il monastero.

E che cosa pensa una moglie quando il marito si chiude in un monastero?

Questa è la domanda di molti, perché davvero non è facile stare con un uomo così. Ma noi eravamo stati insieme tanti anni già prima di partire per l'Asia, erano solide le basi della nostra vita insieme. Quando Tiziano lavorava all'Olivetti l'avevo visto così infelice... Sai, quando tu vivi con uno così, nato sotto il segno della tigre, è come una tigre in gabbia se non è nel posto giusto, e tu pensi: o si salva lui o non si salva nessuno! Tiziano all'infelicità si ribellava, secondo me sapeva di non avere tanto tempo da vivere. Allora ho pensato: bene, hai trovato il tuo posto, hai trovato quello che ti serve. Io a quel punto ho fatto tutto quello che lui non voleva più fare: la burocrazia, le nostre due madri anziane da curare, i traslochi, i figli tutt'e due all'estero in posti diversi. Ma siamo sempre rimasti in contatto. Mi scriveva tutti i giorni e mandava questo ragazzo, che ci metteva due ore di cammino, a spedire le lettere via fax. Abbiamo continuamente comunicato e a me bastava. A volte lo andavo a trovare e stavamo benissimo, di nuovo, per settimane, perché lui si trasformava quando era a suo agio, quando era contento si calmava, dava il meglio di sé. Io mi sono adattata, questo alcune donne me lo rimproverano, ma era così o era niente. Dicono: io per mio marito non lo avrei mai fatto. Ma sai, rispondo, neanche io per il tuo, per quello lì non lo avrei mai fatto, ma per Tiziano sì, perché era così interessante! Sento che è stato un privilegio stare con lui. Ho imparato tanto, ho viaggiato, ho incontrato tante persone, ho avuto il tempo dopo di pensare e di capire. Sono tredici anni ormai che sono sola. È stata una grande occasione.

Perché tra tutti questi contributi degli amici di Tiziano manca il tuo?

Perché non avrei potuto farlo in poche pagine. Sto scrivendo un libro sulla nostra vita insieme. Ci vuole tempo.

Tutto il tempo che vuoi, Angela. Lo aspettiamo come quel fiore di rododendro, ci saremo quando si aprirà.


martedì 25 aprile 2017

IL GIORNO DELLE MESULES

(Questo pezzo è uscito su Robinson del 23 aprile, il giorno giusto però è oggi. Viva i ribelli della montagna!)

Il corpo di Ettore Castiglioni, milanese di buona famiglia, alpinista tra i più forti degli anni Trenta, emerse nel giugno del '44 dalla neve che si scioglieva, nei pressi del passo del Forno che divide l'Italia dalla Svizzera. In marzo l'avevano fermato al di là del confine, non era la prima volta che succedeva, ormai lo conoscevano: uno strano tipo di partigiano solitario che dall'autunno faceva avanti e indietro per le montagne di frontiera, sfruttando le sue doti di alpinista per tenere i contatti tra la Resistenza italiana e gli antifascisti rifugiati in Svizzera, alcuni dei quali lui stesso aveva accompagnato di là. Dove era stato arrestato non c'era un carcere, così per evitare che scappasse gli avevano tolto la giacca, i calzoni e le scarpe e l'avevano chiuso in una stanza d'albergo. Castiglioni era scappato lo stesso: in marzo, di notte, sotto la nevicata, con una coperta sulle gambe e i ramponi legati agli stracci avvolti ai piedi, aveva risalito il ghiacciaio puntando un valico a tremila metri. Ce l'aveva perfino fatta. Al di qua del confine doveva essersi fermato a riposare, si era appoggiato contro un masso, aveva ceduto alla fatica e al sonno e non si era più svegliato. Era morto nel modo in cui desiderava: "LIBERTÀ. E così sia", aveva scritto nei suoi diari pochi mesi prima, come dettando un epitaffio.


Chi era davvero Ettore Castiglioni si seppe solo mezzo secolo dopo, quando il nipote Saverio Tutino, partigiano lui stesso e poi giornalista, corrispondente per l'Unità dalla Cina e da Cuba, fondatore dell'archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, trovò quei diari nei cassetti di casa e li portò a un editore. Sarebbero diventati Il giorno delle Mésules, che oggi Hoepli ripubblica nella collana Stelle Alpine e che personalmente considero il più bel libro d'alpinismo della mia biblioteca. Perché in queste pagine, come nella letteratura di genere non succede mai, la montagna si fonde a un'epoca e l'alpinista al cittadino, all'intellettuale, all'antifascista, infine al partigiano.
Castiglioni era nato nel 1908, da quella borghesia milanese a cui veniva impartita un'educazione laica, liberale, umanistica nel senso più vasto del termine: ne facevano parte gli studi classici ma anche l'arte, il teatro, la musica. E ne faceva parte la montagna. La montagna era la scuola in cui insegnare a questi figli colti e benestanti altri valori, come la forza interiore, la sopportazione della fatica, la responsabilità di se stessi e degli altri, l'amore per una vita libera, austera, divisa con gli amici più intimi. Ettore cominciò ad arrampicare con i fratelli maggiori fin da ragazzino. Solo che per Bruno e Manlio, come per molti altri, la montagna sarebbe rimasta soltanto una passione giovanile, poi sacrificata ai doveri dell'età adulta, al ruolo di marito e di padre e a una solida professione in città; a Ettore invece quell'amore avrebbe cambiato la vita. “A Milano mi sento sempre di passaggio, anche quando vi resto per parecchi mesi. Fra le mie crode mi sento a casa mia.” Per tutta la giovinezza furono i suoi due mondi, le sue due stagioni: gli inverni in città, il pianoforte, la Scala, le aule universitarie, la Sormani, i libri; le estati a vagabondare sui sentieri, dormire nei rifugi e nei fienili, spellarsi le mani sulla roccia. “Partivo da solo, non sapevo dove andavo: prendevo una strada e la seguivo alla ventura. E così vivevo della vita più piena, più pura, più giovanile.” Poi però sarebbe cresciuto in fretta. Aveva diciannove anni, nel '27, quando morì sua madre. Nel '30 partì militare, nel '31 tornò a Milano per laurearsi in legge. Allora il tempo delle scorribande sembrò finito per l'avvocato Castiglioni: il padre aveva dei progetti per quel figlio irrequieto e lo spedì a farsi le ossa lontano da casa, a Londra, nel '32, forse anche per levargli le montagne dalla testa. Ottenne il risultato contrario: in quell'anno triste di esilio, dubbi, sensi di colpa, Ettore comprese in pieno la sua vocazione e decise di seguirla, a costo di deludere il padre. “Dal momento che ho la possibilità di esser felice e di vivere pienamente la mia vita, perché non debbo farlo? Ho sentito la necessità di dedicare la mia capacità esclusivamente alla montagna.”

(Castiglioni con Bruno Detassis ai tempi della loro fortissima cordata)

Tornato in Italia, trovò o forse gli trovarono il lavoro adatto, appassionante benché modesto per uno con i suoi titoli: autore di guide escursionistiche per il Touring Club Italiano. Ettore lo svolse con dedizione totale. Quel compito gli permetteva di stare in montagna tutto il tempo che voleva, di allenarsi, arrampicare, sciare, e a metà degli anni Trenta raggiunse l'apice della sua carriera: tra le Dolomiti del Brenta e la Marmolada, in cordata con Detassis, Vinatzer, Pisoni, firmò vie storiche di sesto grado, allora il limite insuperato. Era anche la stagione degli eroi di regime, campioni fascisti loro malgrado come Comici, Gervasutti e lo stesso Castiglioni, che ricevendo una medaglia per meriti sportivi si indignò e giurò sul diario di non pubblicare più le relazioni delle proprie scalate. Salire sulle montagne senza dirlo a nessuno è in un certo senso la negazione dell'alpinismo, che è per metà impresa, per metà racconto (e la gloria che ne segue). Ettore decise di proteggere così la purezza del proprio andare in montagna: “il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza.” Lo comprese una volta per tutte il 18 marzo del '36, quando, vagabondando con gli sci sull'altipiano delle Mésules, cadde e si ruppe una gamba. Restò per ore nella neve in attesa dei soccorsi, e invece di piombare nella disperazione ebbe un'esperienza di pace interiore e armonia con la montagna che avrebbe ricordato per sempre. Dopo il giorno delle Mésules non gli sembrò più così importante collezionare cime né primati. “Solo chi raggiunge l'amore è alpinista”, scrisse, e qui sta forse il nucleo più autentico del suo antifascismo, la negazione dei principi di volontà, potenza e conquista che in quegli anni stavano trascinando l'Europa nel buio.
Castiglioni lo vide arrivare più con disprezzo che con paura (“una massa di imbecilli, vigliacchi, tracotanti e boriosi”, scrisse di ritorno da un viaggio a Berlino). Riuscì a starne fuori fino al '43, quando fu richiamato alle armi e assegnato come istruttore alla scuola militare di alpinismo di Aosta. L'otto settembre, nel caos generale, da ufficiale dell'esercito italiano non ebbe dubbi sul da farsi: prese con sé una decina di alpini e salì all'alpeggio del Berio, sopra al paese di Ollomont, in una valle minore e appartata. Il confine con la Svizzera è a tre ore di sentiero e presto dal Piemonte cominciarono ad arrivare ebrei e antifascisti in fuga dai tedeschi, cercando qualcuno che li accompagnasse di là. Uno di questi era Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica. Così il Berio diventò per breve tempo un rifugio di profughi e una piccola repubblica partigiana: “ci sentiamo davvero tutti compagni, tutti amici, tutti eguali.” Fu anche l'ultimo luogo felice di Ettore Castiglioni. Uno che per tutta la vita aveva cercato il proprio posto nel mondo e finì per trovarlo lì, nel tempo delle scelte, tra quattro baite e un pugno di uomini, avendo bene in mente la direzione da tenere. “In alto, in alto, e sempre più in alto.” E così sia.

(Il Berio come l'ho trovato io la scorsa estate. Mi dicono che il sindaco di Ollomont sia una brava persona: bisognerebbe metterci una targa.)



mercoledì 29 marzo 2017

DUE VALLI

(questo pezzo è uscito su Robinson il 26 marzo)

I fiumi del Monte Rosa sono come figli dello stesso padre. Le valli sono le strade che i figli prendono: in Val d'Ayas e in Valtournenche corrono due fiumi paralleli, nati dagli stessi ghiacciai, separati da una cresta di cime sui tremila metri. Una volta per andare di là si partiva di buon passo, si raggiungeva uno dei valichi tra una cima e l'altra e si scendeva dall'altra parte. Oggi invece, con l'automobile, devo scendere fin quasi in pianura, passare tra le fabbriche e gli svincoli autostradali, imboccare l'altra valle e risalirla, facendo cinquanta o sessanta chilometri in macchina invece che una decina a piedi. Che assurdità, penso. Quando sarà andata via la neve ci torno con lo zaino in spalla. Poi ad Antey-Saint-André nel parabrezza spunta il Cervino, il più nobile scoglio d'Europa, la sua parete sud contro il cielo in una giornata di sole. In giro non c'è nessuno. Cervinia è quassù ma sembra lontanissima.
“D'inverno il Cervino è più bello. La montagna è più montagna, più selvaggia e isolata. È stato d'inverno che ho preso la malattia che ho adesso”. Anche la mia vita e quella di Hervé Barmasse sembrano due valli parallele. Siamo nati a un mese di distanza uno dall'altro, verso la fine degli anni Settanta: lui montanaro e io cittadino, ma nelle estati in cui io imparavo la roccia e il ghiaccio da una guida alpina lui, che di guide è figlio e nipote, veniva mandato in pianura, nella cascina dei nonni. Io d'inverno tornavo a Milano e lui diventava uno sciatore. Sarebbe stato un campione, se un incidente a sedici anni non gli avesse distrutto le ginocchia. Fu costretto a rinunciare alle gare e per un po' fece il maestro di sci nella Cervinia dei ricchi, un ambiente che nei suoi racconti descrive di sfuggita: i soldi, i bar, le donne, le notti bianche. Poi nel '97 suo padre Marco, forse vedendo che qualcosa non andava, lo prese e lo portò in cima al Cervino, una mattina d'inverno. Lo stesso anno in cui ho smesso di andare in montagna io. “Mi ricordo uno spazio infinito d'azzurro. I colori sono diversi d'inverno, mi sentivo un esploratore polare. Ho pensato che salire poteva essere altrettanto bello che scendere. Con mio padre non sono andato tante altre volte in montagna: sai, da una parte una guida alpina preferirebbe che il figlio facesse un altro mestiere. Però non può evitare di trasmettere una passione.”
Nei successivi vent'anni Hervé è diventato uno dei più forti alpinisti italiani. Ci sono tanti modi di andare in montagna, lui ci va come i pionieri, come gli esploratori: su vie nuove, dure, portandosi il materiale in spalla, su cime famose o sconosciute, qualche volta da solo. A incontrarlo, esprime una qualità evidente che è l'equilibrio. Mi ricorda la guida alpina con cui andavo in montagna da piccolo: gli alpinisti stanno in piedi e camminano con una consapevolezza diversa dalla nostra, che sembra derivare da una profonda fiducia interiore. Non esitano, non scivolano, non inciampano. Abita con la sua compagna Grazia in una frazione appartata e in una piccola casa che riconosco subito come la casa di un coetaneo, metà uomo e metà ragazzo: poco arredamento, una cucina moderna, un soppalco con un materasso, una scala ricavata da una tavola di larice tagliata con la motosega, le corde colorate da alpinismo. La casa di uno che non accumula e non colleziona, preferisce avere spazio che oggetti intorno. Grazia ci guarda e dice che dei due io sembro il montanaro, lui il cittadino. Per me che mi porto dietro il peccato originale di Milano è il più gran complimento.
E allora Hervé, quante volte sarai salito in questi vent'anni sul Cervino? “Non le ho contate. Le guide svizzere tengono il conto, per me sono più importanti altre cose. Forse un centinaio”. E che senso ha salire sulla stessa montagna per cento volte? Salire e scendere e poi di nuovo salire, all'infinito? “Il Cervino non è solo roccia e ghiaccio, è un fratello maggiore per me. Mi sembra ogni volta di andare a trovarlo. Ne ho bisogno, ci sono momenti in cui sento il bisogno di stargli vicino. È un mistero la confidenza che riesco ad avere con lui”. Hervé sul Cervino è riuscito anche ad aprire delle vie nuove, per dimostrare che non sono vecchie le montagne ma solo gli occhi di chi le guarda. Una la aprì da solo in giorni di gran vento, tanto che il padre si spaventò e andò su per la via normale ad aspettarlo. Così lui, dopo un bivacco in parete e una prima solitaria da leggenda (dai tempi di Bonatti nessuno faceva niente di simile), arrivò in vetta per trovarci suo padre, a sessant'anni suonati, preoccupato e pronto a sgridarlo e riportarlo a casa. Non smettiamo mai di essere figli, vero Hervé?
Intanto facciamo una cosa da adulti che è andare a comprare il pane. Prendiamo una mulattiera che raggiunge il paese attraverso il bosco. Il sentiero è in ombra, coperto da una crosta ghiacciata di neve primaverile, e io rischio di volare a ogni passo e mi aggrappo a ogni pianta per tenermi mentre Hervé cammina leggero, con quella sua agilità da funambolo, come se qualsiasi superficie gli fosse amica. Parliamo delle montagne che ha scalato in giro per il mondo. La Patagonia, il Pakistan, il Nepal. Però a lui non viene da raccontarmi di pareti e cime, ma di uomini. Lo incuriosisce veder nascere in Nepal un alpinismo locale, guide e portatori che cominciano ad andare in montagna per conto loro, “la stessa storia del mio Cervino, del mio paese”. In Pakistan, in un villaggio a 3500 metri, ha trovato ragazzi che giocavano a bocce con dei dischi di ferro, come in Val d'Aosta (le bocce sferiche hanno il problema di rotolare giù). Lui lo chiama il “popolo di montagna”: cambia solo l'aspetto, dice, i tratti del volto, ma quel popolo lo trovi in ogni montagna del mondo. Anche per questo vorrebbe fare qualcosa per l'Appennino straziato dal terremoto. Un grande incontro intorno al Gran Sasso, la prossima estate, in cui chiamare a raccolta gli amici della montagna, e dare sostegno ai montanari di laggiù. Ne parliamo passando per la piazzetta delle guide di Valtournenche, costellata di targhe e lapidi in memoria di alpinisti del passato. Qui si sente il peso della storia, e forse anche la responsabilità di prendersi la storia sulle spalle. “La mia parabola da alpinista a un certo punto scenderà, si invecchia, io ho avuto tanti infortuni. Continuerò lo stesso ad andare in montagna, ma quello che rimane è come insegnarla, raccontarla, condividerla”.
Eh già: abbiamo quarant'anni tra poco, Hervé, che ne dici, tu sei pronto? “A me invecchiando sembra di ringiovanire. Ho molta più cultura adesso che da ragazzo. Ho avuto tante possibilità di confrontarmi con gente diversa, questa è stata una gran fortuna. Mi sembra che la vita debba essere ancora tutta scoperta, che tutto debba ancora succedere”. Sarà così. Lui entra in un negozietto e io resto solo nel paese deserto. Alzo gli occhi verso il crinale che dà sulla mia valle. Lo spartiacque si chiama così perché è la linea che divide le piogge: una goccia d'acqua cade un po' più in qua, e va a finire in un fiume, un'altra un po' più in là e va nell'altro. Guardo Hervé che esce dal negozio con il sacchetto del pane in mano. Chissà chi dei due, mi chiedo, diventerà padre per primo.


venerdì 3 marzo 2017

IN ALTIPIANO

(Questo pezzo è uscito su Robinson il 26 febbraio)

Provo un senso di meraviglia, e insieme di ritorno, entrando per la prima volta nella terra di Mario Rigoni Stern. Ritorno perché lo scrittore, della sua piccola patria, ha tracciato la mappa in moltissimi racconti a cui voglio bene, e meraviglia perché l'Altipiano è come un paese straniero dentro il Veneto della mia infanzia: la strada parte tra i capannoni industriali e i campi spogli, si lascia alle spalle la nebbia, la brina e il cemento della pianura d'inverno, e in pochi chilometri sale a mille metri d'altezza, in mezzo ai boschi e alla neve. Lassù supera un ultimo dosso e allora, davanti agli occhi, si apre un paesaggio del tutto nuovo. Non è la montagna a cui sono abituato: niente valli, cime, dirupi, gole tagliate dai torrenti, ma crinali dai profili dolci, colline scure di abeti e ai loro piedi, nelle conche, campi e paesi nella neve. Sembra un paesaggio boreale più che alpino, un Grande Nord che vigila severo sopra le nostre città di pianura. È lo stesso modo in cui ho sempre immaginato Mario Rigoni Stern.
Qualche tempo fa ho spedito il mio romanzo a sua moglie Anna, scrivendole che, se questo libro esiste, lo devo in gran parte a Mario, di cui mi ritengo un allievo. Lei mi ha mandato in risposta un biglietto gentile e allora, oggi, insieme a un amico la vado a trovare. Siamo partiti da Milano col buio per essere qui di buon mattino: attraversiamo il paese di Asiago e proseguiamo oltre, per una stradina che porta al limitare del bosco, verso la casa in cui Mario ha abitato dagli anni Sessanta in poi. L'ultima, sognata durante la guerra e costruita con le proprie mani, con l'orto fuori, la legnaia sul lato al sole e l'arboreto salvatico tutt'intorno, e dentro, “nel tepore, mia moglie, i miei libri, i miei quadri, il mio vino, i miei ricordi”.
Anna di questo rifugio è sempre stata la custode. Io ho perso entrambe le nonne troppo presto per ricordarmele, ma oggi avrebbero più o meno l'età di questa donna di novantacinque anni, lucida di testa e salda sulle gambe, capace di stringere la mano a un uomo e accoglierlo in casa sua. Tutto in lei – l'accento veneto, il grembiule a quadretti, lo chignon di capelli grigi ancora folti e spessi, perfino una certa durezza nei modi e nello sguardo – ha un'aria di famiglia per me. “Nevica?”, chiede. Non ancora, ma forse comincia. “Ieri sono passati due cervi”, dice, “sentivano la neve”. Le chiedo se ne ha mai cacciati perché so che è stata una gran tiratrice da ragazza, medaglia d'oro ai campionati nazionali in epoca fascista. Lei sorride e scuote la testa: piuma, non pelo. “Andavo con mio padre, da bambina, a vedere le covate dei forcelli. In dote quando mi sono sposata ho portato il 16 e il 22. Dopo ho smesso”. Il 16 e il 22 sono fucili e l'anno era il 1946: Anna e Mario avevano venticinque anni, lui appena tornato dal lager con poca carne sulle ossa e un manoscritto nella tasca della giacca. Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato...
Mario manca da questa casa da nove anni ormai, e mi guardo intorno cercando segni di quest'uomo che non ho mai incontrato, e che pure mi sembra di conoscere così bene. In un angolo, accanto al camino, c'è la scultura con cui lo ritrasse Augusto Murer, un soldato di bronzo che avanza a fatica, addosso un mantello o forse una coperta, gli stracci ai piedi. Alle pareti quadri di betulle, gli alberi preferiti insieme ai larici: il larice gli ricordava le montagne di casa, la betulla la steppa russa. Amava anche il faggio, per il fuoco: sento odore di fumo e tra poco scoprirò che di là, sotto la caffettiera, il legno brucia in una cucina economica.
Anna sta ancora parlando di fucili, del Bayard acquistato grazie al premio Viareggio del '53, l'anno del Sergente. Tre cose Mario comprò con quei soldi: “La radio, la cameretta dei figli, il Bayard”. Ne desiderava una quarta, e per caso tra i giurati del Viareggio c'era Adriano Olivetti, così durante la cerimonia gli chiese una macchina da scrivere di seconda mano. Olivetti rise. In quei giorni ad Asiago arrivò una Lettera 22 nuova fiammante, che Mario avrebbe usato per cinquant'anni. La casa, questa casa, sarebbe venuta dopo, nel '62. La progettò lui stesso, con la camera da letto a est e la cucina a ovest, “così la mattina c'era luce in camera, la sera in cucina”, lontano dal paese dove si chiedevano perché il loro ex alpino, impiegato del catasto, scrittore ormai famoso, se ne andasse a vivere in mezzo ai boschi. Non era l'unica cosa che non capivano di Mario.
Alcuni di questi racconti li conosco, altri li ascolto per la prima volta dalla voce di Anna. E accanto all'uomo che immaginavo ne prende forma un altro: un uomo esuberante, che amava raccontare storie, litigava con i figli per la politica, invitava troppa gente a casa, perdeva le cose. “Noi siamo andati d'accordo perché io ero negativa e lui positivo. Lui entusiasta di tutto e io pessimista”. A un certo punto avrebbe potuto andarsene via. Una parte del paese gli rimproverava non solo la fama, ma l'ambientalismo negli anni del cemento, delle seconde case e delle piste da sci, le idee politiche in questo Veneto democristiano, la voce sempre fuori dal coro. Avrebbe potuto andare a Milano o a Torino, in Einaudi c'era posto per lui e quelli non erano anni di ritorno alla montagna, gli scrittori abitavano in città. Invece rimase sempre qui. Girava in bici d'estate e con gli sci d'inverno: “La patente non l'ha mai presa. Abbiamo fatto gli esami di guida insieme ma sono stata promossa prima io, allora lui ha detto che in casa bastava una patente sola. Lo accompagnavo dove doveva andare”. Qualche volta molto lontano, perché i libri di Rigoni Stern sono tradotti in tutto il mondo. In Polonia, in Svezia, in Francia, in Olanda, in Russia. La Russia che di Mario Ivanovic era la patria elettiva. Anna osserva le betulle nei quadri. “La Russia ti lascia una nostalgia incredibile”, dice, e mi sembra di sentire parole ripetute tante volte, in questa casa, da un'altra voce.
Prima di andare via mi fa un regalo: mi guida per le scale che vanno di sopra, tra gli scaffali di libri e la bacheca dei fucili, in una stanza che da nove anni non è stata più toccata, ed è diventata un piccolo museo. Lo studio di Mario dev'essere solo un po' più ordinato di quando ci lavorava lui. Libri su ogni parete, il tavolo con la Lettera 22, il cappello da alpino, poche fotografie. Raccolte di mappe di guerra e due biglietti di Primo Levi che spuntano da un libro: nel primo, degli anni Cinquanta, c'è scritto “Caro Rigoni”, nel secondo degli anni Sessanta “Caro Mario”. Io però, più che dalle carte, mi sento attratto dalla finestrella che sta dietro al tavolo, e dà sul bosco. Anche la mia in montagna dà su un bosco. L'inverno per Mario era la stagione dei ricordi, lo riportava a inverni lontani: guardo fuori e ripenso a quest'uomo e ai suoi anni, alla sua eredità che sento il bisogno e il dovere di mantenere viva. Sul bosco nevica rado. I faggi spogli tra gli abeti scuri sembrano sbuffi di fumo. Penso che dopo uscirò nella neve e andrò su per un sentiero a fare un giro.


(foto di Giuseppe Mendicino: grazie per avermi accompagnato qui)