giovedì 8 ottobre 2009

LA GEOMETRIA DEGLI INGANNI

Da un po’ di tempo ho in mano un libro, La geometria degli inganni di Luca Martini. Non sapevo bene come parlarne perché, se una parte lo sento molto vicino (Luca è un esordiente, scrive racconti, leggendolo ho capito che abbiamo gli stessi maestri, e il libro è molto superiore a quello che si trova in giro), dall’altra ho alcune critiche da muovergli, e non volevo farlo pubblicamente. Queste sono cose delicate. So per esperienza che l’equilibrio emotivo di uno scrittore è pari a quello di una piuma in bilico su un davanzale. Così l’altro giorno ho mandato a Luca una lettera. Mentre la inviavo, ero pronto a due o tre tipi di risposta: una offesa, una difesa, una decisamente aggressiva. Non mi importava. Mi è già successo e ho deciso che, per me, la cosa giusta da fare è dire a uno scrittore quello che penso, nei termini più chiari possibili, succeda quel che succeda (a meno che uno scrittore non sia, che ne so, molto vecchio o molto malato, nel qual caso potrei concepire i falsi complimenti). Penso che una critica onesta abbia qualche possibilità di essere utile, mentre l’adulazione no, in nessun caso. Invece è successo che Luca mi ha risposto con un’umilatà inaspettata, ha apprezzato le mie critiche e mi ha chiesto di pubblicarle qui, in modo che ne possiamo parlare pubblicamente. Lo faccio con piacere.

***

Caro Luca,

il tuo libro mi è piaciuto con qualche riserva. Il materiale c’è, sono personaggi e storie forti, tu hai letto molto e scrivi bene, insomma è un libro pieno, complesso, profondo.

I miei racconti preferiti sono "Un comunista" e "La geometria degli inganni".

Però credo ci siano alcuni difetti di cui vorrei parlarti. Il primo che mi è sembrato di trovare è anche quello che imputo al mio libro d’esordio: si sente troppo la mano dei tuoi maestri. Io, se mi guardo indietro, penso a "Manuale per ragazze di successo" come a un libro scritto soprattutto per emulazione. C’erano degli scrittori che amavo, e volevo fare come loro. Ho provato a imitarli. In fondo li conoscevo così bene. Non ci sarebbe niente di male in questo: il problema è che, rileggendo quelle storie, mi accorgo che non raccontavo la vita, ma la letteratura. Lavoravo per citazioni, variazioni sul tema, imitazione di modelli e stili. Capisci quello che intendo dire? Nei tuoi racconti sento risuonare la voce di Raymond Carver, Richard Ford, Tobias Wolff, e invece faccio fatica a capire dov’è, dietro a tutti questi maestri, Luca Martini.

Il secondo difetto riguarda la forma dei racconti. Sono tutti molto conclusi: le domande che aprono trovano risposta, le crisi in un modo o nell’altro si risolvono, i misteri vengono svelati, il cerchio si chiude sempre. Anche questo è molto letterario. La vita, a mio parere, non chiude il cerchio quasi mai, e le ferite restano aperte, le domande senza risposta, i traumi insensati non trovano un senso, ma casomai generano altri traumi, così come le violenze subite scatenano violenze inferte. Ti parlo per esempio di "Un comunista", che pure mi è piaciuto molto fino al suicidio del padre. Credo che il racconto sarebbe dovuto finire lì, un ragazzino con tutta la vita davanti e quel macigno da portarsi dietro. Invece poi scopriamo che, anni dopo, il ragazzino è diventato un padrone (e suo padre era un sindacalista: combinazione numero uno). Vede passare per strada la macchina in cui suo padre si è ammazzato (combinazione numero due). Trova il proprietario, ricompra la macchina e va a trovare sua madre, che nel frattempo si è ammalata di alzheimer e ha perso la memoria (combinazione numero tre). La madre non dà segni di riconoscere né il figlio né la macchina, ma quando lui si allontana alza una mano, come faceva tutte le mattine dalla finestra quando il marito andava al lavoro. Il finale è impeccabile, niente da dire. Tutto torna. Tutto si chiude. Però, ripeto, ho l’impressione che la vita funzioni in un modo un po’ diverso: nella vita, forse saresti andato dal vecchietto per ricomprare la macchina di tuo padre e avresti scoperto che la macchina non era davvero quella, forse ci saresti rimasto male, però ti saresti preso un caffè raccontando al vecchietto la tua storia, o ascoltando la sua. O forse la macchina era davvero quella e tu l’avresti ricomprata e poi saresti andato in clinica da tua madre, ma lei non avrebbe alzato la mano perché ha l'alzheimer, e non avrebbe riconosciuto né te né la macchina né niente, e tu saresti rimasto solo con questa cazzo di macchina e il tuo dolore, senza nemmeno la consolazione di quella mano alzata. Ecco cosa intendo quando dico che la vita non chiude il cerchio.

Invece, ti faccio i miei più sinceri complimenti per la battuta di dialogo in cui il bambino chiede al padre che cosa vuol dire essere comunista, e il padre gli risponde: un comunista è uno che non è felice se non sono felici pure gli altri. È bellissima e indimenticabile.

Ti faccio anche gli auguri perché hai talento e spero proprio di leggerti di nuovo, di sentire risuonare la tua voce sempre più forte e chiara. E sempre più tua.

Ti abbraccio

Paolo

1 commento:

  1. la frase del padre è copita da una canzone di Gaber

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