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mercoledì 28 novembre 2018

LE STORIE CANTICCHIATE DELLA VITA QUOTIDIANA

(questo pezzo è uscito su Robinson)

Ci dev'essere un'anima femminile nel racconto breve, in quest'arte di collezionare frammenti di esistenze, setacciare rivolte e silenziose illuminazioni, registrare sulla pagina la musica della vita quotidiana. O canticchiarla facendo altro, avrebbe detto Grace Paley, così disposta a lasciarsi distrarre dal mondo da avere prodotto appena tre raccolte di racconti in trent'anni di lavoro: Piccoli contrattempi del vivere (1959), Enormi cambiamenti all'ultimo momento (1974), Più tardi nel pomeriggio (1985), che oggi l'editore Sur ripubblica in un unico volume (Tutti i racconti, nella nuova traduzione di Isabella Zani). Quarantacinque piccole storie che fanno brillare il nome di Grace Paley nel firmamento americano del Novecento: per usare un'immagine di Raymond Carver, che della materia se ne intendeva, ecco una delle stelle con cui orientarsi quando si leggono racconti, o si cerca di imparare a scriverne.

Quelle storie sono un tutt'uno con l'epopea di New York nel Novecento. Figlia di ebrei ucraini fuggiti dalla Russia all'epoca degli zar, Grace era nata nel Bronx nel 1922, ovvero quando la città si avviava a diventare, senza che nessuno l'avesse programmato o previsto, il più grande esperimento di convivenza sociale del secolo. A New York allora vivevano sette milioni di persone: due di ebrei dell'Europa Orientale, uno di italiani, mezzo di afroamericani; tanti altri stavano per arrivare dall'Asia e dall'America latina. Nei racconti di Grace Paley furono voci, schiamazzi, litigi, chiacchiere, risate, grida. Il Bronx, Brooklyn, il Lower East Side risuonavano di lingue e dialetti, le radici si smarrivano o forse si intrecciavano, i figli propri si mischiavano con quelli altrui, il vecchio mondo sopravviveva nei riti e nella nostalgia. In un racconto di una sola pagina, Madre, i genitori di Grace ascoltano Mozart in salotto, dentro casa c'è la vecchia Russia polverosa, per strada New York brulica di vita: lui, medico, ha ricevuto pazienti tutto il giorno; lei ha appena lasciato il negozio per la cucina. Canta, le dice lui, una volta cantavi così bene. Lei non risponde. Sembrano smarriti e un po' stanchi. Ma dove siamo? Dopo trent'anni a lui pare ancora di essere appena sceso dalla nave, di avere appena ridato l'esame di anatomia in inglese. Lei è preoccupata per la figlia adolescente, testarda, infatuata di idee rivoluzionarie, una ragazza che torna tardi la sera, ormai così americana. Ci può stare tutto questo in un racconto di una sola pagina? Sì, nelle mani di un artista.

Le origini, gli ambienti, l'umanità che li abita fecero rientrare Grace Paley, all'inizio, in una corrente che a New York nasceva nel secondo dopoguerra, quella della letteratura ebraico-americana. Negli stessi anni esordivano Bernard Malamud, Saul Bellow, Philip Roth, il lettore americano familiarizzava con le massime talmudiche e la cucina kosher, in città lo yiddish era la seconda lingua dopo l'inglese. Grace però non intendeva proseguire su quella strada. Poco più che ragazza si era sposata ed era andata a vivere al Greenwich Village, quartiere di artisti, scrittori, intellettuali, culla della Beat Generation; aveva fatto due figli ma poi il marito se n'era andato, lei era rimasta sola con i bambini. Intorno, ancora una volta, la città ribolliva. La strada chiamava e restare in casa non era proprio possibile, nemmeno se eri una giovane madre divorziata e lavoratrice. Al Village fin dagli anni Cinquanta si era formato un comitato in difesa del parco di Washington Square, la piazza che è il cuore del quartiere e che un'autostrada urbana avrebbe dovuto sventrare: per la prima volta nella storia newyorkese un gruppo di cittadini, principalmente donne, si opponeva a un progetto di lavori pubblici, e fece tanto di quel rumore che finì per averla vinta. Negli anni Sessanta un movimento sempre più grande si formò intorno a quel nucleo originario: per il diritto alla casa, alla scuola, agli spazi di socialità urbana, e poi contro la guerra in Vietnam e l'uso dell'energia atomica. Grace in quel movimento fu sempre in prima fila, tenne discorsi e scrisse manifesti, fu arrestata più volte. Faith Darwin, il suo alter ego letterario, in un racconto è Faith sull'albero: proprio un albero del parco di Washington Square, arrampicata lassù mentre osserva le donne, le sue amiche, i figli che sono figli di tutte, bambini che giocano tra madri che chiacchierano tranquille, e lei sola è lassù a fare la sentinella, angosciata da ciò che sta per capitare. Si sentiva spesso sull'orlo di una tragedia storica, un disastro ecologico, una fine del mondo; chissà se in quell'angoscia c'era anche un ebraismo risvegliato da ciò che era successo in Europa.

Ma non le interessò mai definirsi ebrea, piuttosto newyorkese, e donna più che scrittrice. E femminista, ambientalista, anti-militarista, tutte declinazioni della stessa non-violenza che fu sempre il suo credo. Negli anni Ottanta la comunità letteraria cominciò a tributarle il giusto riconoscimento. Grace intanto si era risposata con un compagno di penna e di battaglie che sarebbe restato con lei fino alla fine, giunta in tarda età, nel 2007. Viveva ancora al Village e ancora distribuiva volantini all'angolo della sua strada. Smise di scrivere racconti e si dedicò ad altri amori, la poesia e l'insegnamento: una sua studentessa fu A.M. Homes che la ricorda come maestra di rigore morale, attenzione verso l'altro, responsabilità, ascolto. Una donna per cui la scrittura veniva dopo le persone e correva dietro alla vita, una newyorkese per cui il richiamo del mondo là fuori era sempre stato troppo potente per starsene sola a casa a scrivere storie.


martedì 6 novembre 2018

SENZA MAI ARRIVARE IN CIMA

Da qualche anno i miei libri preferiti sono libri di viaggio. Le vite dei lettori hanno stagioni, e a un certo punto della mia l'interesse si è spostato dalle storie allo sguardo, alla scrittura intesa come esplorazione di sé e del mondo. La narrativa di viaggio è un vecchio genere, forse è il viaggio stesso ad appartenere a epoche più romantiche della nostra, e io sono legato ad autori per cui viaggiare era un'arte e una filosofia, qualche volta un mestiere, sempre un modo di vivere. Della scrittura di viaggio, mi piace che nasca da un'attentissima osservazione. Ma l'osservazione non basta, per farne racconto il paesaggio deve dialogare con chi lo attraversa, diventare specchio di un paesaggio interiore. Direi che i grandi racconti di viaggio mettono in relazione un luogo e una personalità memorabili. I miei preferiti: Festa mobile di Hemingway e La mia Africa di Karen Blixen, In Patagonia di Chatwin e Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson, Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen e Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Gli ultimi due mi sono molto cari da quando la ricerca del viaggio mi ha portato in Himalaya. “Per tornare viaggiatori bisognerebbe ritornare a essere come gli unici veri viaggiatori”, disse Terzani: “i pellegrini.” Ho trovato il mio pellegrinaggio e il racconto che ne ho scritto intende essere, anche, un dialogo con Tiziano, che considero un maestro dell'arte di viaggiare, di cercare, di osservare e voler capire, di interrogarsi, di amare il mondo e la sua varietà, di rendere la scrittura uno strumento di tutto questo. Il libro si intitola Senza mai arrivare in cima ed esce oggi. Parla di quel che cerchiamo quando andiamo in montagna, e di qualche altra cosa. Il mio amico Nicola è riuscito a essere allo stesso tempo un personaggio del libro, il suo destinatario e l'autore della copertina; sono contento che sia, anche, un libro sull'amicizia.

Infine, è un libro che aiuta delle persone. Con i guadagni sostengo due associazioni che ho conosciuto in Nepal: Sanonani House e CASANepal, due Onlus italiane che operano a Katmandu, case-famiglia per bambini e donne vittime di violenza. Quel piccolo paese ai piedi dell'Himalaya mi ha dato tanto, nella vita e nella scrittura, e in questo modo spero di potergli ridare qualcosa indietro.

“Tashi delek” è il saluto tibetano, vuol dire più o meno “Buona fortuna”, e in Nepal lo si sente quando, superata una certa quota, si entra nel mondo dell'alta montagna e anche l'umanità cambia. Cambiano i volti, gli abiti, cambia la lingua, compaiono gli yak al pascolo e i segni di devozione che si agitano al vento. Il “Namasté” delle pianure e delle valli cede il passo al saluto dei montanari: lassù è ormai Tibet, il regno perduto. Dunque, tashi delek.


giovedì 31 agosto 2017

SEDICI ALBERI

(questo pezzo è uscito su Robinson del 27 agosto)

Se è vero che, salendo di quota in montagna, il paesaggio cambia come spostandosi di molti chilometri a nord, allora la latitudine di Oslo deve corrispondere più o meno ai 1500 metri delle Alpi, perché sento aria di casa in questa città. A metà agosto si intuisce l'arrivo dell'autunno: sul porto le nuvole viaggiano basse, veloci, piccoli gusci di madreperla scura. I camerieri dei bar all'aperto offrono coperte leggere alle donne, per avvolgersi le spalle nella brezza della sera. I pescatori sui moli nascondono lattine di birra, gettano la lenza nell'acqua luminosa, osservano i riflessi delle barche tra gli isolotti boscosi del fiordo. Abete rosso e betulla: gli alberi sono la prima cosa che ho controllato al mio arrivo. L'abete rosso da me è il re dell'inverso, il lato all'ombra delle montagne; la betulla è la sentinella dei fiumi e dei torrenti. Casa. Sono altri, e molti, gli alberi che non so riconoscere.
Lars Mytting è un omone con una camicia a scacchi, viene da un paese a un paio d'ore da qui e a Oslo sembra un montanaro sceso in città. Forse il rapporto tra altitudine e latitudine è vero anche per la letteratura, perché ho sempre sentito un legame tra i miei scrittori di montagna e quelli del Grande Nord. Lars è diventato famoso per un libro sulla legna da ardere – il modo di tagliarla, accatastarla, bruciarla, o potrei dire prendersene cura e farne espressione di sé – e ora ha scritto un romanzo sulla memoria del legno, ovvero ciò che un albero ha vissuto e ricorda nelle sue venature. “Un albero cresciuto senza difficoltà”, mi dice al tavolino di un bar, “non ha un disegno interessante, è lineare e simile a molti altri. Gli alberi più belli sono quelli che hanno sofferto e combattuto molto. Hanno disegni drammatici, cicatrici che diventano qualcosa di ammirevole. Il disegno interno al legno è il risultato, la storia di come l'albero è cresciuto, è una memoria di secoli e delle cose che gli sono successe, un mistero da indagare”. Non so se Rigoni Stern sia tradotto in norvegese ma queste parole mi ricordano il suo Arboreto salvatico, il più gran libro sugli alberi che io abbia mai letto, e il modo in cui Mario scriveva di certi cembri e larici contorti, piegati dalla neve e dal vento, amputati dalle valanghe, spaccati dai fulmini, ma non uccisi. È quello che succede anche ai due fratelli del romanzo di Lars, Sedici alberi, che va indietro nel tempo fino all'ultima guerra mondiale: un fratello fu tra i norvegesi che si arruolarono sotto la croce uncinata, a combattere i russi sul Baltico insieme ai tedeschi; l'altro prese la direzione opposta, fuggì alle isole Shetland su una barca di pescatori e in terra britannica fece perdere le tracce di sé. Dopo cinquant'anni il nipote, cresciuto con il primo in una fattoria, scopre l'esistenza del secondo, e comincia a ricostruirne la storia. Lo fa attraverso il legno, perché lo zio scomparso era un grande ebanista: la ricerca parte da un bosco di betulle nei terreni di famiglia e finirà in un lontano bosco di noci, martoriati dalla guerra e diventati preziosissimi.
“Mio nonno era un falegname”, dice Lars. “In casa da piccolo avevo i suoi mobili di betulla fiammata, che è una betulla ferita dall'uomo perché diventi più bella. Lui è morto quando avevo tre anni ma ho cominciato a conoscerlo dopo, grazie ai mobili che aveva costruito. Betulla e abete sono gli alberi della mia vita: per andare a scuola dovevo fare chilometri a piedi su una strada che costeggiava il bosco, d'inverno sempre al buio. Il bosco di abeti era misterioso, mi faceva paura. La paura di un nemico invisibile, o di essere inghiottito”. Fa una pausa. Riflette forse su quel bosco della sua infanzia. Cerca le parole giuste per aggiungere: “Il paesaggio ci modella, ci forma il carattere. Questo mi affascina così come le scelte nei momenti difficili. Se fossimo alberi quelle scelte sarebbero le nostre cicatrici”.
Mi accorgo che, come me, nemmeno Lars usa mai la parola natura. Eppure dovremmo essere esponenti di un nuovo nature writing, quella “scrittura della natura” che ogni tanto riemerge, nella nostra cultura urbana, come un bisogno condiviso di uscire dalle città e recuperare ciò che abbiamo dimenticato là fuori. Ma sappiamo entrambi che la natura esiste solo nella testa dei cittadini. Per chi ci vive in mezzo la natura che cos'è? Un campo coltivato, un bosco di cui l'uomo taglia gli alberi, una costa modellata dal lavoro, una montagna abitata e poi inselvatichita: la cosiddetta natura è un mondo di segni e di nomi, di storie, di relazioni, per questo entrambi preferiamo la parola paesaggio. E “scrittura del paesaggio” è una definizione che potrebbe andarci bene.
Parlami ancora dei tuoi alberi, Lars. Ognuno ha un carattere diverso, non è così? “Sì. La betulla per me è una sposa. È luminosa, gioiosa, speciale per la sua corteccia bianca. Ma vive poco, non più di centocinquant'anni. Quando invecchia sembra stanca, diventa nera e rugosa, un po' triste”. L'abete? “L'abete è il buio del bosco, in un bosco di abeti è impossibile vedere lontano. Mi ricorda le mie paure d'infanzia”. E il noce, in cui è contenuto il segreto del tuo libro? “Il noce ha una vita lunghissima, è un albero che diventa un monumento. So di noci in Europa che hanno visto sei guerre. È un albero testimone dei drammi umani e li tramanda da una generazione all'altra, così i vivi possono risalire nel tempo e conoscere i propri morti”.
Poi ci sono le cose che con il legno si fanno. Nel romanzo una barca, a un certo punto, diventa la bara di chi l'ha costruita. Quando ho letto il libro mi è sembrata una bella idea narrativa, ma l'ho capita davvero soltanto stamattina, visitando il museo delle navi vichinghe. Navi maestose, in quercia, con altissime prore intarsiate, conservate per secoli sotto il suolo argilloso di Oslo perché venivano usate, alla fine di una lunga vita in mare, per seppellire i capi e accompagnarli nell'aldilà. “Due viaggi”, dice Lars sorridendo, “la stessa barca”. Io che del mare non so nulla gli chiedo di parlarmi del suo, questo mare scuro e splendente, punteggiato di isole boscose. Lui lo osserva e nomina di nuovo il legno, usando una parola inglese che in italiano non c'è. Ma la ricordo in un racconto di Hemingway, e per un momento collego questo fiordo norvegese al lago Michigan di Nick Adams, con i carichi di legname trascinati sull'acqua dai rimorchiatori, i tronchi che ogni tanto si staccavano e andavano a incagliarsi sulla spiaggia. La parola è driftwood, legno portato dalla corrente. “Se il legno siamo noi, il mare è il destino che fa a pezzi le barche e poi manda quei pezzi ad arenarsi da qualche parte. Il mare conserva e nasconde i ricordi per tutto il tempo che vuole lui, poi a un certo momento, chissà perché, li lascia affiorare”. Come il ghiacciaio, penso io. Anche il mare fa paura?, gli chiedo, mentre il nostro tempo finisce. “Sì. La foresta, il mare, l'inverno, sono pericolosi, bisogna conoscerli bene, non sono nostri amici. Mi ricordano questo: che la terra sarà sempre più forte dell'uomo. La terra è molto più grande, vive molto più a lungo, può farci sparire da un momento all'altro, vincerà sempre lei”. Mi viene istintivo alzare il calice: io lo spero, Lars. Nel posto in cui abito non sono sicuro che sia così. Spero che il Grande Nord sia per le piccole Alpi fonte d'ispirazione. E che le nostre terre continuino a meravigliarci, parlarci con la lingua del legno, dei torrenti, della neve, darci le parole per raccontarle.


(qui le betulle di Nicola Magrin, sempre nei miei pensieri)

sabato 6 maggio 2017

IL MODO DI ANGELA

(questo pezzo è uscito su Robinson del 30 aprile)

La casa di Angela Terzani a Firenze è un angolo d'Asia nascosto sulla collina a sud della città. In giardino le statue degli dei-animali, il portico di legno intarsiato guardano gli ulivi, e il profumo del sandalo si mescola a quelli della salvia e del rosmarino. Dentro, nel salotto, Tiziano è ritratto in meditazione in un quadro di Nicola Magrin, un piccolo uomo avvolto in una tunica e seduto davanti alle montagne. Sono i suoi ultimi anni di vita, quelli della malattia e dell'Himalaya. L'altro ricordo d'Himalaya è un rododendro in un vaso del terrazzo: laggiù i rododendri crescono fino a formare boschi intricati, li ho visti con i miei occhi anch'io, questo invece è soltanto un arbusto tra le rose. Ma sta preparando un fiore che, chiuso, è grande come un pugno, e vorrei esserci quando si aprirà, sarà un fiore spettacolare.
Angela Terzani è una signora elegante come la sua casa. Ha i modi di una donna abituata a ricevere e conversare. È sorridente, capace di metterti subito a tuo agio, e parla un italiano pieno di accenti diversi. A volte mi perdo in mezzo ai discorsi perché cerco di capire da dove viene una certa inflessione: il tedesco delle sue origini, certo, ma anche l'inglese di una vita all'estero, e chissà quanti altri suoni ha assorbito in trent'anni d'Asia. Il fiorentino spunta quando s'infervora, fa una battuta o cita qualcosa che Tiziano ha detto. Allora mi sembra di sentire lui. Penso che, dopo un lungo matrimonio, due persone finiscano per assomigliarsi in diversi aspetti, ma forse più di tutto nella lingua che hanno parlato tra loro. E quando uno non c'è più da tredici anni, come Tiziano Terzani, puoi ancora ritrovarlo nel lessico famigliare di sua moglie. Di lingue, case, coppie, chiedo ad Angela una settimana dopo, quando è a Milano per presentare il libro di ricordi che ha appena raccolto tra gli amici di Tiziano, “Diverso da tutti e da nessuno”.

Cominciamo dalle case?

Sì, a Tiziano piacevano molto le case, arredava persino le stanze d'albergo. Entrava e diceva: qui il letto ci sta male, e lo spingeva da un'altra parte. Rendeva accoglienti anche le stamberghe più orribili.

Di quali ti ricordi meglio?

Quella di Singapore fu la prima, nel '71: era la più semplice perché avevamo pochi soldi, c'erano i mobili coloniali inglesi dell'ufficiale che ci aveva abitato prima di noi. Era in mezzo a un grande parco, con tutti questi uccelli che cantavano. A Hong Kong siamo stati sul Peak, proprio in cima, lì per metà dell'anno eravamo soffocati dalle nebbie. Ogni tanto però si aprivano squarci meravigliosi su tutti i territori fino alla Cina, e questa era la cosa emozionante: in Cina non si poteva entrare ma da lì si poteva vedere. Piano piano abbiamo popolato la casa di cimeli, divinità dell'animismo cinese ma anche dell'Indonesia, della Malesia, delle Filippine.

Qual è il rapporto con la casa di una persona che ne cambia così tante? È davvero una casa o solo un rifugio temporaneo?

È una casa. Tutte le volte ci siamo portati dietro il letto, quello in cui io dormo ancora, e sempre gli stessi mobili. Quando si vive così per trent'anni, all'estero, girando da un posto all'altro, ti porti dietro la casa come una tartaruga. Quello è il luogo dove hai la tua famiglia e la casa diventa il tuo paese, le tue radici sono lì.

Che cosa c'era di Italia in queste case?

I libri via via trasportati, i romanzi che avevamo letto, i libri su cui Tiziano aveva studiato. Il cibo no, e nemmeno i mobili. La lingua sì. Siamo sempre rimasti una famiglia italiana.

Leggendo questo libro si ha la sensazione che esista, o sia esistita, una comunità internazionale dei corrispondenti, e che anche quella fosse una famiglia per voi.

Giusto, la parola famiglia è giusta, una famiglia con tanti membri che cambiavano, uno veniva spedito in Laos e l'altro nelle Filippine ma poi ci ritrovavamo sempre, e c'era una bella solidarietà. Eravamo lontani da casa, il contatto con le redazioni era per telex, in parole brevissime, e allora questi giornalisti erano come degli orfani dispersi per il mondo che si davano una mano uno con l'altro. Bisognava ingegnarsi, nessuno aveva il computer ma la macchina da scrivere, se ti si rompeva un pezzo era finita! C'erano questi club dei corrispondenti esteri dove potevi incontrare le stelle della seconda guerra mondiale, i guru della guerra in Corea e poi i giovani come Tiziano. Era come una confraternita.

Com'era essere una donna in questa comunità?

Negli anni Settanta cominciavano a esserci diverse giornaliste molto brave, ma in sostanza era ancora un mondo maschilista e coloniale, in quanto moglie non eri nessuno. Nel parlare non contavi assolutamente niente: parlavano loro, era un eterno parlare di cosa avevano visto prima, chi era chi, capi di stato, ministri, generali. Lavoravano sempre.

Leggendo “Un indovino mi disse” mi è sembrato che poi, negli anni '90, si sia creato uno scarto tra Tiziano e quella comunità, che a un certo punto lui sia andato per la sua strada.

Forse lui non è mai stato un vero giornalista, nel senso che il lavoro non era l'unica cosa che gli interessava. Aveva una visione del mondo socialista, all'inizio, anticolonialista e molto antiamericana. Il Vietnam era la guerra di Spagna della nostra generazione, carica di speranza e ideologia. Così alla fine, quando c'è stata questa delusione del socialismo, e la speranza si è vanificata in Cina, nell'Unione Sovietica, Tiziano è caduto in una grande depressione. Il Giappone in particolare l'ha depresso molto, lui era partito per l'Asia in cerca di un altro mondo, di un altro modo di vivere, e in Giappone ha ritrovato l'America all'ennesima potenza. Da lì è partito il viaggio di “Un indovino mi disse”. Ha dato peso a una parte di sé a cui non aveva mai dato peso: la riflessione sull'uomo. Allora si è allontanato dai suoi colleghi e anche i suoi colleghi lo hanno sentito, pensavano che Tiziano fosse diventato matto.

La ricerca che da politica diventa spirituale. È stato allora che siete approdati in India.

L'India all'epoca si era appena aperta al commercio internazionale, noi abbiamo visto le prime insegne della Coca Cola, è sempre la prima a rompere le scatole! Era piena di fachiri, serpenti, faceva paura, Folco e Saskia erano terrorizzati da questi fachiri con i turbanti, i mendicanti, i lebbrosi. Ma Tiziano era stanco di guerre. Soprattutto ha visto i risultati delle guerre e delle rivoluzioni che erano sempre terribili, c'erano sempre milioni di morti. Lui stesso che aveva creduto nella rivoluzione – era anche anarchico Tiziano, avrebbe volentieri tagliato la testa a qualcuno – si è accorto che non era quella la risposta. Allora qual era la risposta? Come lo cambi il mondo se non con la guerra? Alla fine si è dato la risposta utopica: cambiando te stesso.

Come siete arrivati all'Himalaya? Tiziano non era un uomo di montagna, era senz'altro innamorato delle città.

Lui pensava alla montagna come un eremita, come gli indiani a cui la montagna ispira Dio. Ha smesso di fare il giornalista a cinquantotto anni, ha detto e adesso cos'altro voglio fare? Voglio stare ritirato e scrivere un libro. Ma dove? Allora siamo andati in cerca di qualche posto in Himalaya dove lui potesse stare. A un certo punto sentiamo parlare di questo solitario, questo vecchio, che abitava a qualche ora di cammino, dove non arrivava la macchina. La montagna era bellissima e Tiziano in quel momento della sua vita, non prima, aveva bisogno di questo. È andato ad abitare con il vecchio e ha cominciato a scrivere, gli ci sono voluti quattro anni. C'era un ragazzo che andava a prendergli l'acqua e il cibo. Non ha mai pensato di tenere un orto né è entrato in relazione con i montanari locali, perché non parlava l'hindi. Questo era il suo rapporto con la montagna, come un monaco con il monastero.

E che cosa pensa una moglie quando il marito si chiude in un monastero?

Questa è la domanda di molti, perché davvero non è facile stare con un uomo così. Ma noi eravamo stati insieme tanti anni già prima di partire per l'Asia, erano solide le basi della nostra vita insieme. Quando Tiziano lavorava all'Olivetti l'avevo visto così infelice... Sai, quando tu vivi con uno così, nato sotto il segno della tigre, è come una tigre in gabbia se non è nel posto giusto, e tu pensi: o si salva lui o non si salva nessuno! Tiziano all'infelicità si ribellava, secondo me sapeva di non avere tanto tempo da vivere. Allora ho pensato: bene, hai trovato il tuo posto, hai trovato quello che ti serve. Io a quel punto ho fatto tutto quello che lui non voleva più fare: la burocrazia, le nostre due madri anziane da curare, i traslochi, i figli tutt'e due all'estero in posti diversi. Ma siamo sempre rimasti in contatto. Mi scriveva tutti i giorni e mandava questo ragazzo, che ci metteva due ore di cammino, a spedire le lettere via fax. Abbiamo continuamente comunicato e a me bastava. A volte lo andavo a trovare e stavamo benissimo, di nuovo, per settimane, perché lui si trasformava quando era a suo agio, quando era contento si calmava, dava il meglio di sé. Io mi sono adattata, questo alcune donne me lo rimproverano, ma era così o era niente. Dicono: io per mio marito non lo avrei mai fatto. Ma sai, rispondo, neanche io per il tuo, per quello lì non lo avrei mai fatto, ma per Tiziano sì, perché era così interessante! Sento che è stato un privilegio stare con lui. Ho imparato tanto, ho viaggiato, ho incontrato tante persone, ho avuto il tempo dopo di pensare e di capire. Sono tredici anni ormai che sono sola. È stata una grande occasione.

Perché tra tutti questi contributi degli amici di Tiziano manca il tuo?

Perché non avrei potuto farlo in poche pagine. Sto scrivendo un libro sulla nostra vita insieme. Ci vuole tempo.

Tutto il tempo che vuoi, Angela. Lo aspettiamo come quel fiore di rododendro, ci saremo quando si aprirà.


martedì 25 aprile 2017

IL GIORNO DELLE MESULES

(Questo pezzo è uscito su Robinson del 23 aprile, il giorno giusto però è oggi. Viva i ribelli della montagna!)

Il corpo di Ettore Castiglioni, milanese di buona famiglia, alpinista tra i più forti degli anni Trenta, emerse nel giugno del '44 dalla neve che si scioglieva, nei pressi del passo del Forno che divide l'Italia dalla Svizzera. In marzo l'avevano fermato al di là del confine, non era la prima volta che succedeva, ormai lo conoscevano: uno strano tipo di partigiano solitario che dall'autunno faceva avanti e indietro per le montagne di frontiera, sfruttando le sue doti di alpinista per tenere i contatti tra la Resistenza italiana e gli antifascisti rifugiati in Svizzera, alcuni dei quali lui stesso aveva accompagnato di là. Dove era stato arrestato non c'era un carcere, così per evitare che scappasse gli avevano tolto la giacca, i calzoni e le scarpe e l'avevano chiuso in una stanza d'albergo. Castiglioni era scappato lo stesso: in marzo, di notte, sotto la nevicata, con una coperta sulle gambe e i ramponi legati agli stracci avvolti ai piedi, aveva risalito il ghiacciaio puntando un valico a tremila metri. Ce l'aveva perfino fatta. Al di qua del confine doveva essersi fermato a riposare, si era appoggiato contro un masso, aveva ceduto alla fatica e al sonno e non si era più svegliato. Era morto nel modo in cui desiderava: "LIBERTÀ. E così sia", aveva scritto nei suoi diari pochi mesi prima, come dettando un epitaffio.


Chi era davvero Ettore Castiglioni si seppe solo mezzo secolo dopo, quando il nipote Saverio Tutino, partigiano lui stesso e poi giornalista, corrispondente per l'Unità dalla Cina e da Cuba, fondatore dell'archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, trovò quei diari nei cassetti di casa e li portò a un editore. Sarebbero diventati Il giorno delle Mésules, che oggi Hoepli ripubblica nella collana Stelle Alpine e che personalmente considero il più bel libro d'alpinismo della mia biblioteca. Perché in queste pagine, come nella letteratura di genere non succede mai, la montagna si fonde a un'epoca e l'alpinista al cittadino, all'intellettuale, all'antifascista, infine al partigiano.
Castiglioni era nato nel 1908, da quella borghesia milanese a cui veniva impartita un'educazione laica, liberale, umanistica nel senso più vasto del termine: ne facevano parte gli studi classici ma anche l'arte, il teatro, la musica. E ne faceva parte la montagna. La montagna era la scuola in cui insegnare a questi figli colti e benestanti altri valori, come la forza interiore, la sopportazione della fatica, la responsabilità di se stessi e degli altri, l'amore per una vita libera, austera, divisa con gli amici più intimi. Ettore cominciò ad arrampicare con i fratelli maggiori fin da ragazzino. Solo che per Bruno e Manlio, come per molti altri, la montagna sarebbe rimasta soltanto una passione giovanile, poi sacrificata ai doveri dell'età adulta, al ruolo di marito e di padre e a una solida professione in città; a Ettore invece quell'amore avrebbe cambiato la vita. “A Milano mi sento sempre di passaggio, anche quando vi resto per parecchi mesi. Fra le mie crode mi sento a casa mia.” Per tutta la giovinezza furono i suoi due mondi, le sue due stagioni: gli inverni in città, il pianoforte, la Scala, le aule universitarie, la Sormani, i libri; le estati a vagabondare sui sentieri, dormire nei rifugi e nei fienili, spellarsi le mani sulla roccia. “Partivo da solo, non sapevo dove andavo: prendevo una strada e la seguivo alla ventura. E così vivevo della vita più piena, più pura, più giovanile.” Poi però sarebbe cresciuto in fretta. Aveva diciannove anni, nel '27, quando morì sua madre. Nel '30 partì militare, nel '31 tornò a Milano per laurearsi in legge. Allora il tempo delle scorribande sembrò finito per l'avvocato Castiglioni: il padre aveva dei progetti per quel figlio irrequieto e lo spedì a farsi le ossa lontano da casa, a Londra, nel '32, forse anche per levargli le montagne dalla testa. Ottenne il risultato contrario: in quell'anno triste di esilio, dubbi, sensi di colpa, Ettore comprese in pieno la sua vocazione e decise di seguirla, a costo di deludere il padre. “Dal momento che ho la possibilità di esser felice e di vivere pienamente la mia vita, perché non debbo farlo? Ho sentito la necessità di dedicare la mia capacità esclusivamente alla montagna.”

(Castiglioni con Bruno Detassis ai tempi della loro fortissima cordata)

Tornato in Italia, trovò o forse gli trovarono il lavoro adatto, appassionante benché modesto per uno con i suoi titoli: autore di guide escursionistiche per il Touring Club Italiano. Ettore lo svolse con dedizione totale. Quel compito gli permetteva di stare in montagna tutto il tempo che voleva, di allenarsi, arrampicare, sciare, e a metà degli anni Trenta raggiunse l'apice della sua carriera: tra le Dolomiti del Brenta e la Marmolada, in cordata con Detassis, Vinatzer, Pisoni, firmò vie storiche di sesto grado, allora il limite insuperato. Era anche la stagione degli eroi di regime, campioni fascisti loro malgrado come Comici, Gervasutti e lo stesso Castiglioni, che ricevendo una medaglia per meriti sportivi si indignò e giurò sul diario di non pubblicare più le relazioni delle proprie scalate. Salire sulle montagne senza dirlo a nessuno è in un certo senso la negazione dell'alpinismo, che è per metà impresa, per metà racconto (e la gloria che ne segue). Ettore decise di proteggere così la purezza del proprio andare in montagna: “il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza.” Lo comprese una volta per tutte il 18 marzo del '36, quando, vagabondando con gli sci sull'altipiano delle Mésules, cadde e si ruppe una gamba. Restò per ore nella neve in attesa dei soccorsi, e invece di piombare nella disperazione ebbe un'esperienza di pace interiore e armonia con la montagna che avrebbe ricordato per sempre. Dopo il giorno delle Mésules non gli sembrò più così importante collezionare cime né primati. “Solo chi raggiunge l'amore è alpinista”, scrisse, e qui sta forse il nucleo più autentico del suo antifascismo, la negazione dei principi di volontà, potenza e conquista che in quegli anni stavano trascinando l'Europa nel buio.
Castiglioni lo vide arrivare più con disprezzo che con paura (“una massa di imbecilli, vigliacchi, tracotanti e boriosi”, scrisse di ritorno da un viaggio a Berlino). Riuscì a starne fuori fino al '43, quando fu richiamato alle armi e assegnato come istruttore alla scuola militare di alpinismo di Aosta. L'otto settembre, nel caos generale, da ufficiale dell'esercito italiano non ebbe dubbi sul da farsi: prese con sé una decina di alpini e salì all'alpeggio del Berio, sopra al paese di Ollomont, in una valle minore e appartata. Il confine con la Svizzera è a tre ore di sentiero e presto dal Piemonte cominciarono ad arrivare ebrei e antifascisti in fuga dai tedeschi, cercando qualcuno che li accompagnasse di là. Uno di questi era Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica. Così il Berio diventò per breve tempo un rifugio di profughi e una piccola repubblica partigiana: “ci sentiamo davvero tutti compagni, tutti amici, tutti eguali.” Fu anche l'ultimo luogo felice di Ettore Castiglioni. Uno che per tutta la vita aveva cercato il proprio posto nel mondo e finì per trovarlo lì, nel tempo delle scelte, tra quattro baite e un pugno di uomini, avendo bene in mente la direzione da tenere. “In alto, in alto, e sempre più in alto.” E così sia.

(Il Berio come l'ho trovato io la scorsa estate. Mi dicono che il sindaco di Ollomont sia una brava persona: bisognerebbe metterci una targa.)



martedì 8 novembre 2016

LE OTTO MONTAGNE

Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall'altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s'incontra qualcuno, un grande lago dall'aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. Camminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l'altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c'è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l'alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C'è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell'altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l'altra ci siamo pure incontrati - io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario - senza poter immaginare che in un futuro lontano vent'anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno.

Poi avevamo superato il colle, la forca. Ecco un'altra sensazione che mi piace tanto in montagna: quegli ultimi metri prima dello spartiacque, il senso improvviso di apertura, il momento in cui puoi guardare di là e di colpo ti si stende davanti un mondo nuovo. Nessuno di noi due si era mai spinto in quel vallone. Non avevamo più racconti di là, niente più ricordi, niente più malinconia: prendevano il loro posto l'allegria della discesa e l'ebbrezza dell'esplorazione. L'altro versante era tutto diverso dal nostro, una gola sassosa che precipitava verso il fondovalle. In inverno aveva nevicato parecchio, così nel tratto più alto, anche se ormai era estate, ci buttammo giù scivolando per i nevai ghiacciati, il mio amico con la sua tecnica della raspa che più tardi gli sarebbe costata una caviglia, io a balzi perché non so sciare. In basso poi la neve finiva e cominciava un bosco secco, di larice e pino silvestre, con un sottobosco di erbe alte in cui il sentiero spesso si perdeva. Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l'inventore. Quella volta il mio amico andava avanti e io ero contento di seguire i percorsi tracciati da lui, perché dovevo pensare.

Ecco a cosa stavo pensando: da tempo volevo scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile. Credo di avere appena spiegato perché questi temi nella mia testa sono tanto legati tra loro. Sapevo che ci sarebbe stata una montagna intorno alla mia storia, un padre all'inizio di tutto, e due amici al centro; e sapevo che il suo respiro sarebbe stato più ampio del solito, per i modelli che avevo in mente e per la scrittura che volevo ottenere. Ero in cerca del mio Due di due e del mio Narciso e Boccadoro, del mio In mezzo scorre il fiume e del mio Gente del Wyoming. E quel giorno, nel Vallone della Forca, andando dietro al mio amico fuori dal sentiero, mi ricordo di aver pensato: ma ce l'hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. Hai i personaggi, i ricordi, i luoghi, non ti resta che mettere insieme i pezzi e trovare le parole. Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l'hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla. Vai a casa e comincia. Di colpo c'ero già dentro fino al collo.

Poi me la sono presa comoda, perché ci ho messo due anni. Fosse stato per me, ne avrei impiegati anche tre o quattro. Io sarei come quei pittori che la mattina si alzano, si stiracchiano, guardano il quadro per un'ora o due, poi danno una pennellata e la giornata di lavoro è finita. Ma per fortuna con il lavoro bisogna anche guadagnarsi da vivere: dico che è una fortuna perché, per quelli come me, il morso della vita alle chiappe della scrittura fa un gran bene, aiuta a non stare troppo comodi e a non perdersi nei propri vizi. Ci ho messo due anni ma avrebbero potuto essere pochi mesi. Ho idea che non sarebbe cambiato nulla: questa storia è uscita così com'è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine. Mi ricordo i giorni in cui scrivevo l'ultimo capitolo, di nuovo in giugno, lavorando per ore come non mi era mai successo, sentendo che non potevo permettermi di fermarmi, aspettare, perdere tempo, perdere il ritmo: uscivo a camminare, tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere. Sono arrivato all'ultima frase negli stessi giorni dell'anno, dentro la stessa baita, sullo stesso tavolo dove avevo scritto la prima. Così come avevo pensato comincia!, ho pensato: ho finito. E adesso è questo libro che esce oggi. Non so se mi ricapiterà mai, è stata una gran bella avventura.

sabato 21 novembre 2015

NEW YORK STORIES

Esce in questi giorni per Einaudi un libro a cui lavoro da più di un anno. Ma ho cominciato a immaginarlo molto prima, forse in qualche libreria di Brooklyn: un'antologia che raccogliesse, da Fitzgerald in poi, i più bei racconti su New York del Novecento. O almeno i miei preferiti. Non brani di romanzi famosi, né un elenco di grandi nomi: bei racconti scritti da scrittori di racconti, conosciuti oppure no, già tradotti in italiano o no, che ho incontrato nella mia vita di lettore. Ora che il libro esiste penso soprattutto a quelli che mancano, perché non ce li hanno lasciati pubblicare. Joseph Mitchell. Jay McInerney. E in particolare Hubert Selby Jr. Ma ci sono anche i venti e oltre che invece mi fanno luccicare gli occhi, da Cheever a Yates, da Malamud a Capote, da Dorothy Parker a Grace Paley, e giù fino a quelli che ho conosciuto di persona, come Nathan Englander e Colson Whitehead. Ci sono tre italiani (tre sorprese, credo, per diversi motivi). Ci sono portoricani, afroamericani, hippy, femministe, eterosessuali (e altre minoranze newyorkesi). Ci sono scrittrici alcolizzate e scrittori così ridotti in miseria che abbiamo provato a chiamarli a casa, nel Bronx, per chiedere i diritti di un racconto, ma il telefono suonava a vuoto o chi rispondeva non sapeva più chi fossero, e li abbiamo ugualmente pubblicati sperando che prima o poi si facciano sentire. Per me è una gioia da lettore, questo libro. E in tanti sensi una forma di restituzione. È anche una terza guida a New York dopo le due che ho scritto, un'altra mappa possibile: spero tanto che queste mie esplorazioni non finiranno mai. Ora copio qui un pezzo dell'introduzione e vado a cercarmi una Brooklyn Lager per festeggiare.

Se le città fossero opere d'arte, e i secoli gli artisti che le hanno create, New York sarebbe il capolavoro del Novecento. In nessun'altra quel vecchio matto ha messo così tanto di sé. In nessuna possiamo rileggere altrettanto bene che cosa il Novecento è stato: in quali idee credeva, di quali mali soffriva, che sogno di felicità inseguiva, quali incubi lo tormentavano, che cosa ha lasciato di prezioso al mondo e in cosa si è sbagliato, lasciando solo macerie. New York racconta questa storia a chi la attraversa con occhi attenti. Camminare tra il Lower East Side e il Greenwich Village, o pedalare su per Broadway fino a Times Square, o costeggiare l'isola in traghetto da Harlem alla Battery, è come assistere a un'epopea che nasce nell'età del transatlantico e delle grandi migrazioni, supera anni ruggenti, anni ribelli, anni di opulenza e anni di crisi nera, e finisce la mattina d'inizio millennio in cui qualcuno immaginò di distruggere New York. Nove-undici-zerouno: comunque la si pensi su quel giorno, da allora la città che era stata una terra promessa diventò una roccaforte, un simbolo di tutt'altro tipo. Non è una coincidenza che il suo secolo fosse appena tramontato.
Ma i grattacieli sorgono e crollano da sempre a New York, per lei non sono che un cambio d'abito. Di cosa è fatta allora quell'opera d'arte che chiamiamo città? Solo in superficie di case, strade, ponti, fabbriche, parchi, stazioni ferroviarie, porti industriali. Nella sostanza, è fatta di chi la abita. Sono le persone, con i loro sentimenti, le loro relazioni, i loro desideri, a dare alla città la sua anima. E l'anima misteriosamente sopravvive, passa in eredità da una generazione all'altra, mantiene una città se stessa anche se fuori cambia pelle. Perciò per indagare l'anima di New York dovremmo interrogare i newyorkesi. Come stanno? Che cosa vogliono? Le storie di questo libro costituiscono altrettante voci. Insieme offrono il racconto corale di una città e del suo secolo, ora che siamo già abbastanza lontani da ripensarlo come a un tempo che è stato, il passato prossimo da cui veniamo.

Intanto: chi sono i newyorkesi? Nel racconto d'apertura, evocando l'immagine di una nave, Francis Scott Fitzgerald dà una prima risposta fondamentale: New York non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l'ha molto desiderata, e ha dovuto combattere per farne parte. Milioni di persone da ogni angolo del mondo, nel corso del Novecento. Altro che mille luci, vetrine della Quinta Avenue, altezze vertiginose dell'Empire: chi la immagina come una capitale dell'arte, o del lusso, o della moda, dimentica che New York è stata soprattutto la capitale dell'emigrazione, un gigantesco esperimento di convivenza umana. Una città di poveri e di case popolari, di mercati all'aperto, lavoratori a giornata, bande giovanili, mendicanti, folle che ogni mattina si riversavano fuori dai tenement e dai projects. Vita da marciapiede e cultura di strada: è questa la sua natura più autentica. La sua musica è un frastuono di grida, litigi, proteste, suppliche, litanie, in decine di dialetti diversi. Con Fitzgerald lo ripetono tanti altri scrittori: tutti noi siamo arrivati a New York da altrove. Che fossimo i profughi scaricati dai piroscafi all'inizio del secolo, o gli aspiranti qualsiasi cosa sbarcati nei cent'anni successivi. Abbiamo lasciato la nostra casa e siamo venuti qui a cercar fortuna, a rifarci una vita, a liberarci del vecchio mondo e del nostro vecchio io; prima di posare piede a New York l'abbiamo a lungo sognata, invocata nelle nostre preghiere; tutti siamo qui per diventare chi volevamo, e conquistare la nostra parte di felicità.
Non tutti, in questo libro, vengono ricompensati. Anzi: si può dire che a nessuno New York risparmi l'amarezza del tradimento. Dorothy Parker ha scritto il suo racconto più celebre su una bionda finita male, ma ce ne sono parecchie altre, di belle bionde, nelle storie che seguono. È alto il prezzo da pagare quando un sogno così grande ti frega: la solitudine, l'alienazione, la pazzia, e certe volte la morte. Nessuno al mondo è così solo come chi è solo a New York. Nessuna città è altrettanto piena di pazzi. Un uomo che se ne va nella notte, a testa bassa e mani in tasca, in un deserto di insegne al neon e sacchi dell'immondizia: è anche questo, o forse soprattutto questo, la città del Novecento.
A chi non diventa pazzo e non muore a volte succede un miracolo. Perché l'incontro è un miracolo, in una città così. Qualcuno di cui prendersi cura o che si prenda cura di te: una moglie, un'amica, un'amante, una bambina, una gatta. Qualcuno da salvare per salvarsi, perché New York non regali un altro paio d'anime ai suoi cimiteri. Le poche storie di successo in questo libro non parlano di fama o di ricchezza, ma di amicizia e d'amore; e le più tragiche sono quelle in cui l'amicizia e l'amore falliscono, l'incontro non avviene, la cura non funziona, e i dannati precipitano sempre più giù: in un appartamento vuoto o su un letto d'ospedale, dentro la cella di un convento o nel sedile posteriore di una macchina, in qualsiasi altro girone dell'inferno metropolitano.
Infine, qualcuno fa in tempo a salvarsi partendo. E per il resto della vita ripenserà a New York con nostalgia e risentimento. Goodbye to all that: questa città appartiene ai giovani ed è rischioso restarci quando la linea d'ombra è superata, meglio badare alla salute e trovarsi un posto più tranquillo per la vecchiaia. I newyorkesi, conclude Colson Whitehead,  nell'ultimo testo che fa da controcanto al primo, sono anche quelli che se ne sono andati, quelli che se la ricordano com'era prima, quelli che tornano e non la ritrovano più, perchè basta assentarsi o rallentare per essere lasciati indietro. New York va più veloce, New York dimentica. A New York non interessa di cos'è stato, né di chi eravamo noi quand'eravamo lì.

Ogni antologia su New York è solo una delle tante possibili. Non c'è scrittore, americano o no, che passando di lì non abbia lasciato un racconto, un romanzo, una poesia, una pagina di diario. Più che un libro, se ne farebbe una biblioteca. New York Stories non vuole essere la sintesi di tanta letteratura, né una raccolta di nomi e brani celebri, ma piuttosto un filo tirato tra testi che compongono, insieme, un'idea di New York: che è poi necessariamente l'idea mia, quella che mi sono fatto esplorando le sue strade e le sue storie. Per un motivo o per l'altro, mancano autori importanti e di alcune mancanze mi dispiace. È per scelta invece che mancano brani di romanzo, per cui niente capitoli del Grande Gatsby o Colazione da Tiffany, Il giovane Holden o Città di vetro: volevo che il libro fosse, tra le altre cose, una raccolta di storie, così ho limitato il campo ai racconti, alternandoli ogni tanto a testi autobiografici. Nella polifonia di voci newyorkesi ho cercato di render conto almeno delle principali: quella ebraica, quella italoamericana, quella afroamericana, quella portoricana. Accanto ad autori famosi ce ne sono altri, poco conosciuti e in qualche caso mai tradotti, e ci sono anche alcuni testi di scrittori italiani, persone che hanno trascorso a New York periodi importanti della loro vita. Ci sono tante scrittrici per il semplice fatto che mi piacciono le scrittrici e ne ho messe più che potevo. L'ordine cronologico mi è sembrato il più naturale e ho scritto brevi introduzioni a ogni sezione anche perché avevo in testa un modello alto, un'antologia curata tanti anni fa da Elio Vittorini, che si intitolava Americana e ha presentato per la prima volta quei grandi scrittori al pubblico italiano. La storia della letteratura americana ne contiene in Italia una minore, appassionata, a volte clandestina, che è la storia dei suoi divulgatori. Questo libro è il mio grazie ai maestri e il mio modo di raccogliere il testimone, per quello che posso.



mercoledì 31 dicembre 2014

PRIMO AMORE E ALTRE MISERIE

Dei racconti che ho letto quest'anno, chissà perché, le tre raccolte più belle arrivano tutte dal passato. Starò mica diventando un nostalgico anch'io? Una è La nostra storia comincia di Tobias Wolff (Einaudi 2014). Era da tempo che aspettavo questa antologia, uscita in America nel 2008 ma composta dai racconti di una lunga carriera: ovvero quelli di In the Garden of the North American Martyrs (1981), Back in the World (1985) e The Night in Question (1997), benché l'ultima raccolta in italiano esista già e i lettori come me la conservino tra i libri speciali. Wolff è stato un buon amico di Carver, uno dei pochi (Ray da bravo alcolizzato se n'era giocati parecchi). C'è una foto in cui compaiono entrambi insieme a Richard Ford, nel 1985 o giù di lì: erano scrittori di racconti - un genere che in quel momento, strano a dirsi, andava di gran moda - venivano dagli stessi posti e scrivevano storie crude, tanto che qualche critico aveva coniato per loro la definizione di dirty realism, realismo sporco. Nel libro in cui quella foto compare, Carver parla di Ford e di Wolff come dei suoi migliori amici. Lui era già famoso, gli altri due avevano esordito da poco. Tutt'e tre sorridevano in occasione di qualche evento letterario - Carver con gli occhiali e un vestito grigio troppo abbondante, goffo e fuori posto come al solito; Ford con i capelli lunghi, unti, le guance scavate, quella faccia da rapinatore di farmacie; Wolff con i baffoni e la pelata da zio buono, anzi da zio sbirro -  e Ray infine aggiungeva: chissà dove saremo tra vent'anni. Ora che gli anni passati non sono venti, ma trenta, lo sappiamo dove sono quei tre: Carver è morto da un pezzo e abita ormai nel paradiso dei classici, Ford è un pezzo grosso della letteratura americana, Wolff invece si è defilato. Non so perché. In questi trent'anni ha pubblicato un memoir, due romanzi brevi e i racconti contenuti in questo libro. Di cosa parlano? Soprattutto di vigliaccheria, secondo me. E poi dello strumento dei vigliacchi, che è la bugia. E poi di ciò che insorge quando la bugia è smascherata: la vergogna. Molti racconti sono ambientati nell'esercito (Tobias Wolff ha fatto per anni il soldato di professione), molti altri nei college universitari (dove tuttora insegna). Non avrei timore nel definirli racconti morali, nel senso che si interrogano - ci interrogano - su questioni come l'onestà, la responsabilità, il senso del dovere; al loro centro c'è il momento in cui, potendo scegliere, decidiamo se farci avanti o sottrarci, se salvarci la pelle o rischiarla per la pelle di un altro, e quella scelta definisce chi siamo. Viene sempre citato Carver parlando di scrittori di racconti americani, ma qui Carver c'entra poco: il parente più stretto di Wolff secondo me è Richard Yates. Io che organizzo la mia biblioteca secondo questi legami li ho messi uno accanto all'altro sullo scaffale.

Il secondo libro s'intitola Uomini e comandanti (Einaudi 2014) ed è di Giulio Questi, che cominciò a scriverlo negli anni Quaranta e lo finì mezzo secolo dopo. Di anni ne aveva diciannove quando andò partigiano sulle sue montagne - tra la val Brembana e la Valtellina - e ventiquattro quando scrisse i primi racconti, subito notati da Vittorini. Che avrebbe anche voluto pubblicarglieli, solo che poi Giulio Questi cambiò idea sulla propria vocazione, e da Bergamo se ne andò a Roma per fare cinema: aiuto regista, sceneggiatore, attore, e infine regista di spaghetti western e film sperimentali. Visse per un bel pezzo in Sud America, prima di tornare in Italia e lavorare per la televisione. Infine, negli anni Novanta, decise di riprendere quei racconti giovanili, ne scrisse qualcun altro, li raccolse e stampò in proprio qualche copia da regalare agli amici. Non aveva più ambizioni letterarie, a settant'anni suonati. Ce ne sarebbero voluti altri venti perché un editore venisse a conoscenza delle sue storie e le pubblicasse in questo gran bel libro: che parla di partigiani impauriti, smarriti, affamati; di comandanti sbandati da eliminare e comandanti nostalgici a cui disobbedire e comandanti coraggiosi come eroi; di rastrellamenti e imboscate ed esecuzioni; di montagne e montanari. Giulio Questi scriveva con crudezza e ironia. Con una scrittura esperta, allenata a osservare e ascoltare, insieme raffinata e scarna (del resto è sempre così: meno parole usi, più attentamente le scegli). Aveva conosciuto Fenoglio prima che morisse - volevano fare un film da Una questione privata - e non credo che Fenoglio si rivolti nella tomba se dico che Uomini e comandanti mi ha ricordato proprio I ventitré giorni della città di Alba: sono racconti che dialogano tra loro, hanno la stessa amarezza e la stessa ironia, stanno bene insieme. È bello che questo libro infine esista, sarebbe stata una gran perdita se fosse andato smarrito in qualche cassetto o solo nella memoria di chi l'ha scritto. Forse lo pensava anche Giulio Questi, che ha aspettato settant'anni a pubblicarlo ed è morto subito dopo, nel sonno, in pace, alla fine di una lunga vita avventurosa, appena un mese fa.

Infine: sapete cos'è, per un lettore, il ritorno di fiamma? È quella cosa che nella vita non dovresti mai fare, innamorarti un'altra volta di una ragazza che ti ha già fregato in passato. Per il lettore funziona più o meno allo stesso modo: eri convinto di essertela lasciata alle spalle, quella roba che leggevi da giovane, e ripensavi a lei con l'occhio lucido ma anche con un sorriso d'indulgenza, come a dire: sono cose da ragazzi. Invece poi t'imbatti in un libro come Knockemstiff, di Donald Ray Pollock (Elliot 2009), e ci sei di nuovo dentro fino al collo. Non so perché mi sia scappato quando è uscito, forse per il titolo così ostile: ma del resto è ostile anche il luogo da cui prende nome. Knockemstiff - detta anche il Buco - è una cittadina sperduta nell'Ohio meridionale, e il riferimento è proprio alla cara vecchia Winesburg e alla raccolta di racconti che ha fondato il Novecento americano.  Solo che Knockemstiff esiste davvero (anzi è esistita: ormai non è altro che un Buco fantasma), ha l'aspetto di un pugno di baracche e case mobili e i suoi abitanti non sono i contadini, i droghieri, gli osti e le massaie di Sherwood Anderson, ma gli alcolisti, i disoccupati, i rapinatori, i vagabondi, i tossici e le prostitute di Hubert Selby Jr., di Breece Pancake e di Denis Johnson, di cui Pollock mi sembra il degno erede. Sono racconti sporchi e cattivi, storie per stomaci forti. Parlano di violenza, di solitudine, di degrado fisico e morale, di vite dannate della cui esistenza preferiresti non sapere. A volte in quello schifo c'è un momento di grazia, a volte la grazia è tutta nella scrittura di Pollock: uno che a Knockemstiff ci è nato e cresciuto, e riesce a guardarci dentro e trovarci qualcosa di così umano da farci venire paura di noi stessi, di ciò che potremmo essere o forse di ciò che in segreto siamo. Era questa, la letteratura americana di cui mi sono innamorato una volta, e che mi lascia secco ogni volta che la ritrovo: libera e selvaggia e bella come un primo amore.

venerdì 24 ottobre 2014

A PESCA NELLE POZZE PIÙ PROFONDE

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri. Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall'americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell'edizione originale, l'ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un'antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C'erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci. Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus' Son - l'esordio di Denis Johnson - tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l'avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D'Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c'era una foto dell'autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D'Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l'ultimo dei suoi pensieri.
Il racconto di Wallace in quell'antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D'Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori - e se per questo li incontro ancora - che dichiaravano con noncuranza: "io non leggo racconti", come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c'erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C'erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell'amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un'intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all'ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D'Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all'altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O'Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po'. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d'amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.



lunedì 15 settembre 2014

MORTE DI UN UOMO FELICE

L'uomo felice (e vivo) oggi sono io.
Giorgio Fontana è un bravo scrittore, è milanese, ha trentatré anni, e ha appena vinto con merito e senza alcun gioco di potere il premio Campiello 2014. Basterebbero questi motivi per farmi esultare. In più, è un mio amico. Si sa che la scrittura è un lavoro solitario, ma succede che per età, luoghi, progetti condivisi, scelte piccole e grandi che poi sono scelte politiche, idee chiare su quali storie scrivere e anche sul come farlo, e infine per tutto il tempo passato insieme intorno ai tavoli delle trattorie, certi scrittori li senti tuoi compagni, come se esistesse davvero una generazione, e almeno in parte quello che facciamo fosse - sì - un lavoro collettivo.
Da un po' di tempo Giorgio ha individuato la sua strada e l'ha imboccata con decisione. Scrive di uomini che si interrogano su cos'è giusto fare. E scrive di Milano non soltanto perché ci vive, né perché la ama e la odia con identica passione, ma perché è proprio il posto perfetto per le storie che ha in mente lui. La capitale morale non lo è mai stata così tanto come nei suoi romanzi, teatro del dilemma su cos'è giusto e cosa no, cos'è privato e cos'è politico, cos'è lo stato e se sia il caso di difenderlo o combatterlo, e quanto si può rischiare nel farlo. Tanti citano Sciascia come modello, io ci aggiungerei Scerbanenco. Anche per la presenza ossessiva del paesaggio urbano, per le passeggiate che i suoi personaggi fanno quando le domande che hanno in testa sono troppe e allora è meglio uscire a camminare. In fondo tra i quartieri di Scerbanenco e Fontana - Porta Venezia e via Padova - ci sono solo le vetrine scintillanti di corso Buenos Aires, e il patibolo di piazzale Loreto. Milano potrebbe anche essere tutta lì. Da quanto tempo qualcuno non ne scriveva affrontandola di petto? E dell'Italia tutta vista da quassù?
Coraggio è una parola da spendere con attenzione parlando di scrittura, perché gli scrittori stessi conoscono le proprie furbizie e vigliaccherie, quello che si fa non per la storia ma per il lettore, per farsi voler bene e raccogliere qualche applauso. Di questa roba nella scrittura di Giorgio non ce n'è. È una scrittura senza compiacimenti, una voce pacata e ferma che va dritta per la sua strada. Giorgio ha tanti difetti - è interista e ha un vezzo ridicolo per la punteggiatura (le due cose naturalmente sono collegate), preferisce la birra al vino, si ostina a grattare le corde di una chitarra - ma virtù che non ho timore di nominare: è modesto, coraggioso, rigoroso, gentile. Le prime tre riguardano lo scrittore, la quarta l'uomo.
Leggete Per legge superiore e Morte di un uomo felice. E poi, se volete farvi un giro in via Padova, Babele 56. E poi tenetelo d'occhio perché ne arriveranno altri.
Non avevo alcuna fiducia nei premi letterari prima di oggi. Perciò mi viene da dire che questo premio non fa onore tanto a Giorgio, fa onore soprattutto al Campiello. Premiare l'editore meno potente, lo scrittore meno famoso, il libro più bello: non è questione morale anche questa, la scelta giusta a cui non siamo più abituati?

sabato 3 maggio 2014

TUTTE LE MIE PREGHIERE GUARDANO VERSO OVEST

Vado e vengo da New York ormai da dieci anni. Secondo il passaporto, dal 2004 a oggi ci ho passato circa un anno della mia vita. Mi ricordo quella prima estate, la città ancora scossa dal crollo delle Torri e piena di polizia, i cortei contro la guerra in Iraq che sfilavano per Manhattan; e poi l'autunno dell'elezione di Obama e il vecchio musicista nero che piangeva al Nuyorican Poets Cafe; e poi Occupy Wall Street, la rabbia che si respirava nelle strade quell'inverno, i barboni accampati tra chi aveva perso casa e lavoro. Sei un newyorkese - ha scritto Colson Whitehead - quando ti manca quello che c'era prima, ma forse lo sei anche quando ricordi ciò che non c'era, e hai esultato per il suo arrivo. Io ho visto nascere la High Line (con gioia), la Freedom Tower (con sospetto), il Brooklyn Bridge Park (con entusiasmo), e un numero incalcolabile di grattacieli (con indifferenza). Voler bene a New York significa accettare la sua natura, che è quella del cambiamento. Anzi: più rapidamente New York cambia più gode di buona salute; quando rallenta è perché non sta bene; quando si fermerà sarà spacciata. Nel 2004 i quartieri sulla bocca di tutti erano Chelsea e Williamsburg (ma gli artisti se n'erano già andati, spinti via dai prezzi degli affitti, e li davano ormai per morti). Nel 2014 si parla parecchio di Harlem, Astoria, Red Hook (e chissà che non sia già tardi anche per loro). Il fatto è che se insegui le mode - anche le mode alternative sono pur sempre tali - a New York ti viene una malattia che è l'urgenza di stare davanti agli altri, riuscire a cogliere le novità quando non sono ancora vecchie, scoprire segreti che solo in pochi sanno, goderti ciò che è autentico prima che le masse di turisti rovinino tutto. Si potrebbe scrivere un bel saggio su New York e lo snobismo. Nessun newyorkese ne è immune; poi, se uno ci pensa sopra, lascia perdere e si mette a cercare le cose che piacciono a lui.

Ecco: il libricino che esce in questi giorni si potrebbe descrivere così, una raccolta di nuove cose che mi piacciono a New York. Alcune piacciono anche agli altri, alcune solo a me. Nella mia testa è un proseguimento ideale di New York è una finestra senza tende. Parla di cibo ma soprattutto di luoghi. Ha un debito con un capolavoro che ho letto l'anno scorso (Open City di Teju Cole), non solo per l'attitudine allo smarrimento, ma per l'idea che, mentre tu esplori la città e la descrivi, la città esplora e descrive te. Il paesaggio che attraversiamo è sempre uno specchio di noi. Sono legato a quest'idea e a una definizione che Gabriele Basilico dava di Milano, eleggendola a sua palestra dello sguardo. Diceva che lì i suoi occhi si erano formati, e anche quando poi se n'era andato a fotografare il mondo erano quegli occhi che aveva usato, e a Milano sentiva il bisogno di tornare ogni volta per tenerli in allenamento. O per affilare il coltello alla mola, diceva Hemingway parlando di scrittura. Anche a me sembra in questi dieci anni di aver trovato la mia palestra, la mia mola: perché ogni volta che mi sono sentito svuotato alla fine di un libro, e inaridito di parole, tornare a New York è stato come ricominciare da un punto d'origine, imparare di nuovo a mettere a fuoco le cose, a guardare, a raccontare. Certe volte qualcuno mi chiede: che cosa c'entra New York con la montagna? E io rispondo che li vivo come luoghi molto simili, luoghi di solitudine e cammino, di osservazione e di ascolto. È il secondo libro che scrivo sulla città, ma preferisco immaginarlo come un secondo capitolo; spero che New York continui a essere questo per me e ce ne siano molti altri in futuro.

Lo presento a Torino, al salone del libro, domenica 11 maggio; alla libreria Gogol di Milano venerdì 16 (dopo una biciclettata da Pavia); di nuovo a Milano, a Macao, con un reading musicale venerdì 23. Poi vedremo.

***

Newyorkesità

All'angolo tra Chambers Street e Broadway, mentre cerco l'ennesimo cimitero, una vecchietta mi afferra per il braccio e grida: devo attraversare! È una mattina umida di novembre, io ho in mano una tazza di caffè fumante e lei uno di quei bastoni da ciechi, una bacchetta bianca che agita davanti a sé tastando l'aria. Indossa un cappotto marrone consumatissimo. Non so perché abbia scelto me, che tra l'altro ho appena attraversato nella direzione opposta, ma non ho fretta e nemmeno mi dispiace questa intrusione nella mia solitudine, così giro i tacchi, passo il caffè nell'altra mano, prendo il suo braccio sotto al mio e lo stringo. Non si preoccupi, le dico. La aiuto io.
È verde!, grida la vecchietta, sentendo che gli altri intorno a noi si avviano. Poi mi tira giù dal marciapiede e mena fendenti con la sua bacchetta aprendo un varco nella folla per tutt'e due. Ci guardano male, ma tanto lei è cieca e se ne frega. Attento all'autobus!, sbraita premurosa, quando un pullman turistico a due piani ci passa accanto diretto al ponte di Brooklyn. Mi chiede di accompagnarla alla fermata della linea A, e intanto molla una bastonata al muso di un taxi che sta cercando di svoltare. Approdati sulla sponda opposta cerco un'entrata della metro, provo a dirigere la coppia in quella direzione, vengo subito rimesso in riga: non le scale, l'ascensore!, ordina la vecchietta, e mi strattona verso un gabbiotto metallico piantato in mezzo al marciapiede. Lì finalmente si calma. C'è un breve momento di intimità, io e lei da soli, mentre aspettiamo che l'ascensore arrivi. Bevo un sorso di caffè e vorrei dirle che non ho mai avuto una nonna da portare a spasso, lei invece ce l'ha un nipote? Potrei almeno chiederle il suo nome e dirle il mio. Ma mentre combatto con la timidezza le porte si aprono e, fulmineamente, la vecchietta abbandona il mio braccio e artiglia quello di un tizio elegante che sta entrando nell'ascensore. Devo scendere!, grida. È come uno di quei balli in cui ti battono un colpo sulla spalla, e sei costretto a cedere la dama a qualcun altro. Il tizio sbuffa e prende in consegna la mia vecchietta. Poi fa un passo insieme a lei nell'ascensore ed entrambi spariscono dalla mia vita.
Forse per i modi spicci, forse per i capelli bianchi arruffati, mi è venuta in mente una poesia di Grace Paley che dice così:

     un uomo di new york è
     fermo all'angolo di una strada
     sorride a un pompiere aggrappato
     alla scala della sua autopompa
     l'autopompa passa tra di noi
     svolta lenta all'incrocio     sta
     tornando alla stazione dei pompieri
     io sono in un taxi bloccato nel traffico
     sorrido all'uomo sorridente     lui
     annuisce cortese     noi
     riconosciamo nell'altro     la newyorkesità




martedì 5 novembre 2013

BALLANDO A NOTTE FONDA

    (Racconti, sempre racconti: esce in questi giorni l'ultima raccolta di Andre Dubus, pubblicata nel 1996 e finalmente portata in Italia da Mattioli 1885, come il resto della sua opera. Dubus è un maestro dimenticato e per fortuna riscoperto, il cui lavoro è vicino a quello di Richard Yates, o di Tobias Wolff, o di Charles D'Ambrosio - scrittori di ritratti, mi verrebbe da definirli, ma mi propongo di riparlarne in un discorso più lungo. Per il momento è stato un onore scrivere la prefazione a questo libro.)

     Andre Dubus amava molto un racconto di Hemingway, ambientato in Italia nel 1917 e intitolato "In un altro paese". E' la storia di un gruppo di reduci ricoverati a Milano, dopo essere stati feriti sul fronte austroungarico. A un soldato americano è saltato per aria un ginocchio, e la sua gamba non si piega più; un altro ha il volto sfigurato e nascosto sotto un velo nero; un altro ancora è un maggiore italiano con una mano ridotta a un moncherino. Vengono curati con metodi sperimentali, alla cui efficacia nessuno sembra credere davvero, ma è un modo come un altro per ammazzare il tempo: di sera vanno in osteria, dove gli italiani stanchi della guerra insultano loro e le loro medaglie, e di giorno si ritrovano in ospedale. Qui il soldato americano stringe amicizia con il maggiore, che si mette in testa di insegnargli la grammatica facendo conversazione. Finché un giorno il maestro va su tutte le furie dopo avere scoperto che l'allievo ha intenzione di sposarsi, una volta tornato in patria: se un uomo non vuole perdere qualcosa, gli ripete ossessivamente, non dovrebbe mettersi nella condizione di poterla perdere; altrimenti è sicuro che la perderà. Ma perché dovrebbe perderla?, chiede il soldato. Perché la perderà!, grida il maggiore. Non sta parlando di una mano né di un ginocchio né di un naso: è appena rimasto vedovo, come leggiamo poco dopo, e non riesce a darsi pace. Per un momento cede perfino al pianto. Alla fine si ricompone e chiede scusa per essersi lasciato andare. Da quel giorno continua a presentarsi in reparto ma senza parlare più, solo limitandosi a guardare fuori dalla finestra. E' l'ultima riga del racconto: dove capiamo che l'altro paese del titolo non è l'Italia ma un diverso tipo di terra straniera, quella desolata e buia in cui ci inoltriamo dopo avere subito una grave ferita dello spirito.
     E' lo stesso paese in cui abitano i personaggi di Dubus. Tutti, uomini e donne, si portano dietro una mutilazione. Se la sono procurata in guerra, o nel matrimonio, o durante l'infanzia. Alcuni la nascondono bene, e solo osservandoli attentamente si riesce a notare una leggera zoppia, una mano sempre tenuta in tasca; altri girano con un velo sul volto e allora è proprio impossibile non chiedersi quale ferita ci sia sotto. I più disperati sono quelli che stanno scontando i loro peccati - un adulterio, un atto di violenza, una vigliaccheria, una scelta sbagliata che poi si è rivelata cruciale - e perciò vivono nel rimorso e non riescono a smettere di guardarsi indietro. Noi però li incontriamo quando tutto è già successo, e questo a me pare il più serio motivo per cui Dubus è sempre rimasto fedele alla forma racconto, che è una forma aperta e permette di cominciare dopo che una tragedia si è ormai consumata, lasciarla indietro, occuparsi piuttosto di ciò che rimane. A lui interessava quel dopo, l'altro paese in cui vivono i suoi personaggi smarriti, che hanno perso tutto o quasi.
     Come si curano, o provano a curarsi, questi uomini e queste donne? Di solito con un nuovo amore. Che è un amore guardingo e sospettoso, un amore che ha imparato la lezione del maggiore: se non vuoi perdere non metterti nella condizione di farlo, se non vuoi altro dolore stai lontano dal campo di battaglia. Naturale che non regga, un amore così. Alcuni allora decidono di tagliare prima, non presentarsi all'appuntamento: sempre meglio una ferita pulita, disinfettata e nascosta dalle bende, che una ferita offerta a chi può riaprirla e farla sanguinare. Oppure no? Non è la fiducia il principio di ogni possibile guarigione?
     Dubus non dava risposte certe. Diceva di aver pensato per anni, e di averlo spiegato mille volte ai suoi studenti, che il racconto di Hemingway parlasse dell'impossibilità della cura. Poi gli era accaduto di restare invalido lui stesso, e aveva cominciato a leggerlo in un modo un po' diverso. A notare cose che prima non notava. Per esempio il rapporto tra i soldati: è vero che nessuno di loro crede nella terapia, però almeno si danno ascolto a vicenda, e quanto vale un compagno disposto a ricevere la tua storia? E poi il maggiore: un uomo così potrebbe facilmente tirarsi un colpo in testa, è quello che ci aspetteremmo da lui; invece ogni mattina si alza, va in ospedale e fa gli esercizi che un medico gli dice di fare. Perciò forse, pensò Dubus, è un racconto che parla di gente che prova a guarire. Ci prova come può, però ci prova. E con quell'idea in testa scrisse i suoi ultimi racconti, contenuti in questo libro. Se c'è chi scrive per turbare i giusti e chi per consolare gli afflitti e i peccatori, io direi che Dubus scriveva per dare coraggio a chi ha paura. A quelli terrorizzati da tutti gli sbagli che devono ancora fare. Ogni sua riga mi sembra piena d'affetto verso di loro.
     C'è un finale ricorrente nelle sue storie, che a noi lettori di racconti ricorda Salinger più che Hemingway, e un altro soldato ferito che non chiudeva occhio da giorni. Era il Sergente X, distrutto da ciò che aveva visto in guerra. Poi la lettera di una ragazzina, la sua inaspettata dolcezza, gli faceva venire un gran sonno come per incanto. E lui lo accoglieva pensando: prendi un uomo che abbia veramente sonno, Esmé, e avrai un uomo che ha ancora la possibilità di guarire. Così si addormentano gli insonni di Dubus, come deponendo le armi con cui non smettono di torturarsi, chiudendo gli occhi sul male commesso e affidandosi finalmente alla vita che deve ancora arrivare.


lunedì 17 giugno 2013

IL NUOTATORE

     Ho conosciuto Mara Cerri qualche anno fa, grazie a un amico più vecchio di noi e con la vocazione del ponte: lui ha la passione di far incontrare gli altri, specialmente se hanno la vocazione dell’isola. Mara e io siamo isole. Il primo libro suo che ho letto - anzi letto non è la parola giusta, bisognerebbe trovarne un’altra per le cose di Mara - è stato Via Curiel 8. Era una storia muta, tutta affidata ai disegni, su un bambino e una bambina che crescono nello stesso palazzo senza incontrarsi mai.  Soffrono di due solitudini gemelle, come celle separate da un solido muro. Inventano mondi immaginari dove trovare rifugio, e grazie a questo potere, proprio come se scavassero un buco nella distanza che li separa, finiscono per incontrarsi lì, nell’immaginazione, abbracciarsi in un luogo che esiste solo per loro.

     Quando il libro mi capitò per le mani avevo appena scritto i racconti di Una cosa piccola che sta per esplodere. Erano anche quelle storie di ragazzini, di solitudini e incontri inaspettati, collisioni che cambiano traiettorie alle vite e poi le vite non sono più le stesse. Mi sembrò di ritrovare una vecchia amica. Nella mia fantasia, la bambina e il bambino di Via Curiel 8 eravamo Mara e io: anche noi eravamo cresciuti nella stessa solitudine, avevamo cominciato a disegnare e scrivere per trovare rifugio, e scava scava avevamo finito per incontrarci. Quando successe, scoprimmo di essere molto simili. Non solo per le tante combinazioni nei ricordi di due coetanei, ma perché stavamo immaginando entrambi la storia di una ragazzina in nero. Io in quel periodo scrivevo i primissimi racconti di Sofia, e ogni tanto Mara mi spediva uno di questi disegni: li stampavo, li ritagliavo e li appiccicavo sui miei quaderni, e mi sembravano le illustrazioni ideali delle storie che stavano nascendo. Mi ispiravano atmosfere e stati d’animo. Le storie poi le mandavo a lei, e non so che cosa ne abbia fatto ma spero l’abbiano aiutata almeno un po’ con i suoi disegni.

     Poi una notte d’estate feci uno strano sogno, di me stesso che scrivevo un racconto. Miracolosamente quando mi svegliai lo ricordavo quasi tutto. In una mattina di furore creativo, di quelle che poi rimpiangi per il resto della vita, lo trascrissi più fedelmente che potevo, sapendo che era qualcosa di diverso dai racconti che scrivevo di solito e senza immaginare che cosa ne avrei fatto. Rileggendolo pensai che dentro c’era qualcosa per Mara, e glielo mandai. Da allora abbiamo passato qualche anno a spedirci aveanti e indietro disegni e parole, e anche il racconto è cambiato parecchio da quella versione iniziale, ma adesso eccolo qui: è diventato un libro vero, pubblicato da una casa editrice bella come Orecchio Acerbo, e naturalmente è dedicato al nostro amico, l’uomo-ponte senza cui queste due isole non si sarebbero mai incontrate.

     È la storia del sogno di uno scrittore e di un ragazzino che ha paura dell’acqua. Anzi no: è lo scrittore che ha paura dell’acqua, il ragazzino ha paura di diventare grande. Sott’acqua lui ci sta meglio, e sott’acqua è il posto in cui tornare se lo scrittore vuole trovare le sue storie. È un libro per grandi, ma secondo me lo possono leggere anche i bambini. Io gli sono molto grato. Per gli altri provo sentimenti contrastanti, un misto di orgoglio, vergogna, affetto, distanza critica; per questo pura e semplice gratitudine. Me lo giro e rigiro tra le mani come un dono. Se vivessi molti secoli fa inventerei un proverbio che dice così: non c’è modo migliore di essere amici che fare insieme una cosa bella.

martedì 8 gennaio 2013

DOV’È LA FRONTIERA?

Tempi duri per noi lettori di racconti, e pure per noi amanti della narrativa americana. Buttando giù la classifica delle migliori raccolte dell’anno trascorso, mi sono accorto che sono quasi tutti libri vecchi, usciti in Italia con molto ritardo. Non che l’età dei libri abbia valore di per sé, ma ti ritrovi a chiederti che cosa stiano scrivendo i tuoi coetanei dall’altra parte del mondo, se nelle storie che leggi il mondo è quello di trenta o quaranta o cinquant’anni fa, e i loro autori sono molto vecchi o molto morti. Forse è la forma racconto che da quelle parti è passata di moda. O forse i bambini bruciati che scoprivamo negli anni Novanta hanno messo su pancia, ottenuto una cattedra di prestigio e comprato una casetta al mare, e nessuno è ancora arrivato a raccoglierne il testimone. Dov’è la frontiera? Chi saprà scrivere una storia di dieci pagine che mi faccia accelerare il cuore? Io sento un gran bisogno, come lettore, di montare in macchina e puntare verso ovest. Spero che qualcuno mi ci porti presto.
Comunque, alla fine ho fatto due classifiche. La prima è quella delle vecchie glorie:

1) John Cheever, I racconti (Feltrinelli)
Non li contiene tutti (ne scrisse centinaia) ma è un best of che in Italia aspettavamo dal 1978, quando questa raccolta uscì in America alla fine di una lunga carriera, e pochi anni prima che Cheever morisse. Io ne possiedo anche un’edizione ridotta, uscita per Garzanti nel 1987 (Addio fratello mio, regalo di mia sorella!), più tutti i libricini in cui Fandango l’ha spezzettata in seguito, facendone scempio e lasciando pure il lavoro a metà. Qui la cosa notevole è la scoperta dei racconti tardivi, molto diversi da quelli degli anni Cinquanta e Sessanta per cui Cheever è famoso: non più casalinghe e pendolari e villette nei sobborghi, ma vecchi scrittori viziosi e un universo di personaggi eccentrici, descritti con uno stile che vira decisamente al postmoderno. Infinita riconoscenza ad Adelaide Cioni, che deve aver passato su Cheever un bel pezzo di vita, traducendo una trentina di questi racconti e i monumentali diari (Una specie di solitudine, sempre Feltrinelli).

2) Andre Dubus, Il padre d’inverno (Mattioli 1885)
È una raccolta del 1980, con cui prosegue la pubblicazione dell’opera di Dubus, fino a pochi anni fa misteriosamente inedito in Italia. Bisogna ringraziare Nicola Manuppelli che l’ha riscoperto e tradotto molto bene. I miei preferiti tra questi racconti sono quelli sulla fine del matrimonio e sul rapporto tra genitori e figli; in particolare, quello che dà il titolo al libro è un capolavoro. A me sembra di aver capito una cosa sui grandi scrittori di racconti: non ha importanza che le loro raccolte abbiano un tema, una cornice geografica, un filo conduttore, perché hanno già lo sguardo a tenerle insieme. Quando leggi Carver o Yates o appunto Dubus hai la sensazione di entrare nel loro mondo, e non importa quanto siano diversi i personaggi e le storie. Quello che dà coerenza al libro è il modo in cui lo scrittore guarda dentro l’animo dei personaggi, e la sua sensibilità, insieme alla sua lingua, costituiscono il vero paesaggio delle sue storie, ovvero lo spazio in cui le cose accadono. Nel caso di Dubus questo paesaggio è la solitudine di chi ha perso qualcosa, la persecuzione del senso di colpa, un continuo dubbio morale; e i suoi racconti, più che a trame, assomigliano a meditazioni. Io che organizzo la libreria secondo le mie parentele emotive l’ho messo accanto a Charles D’Ambrosio e Richard Ford.

3) Alice Munro, Chi ti credi di essere? (Einaudi)
Un altro libro del 1978, che era già uscito per E/O negli anni Novanta (io però non ce l’avevo, nelle librerie dell’usato è introvabile). Un romanzo di racconti su Rose, che nasce e cresce in un paesino di campagna dell’Ontario, poi si sposa e va a vivere a Vancouver, comincia a fare l’insegnante, si separa, cambia uomini e case. Il rapporto con le radici (che nei racconti di Alice Munro sono i vecchi, il paesaggio di campagna, le tante matrigne, la volgarità del loro modo di pensare e di parlare, la vergogna di appartenere a quel mondo) e il bisogno di andarsene da lì a rifarsi una vita (scoprendo i libri, la città, gli intellettuali, le idee di moda negli anni Sessanta, la libertà sessuale, e infine la solitudine e il disincanto). In Rose c’è sempre un senso di impostura (infatti fa l’attrice): il sospetto di essere solo una contadina ripulita, la paura di venire smascherata da un momento all’altro, l’inadeguatezza perenne. Moglie inadeguata, madre inadeguata, intellettuale e artista inadeguata. Non solo temi, ma perfino luoghi, personaggi e trame che noi lettori di Alice Munro conosciamo bene, perché ci ha lavorato sopra per una quindicina di libri. Leggerla è sempre un piacere, però chi come me ama la scrittura chirurgica che ha raggiunto verso i settant’anni (quella di Nemico amico amante) qui riconosce le ruvidezze dell’apprendistato, il lavoro di una narratrice che sta ancora affilando le lame. La lingua suona più elaborata e letteraria, lo sguardo è meno tagliente che nei racconti migliori; e di quell’uso spericolato del montaggio, quella manipolazione del tempo-memoria di cui diventerà maestra, in Chi ti credi di essere? quasi non c’è traccia. 

E ora le novità:

1) Deborah Willis, Svanire (Del Vecchio editore)
La più bella raccolta di racconti che ho letto nel 2012. Deborah Willis è canadese, è nata nel 1982 e ha scritto quattordici storie che parlano di persone che scompaiono e persone che rimangono, anzi soprattutto di queste. C’è la figlia di uno scrittore scappato di casa dopo una lunga crisi creativa, e ci sono gli uomini che nella vita non farà che abbandonare. C’è una coppia di ragazzi giovani, innamorati, stupidi, che sono appena andati a vivere insieme, due idioti innamorati a cui nessuno dovrebbe mai affidare un bambino, e invece una vicina di casa glielo affida e loro pensano bene di portarlo a fare un giro in metropolitana. C’è un medico che ha perso la moglie e non riesce a trovare consolazione se non al tavolo del black-jack: dove si innamora delle mani della croupier, una ex prestigiatrice, e alla fine le chiede di fare sparire anche lui. E poi ci sono i modelli di questi racconti - A.M. Homes e Lorrie Moore su tutti - quelli che riconosci, o ti sembra di riconoscere, quando uno scrittore della tua età ha amato i tuoi stessi libri. Deborah Willis l’ho messa accanto a loro due. Sono contento che l’abbia pubblicata un bell’editore come Del Vecchio.

2) Mary Gaitskill, Oggi sono tua (Einaudi)
Lei è una di quelle scrittrici che aspettavo da tempo, mai arrivata da noi perché ha scritto soprattutto racconti, benché siano usciti su riviste come il New Yorker e abbiano vinto numerosi premi. Ora nello stesso anno Einaudi ha pubblicato questa antologia (che contiene storie tratte da tre raccolte diverse, del 1988, 1997 e 2009) e Nutrimenti un romanzo che non ho ancora letto (Veronica, del 2005). I racconti mi sono piaciuti molto. Parlano principalmente di sesso e delle sue derive, e in particolare di sadomasochismo. Dopo un po’, leggendoli, ti viene da pensare che in realtà la dominazione e la sottomissione siano il gioco preferito di ogni coppia, e anche se non si frustano e sculacciano a vicenda, un uomo e una donna che si mettono insieme siano due che non vedono l’ora di farsi male.

3) Nathan Englander, Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank (Einaudi)
Dopo la sua acclamatissima raccolta d’esordio (Per alleviare insopportabili impulsi, del 1999), Nathan Englander aveva ceduto alla solita tentazione e speso otto lunghi anni per scrivere un romanzo che non è andato per niente bene (Il ministero dei casi speciali, 2007). Io lo conobbi nel 2004 per i documentari di Scrivere/New York. Parlammo a lungo di letteratura ebraica e ristoranti etnici di New York (Nathan è cresciuto in una comunità di ebrei ortodossi ma ha abbandondato la religione verso i venticinque anni; dopo aver appeso la kippah al chiodo la sua più grande liberazione è stata poter assaggiare tutto quello che prima gli era vietato). Mi lasciò il ricordo di un uomo gentilissimo, umile e ironico allo stesso tempo, dedito alla letteratura come un monaco. Penso che sia un ottimo scrittore di racconti, sono contento che sia tornato a scriverne e spero non ci trovi niente di limitante - lui che ha per maestri Singer e Malamud. Il racconto che dà il titolo al libro è una specie di parodia di quello di Carver, quello in cui quattro amici sempre più ubriachi - due uomini e due donne - discutevano di cosa fosse l’amore; anche qui ci sono quattro amici sempre più ubriachi, però discutono dell’Olocausto e di Israele. Ci vuole del fegato a scrivere un racconto così, ed è una cosa che ci dimentichiamo spesso: che tra le qualità dei grandi scrittori c’è il coraggio di provare a scrivere la cosa più difficile. Nathan di coraggio ne ha da vendere. Se lo incontro di nuovo al cinese di Elizabeth Street gli offro senz’altro un saké bollente.