lunedì 7 settembre 2009

IN LETTURA

Tornato dalla spedizione al Momboso, sconfitto nel corpo ma non nello spirito, ricomincio dai miei americani. Bisognerebbe parlare di Fernanda Pivano ma vorrei farlo bene, dopo avere ordinato le idee. Per ora, ecco un po’ di libri letti e in lettura.

Jay McInerney, L’ultimo scapolo (Bompiani).

Ecco la raccolta dei racconti scritti da McInerney in una carriera di lavoro. Tra il primo (“Sono le sei del mattino. Sai dove ti trovi?”, che poi fu sviluppato per diventare Le mille luci di New York) e l’ultimo (“L’ultimo scapolo”, storia di un playboy invecchiato male che in un certo senso chiude il cerchio dello yuppismo), sono passati 25 anni. A me hanno colpito due fatti: primo, la maestria con cui queste storie sono scritte; secondo, il vuoto assoluto che c'è dentro. Qui gli uomini vogliono andare a letto con donne giovani, e le donne sposare uomini ricchi. L’esperienza umana, nel mondo narrativo di McInerney, si riduce più o meno a questo. Fanno eccezione pochi racconti, tra cui il mio preferito, “Corteo”: a New York una donna, che aveva lavorato come volontaria a Ground Zero nei giorni successivi all’Undici Settembre, si ritrova in mezzo a un corteo di protesta contro la guerra in Iraq. L’atmosfera si surriscalda, i manifestanti vorrebbero arrivare davanti al palazzo dell’ONU ma le vie d’accesso sono state transennate, volano slogan sempre più furiosi, qualcuno cerca di sfondare e interviene la polizia a cavallo. In mezzo agli scontri la donna ha questa visione: un poliziotto che lei ricorda bene, perché nel settembre 2001 avevano lavorato insieme, adesso mena manganellate alla folla dall’alto del suo cavallo. Così scopre che quei tempi, in cui la tragedia delle Torri aveva unito i newyorkesi (e forse gli americani) in un unico popolo, sono finiti per sempre. La scena è bellissima, poi però salta di nuovo fuori il chiodo fisso di McInerney: la donna fugge verso casa pensando che ha voglia soltanto di farsi scopare fino a svenire. E va bè, ognuno ha i suoi problemi.

Richard Yates, Una buona scuola (minimum fax)

Il romanzo è un gradino sotto il solito livello di Yates. Non significa che sia un bidone, ma non colpisce duro come gli altri. Il problema maggiore secondo me è nella narrazione collettiva: c’è un personaggio più o meno centrale (e infatti il primo e l’ultimo capitolo, che sembrano aggiunti su consiglio di un editor, cercano di elevarlo a protagonista), ma tutto il libro è costruito in montaggio alternato, seguendo le vicende di studenti, professori, mogli e figlie di professori, un piccolo mondo chiuso all’interno di un collegio maschile, nel New England dei primi anni Quaranta. Tecnicamente, il tentativo di costruire un affresco generazionale sconta un prezzo salato: io non sono riuscito ad affezionarmi a un solo personaggio. Per epoca e ambientazione mi è stato difficile non pensare continuamente a due modelli: uno è L’attimo fuggente, l’altro Il giovane Holden. Forse è proprio per colpa di Holden che Yates non se l’è sentita di seguire da vicino il suo alter ego, un ragazzino di New York che viene spedito in collegio, e dopo un inizio durissimo comincia a farsi strada scrivendo sul giornalino scolastico. Penso che il libro sarebbe stato migliore se si fosse concentrato su di lui.

In lettura: David Foster Wallace, Questa è l’acqua (Einaudi)

Non so, forse dovrei fondare un comitato di protesta contro le bandelle di Einaudi Stile Libero. Ormai non ne trovo una che dica onestamente che cosa c’è dentro il libro. Su questa leggo: “I sei racconti di Questa è l’acqua, scritti tra il 1984 e il 2005, offrono uno sguardo di insieme sulla straordinaria avventura artistica di Wallace, e una summa delle sue tematiche nei diversi stili con cui le ha affrontate ed esaltate”. Poi apro il libro e, per un mio vizio incurabile, vado a controllare le date dei racconti: ce n’è uno del 1984, due del 1987, uno del 1989, uno del 1991. Poi c’è la trascrizione di un discorso tenuto da Wallace nel 2005. Dunque si tratta, in realtà, di cinque racconti giovanili (Wallace esordisce nel 1987 con La scopa del sistema, e la sua prima raccolta di racconti, La ragazza dai capelli strani, è del 1989), più un saggio recente. Non sei racconti. Non sei racconti scritti tra il 1984 e il 2005. Non uno sguardo di insieme sulla straordinaria avventura artistica né una summa delle sue tematiche, ma piuttosto, come diceva dei suoi primi racconti Thomas Pynchon, un lento apprendistato, la palestra di uno scrittore che stava per diventare grande.

Dopodiché, come al solito, le balle redazionali non c’entrano nulla con la qualità del libro. Nella postfazione, il curatore Luca Briasco illustra molto chiaramente la genesi e la natura di questa raccolta. Io per ora ho letto i primi tre racconti e posso dire che mi sembrano buoni, ma assolutamente inferiori a quelli della Ragazza dai capelli strani (e infatti qualcuno, un editor o lo stesso Wallace, nel 1989 ha deciso di lasciarli fuori, e in seguito di non recuperarli per altre antologie). Invece il testo finale, “Questa è l’acqua”, è un piccolo capolavoro per chi, come me, ha il culto della scrittura raccontata dagli scrittori. Parla, credo, della consapevolezza e della lucidità, della compassione e dell’immedesimazione, dell’attenzione costante alla sostanza in cui siamo immersi, le doti necessarie a un bravo scrittore ma anche a un essere umano decente. Il testo vale da solo il prezzo esorbitante del libro (un dettaglio a cui non faccio mai caso, ma questa volta è un tascabile da 16,50 euro per 166 pagine, cioè 10 centesimi a cartella: mi sono perso qualche impennata recente dell’inflazione?).

In lettura: Ann Beattie, Gelide scene d’inverno (minimum fax)

Ma questa è un’altra storia e, come direbbe Michael Ende, la racconteremo un’altra volta. Prevede anche una sorpresa, perciò segnatevi la data del 9 ottobre e state all’occhio.

martedì 5 maggio 2009

MOBY DICK

Forse non ci crederete ma sto leggendo Moby Dick. Per lo meno, la mia amica Bo non ci crede. Dice che non è possibile, che uno come me non può farcela, che un maniaco del racconto breve cederà le armi di fronte a quelle 600 pagine di vita a bordo, all’antiquata e altisonante traduzione di Pavese, a tutti i tecnicismi sulle balene. In realtà, ho la sensazione che quello di cui ho bisogno adesso siano proprio i tecnicismi sulle balene. Ho la sensazione che, per come mi sento adesso, la cosa più giusta da leggere sia un capitolo intitolato La testa del capodoglio. Veduta comparata. Un capitolo intitolato Delle balene in dipinto, in denti, in legno, in lastre di ferro, in pietra, in montagna e in stelle. Un capitolo intitolato La grandezza della balena diminuisce? Dovrà scomparire? Forse lo pensava anche Pavese, traducendolo: e magari tuffarsi dentro questo mare avrà fatto dimenticare a Cesare, almeno per qualche tempo, il suo amore ballerina. Il romanzo ha 135 capitoli di quattro o cinque pagine ciascuno, e se ne leggo uno al giorno all’inizio di settembre avrò finito. Sarà un buon compagno per la mia estate nei boschi.

L’altra parte di verità è che ho scoperto Melville scrivendo il primo capitolo della guida a New York, e sono stato catturato dalla sua biografia. Lasciate che la riassuma qui. Herman Melvill nacque in Pearl Street a Manhattan, la strada dei pescatori di ostriche, nel 1819. La madre veniva da una dinastia di proprietari terrieri olandesi, il padre da mercanti inglesi, ed entrambi i nonni erano eroi di guerra della rivoluzione. Due famiglie ricche dell’alta società americana. Anche Herman sarebbe stato destinato a un’esistenza tranquilla, se il padre non fosse andato in bancarotta nel 1830, e morto subito dopo. Doveva aver lasciato parecchi debiti o qualche cattivo ricordo, perché a quel punto la vedova cambiò il cognome dei figli da Melvill a Melville, e li portò a vivere in campagna, nelle tenute dei nonni a nord di New York. Ma Herman era cresciuto in città. Aveva visto il porto, e forse assomigliava al padre. Appena finita la scuola, nel 1839, decise di imbarcarsi: e tra un viaggio e l’altro, tra un mercantile e una nave militare, tra una spedizione ai Caraibi e una traversata dell’Atlantico, rimase in mare per cinque anni, e quando alla fine scese ne aveva venticinque e voleva fare lo scrittore. Scrisse due romanzi, Typee e Omoo, di immediato successo e scarso valore letterario, storie d’amore e d'avventura tra marinai e indigene dei Mari del Sud. Si sposò, e con i compensi dei primi libri comprò una fattoria dalle parti di Saratoga, dove ebbe la fortuna o la maledizione di trovare un vicino eccezionale: Nathaniel Hawthorne. Era il 1851. Non sappiamo quanta parte, nella svolta letteraria di Melville, sia dovuta all’influsso di Hawthorne, ma Moby Dick è dedicato a lui: In segno della mia ammirazione per il suo genio. Dicevo fortuna o maledizione, perché il libro vendette in tutto poco più di 500 copie. Il pubblico non apprezzò il passaggio dalle sensuali danzatrici hawaiane al capitano zoppo ossessionato dalla balena bianca, e per la carriera di Melville fu l’inizio della fine. Scrisse ancora qualcosa, soprattutto e poesie e racconti brevi, tra cui il suo capolavoro Bartleby lo scrivano. Della storia di Bartleby sono state date decine di interpretazioni - potrebbe essere un’opera sul conformismo, sull’alienazione, sulla disobbedienza, sulla sovversione - ma letteralmente è la storia di uno che smette di scrivere, e poi smette di fare tutto il resto, e alla fine si lascia morire. Preferirei di no. Anche Melville preferì di no, e morì del tutto sconosciuto nel 1891, dopo che la fattoria era fallita e lui aveva lavorato per vent’anni alla dogana del porto di New York. E io sono qui, 158 anni dopo che è stato scritto, a leggere un romanzo che comincia così:

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente - avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e di vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e regolare la circolazione. Ogni volta che mi sorprendo con le labbra atteggiate al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo, per me, sta al posto del proiettile e della pistola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io invece mi metto in mare. Non c'è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

Herman Melville, Moby Dick, o la Balena

domenica 22 marzo 2009

CATERINA SULLA SOGLIA

Non ci sono soltanto brutte notizie in questi giorni, ed è ancora possibile fare libri senza fare i tagliagole, i commercianti col dito sulla bilancia, i pubblicitari. Esce, per l’editore Terre di Mezzo, un libro che ho a cuore come se fosse mio: Caterina sulla soglia, di Susanna Bissoli. Non so nemmeno da dove cominciare a parlare di questa raccolta di racconti. Forse da qui: verso la fine del 2006 la Shake Edizioni, che nella sua lunga e gloriosa storia si è sempre occupata di saggistica politica, mi aveva proposto di curare e dirigere una collana di narrativa. Io avevo accettato con l’entusiasmo di un mozzo a cui viene offerto di imbarcarsi su una nave pirata. Per prima cosa, mi era sembrata una buona idea organizzare una serie di incontri per raccogliere consigli. Uno fu con Davide Musso, editor di Terre di Mezzo, che proprio allora cominciava un’avventura simile: dividendo un panino e una birra in piazza Vetra ci raccontammo le nostre difficoltà e i nostri desideri, promettendoci aiuto reciproco se ce ne fosse stato bisogno. Un altro incontro fu con Matteo B.Bianchi, questa volta a casa mia, davanti a un cosciotto d’agnello innaffiato da succo d’uva: Matteo dirige da anni una delle migliori riviste letterarie italiane, e quanto a fiuto per il talento non lo batte nessuno. Durante quella cena, tra i nomi che Matteo mi fece c’era appunto quello di Susanna Bissoli. Era il primo della lista. Il modo in cui me ne parlava era più o meno questo: è un mistero che non l’abbia ancora pubblicata nessuno, perché secondo me è bravissima.

Da allora sono successe un po’ di cose. Tra queste il laboratorio di scrittura al Circolo Malacarne di Verona, che Susanna mi ha invitato a tenere completamente al buio, senza conoscermi né avermi mai visto in faccia. È stato il luogo magico in cui è nata la nostra amicizia, oltre ad alcuni dei racconti pubblicati in questo libro. Susanna usciva da una lunga malattia, ed era in uno stato di grazia tale che bastava dirle: scrivi una cartolina a un vecchio amico, o racconta la prima bugia che ricordi di aver detto da bambina, o descrivi una foto di famiglia, e lei se ne usciva con una storia che era già pronta per la tipografia. Tra le altre cose successe in quel periodo, l’avventura con la Shake è finita ancora prima di cominciare. Non è che sono sceso dalla nave, è proprio che sono rimasto all’osteria del porto. Ho messo il naso dentro il mondo editoriale e ho capito che non era il mio mestiere. A quel punto sono tornato da Davide e, memore della vecchia promessa, gli ho detto più o meno quello che Matteo aveva detto a me: devi pubblicarla, perché è bravissima. E adesso, ragazzi, finalmente ci siamo.

Ho passato molto tempo a scrivere e riscrivere un testo che potesse accompagnare questo libro, e ora non saprei immaginarne uno diverso. Eccolo qui. Le vite delle persone non sono romanzi, sono raccolte di racconti. Frammentarie, discontinue, disseminate di buchi neri e illuminate da verità intraviste, manipolate dalla memoria che filtra, cancella, riordina, riscrive. È il modo in cui Susanna Bissoli ci racconta le soglie di Caterina. Infilando nella cordicella del suo primo libro le perline colorate di tutti gli addii e le partenze, tutte le esperienze di perdita che una vita può sopportare: dell’infanzia, della madre, dell’amore, del corpo, della terra sotto i piedi. Leggendo queste sedici storie, la voce che mi suona in testa è quella di Grace Paley. Anche la scrittura di Susanna riesce a maneggiare la malattia e il dolore, perfino a ballare con la morte restando miracolosamente gioiosa. La gioia che c’è dentro è gioia dell’incontro, di avere a che fare con altri esseri umani, di scoprirli tutti diversi e tutti strani. È gioia di ricordare, raccontare, giocare con le parole della memoria: il dialetto veneto dell’infanzia, il greco della libertà e dell’amore, l’italiano zoppo dei migranti in cui, prigioniera di casa sua, a Caterina sembra di ritrovare la voce del mondo.

A volte è difficile dire che cosa si prova, e a volte invece è facilissimo. Quando è uscito il mio primo libro ero felice e triste: felice perché il mio grande sogno si stava realizzando, e triste perché da quel momento bisognava trovarne un altro, o rassegnarsi a vivere senza. Oggi, invece, sono felice e basta. Brava Susi, non so neanche più quante volte te l'ho detto. Brava. Ti mando un enorme abbraccio.

martedì 17 marzo 2009

PRINCIPIANTI

Dieci anni fa, il 27 aprile 1999, sulle pagine culturali di Repubblica usciva un articolo di Alessandro Baricco. Il titolo: L’uomo che riscriveva Carver. Il contenuto: Baricco fa un viaggio in America, e nella biblioteca di una piccola università trova i dattiloscritti originali della seconda raccolta di Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, corretti a mano dall’editor Gordon Lish. La lettura dei testi ha un esito sorprendente. Lish ha cambiato il titolo e il finale di quasi tutti i racconti, ha tagliato interi paragrafi, ha perfino riscritto di suo pugno alcune frasi. Nell’articolo Baricco sottolinea diversi difetti dei testi originali, e tira queste conclusioni: il Carver genuino era pur sempre un bravo scrittore, ma non il maestro che credevamo noi. Il genio minimalista, quello che avrebbe influenzato tutta la letteratura occidentale, era un corpo con due teste, quelle di Raymond Carver e di Gordon Lish. Il tono in cui queste conclusioni venivano tirate era più o meno il seguente: cari lettori di Carver, sapete che cosa ho scoperto? Che siamo stati truffati. Il nostro scrittore preferito era in realtà un’abile operazione editoriale.
Fino a qui tutto bene. Il mio Carver preferito è quello di Cattedrale, e la scoperta non mi ha ferito più di tanto. Ho sempre pensato che quei racconti picchiano duro al primo colpo, ma alla distanza rivelano una certa freddezza meccanica, tradiscono il lavoro fatto a tavolino. La domanda però era questa: come mai Baricco si prende la briga di andare fino a Bloomington, Indiana, chiedere il fondo Lish a una gentile bibliotecaria, tirare giù uno scatolone pieno di dattiloscritti e perdere tutto quel tempo a studiarli, per raccontare a noi questa storia? È una cosa che ha fatto perché gli andava, o ce l’ha mandato qualcuno? Ce l’ha mandato Repubblica? E in questo caso perché?
Dettaglio numero uno. La notizia non era esattamente uno scoop. Era uscita, pari pari, sul New York Times di quasi un anno prima, nell’estate del 1998. Così la luce sulla questione comincia a cambiare: nell’aprile del 1999 la redazione culturale di Repubblica decide di rispolverare una vecchia notizia, mandando uno dei più famosi scrittori italiani negli Stati Uniti per compiere ricerche inutili, dato che tutto era già stato verificato e descritto da un giornalista del New York Times mesi prima.
Dettaglio numero due. All'epoca dell’uscita dell’articolo, la casa editrice minimum fax si era appena aggiudicata i diritti italiani dell’opera di Carver, battendo nella gara un colosso come Einaudi. Il piano editoriale prevedeva di pubblicare uno alla volta tutti i suoi libri, una decina circa, in una collana progettata apposta per lui. E sapete quando uscì il primo di questi libri (Racconti in forma di poesia)? I più cinici di voi l’avranno già indovinato. Marzo 1999. Appena prima dell'uscita dell'articolo.
Insomma la teoria del complotto è formulata così: Einaudi perde l’asta per pubblicare Carver e decide di compiere un’azione di sabotaggio. Prende un vecchio articolo del New York Times. Assolda il sicario Baricco. Si compra la pagina culturale di Repubblica (che non dovrebbe essere in vendita, non essendo una pagina pubblicitaria, ma questo è un altro discorso; e un altro discorso ancora è come mai Baricco si presti a questa roba). E spara la bordata del 27 aprile: Carver è una truffa, un’operazione commerciale.
Ora mi chiederete: come mai salti fuori con questa storia a dieci anni di distanza? Perché, come raccontavo tempo fa, i diritti editoriali a un certo punto scadono. La durata dipende dal contratto che era stato firmato, e in questo caso era proprio di dieci anni. Nel 2008, scaduto l'accordo con minimum fax, la vedova di Carver ha rivenduto tutto a Einaudi, immagino cedendo a un’offerta economica che non si poteva rifiutare. In questi giorni esce il primo libro, e sapete che libro è? Si intitola Principianti e non risulta nella bibliografia ufficiale di Raymond Carver. Sono le versioni originali dei suoi racconti, ancora intatte dall’accetta-bisturi di Gordon Lish. Le cartelline che quel giorno del 1999 Baricco era andato a cercare nella biblioteca dell’università di Bloomington, Indiana. Proprio loro.
Ora, io sono contento che questo libro esista. Stamattina, appena ho saputo che era uscito, sono corso in libreria a comprarmelo, e nel viaggio in treno verso casa mi sono letto il primo racconto, Perché non ballate?, che nella versione ufficiale so quasi a memoria (In cucina si versò un altro bicchiere e guardò i mobili della camera da letto sistemati nel giardino. La parte di lui, la parte di lei). È sempre un bel racconto, solo un po’ meno secco e tagliente di quello che conoscevo. Per adesso do ragione a Baricco: la versione ritoccata da Lish è migliore. Quando li avrò letti tutti, magari ne riparleremo. Intanto però sto sogghignando, perché mi chiedo questa cosa: come lo recensirà Repubblica? Gli dedicherà un paginone domenica prossima? Parlerà di capolavoro ritrovato o tirerà fuori quel suo vecchio giudizio, per cui questo libro è un Carver incompiuto, materia prima ancora grezza, mancante del lavoro geniale del suo editor? E se cambieranno opinione, si vergogneranno almeno un po’? Io non ho dubbi su come andrà a finire. Accetto scommesse e aspetto seduto in riva al fiume, in attesa che passi il cadavere del mio nemico.

domenica 15 marzo 2009

L'AMICO DEL PAZZO

Certi libri fanno una brutta fine. Il nome di questa fine evoca, a scelta, i roghi delle streghe o l’inferno a cui credevamo da bambini, e io preferisco pensare che sia una metafora, che non esista davvero il locale caldaie con l’operaio che spala il carbone. L’uomo in canottiera che riceve carriole di libri non venduti e non rubati, forse nemmeno sfogliati da una mano curiosa in libreria, o proprio mai esposti sugli scaffali - i libri che hanno passato la loro misera vita dentro uno scatolone, libri a cui è stata negata perfino la possibilità di realizzare il proprio senso sulla terra - l’operaio, dicevo, che vedendo arrivare un altro carico sputa una bestemmia e appoggia la pala al muro, si asciuga la fronte con un fazzoletto sporco, e poi materialmente prende queste carriole di libri non letti e le butta nel fuoco. In ogni caso, di qualunque forma di distruzione sia metafora la parola macero, la cosa funziona più o meno così. A un certo punto un editore decide di liberarsi di un titolo. Sarà perché ha venduto poco, oppure ai suoi tempi ha venduto bene ma ormai non lo chiede più nessuno: e ci sarà una segretarietta secca, per citare il vecchio Bianciardi, che a un certo punto va dal capo e riferisce che fare il rendiconto annuale di quelle poche copie in movimento costa più che ritirarle dalla circolazione. E così il capo mette la firma su un foglio contenente la parola macero. Vuol dire che, da quel momento in poi, il titolo in questione è fuori catalogo. Non più in ristampa. Esaurito.

È appena successo a Marco Drago e al suo libro d’esordio, L’amico del pazzo (Feltrinelli 1998). Siccome Drago, dietro quella scorza da cinico, è un inguaribile sentimentale, mi ha proposto di organizzare un reading che faccia da funerale al pazzo, per non lasciarlo finire nella fossa comune del cimitero di Vienna in un grigio pomeriggio piovoso ma dirgli addio in grande stile - un reading che sia l’equivalente letterario della barchetta di giunchi su cui si allontanava il cadavere di Nicholas Ray, o della palla di cannone con cui furono sparate in orbita le ceneri di Hunter Thompson. E così mi ha passato il libro che ho qui sul tavolo in questo momento. E io, che per qualche motivo me l’ero perso (nel ’98 chissà cosa leggevo, sarò stato nella fase di transizione tra Herman Hesse e Bukowski), prima ho dato un’occhiata al racconto per il reading, e poi l’ho lasciato sul tavolino dell’oblio dove sono ammucchiati i libri in corso, e poi invece la settimana scorsa da lì mi ha chiamato, si è fatto raccogliere e sfogliare, e in una lunga notte di passione me lo sono letto tutto.

Adesso posso dire che L’amico del pazzo è un bellissimo libro. Più che racconti sono monologhi deliranti, il flusso di coscienza di una mente pericolosa.

È un libro in cui un figlio racconta la vita dei suoi genitori, cominciando dalla fine: Gli ultimi anni mia madre metteva La Vestaglia. Dopo un po’ tutti finiamo così, che lo si voglia o no. Tutti così. Ad avanzare tempo per fermare il tempo. A non voler più curarsi di cose fastidiose e superflue come l’aspetto esteriore. Come dire: devo affrontare la devastazione dentro di me, non m’importa della devastazione fuori di me.

È un libro in cui un operaio piemontese, dopo essere stato licenziato dal supermercato in cui lavora, accetta l’offerta di fare l’attore porno a Verona. Lui dà per scontato che non ci sia più posto per lui in un certo mondo normale che aveva frequentato fino a poco prima. Pensa che, una volta in quelle stanze, si debba dire addio alle piccole minchiatine tipo amici, cene in compagnia, famiglia, progetti, progetti, progetti. Una volta che vedi una donna adulta, istruita almeno fino alla quinta superiore, bellina, discretamente intelligente, prendere un pesce rosso vivo e usarlo dentro e fuori il suo buco preferito. Una volta che vedi anche cose come quella, pensa lui, rimane inutile darsi una ragione, spiegarsi, giustificare la propria presenza. Entrasse di colpo un ceffo con un fucile automatico e iniziasse a sparare alla cazzo, nessuno si azzarderebbe a stupirsi.

È un libro ambientato tra le dolci colline delle Langhe, quelle dei vini nobili e delle sagre del tartufo: Ci sono posti che non vorrei mai vedere e uno di questi posti è Alessandria. I primi palazzi alla periferia sud di Alessandria mi atterriscono, e poi anche questa strada per Alba. Ci sono persone che lavorano nelle vigne alle undici di sera. Cani che escono abbaiando dai cancelli e puntano alle caviglie di chi guida (hanno la speranza di trapassare coi denti la lamiera della macchina). Ci sono ragazzini ai bordi della strada, e paesi così brutti da far male.

E poi è un libro che fa ridere, come quando l’amico del pazzo perde la carta del bancomat, il feticcio che lo teneva aggrappato alla vita e agli ultimi residui di lucidità: Alla banca mi dicono che è stato un malinteso e che zero problemi per riavere la carta. In una quindicina di giorni. Come in una quindicina di giorni? Dio madonna, ma questa è la periferia dell’impero, allora. Dove abito? A Karatobe nel Kazakistan interno o in una città italiana? Mentre chiedo quello a una specie di cassiere, la tipa dietro di me dice: “È stato a Karatobe? Mio fratello fa il parroco lì”. Al che io la guardo e le dico che era una battuta e che dire Karatobe per me era come dire Kizil Irmak nel Turkmenistan. Lei mi dice: “È stato anche lì, lo conosce? Padre Romeo, lo conosce?”

E ora tutte queste parole andranno perdute come lacrime nella pioggia. Quando sei andato a letto, quella notte, con il tuo primo libro sotto il cuscino, pensando che il tuo desiderio più grande si era appena realizzato, non immaginavi che sarebbe finita così, non è vero?