giovedì 4 marzo 2010

NON ABITIAMO PIU' QUI

Leggo Andre Dubus, Non abitiamo più qui.

Il libro è composto da tre racconti lunghi (60-100 pagine) pubblicati in America tra il 1975 e il 1980. Protagoniste sono sempre le stesse due coppie di sposi: Jack e Terry, Hank ed Edith. Hank e Jack sono amici, scrittori e adulteri. Hanno più o meno trent’anni, sono di origine irlandese e cattolica. Tradiscono la propria moglie con la moglie dell’altro o con le loro studentesse. Si sono sposati giovani per via di un bambino in arrivo, e ora fanno i conti con l’incombere della mezz’età e l’ostinazione mai sopita del desiderio sessuale. Hank è onesto con Edith fin dall’inizio: per lui il matrimonio è fondato sull’affetto reciproco e sull’allevamento dei figli, non sull’amore passionale né tanto meno sulla fedeltà. Jack invidia la coerenza dell’amico e cerca di guidare il suo rapporto con Terry nella stessa direzione. Le mogli capiscono il ritornello e cominciano a loro volta a trovarsi degli amanti, con effetti tragici: una tragedia che non fa morti ma lascia molti feriti, perché le coppie restano insieme, la loro vita procede su accettabili binari borghesi, ma è minata nelle fondamenta dalla sfiducia e dalla delusione.

Non abitiamo più qui è un bel libro sulla coppia e sulla scrittura, e sono contento di averlo detto. Spero di vedere presto altri libri di Dubus, che ha pubblicato in carriera cinque o sei raccolte, si è sempre dedicato alla forma del racconto lungo ed è morto a poco più di sessant’anni nel 1999. Aveva studiato con Richard Yates e si sente. C’è una corrente che scorre impetuosa tra alcuni scrittori americani in quel periodo chiave, i secondi anni Settanta, quando Cheever e Yates erano maestri ed esordivano autori come Chuck Kinder (1973), Richard Ford (1976), Tobias Wolff (1976), Raymond Carver (1976), e tutti hanno scritto della dissoluzione della famiglia, della ferocia della vita di coppia, della rottura tra genitori e figli e del tramonto del sogno americano. Non ho messo i nomi in ordine a caso. Nella prospettiva distorta della critica italiana, Carver fu il capofila di quella corrente, ed è il modello con cui bisogna confrontarsi parlando di quei temi, e della forma racconto. Nella storia della letteratura americana, che ignora le fortune di questo o quell’autore qui da noi, Carver fu invece uno del gruppo, e lui stesso si riconosceva come tale.

Fino a qui tutto bene. Poi leggo recensioni come questa, che cominciano così: “I minimalisti sono autori insoddisfatti e compiaciuti della loro insoddisfazione. Il più grande autore di racconti della seconda metà del ventesimo secolo non è stato Carver ma Andre Dubus” (detto da Dennis Lehane, autore di thriller, il quale ha tutto il diritto di esprime la sua opinione). Anche il buon Nicola Manuppelli, che curando questa raccolta ha fatto un ottimo lavoro, casca nella trappola e per parlare di Dubus parte da Carver, tirando fuori la questione dell’editor e mostrandoci come, mentre Carver fu un fenomeno estetico e probabilmente artefatto, Dubus era uno scrittore vero, non scendeva a compromessi, si sporcava con la vita.

Ora, io ho seguito personalmente cinque viaggi di autori americani in Italia. Ann Beattie, Rick Moody, Charles D’Ambrosio, Kevin Canty e Sam Lipsyte, tutti arrivati qui per presentare delle raccolte di racconti. Per il mio rapporto con minimum fax ho avuto la fortuna di accompagnarli nelle librerie e assisterli nelle interviste, e tutti sono stati stupefatti e un po’ delusi da una domanda che i giornalisti italiani facevano sempre. La domanda di rito per la precisione era questa: sei americano e scrivi racconti, pensi di essere l’erede di Carver? Oppure la sua variante: sei americano e scrivi racconti, ti consideri un minimalista? A questi critici, curatori e giornalisti bisognerebbe spiegare che l’equazione tra scrittore americano di racconti ed emulo di Carver denota una grande ignoranza, e un enorme provincialismo. Significa usare la piccola editoria italiana come lente per osservare il mondo. Significa ignorare Hemingway, Fitzgerald, Anderson, ignorare Salinger e Cheever e Yates, ignorare Flannery O’Connor e Grace Paley, Eudora Welty e Kathrine Mansfield, Donald Barthelme e Bernard Malamud, e potrei andare avanti per mezz’ora. È come se un romanziere italiano andasse a New York e gli venisse chiesto se si sente erede di Moravia, solo perché è l’unico contemporaneo che in America hanno tradotto. È come chiedere a una scrittrice giapponese che ne pensa di Banana Yoshimoto, perché conosciamo solo lei. Quando ad Ann Beattie a Milano fecero una domanda sulla sua parentela con Ellis e McInerney, che per noi sono “i minimalisti”, lei rispose sorridendo che quei due avevano vent’anni nel 1985, mentre il fenomeno risaliva a dieci anni prima, ad autori mai arrivati qui da noi. E poi chiese: come mai qui in Italia siete tanto fissati con il minimalismo, se non sapete nemmeno che cos’è? Ecco, quello di Carver è un problema tutto nostro. Per alcuni scrittori americani è un modello, per altri no, per la maggior parte di loro è uno dei tanti maestri. In Italia è diventato un modo di dire. Esce un nuovo scrittore di racconti? Ecco un nuovo Carver. Ne escono tanti? Piccoli Carver crescono. Il sospetto è queste persone abbiano letto solo Carver, e non siano assolutamente in grado di capire che cosa stiamo facendo.

Insomma, mi piacerebbe parlare dei legami tra Non abitiamo più qui e Revolutionary Road di Richard Yates, o Infiniti peccati di Richard Ford, o Lune di miele di Chuck Kinder, forse il libro in assoluto più vicino a questo. Ma non si può, bisogna fare la classifica del Miglior Scrittore di Racconti del (Secondo) Novecento. Che tristezza. Comunque leggetevi Dubus, ne vale la pena.

3 commenti:

  1. lo sto leggendo. Incredibile.

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  2. che bel pezzo. complimenti. muovi le acque della palude e infili dei nomi su quali ora dovrò indagare. bravo, piacere di fare la tua conoscenza

    s.

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  3. Sto leggendo Ballando a notte fonda.
    La prefazione, con mia grande sorpresa firmata da te, mi è molto piaciuta.
    E così ho scoperto anche In un altro paese, di Hemingway.
    E' un periodo fertile, davvero!

    Grazia

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