giovedì 3 giugno 2010
SEYMOUR GLASS
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Seymour Glass
Mi ricordo ancora della bicicletta nichelata di Joe Jackson, l’acrobata, e della volta in cui mi fece fare il giro del palcoscenico sul suo manubrio. Avevo cinque anni e non sono più sceso da lì, vi dico. Se volete, posso elencarvi simultaneamente tutti i numeri d’Arte Varia della mia vita. Volteggiavo in spericolato equilibrio su quel manubrio il giorno in cui non andai al mio matrimonio perché ero troppo felice e dovevo calmarmi i nervi; mi ci misi in piedi tutti i mercoledì sera compresi tra il 1927 e il 1934 nei quali divenni una celebrità nazionale con il nome di Billy Black al quiz radiofonico “Ecco un Bambino Eccezionale”; vi restai in posizione yoga e leggendo racconti taoisti come il più giovane ordinario di inglese del mio college e su una gamba sola nelle stanze di un ospedale psichiatrico militare, con i gradi di caporale degli Air Corps, alla fine della guerra. Da lì sopra potevo riconoscere l’odore di minestra che prendeva New York, la sera, in certi quarti d’ora, o giocare magistralmente a biglie, o scrivere haiku in giapponese di 6 versi e 34 sillabe. Non sono mai stato un esibizionista, ma la mia smodata sensibilità ha sempre avuto un Motivo Sufficiente su cui concentrarsi.
Del resto, sono il primogenito di un circo di sette figli: il mio bisnonno era un clown ebreo polacco che si tuffava da altezze vertiginose dentro tinozze minuscole e i miei genitori portavano in giro un famoso spettacolo di tip tap. So che per i miei fratelli fui una specie di unicorno, un saggio dai pigiami gialli, con il naso ricurvo, una immateriale ragnatela sugli occhi e un tono di voce incredibile. Nessuno mi vide mai sbadigliare. Se un argomento mi interessava, come i pericoli della pesca, potevo diventare irrimediabilmente verboso per settimane. Ma le mie mani erano larghe e leali, appena sporche di nicotina. Mi davano fastidio solo i portacenere troppo pieni e la gente che ti guarda i piedi negli ascensori, e una volta sola tirai un sasso senza motivo a una ragazza mentre accarezzava un gatto nel mezzo di una strada. La parola che amavo di più nella Bibbia era Guardate; lo dissi pure alla radio, ma nessuno ci prestò attenzione.
Ero su quella bicicletta anche nel luminescente 1948 della Florida quando, sul letto di un albergo che sapeva di acetone e valigie nuove, mi sparai alla tempia destra con una Ortgies automatica calibro 7,65. Nascondevo in una sacca 184 poesie inedite e una malattia che non si può spiegare, mia moglie mi guardava e sui calendari il mese di marzo contava 19 giorni e io 31 anni. Poco prima, in mare, assieme a una bambina, avevo inutilmente cercato di catturare un pescebanana.
J.D. Salinger, Nove racconti.
(testo di Fabio Stassi, pubblicato per generosità dell'autore)
lunedì 24 maggio 2010
DUE STAGIONI
Per la cultura inuit, non c’è niente di peggio che essere soli. La solitudine è una condanna e un anticipo di morte. Si vive in comunità, con gli altri si mangia, si dorme, si va al gabinetto, si passeggia, si pesca e si caccia, a volte ci si ubriaca, con gli altri si vive, insomma, e senza altri non c’è vita. Le case groenlandesi sono composte da un’unica grande stanza comune e in quella stanza vivono a volte fino a dieci o dodici persone, adulti e bambini, anziani e neonati, tutti insieme: la privacy è un concetto che proprio non esiste. D’altra parte, gli eschimesi credono che l’isolamento sia segno d’infelicità. È quindi bizzarro che sia proprio qui, a Tasiilaq, in questo posto letteralmente in capo al mondo, in cui una persona sola è vista come una persona irrimediabilmente infelice, che io mi metta a scrivere di solitudine.
Oltre che riparo, la solitudine può essere anche ebbrezza, una concentrazione tesa, senza interruzioni, in cui il pensiero può svolgersi in tutta la sua completezza, come un filo da pesca che si srotola dalla superficie ghiacciata del fiordo, entra nel foro e sprofonda giù, trascinato dall’amo e dal peso, fino a raggiungere il fondo dell’Oceano senza incontrare nessun ostacolo.
Ma non è necessario essere artisti per desiderare, di tanto in tanto, qualche momento di solitudine. Ognuno ha bisogno di un luogo in cui essere solo, lontano dalle richieste e persino dagli sguardi degli altri, che anche quando sono sguardi animati dall’affetto e dalle migliori intenzioni, sono pur sempre sguardi, e gli sguardi prendono le misure, soppesano, anche involontariamente esprimono giudizi. C’è bisogno di un luogo che sia soltanto proprio. Perché essere soli è stare alla presenza di se stessi. Per qualcuno può essere un’esperienza meravigliosa e per qualcun altro, forse, un incubo. A qualcuno basta un giorno, o una settimana, a qualcuno servono mesi, forse anni. A qualcun altro, è sufficiente un solo istante per essere colto dallo sgomento. Ma non avercelo proprio mai, questo bisogno, nel corso della vita, a me pare sospetto: come fidarsi di chi non si fida di se stesso? Perché avere paura della solitudine vuol dire avere paura di quello sconosciuto che si cela dietro il nostro stesso volto.
giovedì 13 maggio 2010
NEBBIA
Pensavo che il senso di solitudine aumentasse con il tempo, invece è successo il contrario: dopo giorni interminabili davanti alla finestra, adesso sono pieno di cose da fare. Leggere, scrivere, raccogliere legna, pulire il prato intorno alla casa. Odio gli sciatori. D’inverno buttano fazzoletti, lattine, sacchetti, mozziconi di sigarette: fanno un buco nella neve e lo ricoprono, pensando che i loro rifiuti scompaiano nel nulla. Invece li trovo io tre mesi dopo. Ieri ho fatto un mucchio di cartacce e l’ho bruciato insieme all’erba vecchia. Mi sono legato uno straccio sulla bocca sentendomi come il tenente Dunbar, quando arriva all'avamposto deserto. Forse anche a me, tra un po' di tempo, qualcuno darà un nome nuovo.
La neve che si scioglie regala sorprese. Il teschio di una marmotta, la corteccia del mio bastone dell'anno scorso. L’arbusto di pino uncinato che trovai tra i detriti di una valanga, e trapiantai vicino a casa: ora che è sopravvissuto all’inverno, l’ho battezzato Capitan Uncino. Se ce l’ha fatta lui, sei mesi sotto la neve, il mio è un gioco da ragazzi.
Leggo Richard Yates, Cold Spring Harbor. La conferma di avere incontrato un grande scrittore. L’altro ieri ho finito Truman Capote, L’arpa d’erba, e ora leggere Yates è come bere acqua di fonte dopo un vino corposo. Il senso di meraviglia e di verità che si prova, leggendo cose difficili dette con parole facili. Ho copiato questa frase: La ragazza, però, stava crescendo in fretta. Se uno fosse riuscito a portarla via da quel buco schifoso, a tirarla fuori, alla luce fortificante del sole, e a farla crescere e ad averla e a tenersela abbastanza a lungo, niente di più facile che lei si trasformasse in una donna per cui sarebbe valsa la pena di dare il sangue, la vita e tutto il resto. E se non altro, sarebbe valsa la pena di provarci. Ringrazio la mia amica Andreina per la traduzione, e le mando un saluto se passa di qua.
Mentre scrivo si alza una nebbia densa, che da queste parti arriva all'improvviso. È quando dalla valle si vedono le nuvole avvolgere la montagna. Dalla montagna invece le nuvole appaiono così.
giovedì 6 maggio 2010
NEVE FRESCA
Frase del giorno: Non ho nessuna particolare religione stamattina. Il mio Dio è il Dio dei Camminatori. Se cammini abbastanza, probabilmente non hai bisogno di nessun altro dio. (Bruce Chatwin)
lunedì 3 maggio 2010
NEL BOSCO
Ecco i libri che mi porto, da leggere o rileggere:
- Tuman Capote, Altre voci altre stanze (1948) e L'arpa d'erba (1951)
- Bruce Chatwin, Le vie dei canti (Adelphi 1988)
- Aleksandar Hemon, Nowhere Man (Einaudi 2004)
- Denis Johnson, Jesus' Son (Einaudi 2000)
- Cormac McCarthy, Trilogia della frontiera (Einaudi 2008)
- Grace Paley, Begin Again: Collected Poems (in lingua originale, 2000)
- Wells Tower, Tutto bruciato, tutto devastato (Mondadori 2010)
- Richard Yates, Cold Spring Harbor (minimum fax 2010)
- Tobias Wolff, Our Story Begins (in lingua originale: sono tutti i racconti di Wolff, 2008)
Se trovo qualcosa di bello ve lo dico.
Immaginatemi alla fine della strada, mentre scompaio tra gli alberi.


