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mercoledì 17 aprile 2013

UN CANE FELICE


(Mozzo ringrazia tutti per le belle parole che ci stanno arrivando. Sofia, lì accanto, come al solito si sottrae. Quando esce in giardino si veste di verde, naturalmente.)

domenica 10 marzo 2013

STORIA DI UNA SCHIENA

     (Questo racconto è uscito ieri sulla Repubblica. L'ho scritto l'otto marzo ed è dedicato a Grace Paley.)

     Una mattina giocherellavo con la sua schiena. Parlavamo di vecchi amori. Anzi no: lei parlava, io camminavo con le dita su e giù per la sua spina dorsale. Il fatto è che ho sempre pensato che i vecchi amori vadano lasciati dove stanno, non è il caso di svegliarli dalla tomba e portarli a fare un giro. Ma alle ragazze, chissà perché, l’argomento piace da impazzire.
     Più tardi scrissi: Era una schiena color caffelatte, e tutta ossa. Vedeva solo le pance degli uomini e la fine delle cose. Si domandava sempre come fosse di là, dove il mondo ti veniva incontro invece di andarsene via.
    Ti sei offeso, disse, quando le mostrai quelle poche righe.
    Ma no, risposi.
    Le pance degli uomini?, disse lei. Questa non te la perdono. Schiene, pance, ossa, parli di amore e non ci metti nemmeno un bacio.
     È vero che a me piacciono le ossa - costole, vertebre, gomiti, ginocchia, anche - ma mi piacciono pure i baci. Tornai in cucina. Mi venne in mente la frase di Dorothy Parker sulle sei e mezza di sera a New York. Secondo te qual è l’ora più triste della giornata?, le chiesi ad alta voce. Come?, domandò lei dal letto, immersa in qualche Grande Romanzo Americano. L’ora più triste, ripetei.
     Ma che ne so, rispose. Forse le cinque meno dieci.
     Le cinque meno dieci erano l’ora più triste, quella in cui tornavano i fantasmi del passato. La schiena sussultava suo malgrado: ascoltava i singhiozzi soffocati dal cuscino, contemplava il soffitto e ricordava. Lei una volta l’aveva visto, il futuro. Fuori da un bar, a notte fonda, un uomo l’aveva afferrata per i fianchi e costretta a voltarsi, e lì, durante quel bacio da ubriachi, la schiena aveva finalmente potuto guardare avanti. Il futuro era una strada illuminata dai lampioni, scintillante di pioggia, indimenticabile.
     Ecco fatto. Però, ora che il bacio c’era, avevo pure scoperto come finiva la storia. Mi sa che muore, dissi tornando di là. Già mi immaginavo la schiena sdraiata su un prato. La mia schiena color caffelatte si sarebbe addormentata guardando gli uccelli e le nuvole, oppure le formiche e i fiori?
     Lei sbuffò, posò il suo libro sul cuscino, prese il foglio che le porgevo e leggendolo si fece tutta seria.
     Magari non muore, disse alla fine.
     Già, e come?, chiesi io. Una schiena così nostalgica.
     Magari incontra una persona gentile, disse lei. Sai com’è, a volte basta una gentilezza a cambiarti la giornata. Mi restituì quell'inutile pezzo di carta e si rigirò nel letto, tirandosi la coperta sulla testa.
     Gentilezza, gentilezza, pensai seduto al tavolo. Non mi veniva in mente niente.
     Poi sentii un impellente bisogno di chiedere scusa. Vale come gentilezza? Scusa per questo racconto, scusa per l’incapacità di ascoltare, scusa per come qualsiasi ricordo in cui non ci sono mi offende, scusa per quando le provo tutte per farti sentire in colpa. Vorrei essere quello dei baci e non delle ossa. Lasciai il racconto sul tavolo e andai di là per dirglielo, ma la trovai che dormiva. Distesa sulla pancia, con un braccio a coprirle gli occhi dalla luce del giorno, il gatto raggomitolato sulla schiena.

mercoledì 20 febbraio 2013

UN BAMBINO COME NOI


   (Per tutti i bambini di quinta della scuola primaria Alessandro Volta di Lomagna, per le loro maestre e in particolare per Sandra. Il "libro di un altro scrittore" era un racconto di Hemingway, Campo indiano. Spero che adesso Ernest non venga fin qui per darmi un pugno sul muso. Grazie ragazzi, non lo dimenticherò.)

martedì 18 dicembre 2012

LIBRAI

 (a R, angelo custode)

     Quella di Sansepolcro aveva fatto l’ostetrica per tutta la vita. Negli anni Settanta, a Firenze, aveva fondato un ambulatorio femminista, che promuoveva il parto in casa e aiutava le donne a praticarlo. Poi si era sposata, aveva avuto tre figli, si era trasferita lì con la famiglia. Anni dopo il marito e i figli se n’erano andati, lei invece aveva aperto una libreria con alcune ragazze più giovani. Mi disse che di quelle ragazze si sentiva un po’ la mamma. Che l’ostetrica e la libraia non le sembravano mestieri poi tanto diversi. Dei suoi figli parlava con orgoglio: uno stava cominciando a esercitare come medico pediatra, l’altra studiava diritto internazionale a Londra, il terzo aveva coltivato il sogno di fare il musicista e inseguendolo si era un po’ perduto.

     Quello di Foggia mi raccontò degli anni di Zeman, e del trio delle meraviglie Baiano-Signori-Rambaudi. Eravamo in macchina dall’aeroporto di Bari, cento chilometri sotto il diluvio. Mi disse che, per lui, quella era l’epoca del sogno, un tempo che non sai più se sia esistito davvero o l’abbia inventato tu dormendo; perché era un bambino, allora, e amava il calcio nel modo dei bambini, studiando a memoria i tabellini delle partite e gli albi d’oro. Ancora adesso ricordava ogni risultato, ogni formazione, ogni gol. L’ultimo era stato quello subito in casa con il Napoli, che aveva negato al Foggia l’ingresso in coppa Uefa e gli aveva spezzato il cuore. Tre rigori ci dovevano dare, mi disse scuotendo la testa. Poi si consolò raccontandomi di Kolivanov, genio incompreso.

     Quello di Fermo era un anarchico, e in un angolo teneva due poltrone e po’ di vino. Gli piaceva offrire un bicchiere alla gente che si sedeva lì a sfogliare un libro. Era esuberante, litigioso e dedito ai vizi come capita spesso agli anarchici, non so ai librai. Nella sua stessa via, solo cinquanta metri più in là, gli avevano aperto una libreria di catena, e lui si rifiutava di passarci davanti: quando doveva andare in piazza prendeva un vicolo laterale e faceva un lungo giro. Si arrabbiò perché all’incontro vennero solo cinque persone. “Città di merda”, sibilò tra i denti, ma più tardi ammise che non l’avrebbe mai lasciata. Bevemmo il suo Rosso Piceno per tutta la sera, la mattina doveva accompagnarmi in stazione molto presto; lo salutai di fretta, col vino che mi picchiava in testa, sapendo che poi di quella fretta mi sarei pentito, correndo fuori dalla sua macchina per non perdere il treno.

     Quello di Palermo mi portò al ristorante e voleva farmi assaggiare tutto. Siccome non potevo ordinare dieci piatti diversi, ognuno dei suoi amici ne ordinò uno e me ne offrì un boccone. Al tavolo di fronte c’erano tre camionisti svizzeri ubriachi: chiesero se stessimo celebrando un addio al celibato, forse perchè ci vedevano allegri o forse nella speranza di unirsi a noi. Il libraio disse di no, che ci eravamo appena conosciuti e stavamo festeggiando il nostro incontro. I camionisti capirono perfettamente. Per via dell’accento il libraio chiese se fossero tedeschi, e loro si offesero a morte. Dissero no, noi siamo normali. Avevano appena ordinato un giro di birre dopo il caffè, ma della normalità ognuno ha la sua idea, e non ci parve il caso di discuterne. Facemmo la pace brindando all’internazionalismo e all’amicizia tra i popoli.

     Quello di Venezia aveva cominciato con una libreria di libri usati. Sgomberava le biblioteche dei morti, che i figli si vendevano per pochi soldi e certe volte senza sapere di dar via rarità preziose. Mi raccontò che a Venezia le cantine non esistono, esistono i solai; ed è lo stesso un problema tenere i libri all’asciutto. A un certo punto, oltre che ai libri usati, si era appassionato ai piccoli editori, e aveva cominciato a vendere anche loro. Di quelli grandi non ne voleva sapere. Entrava qualcuno a chiedergli un Einaudi, un Mondadori, e lui diceva mi spiace, non ce l’abbiamo. Si può ordinare?, domandavano quelli. No, diceva lui, non si può ordinare. Quella sera mi aveva fatto una sorpresa, esponendo in vetrina tutti i libri che avevo citato nel mio.

     Quello di Ivrea mi raccontò di Adriano Olivetti, che si era messo in testa di far leggere gli operai. Per questo, mi disse, a Ivrea c’è il più alto rapporto librerie-abitanti, lo sapevo? Risposi che non lo sapevo. Anche lui prima faceva un altro lavoro, come tutti gli altri. Il venditore di qualcosa che si vendeva meglio dei libri. Disse che però a un certo punto si era accorto di non stare bene, e allora si era licenziato, usando la liquidazione per aprire la libreria; con cui non guadagnava quasi niente, se non la felicità che prima gli sfuggiva.

     Quello di Pietrasanta voleva vendere anche gli e-book. Il suo amico cercava di spiegargli che non aveva senso, ma per lui un senso ce l’aveva eccome: uno viene qui con il suo coso, mi disse, il suo e-reader, mi chiede un libro e io glielo scarico dalla come si chiama, dalla chiavetta no? Tutti i librai discutevano di e-book fingendo di non preoccuparsene affatto, come si snobba l’annuncio di una catastrofe, la fine del mondo. Tutti disprezzavano i best-seller, e in particolare le loro sfumature, ma con i libri brutti ci campavano, mi dissero, a vendere solo libri belli non si arriva a fine mese. Quello di Torino per i libri brutti si era inventato questa cosa: aveva preso un tavolino e gli aveva segato una gamba a metà. I libri brutti li vendeva anche lui, ma li teneva lì sotto a reggere il tavolo.

     Per qualche motivo le libraie erano spesso in due e piuttosto belle, i librai quasi sempre trasandati e soli. Quello di Bari faceva eccezione: secondo me assomigliava a Klaus Kinski, ma secondo i suoi amici a David Bowie, e secondo il cameriere cocainomane a Andy Warhol. Non riuscivamo a metterci d’accordo. La libreria l’aveva aperta da un mese: era specializzata in musica, fumetti, cinema, piccoli editori punk. Era un punk anche lui, magrissimo, capelli biondi ossigenati, abiti attillati e neri, un sorriso che ti faceva venir voglia di sorridere anche te. Le libraie di solito erano gentili, però dopo l’incontro tiravano giù la serranda e mi davano la buonanotte; i librai invece mi accompagnavano al ristorante e al bar. Parlavamo di calcio e letteratura. A volte pure di donne. Sentivo di capirli meglio, e loro capivano me. Le libraie mi facevano trovare sul tavolo un bicchiere d’acqua; i librai mi guardavano in faccia e mettevano il vino.

martedì 18 settembre 2012

IN VIAGGIO CON SOFIA

     Nei prossimi mesi me ne vado in viaggio con Sofia. Con il suo caratteraccio non sarà facile, ma spero che faremo incontri belli. Ecco il calendario in continuo aggiornamento. Chiunque desideri invitarci può scrivere a questo indirizzo (astenersi catene librarie, gradite scuole e osterie). Ci si vede in giro.

     Venerdì 21 settembre, Milano: libreria Centofiori, ore 18.30
     Martedì 25 settembre, Roma: libreria minimum fax, ore 21
     Mercoledì 26 settembre, Viterbo: spazio Arci Biancovolta, ore 21
     Giovedì 27 settembre, Frascati (Roma): libreria Lotto 49, ore 21
     Sabato 29 settembre, Milano: festival Roland Scritture
     Giovedì 4 ottobre, Ivrea: La galleria del libro, ore 18.30
     Venerdì 5 ottobre, Bergamo: libreria Articolo 21, ore 18
     Giovedì 11 ottobre,Verona: circolo Malacarne, ore 19
     Venerdì 12 ottobre, Venezia: libreria Marco Polo, ore 18
     Sabato 13 ottobre, Padova: festival La fiera delle parole, ore 19
     Venerdì 19 ottobre, Torino: libreria Trebisonda, ore 21
     Sabato 20 ottobre, Tortona (Alessandria): libreria Namastè, ore 18
     Sabato 27 ottobre, Monza: libreria Libri e Libri, ore 11
     Mercoledì 31 ottobre, Palermo: libreria Modusvivendi, ore 18.30
     Martedì 6 novembre, Cremona: Osteria del Fico, ore 21
     Venerdì 9 novembre, Sansepolcro (Arezzo): libreria del Frattempo, ore 21
     Sabato 10 novembre, Fermo: libreria Ferlinghetti, ore 21.30 
     Venerdì 16 novembre, Milano: festival Book City, ore 20.30
     Domenica 18 novembre, Pietrasanta (Lucca): libreria Nina, ore 18
     Sabato 24 novembre, Pisa: Pisa Book Festival, ore 18
     Lunedì 26 novembre, Milano: cooperativa La Liberazione, ore 21
     Mercoledì 28 novembre, Cassago (Lecco): ass. Frecciarossa, ore 21
     Sabato 8 dicembre, Foggia: Piccolo Teatro Impertinente, ore 20
     Domenica 9 dicembre, Locorotondo (Bari): Docks 101, ore 19
     Lunedì 10 dicembre, Corato (Bari): BangBangBar, ore 19.30
     Martedì 11 dicembre, Francavilla Fontana (Brindisi): libreria Ubik, ore 18.30
     Giovedì 13 dicembre, Firenze: libreria-café La cité, ore 19
     Venerdì 14 dicembre, Bologna: libreria IBS, ore 18.30
     Giovedì 20 dicembre, Cagliari: Piazza Repubblica Libri, ore 19
     Venerdì 25 gennaio, Lodi
     Mercoledì 30 gennaio, Viterbo


(la bambola ritagliabile di Sofia è opera di Eugenia Burchi, che ringrazio moltissimo per il pensiero)

mercoledì 5 settembre 2012

SOFIA SI VESTE SEMPRE DI NERO

Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età. Sarebbero andati su e giù per la sua vita dagli anni Settanta in poi. Volevo che fossero il più possibile diversi tra loro: molto lunghi e molto brevi; scritti in prima, seconda e terza persona; al passato, al presente e se possibile anche al futuro. In uno la storia sarebbe durata vent’anni, in un altro un giorno solo; non sempre Sofia avrebbe occupato il centro della scena, ma anche nascosta dietro le quinte sarebbe stata la causa o l'effetto delle azioni altrui; e nel percorrere la sua vita mi sarei fermato spesso per tornare indietro, ricominciando da un altro punto di vista. Nelle mie intenzioni ogni pezzo del mosaico doveva poter vivere da solo, oltre che legarsi agli altri e comporre un disegno più ampio, in modo da conservare le qualità che amo tanto nella forma racconto - l’immediatezza, l’economia rigorosa del materiale narrativo, la libertà di sperimentare e quel senso di illuminazione che i migliori finali possiedono - e perseguire allo stesso tempo la profondità, la complessità del romanzo. Naturalmente non era un’idea originale. Tra i miei maestri americani ne avevo in testa soprattuto due: Hemingway (con i racconti di Nick Adams) e Salinger (con la saga della famiglia Glass). Altri romanzi di racconti che ho preso a modello: Un matrimonio da dilettanti di Anne Tyler. Il Manuale di caccia e pesca per ragazze di Melissa Bank. E poi un capolavoro che, misteriosamente, sembra tale solo a me: Esther Stories di Peter Orner. Questi libri li ho letti, smontati, studiati, per costruire un meccanismo simile ma con un materiale tutto mio: una ragazza nata a Milano nel 1977, le persone con cui è cresciuta, il mondo che gira intorno a loro.

Poi durante gli ultimi cinque anni, mentre scrivevo, sono usciti altri tre titoli per me fondamentali. Questi però non sono passati inosservati: hanno vinto il Pulitzer e il National Book Award, riempito librerie e pagine di giornali. Sono Olive Kitteridge di Elizabeth Strout (2008), Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann (2009), Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (2010). Tre romanzi di racconti che considero fratelli uno dell’altro. Sono apparentati non solo dalla struttura a mosaico ma dall’idea di usarla per rappresentare il tempo, anzi l’esperienza del tempo che è la memoria: frammentaria, non lineare, fitta di connessioni intrecciate tra loro, agitata da continui movimenti. Mi viene in mente la chimica, quell’altro grande romanzo di racconti che è Il sistema periodico di Primo Levi, o uno stagno in cui le bolle d’aria dei ricordi non smettono di salire dal fondo, gonfiarsi e fondersi le une con le altre, a volte arrivare in superficie e scoppiare. I racconti sono le bolle d’aria. Il romanzo è il sistema delle loro relazioni. Lo stagno siamo noi: siamo noi a ribollire di ricordi che a volte salgono in superficie ed esplodono, e leggiamo, scriviamo, per comprendere quel tumulto; se non riusciamo a tenerlo a bada possiamo almeno conoscerlo un po’ meglio, imparare come funziona. Per lo meno è così per me.

Dunque avrei cambiato stile da un racconto all’altro, saltato tra personaggi ed epoche, evitato di seguire la vita di Sofia in ordine cronologico, come se la guardassi accadere, ma in una specie di ordine emotivo, come se la ricordassi. Avrei lasciato buchi e contraddizioni, come quando provi a ricostruire un vaso andato in cocci e scopri che i bordi di due frammenti non corrispondono più. Avrei voluto sottrarmi all’obbligo di mettere i racconti in fila, trovare il modo di farli esistere simultaneamente, dare al lettore la libertà di stabilire un ordine suo, seguendo la propria indole, scovando legami che magari non ho visto neanch’io. Mi sarebbe piaciuto che l’indice del libro non fosse stato un elenco, ma la mappa di una casa. E che il lettore avesse dovuto, potuto, decidere come esplorarla: se entrare dalla porta d’ingresso o dalla finestra del primo piano, se affacciarsi in cucina, fare un giro nel soggiorno, chiudersi in bagno o fermarsi per un po’ nella stanza di Sofia. È anche questa un’idea rubata a una delle mie scrittrici preferite, Alice Munro, che sulla chimica della memoria ha lavorato per tutta la vita, e una volta ha scritto: Per me una storia non è una strada da seguire, è qualcosa di più simile a una casa. Tu ci entri e resti al suo interno per un po’, vai avanti e indietro e ti fermi dove ti piace, scopri come le stanze e i corridoi sono in relazione tra loro, come il mondo esterno è alterato dalla prospettiva delle finestre. E tu, il visitatore, il lettore, sei altrettanto alterato da questo spazio chiuso, che sia ampio e comodo o che ti obblighi a giri tortuosi, che sia arredato in modo opulento o essenziale. Puoi tornarci tutte le volte che vuoi, e la casa, la storia, conterrà sempre più di quello che hai visto l’ultima volta. Ha anche un solido senso di sé: è stata costruita per una propria ragione di esistere, non necessariamente per ospitare te.

Infine, da scrittore di racconti mi mancava terribilmente un’esperienza del romanziere. Quella di creare un personaggio e vederlo crescere, imparare a conoscerlo con il tempo, trascorrere insieme a lui qualche anno della propria vita. Quel legame che stabiliamo coi protagonisti dei libri letti, che per un certo periodo diventano i nostri compagni più intimi, cominciano a mancarci ben prima dell’ultima riga e poi ne parliamo agli amici come se fossero persone in carne e ossa: quanto profondo sarebbe diventato, quell’affetto, se il libro l’avessi scritto io? Be', ho consumato quasi duemila pagine e una decina di biro nere ma alla fine l’ho scoperto: è stato come vivere una storia d’amore. Ecco cosa mi rimane, ora che ho messo i quaderni in una scatola e il libro è per il mondo. Spero che sia un buon libro per chi lo leggerà, ma in un certo senso  non ha nessuna importanza, perché non cambia quello che ha significato per me. Ho passato con Sofia gli ultimi cinque anni della mia vita: abbiamo avuto momenti belli e momenti brutti, però ci sono stati; anni intensi e pieni di passione, di scoperte e litigi e ossa rotte; e di strade, città, canzoni, persone, case. Se ci penso me le ricordo tutte. E adesso nessuno mi venga a dire che lei, noi, non siamo mai esistiti.






mercoledì 2 maggio 2012

FANTASMI

   Ora che sto qui a levigarli e lucidarli, questi dieci racconti, mentre dovrei solo liberarmene e fare altro, mi sembra di sfogliare non le pagine di un libro futuro, ma un vecchio album di fotografie.
   Il racconto dei pirati fu il primo, nell’inverno del 2008, quando passavo tutti i giorni alla Scighera e leggevo solo libri sulla filibusta. L’idea sui branchi di maschi mi ricordo da dove viene: ne parlavo spesso con Remigio, di maschi e di lupi, sul prato di Fontane. E la scena in cui i due amici si separano, alla fermata di Smith Street sulla linea F, l’ho scritta proprio a Brooklyn nell’aprile del 2010. Sono uscito di casa e sono sceso in metropolitana con il mio quaderno, mi sono seduto su una panchina, ho immaginato la scena e l’ho scritta. Quaderni come quello mi hanno accompagnato ovunque in questi anni. Li ha comprati mio padre in Malesia e mi pare giusto che uno dei racconti cominci proprio così: con mio padre a Singapore che contempla l’Oceano Indiano. Sono quaderni di dimensioni A4, con la copertina di cartone e le pagine numerate, quattrocento ciascuno. Ne ho riempiti cinque con le storie di Sofia. Potrei anche sfogliarli come pagine di diario: qua e là c’è il disegno di un larice, l’indirizzo di un pub newyorkese, il nome e il numero di telefono di qualcuno che non so più chi è, macchie di caffè e di vino, brani di libri che stavo leggendo e mi andava di ricopiare, ma più che altro c’è quello, parole su parole, un mucchio di bucce d’uva fermentata e un laborioso processo di distillazione. Duemila pagine che diventeranno duecento. A quanto pare, da cento chili di vinaccia si estraggono sei litri di grappa: dunque il mio alambicco non è stato poi così spietato, e il mio nettare più che a torcibudella assomiglierà a un liquore per signorine.

   Non ho un racconto preferito, oppure il preferito cambia a seconda dell’umore. Nei giorni di bonaccia mi piacciono quelli brevi, secchi e puliti, ma quando mi sento montare il mare mosso quei racconti mi sembrano solo dei giochini, e preferisco quelli lunghi, sofferti, imperfetti. Tutti sono nati da un modello, anche se poi magari scrivendo hanno preso la loro strada, e del modello non conservano più molto. Ma se ci ripenso ora posso risalire a ciascuna fonte: il primo viene da Hemingway, Un racconto molto breve; il secondo da Ortiche di Alice Munro; il terzo da Per Esmé di Salinger; Gente del Wyoming di Annie Proulx ne ha ispirati ben due. È importante per me quest’idea, che scrivere sia come dialogare coi miei maestri vivi o morti, provare a raccogliere il loro testimone. Nel mio libro c’è Carver nell’uomo che chiama l'amante dalla cabina del telefono, nella donna che mette i mobili fuori di casa; c’è Salinger in ogni dialogo tra un adulto e un bambino; ci sono Cheever e Yates in ogni piscina gonfiabile, ogni villetta a schiera. C’è perfino Il velo nero di Hawthorne, e i Maschietti di Moody che non mancano mai, Esther Stories di Orner che è il mio sussidiario, e come ho fatto a dimenticare Le vergini suicide? Sono lì nella scena in cui il ragazzino entra nella stanza di Sofia, molti anni dopo che lei se n’è andata. Per dire di come le fonti si mescolano, a lui ho dato il nome del gestore di un rifugio che ho conosciuto in Valsesia. Era un nome troppo bello per non usarlo in un racconto. Anche il cane di Sofia è ispirato a quello dei miei vicini d’alpeggio, il vecchio cane pastore sempre in cerca di biscotti, e l’ho chiamato Mozzo come lui.

   Chissà se qualcuno troverà tutti i libri nascosti nel mio libro, se le persone sapranno di essere proprio loro, se chi è stato con me in un luogo lo riconoscerà. In un racconto c’è Nadia nell’incubatrice, quando è nata e hanno sgomberato il reparto per colpa della sua salmonella, e mia madre che le parla seduta lì accanto, appena arrivata dal Veneto dopo la scuola da infermiere. C’è il laghetto di Gressoney Saint-Jean con l’isola e il gazebo, solo che nel mio libro sta in Brianza, dove rischiammo di andare a vivere verso la metà degli anni Ottanta (sia benedetto chi quella volta ha cambiato idea). C’è Marina che fa la lotta armata e Dino che predica l’anarchia alle giovani menti, meglio se con un bicchiere di rosso in mano. C’è Sara sdraiata sul pavimento, che si fa scrocchiare le vertebre cervicali. Gabbole che mi accusa di ipocrisia e moralismo, e quando non sa più cosa dire chiede: e quindi? C’è Viola e i nostri primi mesi a Roma, le coinquiline di Laura a Torino, un intero racconto dedicato alla Bovisa e un altro a Red Hook, una cena con Nadia in un ristorante di Napoli, un viaggio con Giorgio a Francoforte, vaghi ricordi d’infanzia sul lago di Lecco e l’immagine nitidissima di una porta, chiusa a chiave e senza maniglia: era di fronte alla mia camera in montagna, di notte mi dava gli incubi. In vent’anni non ho mai saputo che cosa ci fosse lì dentro, però adesso che quella porta sta in un racconto è come se nella mia vita avesse preso finalmente un senso, e di incubi non me ne darà più.
   A volte mi sembra che scrivere storie non sia altro che questo: mettere un po’ d’ordine al caos della memoria, proprio come facciamo luce su un ricordo oscuro solo raccontandolo a qualcun altro, e più lo raccontiamo più lo mettiamo a posto, lo rendiamo logico e comprensibile, gli costruiamo una bella scatola dove poterlo conservare, e poco importa se quella cosa che otteniamo alla fine non assomiglia più molto alla realtà dei fatti. Tanto la realtà dei fatti che cos'è? In ogni tribunale sanno bene che un testimone vale molto meno di una prova. La memoria è un racconto, non un documento, e qualsiasi racconto contiene un mucchio di bugie. In questo senso la narrativa è più onesta dell’autobiografia, dichiara apertamente la propria natura: non pretende di stabilire la verità senza distorsioni, anzi si arrende all’idea che la memoria è una distorsione del reale. Bum. Ecco qui il povero scrittore di racconti, partito dall’alambicco per la grappa e giunto a interrogarsi sulle grandi domande universali. Tra un po’ mi chiederò: esiste un Narratore Onnisciente? E le stelle sono solo punture di spillo nel velo che separa noi da Lui?

   Niente, dicevo, ora dovrei solo liberarmi di tutta questa roba, consegnarla alle sante donne di minimum fax perché ne facciano un oggetto che sia bello, colorato e profumato d’inchiostro, così un giorno non troppo lontano ce l’avrò tra le mani e potrò guardarlo con molta nostalgia e un po’ di disgusto. Nostalgia per quando lo stavo vivendo e pure per quando lo stavo scrivendo. Disgusto perché non sarà mai come volevo che fosse. Lo metterò sullo scaffale insieme agli altri tre e lo scruterò ogni tanto con un sopracciglio alzato. Per tenere lontano quel momento, rileggo un racconto al giorno e trovo sempre qualcosa su cui lavorare: ripetizioni da correggere, dati storici e geografici da controllare, l’episodio romano che continua a non convincermi del tutto e il finale di quell’altro, su cui proprio non riesco a decidere che cosa sia meglio. Il mogano era liscio e lucido, come se fosse stato appena passato con la cera, oppure Il mogano era liscio e lucido, come se qualcuno l’avesse appena passato con la cera? Ogni volta che lo rileggo cambio versione, e dopo qualche giorno la rimetto com’era prima. Il famoso decalogo del Kansas City Star, dove Hemingway si formò come cronista, forniva regole ben precise: la forma affermativa del verbo è da preferire a quella negativa, la forma attiva a quella passiva. Però loro parlavano di furti e omicidi. Dichiarazioni politiche, incontri di pugilato. Bisognava essere chiari, non lasciare niente di ambiguo, dare al lettore tutte le risposte di cui aveva bisogno. Io al lettore non ho altro da dare che le mie domande. Come diavolo si descrive un mobile lucidato dai fantasmi?


domenica 4 marzo 2012

CLEVELAND, OHIO

  A Cleveland c'è una sosta, e la ragazza ne approfitta per fumare. Davanti alle vetrate della caffetteria misura il proprio tempo su quello dell’autista, che si è seduto al bancone e ha ordinato una bibita e un panino. Da fuori, la stazione degli autobus le ricorda certe fabbriche della sua città, edifici degli anni Venti: gli angoli tondi, una vela di cemento ornamentale, uno spigolo incombente come la prua di un transatlantico. L’orologio sulla facciata segna le undici di sera e per strada l'asfalto sembra vinile. Nel breve tratto di marciapiede riparato dalla pioggia una donna di colore ne abbraccia un’altra più anziana, un facchino passa spingendo un carrello carico di valigie.
  Poi la ragazza lo vede. Seduto nella caffetteria c’è un ragazzo di una trentina d’anni: camicia grigia, cravatta nera, radi capelli scompigliati, la faccia di uno che dovrebbe dormire un paio d’ore in più per notte. Ha una custodia rigida sul tavolo. Un clarinetto, pensa la ragazza. Tiene un braccio sullo schienale della sedia e con l’altra mano picchietta un ritmo interiore sulla tazza che ha di fronte. Eccoti. Sei tu, vero? Al dito del ragazzo c’è un anello. Se la ragazza si concentra riesce quasi a sentire il rumore che fa l’argento sulla ceramica, un codice Morse tra lui e lei, il loro tintinnio segreto.
  Ora il ragazzo alza gli occhi. Si aggiusta i capelli specchiandosi nella vetrata buia. Senza saperlo incrocia lo sguardo della ragazza - gli occhi di lui specchiandosi, gli occhi di lei guardando attraverso il vetro, come negli interrogatori dei film di polizia. Dunque ora è finito il tempo del corteggiamento, ci siamo solo io e te e questo tavolino. Com’è andato il tuo concerto? Hai ricevuto un bell’applauso, o è stata una di quelle serate storte? Se lui è un clarinettista dovrebbe avere una specie di callo sul labbro inferiore, anzi appena dentro il labbro, e quello sarebbe il punto in cui dargli un bacio di buona fortuna, quando esce per andare a suonare. Tornerebbe a quest’ora, un po’ sbronzo magari, e si farebbe una doccia prima di entrare nel letto, per levarsi di dosso il fumo dei locali notturni e chissà quali altri odori. Lei reciterebbe scene di gelosia: l’attrice e il musicista - qui sarebbe già passato un anno - orari sballati, notti in bianco, tutt’e due sempre senza un soldo, bottiglie vuote che rotolano sul pavimento e un paio di scarpe eleganti a cui è saltato un tacco durante un litigio.
  Poi una cameriera passa tra i tavoli. Posa davanti al musicista un piatto con uova, bacon e patatine fritte. Lui la guarda e sorride. Lei ha un anello molto simile al suo. Gli riempie la tazza di caffè e si allontana, ma dopo pochi passi si volta per sussurrare tre parole con le labbra. Le solite vecchie tre parole. E così, pensa la ragazza, è stato bello finché è durato. Ormai siamo nella fase dei sospetti e delle confessioni: lei chi è? Si può sapere da quanto va avanti? Ci vuole del coraggio, e una bella dose di autolesionismo, a mettersi a parlare adesso invece di andarsene e basta, però a noi piacciono i fazzoletti bianchi e le banchine dei treni, e decidiamo di assaporarlo questo languore. Ce ne stiamo seduti in cucina e dividiamo il nostro ultimo spuntino di mezzanotte. Senape o ketchup? Posso rubarti una patatina prima di lasciarti? La tua tazza è sbeccata sull’orlo, ti ricordi del giorno in cui è caduta? Tieniti tutte le cose sbeccate, scheggiate, ammaccate, le cose che abbiamo comprate intatte e le abbiamo rovinate insieme - usandole, lanciandocele addosso, lasciandole cadere in quei giorni in cui ti cade tutto - tienile tu, sono sicura che avrai una vita bellissima, te la meriti, addio.
  Al banco l’autista controlla l’orologio e lascia due banconote sotto il bicchiere vuoto. Si alza dallo sgabello. La ragazza fa una boccata più lunga dalla sua sigaretta e vede: segatura umida sul pavimento di marmo, un ombrello scrollato prima di entrare, la gomma di un taxi che provoca un’onda di piena in una pozzanghera, un tovagliolo di carta appallottolato e scalciato da una scarpa di vernice. Era questo che avevi in serbo per me, Cleveland, Ohio? Un amore da ubriachi al posto del tuo famoso lago? Lasciami un po’ d’umido sui vestiti, io ricambio con questo mozzicone: tu calpestalo con il prossimo milione di piedi. Poi c’è una scintilla rossa nella notte, l'ultima chiamata per l'autobus diretto a Chicago, una cameriera che rifà il caffè, una città americana con una ragazza in meno.


  

venerdì 27 gennaio 2012

IN AUTOBUS

   (Oggi vi presento Sofia. Dopo più di quattro anni, ce ne sono di pezzi che ho scritto e che non finiranno mai in nessun racconto. Ad alcuni sono affezionato, ma la scrittura assomiglia a un crostaceo più che al maiale dei proverbi: per avere un pezzetto di polpa si butta via quasi tutto. Così ho pensato di pubblicare qui qualcuno di questi frammenti. Prendeteli come un assaggio del libro che verrà.)

In autobus, appoggiata alla spalla di un ragazzo conosciuto centocinquanta miglia fa, la notte del New Jersey che scorre nel finestrino, a Sofia viene in mente che sparire, quello che desiderava una volta, non sarebbe una soluzione. Risolverebbe molte cose, ma non tutto. Estinguerebbe il suo dolore ma non il dolore che ha provocato agli altri. Non cancellerebbe le ferite che ha inferto. Per fare questo non basta accelerare il normale decorso biologico, saltare i prossimi cinquant’anni e arrivare subito alla fine. Se si potesse, bisognerebbe fare l’esatto contrario. Come l’indietro veloce dei vecchi film in cassetta. L’autobus sobbalza, e mentre il ragazzo si agita nel sonno Sofia immagina come sarebbe la scena: ora l'autista inverte la marcia, la giovane donna si alza dal suo sedile ed è di nuovo a New York. Entra in una casa in cui due ex amici non si parlano più, poi i due ex amici litigano furiosamente. Cocci di ceramica si innalzano dal pavimento come spruzzi di schiuma dal mare e diventano piatti, tazzine da caffè. I frantumi delle cose tornano cose intatte, la giovane donna non va a letto né con uno né con l’altro dei due ex amici, i due ex amici sono di nuovo amici. All’autunno segue l’estate, l’aereo della giovane donna decolla in retromarcia. Ora è in Italia, a Roma; la ragazza invece di scappare ritorna, la sua vita non è una fuga senza fine ma un viaggio a ritroso nei posti in cui è stata felice. Esce dalle piscine emergendo per i piedi, miracolosamente asciutta. Comincia i libri dall’ultima pagina, fuma sigarette che si allungano invece di accorciarsi, sputa bevande nelle bottiglie vuote. Non prova più nulla per un maestro di teatro e poi se ne innamora, poi va a vederlo per la prima volta recitare. Le sue relazioni sentimentali si riducono a diciannove, diciotto, diciassette. Ora la ragazza sale su un treno e va a Milano. Torna in case in cui la aspettano persone care, ritrova città di cui conosce le strade e poi se le dimentica lentamente. Ricomincia a parlare con i suoi genitori, fa di nascosto cose che prima faceva alla luce del sole. La sua esperienza in fatto di uomini si riduce un giorno dopo l’altro: ora non è mai andata con nessuno che abbia il doppio dei suoi anni, mai con due ragazzi insieme, mai con il ragazzo di una sua amica. Una notte riconquista la verginità nella casa sull’albero costruita da suo padre: “Io non ho paura di niente”, dice al vicino di casa premuroso, scoprendo che quello impaurito è lui. Poi si baciano, si vestono, lui scompare dietro la siepe, lei si arrampica e rientra in camera dalla finestra. La bambina ha i capelli corti e il giorno dopo all’improvviso lunghissimi. Ha un apparecchio che le storta i denti, ossa che si accorciano, piedi sempre più piccoli. Ora non sa più mentire, non sa più rubare, non sa più dubitare di quello che le viene detto: comincia a credere in Dio, nella felicità domestica, negli slogan pubblicitari, nell’infallibilità di suo padre, non ha mai visto sua madre piangere né stare sdraiata per ore al buio. Dimentica come si fa a leggere e scrivere. Adesso le sue parole si riducono a tentativi di parole e poi a sillabe e suoni disarticolati, gridolini di piacere, strilli di pianto. Smette di mangiare qualsiasi cosa non sia una pappetta schiacciata, e poi solo latte materno. Dorme quasi tutto il tempo. Ora è in una scatola di vetro, ora tra le braccia di un’estranea, ora smette di sapere che cosa sia la luce; le contrazioni si calmano e le pareti intorno a lei diventano morbide e rassicuranti; le due uniche qualità del mondo ora sono l’umidità e il tepore, il mondo stesso un bagno denso e vibrante di gorgoglii, pulsazioni, rimbombi, sospiri. Ora lo spazio esterno e lo spazio interno non sono più due cose separate, è proprio come essere un oggetto fatto della stessa sostanza del mondo, ma è un’armonia che dura pochissimo: poi le dita della bambina rientrano nelle mani, le mani nelle braccia, le braccia nel busto; la bambina non ha più un cervello né un cuore né un sesso, dunque non è nemmeno più una bambina, è solo un ammasso di cellule che si dimezzano a velocità stratosferica, un vertiginoso precipitare delle potenze di due. Da otto milioni a quattro milioni, da trentaduemila a sedicimila, da centoventotto a sessantaquattro, e poi otto, quattro, due. Le due cellule si dividono ed è in questo preciso momento che Sofia, o il materiale di cui Sofia è stata fatta, smette di esistere. Poi ci sono soltanto un uomo e una donna in un letto, e fine della storia.