martedì 11 gennaio 2011

COSE CHE CAMBIANO D'INVERNO

Da un po’ di tempo avevo il sogno di fare il cuoco, possibilmente in una nave mercantile o in un rifugio di montagna. Credo che a Carver sarebbe piaciuto: ci sta bene un mestiere così nel curriculum di uno scrittore. E poi si sa, nelle cucine il vino scorre a fiumi. Insomma: un po’ per inseguire i miei miti, un po’ per avere la scusa di tornare quassù, ho trovato lavoro in un ristorantino. Farina gialla, toma d’alpeggio, carne di manzo e di maiale sono state le mie materie prime nelle ultime settimane. Nove chili di salsiccia al giorno, teglie di lasagne e di crespelle, enormi paioli di polenta da conciare con burro e fontina. Fuori i pascoli coperti di neve e i boschi in cui correvo d’estate, osservati attraverso una finestrella appannata dalla condensa. Mi manca quella libertà, però sto bene. È un lavoro gratificante e duro, dare da mangiare alle persone. Lascia dei segni in bocca e sulla pelle. Ora ho mani da cuoco, che non sono mani da falegname ma ci vanno vicine: arrossate dai detersivi, piene di ustioni e di tagli e dei buchi della maledetta affettatrice.

Tra i pasti che prepariamo, ci sono quelli per i lavoratori degli impianti. Verso le undici e mezza riempiamo alcune borse termiche con una bottiglietta d’acqua, un sacchetto di carta con pane e formaggio, un thermos diviso in tre scomparti per il primo, il secondo e il contorno. Un ragazzo viene a ritirare le borse e le distribuisce ai suoi compagni. Una di queste prende la seggiovia, risale le piste e arriva a quota 2100, dove lavora Rambo. Il suo compito è aiutare la gente a smontare dal seggiolino, rallentando le macchine per i bambini, fermandole se qualcuno inciampa o cade, porgendo la mano alle signore. Siccome non mangia verdura il suo contorno torna sempre indietro, e così noi, in cucina, quando svuotiamo i thermos per lavarli riconosciamo quello di Rambo. È il modo che abbiamo per comunicare a distanza.
Alle quattro e mezza, chiusi gli impianti, viene giù a bere il caffè. È un uomo grande e grosso, ma otto ore all’aperto, d’inverno, a più di duemila metri, non sono uno scherzo nemmeno per lui. Se ha fatto freddo - e qui il freddo significa tra i dieci e i venti gradi sotto zero - quando entra al ristorante ha la faccia rossa, bruciata dal gelo, e delle rughe intorno agli occhi che non gli avevo visto mai. Come me, è contento di lavorare ma gli mancano i pascoli, le mucche, la baita in cui viveva con niente, la sua sconfinata libertà: il lavoro salariato è una necessità e una tortura, l’inverno è un conto alla rovescia, il primo maggio Rambo torna pastore.

Verso sera, mentre strofino le pentole con la paglietta di metallo, anche Remigio attacca a lavorare. Si infila la sua divisa, sale sul gatto e batte le piste fino a mezzanotte. Dice che la neve è un materiale come un altro. Bisogna pensarla come sabbia in un cantiere. I cannoni la producono, i gattisti la stendono su per le piste, gli sciatori la scavano, la ammucchiano, la spostano verso il basso, i gattisti la rimettono dov’era prima. Tutto lì. Da casa, di notte, assisto al lavoro che di giorno non si vede. Ogni cannone è dotato di un faro, così sembra sparare nel cielo non neve, ma lapilli di lava, e una fila di esplosioni lontane illumina la montagna. Il gatto passa davanti al mio balcone ogni mezz’ora, i lampeggianti accesi, i cingoli che spianano qualsiasi gobba, enorme bestia notturna che non teme il freddo né il buio. Remigio il solitario, il lettore, il costruttore di case magiche, l’osservatore di animali selvatici, l’amante dei lupi, lavora su una di queste macchine. Così va la vita d’inverno per via dell’oro bianco, da cui tutti noi in un modo o nell’altro dipendiamo.
Abbiamo un rapporto controverso con gli sciatori. Sono clienti. Sono l’unica risorsa economica della montagna. È triste osservare i cannoni, le seggiovie, le doppie file di macchine parcheggiate sulla strada, le tute e gli scarponi e i caschi che rendono le persone simili ad automi, però senza di loro non ci sarebbe nemmeno il resto, i miei amici emigrerebbero altrove, la mia casa sarebbe un cumulo di vecchi sassi, la cucina in cui lavoro non esisterebbe nemmeno. Cerco di ricordarmelo, quando questo parco giochi mi fa rabbia.

Di buono c’è che dura poco. Lunedì 10 gennaio, da un giorno all’altro, sono spariti tutti. Era la prima mattina libera dalla vigilia di Natale, e così, nonostante il nebbione in cui eravamo immersi, con Remigio abbiamo deciso di andarcene via con le ciaspole. Dopo mezz’ora, finito il bosco, era già tutto dimenticato. Le persone, il loro rumore. Solo la nebbia e una labile traccia davanti e quei posti conosciuti a memoria - lì d’estate c’è un masso a forma di torre, lì una sorgente, lì una distesa di rododendri - resi desertici e lunari dalla neve. Anche i selvatici, che vicino alle piste sembrano svaniti nel nulla, quassù lasciano tracce del loro passaggio. La volpe fa il giro degli alpeggi cercando avanzi di cibo. La lepre è attratta dai ciuffi d’erba secca sotto gli abeti. La martora segue percorsi di caccia, strategie misteriose ma evidenti come pieghe su un lenzuolo. Su in alto i laghi non ci sono più. Quando arriviamo alla conca Remigio scava nella neve con il bastone, e dopo un po’ trova il ghiaccio vivo. Ci siamo proprio in mezzo. Sospesi sopra il lago, avvolti dalla nebbia, ci sediamo a mangiare un pezzo di pane e formaggio. Sotto di noi, in un’acqua densa e nera, sognando la luce di luglio dormono i pesci.

lunedì 27 dicembre 2010

CARO GIORGIO

Quest’anno devo aver letto una cinquantina di libri. Non li ho contati, ma so che viaggio al ritmo di uno a settimana. Perciò quando scopro che tu ne hai letti 147, la mia identità di scrittore è scossa dalle fondamenta. Come ho potuto leggere un terzo dei tuoi libri, e fare il tuo stesso mestiere? Nemmeno io ho la televisione. Però passo diverse notti a giocare a briscola all’osteria. E vivo con una donna, forse questo mi toglie qualche altro libro rispetto a te (è un colpo basso, lo ammetto). Ma soprattutto, ho scoperto che mi piace moltissimo rileggere. Cominciare un libro nuovo mi dà meno piacere che riprenderne uno vecchio e molto amato. Se mi sono innamorato di un libro, sento il bisogno di rileggerlo due o tre volte, impararlo quasi a memoria. È come dire: meglio uscire con una ragazza sconosciuta o con la tua vecchia fiamma? Io sono per le vecchie fiamme.
Ma non ci raccontiamo balle, il problema della lettura ce l’ho. Per lunghi periodi, la maggior parte dei libri in cui m’imbatto non mi piace. Certe volte mi sento un lettore finito: diventerò come quelli che dicono “io non leggo romanzi”, e se ne fanno un vanto? Conosco diverse persone così, e alcune le stimo pure. La narrativa a loro non interessa. È come se ci vedessero il trucco, come quando diventi grande e smetti di farti fregare dai prestigiatori, e allora leggono soltanto libri che dicono qualcosa di vero sul mondo. A me sembra un destino tristissimo a cui sono condannato. Ma per fortuna, un paio di volte all’anno, arriva un nuovo scrittore a sconvolgermi la vita, farmi sentire come la prima volta in cui ho scoperto Hemingway o Salinger. Prego che continui a succedere per sempre.

E poi ho scritto, che cosa ho scritto? Ho finito un racconto che mi portavo dietro da un bel po’. Ne ho cominciato e finito un altro. E ne ho cominciato un altro ancora. Non sono un grafomane come te: aver lavorato a tre racconti per me è un primato, visto che in 14 anni ne ho scritti una ventina. Anche questo mi dà da pensare. Sarò diventato meno rigoroso, o finalmente la scrittura comincia a venirmi facile? Sinceramente, propendo per la prima. Sento che sto perdendo colpi. Una volta un racconto non era finito finché non lo trovavo perfetto (non vuol dire che lo fosse, ma io dopo mille riscritture non avrei più spostato una virgola). Ora sono sceso a compromessi con l’imperfezione. Sono diventato indulgente. La scrittura - la mia e quella degli altri - mi sembra difettosa in modo inevitabile, dunque perché impazzire cercando la parola giusta? Facciamo quello che riusciamo a fare e passiamo oltre. Allo stesso tempo, sono convinto che arrendersi ai propri limiti equivalga a decretare la propria morte di scrittore. Perciò resisto. Riscrivo. Faccio un viaggio di due ore in macchina tormentandomi su una frase che non torna. Dal primo gennaio ricomincio a cercare la perfezione, lo giuro.

Quanto al problema del tempo che passa, quest’anno ne ho compiuti trentadue. Lavoro da dieci, anche se non ho mai avuto cose come un ufficio o uno stipendio. Diciamo che da dieci anni ho la partita Iva. Da otto sto con la stessa donna. Da sei possiedo una casa e sono ufficialmente uno scrittore. Questi numeri si accumulano alle mie spalle, mi strappano via dalla giovinezza (l’età in cui non sai cosa vuoi fare, con chi vuoi stare, dove vuoi vivere) e mi catapultano nell’età adulta (in cui hai una famiglia, un lavoro, un posto nel mondo). Comunque adesso, con un po’ di distanza critica, posso dire che il primo libro pubblicato è stato il passaggio più importante della mia vita. Se dovessi trovare una soglia, sceglierei quella. Il giorno in cui il libro è uscito sono andato a rifarmi la carta d’identità, per correggere la voce professione. Prima sentivo di essere uno scrittore, però lo sapevo soltanto io. Poi il mondo l’ha riconosciuto. Il conflitto tra quello che ero dentro, e quello che gli altri vedevano da fuori, si è risolto di colpo. È stata una gran fortuna. Immagino ci sia gente che si porta dietro quel conflitto per tutta la vita. Però, è stata anche una condanna. Voglio dire: ora che sono uno scrittore, posso ancora sentirmi un essere umano puro e semplice? Oppure sono (sento di esistere) in quanto scrivo? Ho paura che per me sia così. E non mi piace mica tanto come idea.

Insomma quest’anno ho passato sei mesi in una baita in mezzo ai boschi, gli altri sei in un’osteria della Bovisa che tu conosci bene. È un’immagine perfetta della mia vita, spaccata in due tra quando scrivo e quando non scrivo. Quando non scrivo, come diceva Tondelli, io non mi sento una persona che sta facendo qualcosa, come guidare, cucinare, incontrare un amico: mi sento uno scrittore che non scrive. E non sono per nulla contento di sentirmi così, definito da una negazione. Non mi sembra giusto nei confronti degli altri, né delle potenzialità della mia vita. Preferirei, posando la penna, smettere di essere uno scrittore, tornare una persona pura e semplice, essere uno che prepara la polenta o incontra un amico. Invece sono lì e non ci sono. Sento sempre nelle orecchie la voce fuori campo di Willard, mentre scruta le strade di Saigon tra le asticelle della veneziana: “Quand’ero qui volevo essere a casa. E quand’ero a casa, pensavo soltanto a ritornare nella giungla”. Anche per me è così. Quando sono davanti al mio quaderno mi manca immensamente il genere umano, però poi, se mi ritrovo in mezzo agli altri, ho l’ossessione di isolarmi e scrivere. Anche per te è così? Nell’anno che arriva, se posso esprimere un desiderio, vorrei affrontare questo problema. Oppure andare alla ricerca di Kurtz, e farmi accogliere una volta per tutte nel suo cuore di tenebra.

sabato 11 dicembre 2010

QUESTO BACIO VADA AL MONDO INTERO

Il 7 agosto 1974 Philippe Petit compì la sua famosa impresa, attraversare il cielo tra le Torri Gemelle di New York sopra un cavo d’acciaio, a oltre 400 metri da terra. Era mattina presto. Lui e i suoi amici erano saliti sul tetto la sera prima, travestiti da operai, e avevano passato la notte a tendere il cavo da una torre all’altra. In realtà non fu un semplice attraversamento ma uno spettacolo di funambolismo: Petit restò sospeso lassù per più di mezz’ora, con la polizia che lo aspettava per arrestarlo, e camminò avanti e indietro, saltellò su una gamba sola, si sdraiò, si inchinò verso il pubblico gettando baci. Per quella mezz’ora la vita a Manhattan si fermò. La gente usciva per strada dagli uffici e dai negozi, si accalcava sui marciapiedi guardando in su, ammirata e sgomenta. Le torri erano state inaugurate da pochi mesi. Una scena molto simile, osservando la folla dall’alto, si sarebbe potuta vedere 27 anni dopo, un’altra mattina d’estate, e forse per questo qualcuno ha definito il libro di Colum McCann il migliore romanzo mai scritto sull’11 settembre, anche se non è un romanzo ma una raccolta di racconti, tutti ambientati nei primi anni Settanta. Il titolo originale era Let the Great World Spin - lascia che il grande mondo continui a vorticare - e forse non c’è una parola migliore per definire questo libro. Prima di leggerlo, penso che sia una buona idea vedere il documentario realizzato su Petit, Man on Wire. Poi aprite il libro e lasciatevi risucchiare dal vortice.

Un racconto parla di Corrigan, un frate irlandese innamorato dei poveri della terra, che parte da Dublino e trova nel Bronx il luogo in cui erigere la sua missione. Va ad abitare in una topaia, comincia a prendersi cura delle prostitute che battono sotto casa. Viene pestato e cacciato più volte dai loro protettori, ma ogni mattina torna e infine riesce a farsi accettare. Porta caffè d’inverno, procura eroina a chi non può farne a meno, offre il suo appartamento come riparo. Si affeziona molto a una ragazza di vent’anni, Jazzlyn, prostituta nera dalla sensualità dirompente, madre di due bambine.
Un altro racconto parla di Lara e Blaine, pittori in crisi. Stanno insieme. Per un certo periodo Blaine ha avuto successo a Manhattan, ma poi dai quadri sono arrivati i soldi e le droghe, che hanno bruciato tutto il resto. Così Lara e Blaine sono andati a disintossicarsi in una capanna nei boschi, distante un paio d’ore a nord di New York, cercando di ritrovare l’ispirazione. Passati alcuni mesi si sentono finalmente puliti, tornano per una notte in città, finiscono a farsi di cocaina e provocano un incidente in cui ha la peggio il furgone scassato che li precede, quello di Corrigan e Jazzlyn.
Un altro racconto ancora parla di Tillie, madre di Jazzlyn e prostituta lei stessa, che è andata in carcere al posto della figlia confessando un furto mai commesso. Dopo l’incidente è angosciata per le nipotine, e la sua necessità immediata diventa uscire di prigione e occuparsi di loro. Ma Tillie non è una persona diplomatica: ha insultato il giudice durante il processo, si è beccata una pena ulteriore per aver mollato un calcio in faccia a una sorvegliante. Un giorno riceve una visita da una sconosciuta: è Lara, divorata dai sensi di colpa, che ha lasciato Blaine e si è messa sulle tracce della ragazza morta, cercando un modo per espiare i suoi peccati.

E via così. Sono tredici racconti intrecciati dalle vite dei personaggi, tutti diversamente falliti eppure pieni di passione, nella New York sporca, violenta e tossica degli anni Settanta. E non solo si incontrano tra loro. Tutti quanti, a un certo punto della propria storia, attraversano quella mattina e quel luogo, il 7 agosto 1974, alzano gli occhi al cielo e per un breve istante sono toccati dalla grazia. Perché quella del funambolo non è una provocazione, è un’opera d’arte. La città lì sotto sta toccando il fondo della miseria umana. E lui, sospeso per aria in una tuta nera, ha deciso di mostrarle che cos’è la bellezza.

Si ritrovarono in capannelli accanto ai semafori di Church e Dey Street; o raccolti sotto la tenda del negozio di Sam il barbiere o accalcati all’ingresso di Charlie’s Audio. Un piccolo teatro di uomini e donne si stringeva contro l’inferriata della cappella di St. Paul, altri sgomitavano per farsi spazio alle finestre del Woolworth Building. Avvocati. Ragazzi d’ascensore. Medici. Addetti alle pulizie o camerieri. Commercianti di diamanti. Pescivendoli. Puttane in jeans tristissimi. Ciascuno rassicurato dalla presenza del vicino. Stenografe. Operatori finanziari. Fattorini. Un fabbro nel suo furgone all’angolo tra Dey e Broadway. Un portalettere in bicicletta appoggiato a un lampione sulla West. Un alcolista paonazzo alla ricerca del primo goccio del mattino.
L’uomo si era sollevato dall’inchino e reggeva tra le mani una lunga barra sottile, la scuoteva soppesandola, facendola oscillare su e giù nell’aria, una lunga barra nera, così flessuosa che le estremità ondeggiavano, e aveva lo sguardo fisso sulla torre di fronte, ancora fasciata nelle impalcature, come un ferito in attesa di soccorso, e finalmente il cavo ai suoi piedi acquistò un senso agli occhi di tutti, e da quel momento niente al mondo li avrebbe potuti allontanare da lì, nessun caffè del mattino, nessuna sigaretta in sala riunioni, nessun passo felpato sulla moquette. L’attesa era diventata magica, e tutti lo osservavano mentre sollevava il piede fasciato in una scarpetta nera come un uomo in procinto di entrare nell’acqua calda e grigia. Sotto, gli spettatori inspirarono all’unisono.
L’aria parve improvvisamente condivisa. L’uomo lassù era come una parola a tutti nota, sebbene nessuno l’avesse mai udita.

E lui entrò nel vuoto.

***
Colum McCann, Questo bacio vada al mondo intero
Traduzione di Marinella Magrì, Rizzoli 2010

giovedì 25 novembre 2010

I PADRI DEGLI ALTRI

Stamattina ho partecipato a una lezione in università. Studenti di architettura del primo anno. Ero andato a parlare di New York e del mio libro: a raccontare in quanti modi diversi, con quali metodi e sentimenti, si può guardare una città. A un certo punto siamo finiti a parlare del fatto che gli americani si spostano come niente, cambiano casa, lasciano il lavoro, vendono tutto e se ne vanno da un’altra parte. Uno dei docenti ha ragionato sulla necessità, o l’abitudine, o la scelta di non radicarsi in un luogo. Poi ha chiesto agli studenti che cosa ne pensavano. Anzi no, ha chiesto: e voi, se immaginate di mettere su famiglia e stabilirvi da qualche parte, dove vi vedete?
“Qui”, hanno risposto tutti.
“Perché qui?”, ha chiesto lui.
“Perché qui ci piace”, hanno risposto.
Trattandosi di un laboratorio di urbanistica, sono stati invitati a rifletterci meglio e argomentare. Dopo un po’, qualcuno ha detto che per andare via servono tanti soldi. E perdi tutto quello che avevi prima. E se fai dei bambini, ha aggiunto un altro, chi te li tiene? Un terzo ha affermato deciso: i bambini devono stare con i nonni.
“E perché?”, gli abbiamo chiesto.
“Perché i nonni trasmettono i valori che contano, la tradizione”.
La discussione poi è proseguita, ma a quel punto con la testa ero già altrove. Stavo facendo due conti: quelli erano ragazzi nati nel 1990. Erano cresciuti vicino ai loro nonni? Probabilmente sì, mi sono detto. In classe c’erano anche due ragazze arabe, e diversi studenti orientali: chissà che cosa ne pensavano loro. Mi sarebbe piaciuto chiederglielo, ma erano tutti raggruppati in fondo all’aula, timidi, vagamente perplessi. Sentivo di capirli in qualche modo.

Così tornando a casa mi sono messo a pensare a quale occasione storica sia stata crescere a Milano tra gli anni Settanta e Ottanta. Cioè dopo trent’anni di massiccia immigrazione interna. Cioè lontano dai propri nonni, per fortuna (sono una di quelle persone che pensano tutto il male possibile della tradizione: per me non è altro che la tirannia delle generazioni passate su quelle future). Tra i miei compagni di classe, alle elementari, nemmeno uno era figlio di milanesi. I nostri nonni abitavano in Puglia, in Sicilia, in Veneto. I nostri genitori parlavano dialetti pittoreschi. I bambini arrivavano in classe con addosso odori strani, non la verza della cassoeula ma aglio, peperoni, melanzane. A giugno c’era un esodo di massa: la maggior parte di noi passava l’estate al paese. I miei compagni tornavano più selvatici, bruciati dal sole, con il Mediterraneo infiltrato perfino nella lingua. Fuori da Milano pensano che abbiamo tutti lo stesso accento, ma noi che ci abitiamo riconosciamo le sfumature: un po’ di Puglia nelle vocali aperte, un po’ di Sicilia nel raddoppio delle consonanti, si sentono lontano un chilometro. Se andavi a casa di un compagno a giocare, scoprivi mondi sconosciuti. I padri degli altri inneggiavano al Milan gridando minchia o maronna ai gol sbagliati. Le madri friggevano per tutto il tempo. D’estate pranzavano in balcone, in ciabatte e canottiera. Le madri appendevano santini in ogni stanza, i padri soffrivano di una malinconia di fondo che si risolveva solo a ferragosto, quando era l’ora di macinarsi mille chilometri in macchina, in un bagno di felicità e sudore, sull’autostrada del sole. Queste sono le persone della mia infanzia. E il bello è che non pensavo di essere cresciuto in un’epoca particolare: ero convinto che i padri degli altri fossero tutti così, che quella fosse la natura di Milano.

Quando negli anni Novanta è saltata fuori la Lega noi abbiamo pensato: ma questi di chi stanno parlando? Di certo non di noi (e infatti poi abbiamo avuto il primo sindaco leghista della storia). Crescendo ho continuato a incrociare la stessa razza meticcia: alle superiori i miei migliori amici erano un mezzo rumeno e un mezzo siciliano, tornavano dalle vacanze parlando di Bucarest e di Palermo (ma sempre con il nostro accento della fabbrichetta). Con la mia prima ragazza scherzavamo, lei mezza lombarda e mezza piemontese, io mezzo veneto e mezzo emiliano, che insieme avremmo coperto tutto il corso del Po. Per incontrare una purosangue della mia età, milanese di padre e di madre, ho dovuto aspettare i venticinque anni, e per ironia della sorte adesso è la mia compagna (però, a proposito di nonni, la sua le diceva sempre: ti te parl milanés come ‘na teruna. Saranno state le cattive compagnie). Quando mi racconta delle sue domeniche di bambina, la pasticceria con la nonna, il bianchino al bar con il nonno, mi sembra un’infanzia degli anni Trenta. Pensavo che tutti noi passassimo le domeniche alla finestra, davanti alla televisione oppure in macchina, con un vetro eternamente davanti alla realtà, a guardare questa città e chiederci di chi fosse davvero.

Ecco, per dire che oggi mi sono ritrovato a scoprire come sono cambiati i tempi. I ragazzi del 1990 sono figli di padri sedentari, hanno avuto compagni di classe cinesi e arabi, e ritengono che la tradizione sia una cosa importante. Vogliono vivere dove sono cresciuti. È evidente che hanno, avranno, idee diverse dalle mie, che saranno cittadini diversi da me. Però diversi come?

E poi volevo dire un’altra cosa, nel cuore la tua città resta sempre quella che hai conosciuto da bambino. La mia Milano è ancora piena di uomini in canottiera sui balconi. Gente che aveva detto addio a suo padre e sua madre, ed era venuta qui a rifarsi una vita. Allora sembravano buffi e chiassosi, adesso li ammiro. Spero tanto che ne arrivino ancora.

(P.S. del giorno dopo. Stamattina leggo Repubblica e trovo questo articolo:
"I figli sorpassano a destra i genitori, la spinta da maschi e regioni rosse". Uno studio interessante. Era quello che stavo cercando di dire, non di fare nostalgia a buon mercato)

mercoledì 10 novembre 2010

ZELEZNY

(Tanto per riconciliarmi con la città, pubblico anche qui il pezzo uscito questo mese nel magazine di minimum fax. Naturalmente è dedicato a Gabbole, mai nessuno fu più bello da vedere.)


***

Era di nuovo autunno, quello del 1993. Noi lanciatori di città ci allenavamo tre volte alla settimana in un campo sportivo vicino all’aeroporto, tra le piste d’atterraggio e il luna park. Dopo la scuola prendevamo la metropolitana, cambiavamo un autobus e poi un altro, e schiacciati contro il finestrino osservavamo la città diradarsi, dall’architettura fascista di piazza San Babila ai viali dai nomi risorgimentali ai palazzi degli anni Sessanta in cui eravamo cresciuti anche noi, fino ai viadotti ferroviari, i cantieri aeronautici dismessi, le baracche e gli orti abusivi, il grande specchio d’acqua dell’idroscalo. Erano tutte parole di una lingua morta. L’anno prima, a Barcellona, Jan Zelezny aveva vinto l’oro scagliando il suo giavellotto oltre i novanta metri: ogni racconto su di lui sembrava scritto per diventare leggenda, qualcosa a cui pensare durante quei lunghi viaggi verso Linate. Zelezny veniva da una famiglia povera. Zelezny era sopravvissuto facendo il cuoco, il soldato, il meccanico. Zelezny aveva tentato e fallito la fuga, cercando fortuna nel campionato americano di baseball, tornando indietro a mani vuote. Nessuno di noi aveva mai visto la Cecoslovacchia, ma sopra il nostro cielo c’erano nebbia d’inverno, zanzare d’estate e rombi d’aereo durante tutto l’anno: l’Europa dell’est non doveva essere tanto diversa.


Gli allenamenti erano duri e monotoni come esercitazioni militari. Tecnica di lancio, scatti su pista, potenziamento in palestra, esercizi con l’elastico e la palla medica. L’atletica leggera è una disciplina ossessiva, in cui lo stesso gesto viene ripetuto all’infinito alla ricerca della perfezione: ogni passo, salto, lancio, è scomposto in unità di movimento, e ogni movimento va studiato, corretto, calibrato, fino al massimo dell’efficienza, e infine questa sequenza meccanica, eseguita in concentrazione, dev’essere disimparata dalla testa e imparata dal corpo, e diventare fluida, facile, come andare in bicicletta o nuotare. Forza e velocità sono questione di lavoro, ma cosa c’è di più difficile che raggiungere la grazia? Per noi ragazzi allora era un’impresa esistenziale. Avevamo quattordici o quindici anni e corpi che non sembravano più nostri. Ogni gesto ci usciva goffo, le cose cadevano e si rompevano, le dichiarazioni d’amore venivano fraintese. Invidiavamo gli studenti dell’ultimo anno, a cui bastava accendere una sigaretta e soffiare il fumo verso l’alto, scompigliandosi il ciuffo sulla fronte, per illuminare la scena. Noi avevamo capelli tagliati in casa, ossa doloranti per la crescita repentina. E più il corpo si allungava, inciampava e disobbediva, più il perfezionamento del lancio diventava la nostra rivincita, un assalto all’arma bianca contro la crudeltà della natura.




Eravamo in cinque a Linate quell’anno. I pesisti erano due dell’istituto tecnico, entrambi alti, grossi, sopra il quintale, uno moro e loquace e l’altro biondo e taciturno, che stavano sempre tra di loro. Grandi pacche sulle spalle dopo una buona misura, prese di lotta libera a tradimento. Il martellista era il figlio del custode, un ragazzo obeso che per qualche mese aveva cazzeggiato a bordo pedana, fumando e sbeffeggiando i nostri tentativi, prima di unirsi al gruppo. Andava in giro per il campo sportivo con una di quelle biciclette dalle ruote minuscole, che abbandonò dopo essere diventato un atleta: arrivava prima di tutti, se ne andava per ultimo, bestemmiava in pugliese stretto quando la palla di sette chili moriva impigliata nella gabbia. Il discobolo era il mio migliore amico. Indolente, spaccone, sempre in ritardo, preferiva le chiacchiere dello spogliatoio e le sedute in palestra, a sfidarci io e lui alla panca, piuttosto che i noiosissimi esercizi di tecnica e il freddo umido che inzuppava le ossa. Però era un esteta degno di Mirone. Altri lanciavano più lontano, lui era convinto di lanciare meglio. Sosteneva che gli sarebbero bastati un po’ più di chili e muscoli, per sbaragliare i muratori bergamaschi che erano i suoi avversari abituali. Ma come in tante altre cose non aveva la costanza di applicarsi. La fatica lo annoiava. Forse avrebbe dovuto allenarsi davanti allo specchio, come i pugili e le ballerine, rapito dalla contemplazione del suo talento sprecato.


A me avevano dato il giavellotto perché ero leggero e veloce, e tra tutti è l’attrezzo che richiede meno forza bruta. È anche quello che va più lontano: Zelezny lo scagliava a novantotto metri, in pratica dall’altra parte dello stadio. Io puntavo a meno della metà per essere ammesso ai campionati italiani. Per un po’ fu il mio attrezzo del mestiere, l’oggetto più familiare per il mio corpo in piena metamorfosi: e ancora adesso, se mi concentro, sento nel palmo della mano l’impugnatura di corda, la lunga lancia in equilibrio sulla spalla prima della rincorsa, le punte del pollice e dell’indice che si toccano, l’odore dell’erba.




Per ognuno di noi, l’allenatore aveva recuperato il video dell’oro olimpico, stampato ogni fotogramma su un foglio A4 e appeso i fogli in fila sul muro dello spogliatoio. Un secondo perfetto, frammentato in una ventina di istantanee, come un’esplosione al rallentatore. Così cambiandomi studiavo i gesti di Zelezny a Barcellona, li mimavo uno per uno, cercavo di impararli a memoria per poi rimettere insieme l’intero movimento. I passi fondamentali del lancio del giavellotto sono gli ultimi tre, ed è una specie di balletto che sapevo danzare a occhi chiusi. Li ripetevo alla fermata dell’autobus, nel corridoio di casa. Piede sinistro, destro, sinistro. Il braccio è teso indietro, in linea con le spalle; la schiena leggermente arcuata. Quando il piede sinistro si blocca, l’energia cinetica accumulata nella rincorsa percorre la gamba destra, sale attraverso la rotazione del ginocchio e dell’anca, fa scattare la schiena come una fionda e poi arriva alle spalle, e poi bum, l’esplosione. C’era il sibilo del giavellotto nell’aria, e quel tempo che sembrava infinito prima che si conficcasse per terra, quaranta metri più in là, vibrando come un diapason.




Non ho mai trovato un gesto che mi venisse più naturale. Anche da bambino non facevo che lanciare le cose. C’erano certi pomeriggi in cortile in cui nessun sasso o ramo o lumaca poteva sfuggire alla cattura e al decollo. O domeniche di silenzi cupi, il mormorio della televisione in salotto, il tintinnio dei piatti in cucina, ma il bambino sul balcone, quello che bombardava uccelli e macchine e qualsiasi oggetto in movimento nella città addormentata, quel bambino taciturno e spietato ero sempre io. Ero cresciuto in un palazzo di otto piani sulla circonvallazione: bastava sporgere una mano e aprirla e tutto cadeva giù, nel fiume stanco di auto dai fanali accesi.


L’aerodinamica e la trigonometria, studiate la mattina a scuola, in pedana diventavano argomento di dibattito. Uno tende a lanciare troppo in alto se nessuno gli insegna la giusta inclinazione. Poi bisognerebbe considerare la direzione del vento, e anche in questo caso il buon senso inganna: nelle gare di velocità, nei salti, le misure vengono annullate quando c’è troppo vento a favore; con i lanci succede l’opposto, è il vento contrario a far decollare un aeroplano. Dunque si trattava di prendere un giavellotto dal mazzo - e c’era sempre il tuo preferito, quello blu, appena più lungo e sottile, spuntato per essere atterrato sul cemento chissà quante volte - e percorrere la pedana fino al punto segnato col gessetto. Lì cominciava la rincorsa misurata tante volte, quei venti metri che erano l’unico spazio al mondo soltanto tuo. Sentire il vento: se soffia sulla nuca bisogna lanciare più in alto, se soffia in fronte più in basso. Respirare. Non pensare più ai gesti a quel punto, fidarsi del corpo, lasciarlo fare. Pensare a Zelezny e ai cieli di Jena in Cecoslovacchia e partire. Tutto il lancio durava un niente. Il giavellotto saliva su, sempre più su, nel vento contrario.