giovedì 25 novembre 2010

I PADRI DEGLI ALTRI

Stamattina ho partecipato a una lezione in università. Studenti di architettura del primo anno. Ero andato a parlare di New York e del mio libro: a raccontare in quanti modi diversi, con quali metodi e sentimenti, si può guardare una città. A un certo punto siamo finiti a parlare del fatto che gli americani si spostano come niente, cambiano casa, lasciano il lavoro, vendono tutto e se ne vanno da un’altra parte. Uno dei docenti ha ragionato sulla necessità, o l’abitudine, o la scelta di non radicarsi in un luogo. Poi ha chiesto agli studenti che cosa ne pensavano. Anzi no, ha chiesto: e voi, se immaginate di mettere su famiglia e stabilirvi da qualche parte, dove vi vedete?
“Qui”, hanno risposto tutti.
“Perché qui?”, ha chiesto lui.
“Perché qui ci piace”, hanno risposto.
Trattandosi di un laboratorio di urbanistica, sono stati invitati a rifletterci meglio e argomentare. Dopo un po’, qualcuno ha detto che per andare via servono tanti soldi. E perdi tutto quello che avevi prima. E se fai dei bambini, ha aggiunto un altro, chi te li tiene? Un terzo ha affermato deciso: i bambini devono stare con i nonni.
“E perché?”, gli abbiamo chiesto.
“Perché i nonni trasmettono i valori che contano, la tradizione”.
La discussione poi è proseguita, ma a quel punto con la testa ero già altrove. Stavo facendo due conti: quelli erano ragazzi nati nel 1990. Erano cresciuti vicino ai loro nonni? Probabilmente sì, mi sono detto. In classe c’erano anche due ragazze arabe, e diversi studenti orientali: chissà che cosa ne pensavano loro. Mi sarebbe piaciuto chiederglielo, ma erano tutti raggruppati in fondo all’aula, timidi, vagamente perplessi. Sentivo di capirli in qualche modo.

Così tornando a casa mi sono messo a pensare a quale occasione storica sia stata crescere a Milano tra gli anni Settanta e Ottanta. Cioè dopo trent’anni di massiccia immigrazione interna. Cioè lontano dai propri nonni, per fortuna (sono una di quelle persone che pensano tutto il male possibile della tradizione: per me non è altro che la tirannia delle generazioni passate su quelle future). Tra i miei compagni di classe, alle elementari, nemmeno uno era figlio di milanesi. I nostri nonni abitavano in Puglia, in Sicilia, in Veneto. I nostri genitori parlavano dialetti pittoreschi. I bambini arrivavano in classe con addosso odori strani, non la verza della cassoeula ma aglio, peperoni, melanzane. A giugno c’era un esodo di massa: la maggior parte di noi passava l’estate al paese. I miei compagni tornavano più selvatici, bruciati dal sole, con il Mediterraneo infiltrato perfino nella lingua. Fuori da Milano pensano che abbiamo tutti lo stesso accento, ma noi che ci abitiamo riconosciamo le sfumature: un po’ di Puglia nelle vocali aperte, un po’ di Sicilia nel raddoppio delle consonanti, si sentono lontano un chilometro. Se andavi a casa di un compagno a giocare, scoprivi mondi sconosciuti. I padri degli altri inneggiavano al Milan gridando minchia o maronna ai gol sbagliati. Le madri friggevano per tutto il tempo. D’estate pranzavano in balcone, in ciabatte e canottiera. Le madri appendevano santini in ogni stanza, i padri soffrivano di una malinconia di fondo che si risolveva solo a ferragosto, quando era l’ora di macinarsi mille chilometri in macchina, in un bagno di felicità e sudore, sull’autostrada del sole. Queste sono le persone della mia infanzia. E il bello è che non pensavo di essere cresciuto in un’epoca particolare: ero convinto che i padri degli altri fossero tutti così, che quella fosse la natura di Milano.

Quando negli anni Novanta è saltata fuori la Lega noi abbiamo pensato: ma questi di chi stanno parlando? Di certo non di noi (e infatti poi abbiamo avuto il primo sindaco leghista della storia). Crescendo ho continuato a incrociare la stessa razza meticcia: alle superiori i miei migliori amici erano un mezzo rumeno e un mezzo siciliano, tornavano dalle vacanze parlando di Bucarest e di Palermo (ma sempre con il nostro accento della fabbrichetta). Con la mia prima ragazza scherzavamo, lei mezza lombarda e mezza piemontese, io mezzo veneto e mezzo emiliano, che insieme avremmo coperto tutto il corso del Po. Per incontrare una purosangue della mia età, milanese di padre e di madre, ho dovuto aspettare i venticinque anni, e per ironia della sorte adesso è la mia compagna (però, a proposito di nonni, la sua le diceva sempre: ti te parl milanés come ‘na teruna. Saranno state le cattive compagnie). Quando mi racconta delle sue domeniche di bambina, la pasticceria con la nonna, il bianchino al bar con il nonno, mi sembra un’infanzia degli anni Trenta. Pensavo che tutti noi passassimo le domeniche alla finestra, davanti alla televisione oppure in macchina, con un vetro eternamente davanti alla realtà, a guardare questa città e chiederci di chi fosse davvero.

Ecco, per dire che oggi mi sono ritrovato a scoprire come sono cambiati i tempi. I ragazzi del 1990 sono figli di padri sedentari, hanno avuto compagni di classe cinesi e arabi, e ritengono che la tradizione sia una cosa importante. Vogliono vivere dove sono cresciuti. È evidente che hanno, avranno, idee diverse dalle mie, che saranno cittadini diversi da me. Però diversi come?

E poi volevo dire un’altra cosa, nel cuore la tua città resta sempre quella che hai conosciuto da bambino. La mia Milano è ancora piena di uomini in canottiera sui balconi. Gente che aveva detto addio a suo padre e sua madre, ed era venuta qui a rifarsi una vita. Allora sembravano buffi e chiassosi, adesso li ammiro. Spero tanto che ne arrivino ancora.

(P.S. del giorno dopo. Stamattina leggo Repubblica e trovo questo articolo:
"I figli sorpassano a destra i genitori, la spinta da maschi e regioni rosse". Uno studio interessante. Era quello che stavo cercando di dire, non di fare nostalgia a buon mercato)

mercoledì 10 novembre 2010

ZELEZNY

(Tanto per riconciliarmi con la città, pubblico anche qui il pezzo uscito questo mese nel magazine di minimum fax. Naturalmente è dedicato a Gabbole, mai nessuno fu più bello da vedere.)


***

Era di nuovo autunno, quello del 1993. Noi lanciatori di città ci allenavamo tre volte alla settimana in un campo sportivo vicino all’aeroporto, tra le piste d’atterraggio e il luna park. Dopo la scuola prendevamo la metropolitana, cambiavamo un autobus e poi un altro, e schiacciati contro il finestrino osservavamo la città diradarsi, dall’architettura fascista di piazza San Babila ai viali dai nomi risorgimentali ai palazzi degli anni Sessanta in cui eravamo cresciuti anche noi, fino ai viadotti ferroviari, i cantieri aeronautici dismessi, le baracche e gli orti abusivi, il grande specchio d’acqua dell’idroscalo. Erano tutte parole di una lingua morta. L’anno prima, a Barcellona, Jan Zelezny aveva vinto l’oro scagliando il suo giavellotto oltre i novanta metri: ogni racconto su di lui sembrava scritto per diventare leggenda, qualcosa a cui pensare durante quei lunghi viaggi verso Linate. Zelezny veniva da una famiglia povera. Zelezny era sopravvissuto facendo il cuoco, il soldato, il meccanico. Zelezny aveva tentato e fallito la fuga, cercando fortuna nel campionato americano di baseball, tornando indietro a mani vuote. Nessuno di noi aveva mai visto la Cecoslovacchia, ma sopra il nostro cielo c’erano nebbia d’inverno, zanzare d’estate e rombi d’aereo durante tutto l’anno: l’Europa dell’est non doveva essere tanto diversa.


Gli allenamenti erano duri e monotoni come esercitazioni militari. Tecnica di lancio, scatti su pista, potenziamento in palestra, esercizi con l’elastico e la palla medica. L’atletica leggera è una disciplina ossessiva, in cui lo stesso gesto viene ripetuto all’infinito alla ricerca della perfezione: ogni passo, salto, lancio, è scomposto in unità di movimento, e ogni movimento va studiato, corretto, calibrato, fino al massimo dell’efficienza, e infine questa sequenza meccanica, eseguita in concentrazione, dev’essere disimparata dalla testa e imparata dal corpo, e diventare fluida, facile, come andare in bicicletta o nuotare. Forza e velocità sono questione di lavoro, ma cosa c’è di più difficile che raggiungere la grazia? Per noi ragazzi allora era un’impresa esistenziale. Avevamo quattordici o quindici anni e corpi che non sembravano più nostri. Ogni gesto ci usciva goffo, le cose cadevano e si rompevano, le dichiarazioni d’amore venivano fraintese. Invidiavamo gli studenti dell’ultimo anno, a cui bastava accendere una sigaretta e soffiare il fumo verso l’alto, scompigliandosi il ciuffo sulla fronte, per illuminare la scena. Noi avevamo capelli tagliati in casa, ossa doloranti per la crescita repentina. E più il corpo si allungava, inciampava e disobbediva, più il perfezionamento del lancio diventava la nostra rivincita, un assalto all’arma bianca contro la crudeltà della natura.




Eravamo in cinque a Linate quell’anno. I pesisti erano due dell’istituto tecnico, entrambi alti, grossi, sopra il quintale, uno moro e loquace e l’altro biondo e taciturno, che stavano sempre tra di loro. Grandi pacche sulle spalle dopo una buona misura, prese di lotta libera a tradimento. Il martellista era il figlio del custode, un ragazzo obeso che per qualche mese aveva cazzeggiato a bordo pedana, fumando e sbeffeggiando i nostri tentativi, prima di unirsi al gruppo. Andava in giro per il campo sportivo con una di quelle biciclette dalle ruote minuscole, che abbandonò dopo essere diventato un atleta: arrivava prima di tutti, se ne andava per ultimo, bestemmiava in pugliese stretto quando la palla di sette chili moriva impigliata nella gabbia. Il discobolo era il mio migliore amico. Indolente, spaccone, sempre in ritardo, preferiva le chiacchiere dello spogliatoio e le sedute in palestra, a sfidarci io e lui alla panca, piuttosto che i noiosissimi esercizi di tecnica e il freddo umido che inzuppava le ossa. Però era un esteta degno di Mirone. Altri lanciavano più lontano, lui era convinto di lanciare meglio. Sosteneva che gli sarebbero bastati un po’ più di chili e muscoli, per sbaragliare i muratori bergamaschi che erano i suoi avversari abituali. Ma come in tante altre cose non aveva la costanza di applicarsi. La fatica lo annoiava. Forse avrebbe dovuto allenarsi davanti allo specchio, come i pugili e le ballerine, rapito dalla contemplazione del suo talento sprecato.


A me avevano dato il giavellotto perché ero leggero e veloce, e tra tutti è l’attrezzo che richiede meno forza bruta. È anche quello che va più lontano: Zelezny lo scagliava a novantotto metri, in pratica dall’altra parte dello stadio. Io puntavo a meno della metà per essere ammesso ai campionati italiani. Per un po’ fu il mio attrezzo del mestiere, l’oggetto più familiare per il mio corpo in piena metamorfosi: e ancora adesso, se mi concentro, sento nel palmo della mano l’impugnatura di corda, la lunga lancia in equilibrio sulla spalla prima della rincorsa, le punte del pollice e dell’indice che si toccano, l’odore dell’erba.




Per ognuno di noi, l’allenatore aveva recuperato il video dell’oro olimpico, stampato ogni fotogramma su un foglio A4 e appeso i fogli in fila sul muro dello spogliatoio. Un secondo perfetto, frammentato in una ventina di istantanee, come un’esplosione al rallentatore. Così cambiandomi studiavo i gesti di Zelezny a Barcellona, li mimavo uno per uno, cercavo di impararli a memoria per poi rimettere insieme l’intero movimento. I passi fondamentali del lancio del giavellotto sono gli ultimi tre, ed è una specie di balletto che sapevo danzare a occhi chiusi. Li ripetevo alla fermata dell’autobus, nel corridoio di casa. Piede sinistro, destro, sinistro. Il braccio è teso indietro, in linea con le spalle; la schiena leggermente arcuata. Quando il piede sinistro si blocca, l’energia cinetica accumulata nella rincorsa percorre la gamba destra, sale attraverso la rotazione del ginocchio e dell’anca, fa scattare la schiena come una fionda e poi arriva alle spalle, e poi bum, l’esplosione. C’era il sibilo del giavellotto nell’aria, e quel tempo che sembrava infinito prima che si conficcasse per terra, quaranta metri più in là, vibrando come un diapason.




Non ho mai trovato un gesto che mi venisse più naturale. Anche da bambino non facevo che lanciare le cose. C’erano certi pomeriggi in cortile in cui nessun sasso o ramo o lumaca poteva sfuggire alla cattura e al decollo. O domeniche di silenzi cupi, il mormorio della televisione in salotto, il tintinnio dei piatti in cucina, ma il bambino sul balcone, quello che bombardava uccelli e macchine e qualsiasi oggetto in movimento nella città addormentata, quel bambino taciturno e spietato ero sempre io. Ero cresciuto in un palazzo di otto piani sulla circonvallazione: bastava sporgere una mano e aprirla e tutto cadeva giù, nel fiume stanco di auto dai fanali accesi.


L’aerodinamica e la trigonometria, studiate la mattina a scuola, in pedana diventavano argomento di dibattito. Uno tende a lanciare troppo in alto se nessuno gli insegna la giusta inclinazione. Poi bisognerebbe considerare la direzione del vento, e anche in questo caso il buon senso inganna: nelle gare di velocità, nei salti, le misure vengono annullate quando c’è troppo vento a favore; con i lanci succede l’opposto, è il vento contrario a far decollare un aeroplano. Dunque si trattava di prendere un giavellotto dal mazzo - e c’era sempre il tuo preferito, quello blu, appena più lungo e sottile, spuntato per essere atterrato sul cemento chissà quante volte - e percorrere la pedana fino al punto segnato col gessetto. Lì cominciava la rincorsa misurata tante volte, quei venti metri che erano l’unico spazio al mondo soltanto tuo. Sentire il vento: se soffia sulla nuca bisogna lanciare più in alto, se soffia in fronte più in basso. Respirare. Non pensare più ai gesti a quel punto, fidarsi del corpo, lasciarlo fare. Pensare a Zelezny e ai cieli di Jena in Cecoslovacchia e partire. Tutto il lancio durava un niente. Il giavellotto saliva su, sempre più su, nel vento contrario.




martedì 26 ottobre 2010

ULTIMA BEVUTA

Ogni mattina dalla fontana pende una lunga colonna di ghiaccio. Quando esco per fare legna la spezzo, la stringo in mano finché non si incolla alla pelle, la lascio a galleggiare e sciogliersi tra gli aghi di larice. Se la notte è stata limpida, il termometro esterno segna meno cinque gradi. Lì vicino ho trapiantato un arbusto di pino mugo, e passo a vedere come sta. Viene dalle Dolomiti, me l’ha portato un amico. Anche se questo non è il suo terreno, spero che attecchirà sotto la neve e arriverà a primavera. Ma non c’è tempo per stare a coccolarlo, le mani intirizziscono in pochi minuti. In casa accendo il camino, preparo il caffè, ricostruisco il percorso notturno del topo che mi tiene compagnia. Non so più cosa fare con lui. All’inizio era timido, usciva solo di notte. Poi ha capito di avere un padrone di casa buono, e ha preso confidenza: ora me lo ritrovo sulla mensola della farina e del riso, dentro la ciotola del pane. Così non si può andare avanti. Uno di questi giorni dovrò fare appello al boscaiolo canadese che è in me, prendere la scopa e farlo fuori. Il bastone l’ho rotto attraversando un torrente l’altro ieri. La punta di metallo si è incastrata tra due massi, ho fatto leva per estrarla e il legno ha ceduto. Ho deciso che, per quest’anno, non ne cercherò uno nuovo. Ho tenuto i pezzi di quello vecchio: il legno lucido di cembro, graffiato dai sassi delle pietraie, finirà nel camino l’ultima sera. Poi smetterò di affezionarmi ai topi, ai bastoni e alle scarpe, che ormai mi si disfano intorno ai piedi.

Rambo sostiene che scenderà quando finisce il vino. Molto divertente, ma non ci casco. Stamattina è passato di qua per invitarmi a pranzo, ha detto: però non aspettarti niente, ho solo patate e formaggio, invece quando sono arrivato c’era il bollito che andava. E il vino era di bottiglia, un rosso appena stappato. Quello delle damigiane è finito da un pezzo. La verità è che, senza bisogno di consultarci, abbiamo deciso di andar via tutt’e tre verso il primo novembre, Rambo, Remigio e io. Uno ha trovato una stanza in paese, la sta svuotando dai vecchi mobili per metterci dentro una stufa, una branda e un tavolo; uno si sposta nella casa d’inverno, anche se è l’ultimo che passerà lì; l’altro torna in città, dove guarderà le montagne dal finestrino, facendo la coda in macchina sul ponte della Ghisolfa, e la mattina saprà se in giardino ha nevicato o no. Vorrei vedere un cervo prima di andare via. Durante la settimana, al tramonto, l’ultima curva della strada è un ritrovo di cacciatori: i cervi escono a quell’ora e brucano al margine dei pascoli, dove l’erba è più ricca che in mezzo al bosco. Per sei giorni i cacciatori li tengono d’occhio con il binocolo, ne memorizzano movimenti e orari. I cervi non sanno che il settimo sarà fatale, dovrebbero starsene nascosti la domenica, santificare le feste.

Lassù ormai è difficile andare, di mattina la montagna è coperta da una crosta di ghiaccio. Io approfitto di un pomeriggio di sole, parto subito dopo pranzo, so di avere cinque o sei ore prima del buio. Poi è come registrare un nastro da portarsi via. Salire fino al colle e scoprire ancora, dopo tanti mesi, un versante sconosciuto, percorrere un sentiero mai preso. Scendere dall’altra parte fino a una conca in ombra. Spiare dalla finestra dentro un alpeggio chiuso: il tavolo, le sedie, i barattoli allineati sul piano della cucina, i piatti impilati, le lattine delle conserve, come se qualcuno fosse appena partito e avesse riordinato prima di uscire. Ignorare il sentiero che scende a valle e scegliere una linea logica, bella per chi coglie la bellezza di salire tra i salti di roccia e il bosco fitto, e attraversare in alto, dove passano i camosci. Trovarne le tracce, fidarsi del loro senso d’orientamento. Superare le tane deserte, i tronchi spezzati, i larici in fiamme, attraversare una lunga pietraia facendosi strada tra i rododendri spogli. Raccogliere due pigne di cembro da mettere nella grappa. Assaggiare i mirtilli d’ottobre, le piante ormai senza foglie ma ancora cariche di bacche, ghiacciate dal gelo notturno, avvizzite, scure, dolci come uva passa.

La facevo anche da bambino questa cosa, un ultimo giro per salutare i sassi e gli alberi. Scrivevo dei biglietti e li nascondevo nelle rocce spaccate, nelle fessure della corteccia. Così le mie parole sarebbero restate lì anche dopo di me: proprio come queste, gettate al vento. Poi tirava aria di neve, ed era l’ora di tornare in città. Conosco già il sogno che farò d’inverno.

martedì 28 settembre 2010

DESARPA

L’autunno arriva in piccoli segnali, non solo nella gente che da un giorno all’altro è sparita. Nella brina sul prato di casa, quando esco verso le otto con la mia tazza di caffè. Nel sole incapace di scioglierla fino a mezzogiorno. Nei selvatici che sono tornati a mostrarsi: qualche notte fa una volpe è venuta a cercare cibo, mi ha visto sul balcone, è trotterellata via senza paura. Negli spari dei fucili che rimbombano per la valle, dopo quella mattina limpida e fredda in cui si è aperta la caccia al capriolo. Mario Rigoni Stern diceva che, delle stagioni, quella che gli piaceva meno era l’estate, perché il bosco è come assente, mentre amava l’autunno perché si può di nuovo tendere l’orecchio e ascoltare. Però non parlava di questo senso di morte incombente, della montagna ogni giorno più sterile, degli odori che scompaiono. Qui non ci sono raccolti e vendemmie, qui a settembre si mette via la legna in vista di una lunga stagione buia.

In alto ha cominciato a nevicare. In questi giorni le mandrie scendono dagli alpeggi, non per il freddo ma perché l’erba è finita. La montagna non ha più un goccio d’acqua, i prati sono gialli come distese di fieno. Nei letti dei torrenti il ghiaccio vela le rocce umide, si scioglie in macchie scure. Salendo per il sentiero oggi incrocio una lunga fila di mucche lente, cani e bambini intorno a badare che nessuna si attardi, l’allevatore in testa e sua moglie in coda, alla guida di un fuoristrada carico di cose. È la desarpa. Li ricordo tutti, bambini e cani e mucche, all’inizio di giugno, appena arrivati quassù e pazzi di gioia. Ora che la stagione è finita le mucche tornano in stalla, i cani alla catena, e i pastori stagionali dovranno trovarsi un lavoro nei cantieri.

Così faccio un giro intorno agli alpeggi chiusi, dove fino a ieri risuonavano i campanacci. Porte e finestre sbarrate, i letamai vuoti. Le piccole rogge e i canali, che dai torrenti portavano acqua agli abbeveratoi, ora sono chiuse. Vasche da bagno arrugginite e rovesciate restano a languire nei pascoli. Per terra lo sterco secco, i segni delle ruote dei trattori, il paletto a cui stava legato il cane. È una strana sensazione di fuga, come se fosse scoppiata una guerra o un’epidemia. Solo le ortiche sono ancora rigogliose, ma quelle crescono dove non c’è più nessuno, segnano l’abbandono.

Salendo oltre gli ultimi pascoli ripenso alla scena incredibile che ho visto alla fine di agosto, l’allattamento degli stambecchi. Era un branco di venti esemplari su una morena glaciale, con otto cuccioli non ancora svezzati. Chissà cosa provano in questi giorni, assistendo alla loro prima neve? Supero con un salto il torrente che una volta ho dovuto guadare togliendomi calze e scarpe: ora è ridotto a una serie di pozze in cui le trote sono imprigionate, non provano neanche a nascondersi al mio passaggio, potrei raccoglierle con le mani. Poco più su, scollinando a nord, trovo la conca dei laghi completamente imbiancata. La neve copre le tane delle marmotte, il tracciato dei sentieri. L’acqua è increspata dal vento e diventa scura, tetra, con tutto quel bianco intorno; ora non vedrà un raggio di sole per molto tempo. È un’incursione nell’inverno che lascia anche me di un umore cupo, e mi sento sollevato nel tornare giù a balzi, nel calpestare di nuovo l’erba.

Gli alpeggi bassi, verso i duemila metri, resisteranno ancora qualche giorno, forse un mese se il tempo sarà mite. Rambo non ci pensa alla desarpa, non ha un granché a cui tornare e ha deciso di restare qui fino a quando ce la fa. Per questo davanti alla baita ha una catasta di legna alta due metri, che un po’ alla volta sta spaccando a mano. Ascia, cunei e mazza, ma il vecchio larice a quanto pare era cresciuto ritorto, e non vuole saperne di aprirsi in due. Intorno c’è un silenzio insolito. Lupo, anziché fare la guardia al pascolo, è lì che osserva il suo padrone lavorare. Rambo scrolla le spalle quando gliene chiedo il motivo. Tra una mazzata e l’altra mi racconta che stamattina ha aperto la stalla come sempre, ma le mucche hanno messo fuori il muso, hanno annusato l’aria, hanno visto la neve e sono tornate dentro. Cazzi loro, mi dice. Le lascio un giorno a digiuno e poi domani vediamo se non corrono come vitelli. Siccome ormai è mezzogiorno, le mucche sono in castigo e il ceppo di larice non si spacca nemmeno con tre cunei in corpo, Rambo butta la mazza per terra e mi chiede se mi va di andare giù in paese a mangiare. Perché no, dico io. Andiamo in macchina? Lui si gratta la testa, guarda il rottame della Punto lì di fianco e mi confessa che ha finito la benzina. Questi sono i suoi classici casini quotidiani. Prendiamo il trattore, mi fa: ci mettiamo un po’ di più ma ti immagini l’ingresso in scena?

domenica 12 settembre 2010

MASCHI (due)

Da queste parti esiste un animale mitico, il dahu. È uno strano stambecco adattato dalla selezione naturale a vivere sui dirupi. Per abitare quei luoghi scoscesi, il dahu ha zampe asimmetriche: a volte sono più corte quelle di destra (in questo caso si chiama levogiro), a volte quelle di sinistra (destrogiro). Ma un corpo specializzato è anche una condanna. A causa delle sue zampe, il dahu non può voltarsi mai: per non cadere è costretto a dare lo stesso fianco alla montagna, e a girarle intorno nello stesso verso, per tutta la vita. Questo inconveniente genera situazioni che noi conosciamo bene. Due levogiri, per esempio, camminano in fila indiana o fianco a fianco, ma non si fronteggiano mai. Un levogiro e un destrogiro, se si incontrano e sono entrambi maschi, possono solo prendersi a cornate. Se sono un maschio e una femmina possono corteggiarsi, ma in nessun caso accoppiarsi: si guardano negli occhi, si annusano, magari si innamorano, e poi devono passare oltre. Per finire, se un dahu supera un ciuffo d’erba o un rivolo d’acqua, l’erba o l’acqua fanno già parte del passato: per ritrovarle bisognerebbe fare il giro della montagna. Qui non si torna indietro, e se incontri una donna è un gran casino. È quello che succede a vivere in pendenza.

Tra gli umani, si fa grande attenzione alla forza di gravità. Ogni cosa ha un peso e ogni cosa - che sia foglia, pietra o goccia d’acqua - tende a rotolare a valle. Prima di costruire una casa bisogna vedere se a monte c’è una sorgente, e da che parte cadono le valanghe. Se c’è da fare un lavoro in cui si trasportano carichi, lo si organizza in modo da avere il punto di partenza in alto, e la destinazione in basso. Nella preparazione dello zaino, come nella scrittura, togliere è più importante che aggiungere, e la leggerezza di Calvino è una qualità molto apprezzata per salire in cima a una montagna. Insieme al paesaggio cambiano le parole. Avanti e indietro sono roba da pianura, qui si dice su e giù. Sud e nord diventano dritto e rovescio (e in barba ai mappamondi il sud è il dritto, perché prende più sole). In città se una cosa ti cade la raccogli, che c’è di strano? Qui da noi, rischia di essere persa per sempre.

Rambo lassù ne sa qualcosa. L’invenzione della rotoballa, quell’enorme cilindro di fieno che ha sostituito le vecchie balle quadrate, sarà stata un gran vantaggio in mezzo ai campi di frumento e alle risaie, ma a lui è bastato appoggiare la prima per vederla partire, giù per i pascoli, attraverso la strada, nel bosco e infine per aria, dove il pendio precipita sul torrente, qualche quintale di fieno che è andato a nutrire i cervi cinquecento metri più in basso. Rambo di solito se ne frega. Lui spacca tutto, tira un paio di bestemmie et voilà. Compra solo auto usate molto vecchie e le distrugge correndo su e giù per le sterrate, dal bar del paese all’alpeggio: quando le sospensioni sono andate, il parabrezza incrinato, la marmitta ridotta a uno strascico sferragliante lui le parcheggia dietro la stalla e lì le abbandona. In quel piccolo cimitero, che la forestale più volte gli ha intimato di sgomberare, ci sono già due carcasse che arrugginiscono sotto temporali estivi e nevi invernali: una Ritmo e una Volvo (la sua preferita per il ruggito del motore, tanto che le aveva dipinto dei denti di squalo sul cofano: "Quando accendevo la Volvo", mi ha detto una sera, "tutto il paese sapeva che Rambo portava giù il latte"). A fine stagione le raggiungerà la Punto che ormai sta tirando le cuoia.

Quanto a me, verso ferragosto mi sono svegliato dopo una notte di pioggia, e ho scoperto che aveva nevicato appena cento metri più in alto. Il telone di plastica sotto cui dorme Rambo era coperto da due o tre centimetri di neve ghiacciata, e io ho pensato al mio amico che si scaldava con la sua tazza di caffè, burro d’alpeggio, zucchero e vino, un intruglio infernale che un paio di volte, per questioni di ospitalità e d’orgoglio, ho dovuto assaggiare anch’io. Più tardi è uscito il sole, e all’ora di cena soltanto le cime più alte erano ancora imbiancate. Io avevo passato in casa tutto il giorno, a leggere, scrivere, finire un testo che forse prima o poi mi avrebbero pagato, così ho deciso di concedermi una serata di lusso: scendere in paese, bere un paio di birre scure, leggere un giornale per vedere che cosa succedeva nel mondo. Ma quando ho raggiunto la strada ho avuto una brutta sorpresa. La macchina non partiva più. Girando la chiave d’accensione si illuminavano le spie, ma il motore non dava nessun segnale: in effetti non la muovevo da una settimana, e ultimamente aveva piovuto tutti i giorni. La macchina era parcheggiata in curva con il muso verso il prato, faceva buio e in giro non c’era nessuno, così ho deciso di arrangiarmi da solo. Ho messo il cambio in folle e cominciato a spingerla in retro - ventre a terra, sangue che pompa nei muscoli delle cosce, entrambe le mani sul parafango anteriore - ma mi è stato chiaro in fretta di aver sopravvalutato le mie forze. Anziché obbedirmi e arretrare lungo la strada, la macchina ha cominciato a scendere verso di me. Le scarpe scivolavano sull’erba bagnata e io ho fatto appena in tempo a correre a tirare il freno a mano, per poi contemplare impotente il triste spettacolo. Ora la macchina si trovava in mezzo al pascolo, affondata nel fango di una settimana di piogge. Poco più giù c’era il bosco e poi il dirupo, quello da cui è volata la rotoballa di Rambo. Così mi sono rassegnato a bloccare le ruote con due grosse pietre, tornare su per il sentiero e andare a bussare a una casa amica.

Sempre a proposito di maschi, qui c’è qualcosa che bisogna sapere. Nel mio modello virile di riferimento - diciamo boscaiolo canadese - davanti a un’auto in panne un uomo apre il cofano e ci mette le mani dentro. Allo stesso modo ripara i rubinetti che perdono, e se non si sente bene aspetta che passi, o al limite butta giù una grappa e si mette a letto. La differenza tra questo boscaiolo ideale e il me reale è che lui ci riesce, mentre io produco sempre mensole un po’ storte, rubinetti che dopo un giorno ricominciano a gocciolare, febbri croniche lunghe tutto l’inverno. So usare il trapano, la smerigliatrice e il seghetto alternativo, e se c’è un luogo che mi rilassa anche più della libreria è il negozio di ferramenta, ma faccio tutto con un’ansia di fondo, mostrando sicurezza da fuori e tormentandomi da dentro sulla tenuta di un tassello a espansione, o l’esatta sequenza dei gesti necessari a smontare una presa di corrente. Ho un’ammirazione sconfinata per i veri tuttofare, e questa categoria, nella lista degli uomini che vorrei diventare, viene forse al terzo posto (al primo c’è un bravo scrittore, al secondo una brava persona, anche se temo che queste due si escludano a vicenda). Per il momento almeno ne conosco uno. “Oh bè”, mi ha detto Remigio, sulla porta di casa sua, mentre da dentro uscivano il tepore della stufa e la musica dei Pink Floyd. “Se è solo per partire la facciamo partire”. Siamo tornati insieme giù al parcheggio. Lui ha preso il suo fuoristrada, ha agganciato la macchina con il cavo di traino e l’ha tirata fuori dal pascolo. Poi l’ha portata in cima alla salita, in modo da avere a disposizione una bella rincorsa. Da lì è stato un gioco da ragazzi: giù in folle per qualche decina di metri, dentro la seconda e via. Prima di salutarmi mi ha dato un consiglio che non dimenticherò molto in fretta: “Quando parcheggi lasciala sempre in discesa. Così, male che vada, sei sicuro che in qualche modo riparti”.

E io ho passato la serata al bar, birre scure, vani giornali d’agosto, la cameriera russa di cui tutti parlavano tre mesi fa, i cenni fiacchi di saluto dei bevitori abituali, a pensare alle volte in cui ho parcheggiato in salita. E a quanto ho dovuto spingere per ripartire.