lunedì 31 ottobre 2011

DOVE SI GUARDA C’È QUELLO CHE SIAMO

Nevica. È bella Brooklyn sotto la neve, mi fa sentire bene. Cammino tra gli uomini che spalano i marciapiedi, spargono il sale davanti alla porta di casa. A Williamsburg, sul vecchio molo dove attraccano i traghetti di linea, i gabbiani volteggiano nonostante la tormenta, puntano le interiora delle prede abbandonate dai pescatori. Mi fermo in un negozio di vestiti usati per comprare degli scarponi. Ne trovo un paio di robusti, di cuoio, caldi e resistenti all’acqua, e le mie scarpe dell’estate ormai cadono a pezzi, così le getto in un bidone all’angolo della strada, proseguo con quelle dell’inverno ai piedi.

Fuori dal Jalopy Theatre, il locale dove il mercoledì vado a sentire un po’ di musica, un amico mi ha chiarito un’idea che mi girava in testa da qualche giorno. Anche lui conosce bene la montagna. È cresciuto in Valtellina, ma ora abita a Brooklyn da quasi un anno. Mi ha descritto la sua baita in mezzo ai boschi e la stanza che ha trovato qui, in un’ex caserma dei pompieri. Non è mica quel grande salto che tutti pensano, ha detto. New York è solo un altro tipo di solitudine.
Proprio così, Simone. Il punto non è il paesaggio che hai intorno, ma il modo in cui ci vivi dentro. Il mondo è il tuo specchio: le parti che osservi più spesso sono quelle in cui riesci a rifletterti, le cose che ti colpiscono sono scoperte di te. Probabilmente amo New York per questo: perché, tra le infinite città che contiene, c’è anche quella che mi assomiglia. Io preferisco la mattina presto alla sera tardi. Preferisco i margini di Brooklyn, i quartieri vicino all’acqua, a tutti i possibili centri di Manhattan. Preferisco i marciapiedi deserti alle strade gremite, le vecchie fabbriche in mattoni rossi ai grattacieli. Non è New York a essere così, sono io. Il marciapiede deserto sono io. La fabbrica in mattoni rossi sono io.

Ho letto da qualche parte che l’impressionante aumento della miopia nel mondo occidentale non è dovuto a computer e televisori, ma al fatto che viviamo in appartamenti, uffici e strade di città. Per la maggior parte del tempo, quello che abbiamo bisogno di mettere a fuoco si trova a pochi metri da noi, e il corpo adatta i propri organi di conseguenza. I nostri occhi non sono più abituati a guardare lontano.
Dopo aver letto l’articolo ho pensato al mio amico Rambo, lassù in montagna, e a quando mi diceva: lo vedi il capriolo?
Dove?, chiedevo io.
Là in cima, vicino a quei larici, lo vedi che è uscito a brucare dove c’è l’erba buona?
Ah eccolo, dicevo io, mentendo.
Così, tra me e me, ho fatto una promessa a Rambo per i prossimi due mesi: ogni giorno dedicherò un po’ di tempo ai miei occhi. Osserverò l’orizzonte e mi allenerò a distinguere quello che vedo. La prima volta l’ho fatto dal tetto di casa: mi sono ficcato una birra nella tasca della giacca, ho risalito la scala a pioli che c’è sul pianerottolo, ho spinto la botola con la testa e sono uscito. Ho bevuto la birra al tramonto, osservando le gru del porto di Red Hook e la superficie luccicante della baia, e poi sempre più in là fino alla costa del New Jersey.

Di mattina vado a scuola. Ho messo la sveglia alle sei, per poter scrivere un po’ prima di uscire. A quell’ora è buio, e nell’oscurità che precede l’alba c’è solo un’altra finestra illuminata oltre alla mia. Sta nella casa di fronte, al primo piano. Un uomo con la maglietta gialla e una gran pancia sporgente è in piedi davanti ai fornelli, si cucina la colazione. Uova, bacon, forse i pancake? Io prendo soltanto caffè nero. Dai lineamenti è messicano o portoricano. Anche lui ogni tanto guarda in qua, e vedendo la mia luce magari pensa: chi è arrivato nella casa degli italiani? Ci studiamo a distanza mentre il quartiere dorme. L’uomo con la maglietta gialla sono io.

Di sera bevo birra, Brooklyn Lager in confezione da sei. Quando esco di casa la mattina, porto giù le bottiglie vuote nel bidone del vetro. Quelle del giorno prima non ci sono mai. Questa sparizione del vetro è rimasta un mistero finché, una notte, sono stato svegliato da un tintinnio che arrivava dalla strada. Mi sono affacciato e ho visto un barbone coperto da molti strati di lana, guanti, cappotto, un paio di berretti, che frugava nei bidoni, tirava fuori le bottiglie e le trasferiva nel suo carrello della spesa. Ho visto ad Harlem dove vanno a finire quei vuoti: ci sono macchine simili ai distributori di bibite, ma funzionano all’incontrario. Tu inserisci lattine e bottiglie e loro ti pagano cinque centesimi al pezzo. Lì davanti si formano lunghe file. Così adesso, la mattina, quando porto fuori il mio vetro penso a quell’uomo, al momento in cui lo troverà, al paio di dollari alla settimana che rappresento per lui. Mi sembra come un piccolo segreto tra noi due. L’uomo che fruga nei bidoni sono io.

Altre cose che ho visto. Ho visto una ragazza farsi le trecce in metropolitana, specchiandosi nel finestrino in galleria. Di fronte a me ho visto un uomo così grasso che si era addormentato appoggiando la testa alla sua stessa pancia. Uscendo sulla Trentaquattresima Strada ho visto i giochi di luce che i grattacieli rivolti a est formano su quelli di fronte: sono bagliori lenticolari che si muovono, tracciano disegni sulle facciate, attraversano le finestre frantumandosi in schegge iridescenti. Ho preso molta pioggia una mattina, e più tardi, finita la scuola, un improvviso sole estivo mi ha sorpreso sulla Settima Avenue. Allora mi sono tolto la giacca e ho avuto voglia di camminare, e me sono andato in maniche di camicia fino a Chinatown, cinquanta isolati più a sud. Per tre dollari ho comprato un piatto di ravioli coi gamberi e ho pranzato su una panchina. Oggi che nevica fitto pare impossibile che quel pomeriggio sia esistito. Il cielo era di un blu ripulito dalla pioggia, e io mi sono ritrovato a immaginare come sarebbe stato vedere le montagne giù in fondo, tra i grattacieli, come succede a Milano quando il vento di aprile si porta via i fumi del nostro scontento, e il Monte Rosa compare all’orizzonte. Alzando gli occhi con questa fantasia, ho visto uno stormo di piccioni viaggiatori volteggiare intorno a un tetto dell’East Side. Ho pensato a un qualche Ghost Dog che li addestrava a ritornare a casa. Dicono ci sia un incrocio, a Manhattan, che sta a un livello un po’ più elevato del mare, perciò da lì attraversando la strada riesci a vedere entrambi i fiumi, l’East River da una parte, l’Hudson dall’altra, e quello è il posto in cui sai una volta per tutte e senza più alcuna possibilità di dubbio di essere su un’isola, io però non l’ho ancora trovato.

sabato 8 ottobre 2011

LA CARNE DELL'ORSO

     Avrei voluto un giorno di pioggia per andarmene dalla montagna, non questa luminosa estate d’ottobre. Da domani i tetti del mondo per me saranno di nuovo le terrazze, le cisterne corrose dalla ruggine e le nuvole veloci di Brooklyn. Sono fortunato, passo da un posto all’altro del mio cuore. Ma l’ultimo giorno è lo stesso denso di nostalgia, in una mattina che sembra d’agosto: se non fosse per i sentieri deserti, l’erba secca, il filo d’acqua che scorre nei torrenti, i larici in giallo. Solo le marmotte vagano stordite sotto il sole. Dei camosci, ora che la stagione della caccia è cominciata, resta l’ombra che si dilegua, lampi neri percepiti dalla coda dell’occhio, fantasmi di capre. Per una legge fisica che i montanari conoscono bene, in autunno i suoni arrivano più lontano. Così capita di sentire un trattore e vederlo passare qualche chilometro a valle, o il guaito di un bracco che sta inseguendo una lepre nel bosco. Ma in un giorno così non c'è tempo per l'ascolto. Prima di fare le valigie ho tirato su tutto quello che rimaneva nell’orto: l’ultima insalata, un solitario cavolo coraggioso, i porri. Poi ho strappato le radici, rastrellato la terra, sparso la cenere del camino. Non so se sia granché come concime, ma mi è sembrato giusto farlo: è stato come prendere il larice che era caduto in giugno sotto la neve, quello che mi ha dato legna per tutta l’estate, e rimetterlo a posto. Ho coperto la pianta di salvia con della paglia secca. Ho riportato in casa la ciotola dei cani.

     Dei due amici che ho quassù, uno è arrivato e mi ha detto: non sono molto pratico con gli addii. Nemmeno io, gli ho risposto. Allora ciao. Si è allontanato seduto sulla pala del trattore, con suo figlio che guidava e il cane che gli mordeva le ruote anteriori, come fa sempre, abbaiando e mettendosi di traverso sulla strada, come a dire fermati, dove vai? L’altro amico mi ha cacciato di casa, quando sono passato a salutarlo, e poi mi ha scritto per scusarsi, perché era triste e non è stato capace di abbracciarmi. Capisco bene anche lui. Alla fine mi sono lavato per l’ultima volta alla fontana: le mani, la faccia, il collo. Ho lasciato i bastoni sul balcone, perché è lì che devono stare, e poi ho chiuso la porta e me ne sono andato.

     Ho letto tanti libri di montagna in questa lunga stagione. Per motivi che non sto qui a spiegare, il racconto che me la ricorderà sempre è Ferro di Primo Levi.

     La facile cresta doveva essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda a un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.
     “E per scendere?”
     “Per scendere vedremo”, rispose; e aggiunse misteriosamente: “Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso”. Bene, la gustammo, la carne dell'orso, nel corso di quella notte che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora; il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale.
     Alla prima luce funerea ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio. Ma tornammo a valle con i nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: e ora che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.

     Forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino. Me ne vado con quel sapore in bocca. Spero di conservarlo a lungo. E ora Brooklyn.

mercoledì 21 settembre 2011

SULL’INGENUITÀ

     Il 18 settembre sono stato invitato dal Festival Arca Puccini di Pistoia a un convegno dal titolo: “Est/Ovest: stati dell’arte”. Ero lì a rappresentare l’occidente insieme a Simon Reynolds, critico musicale inglese, che nel suo ultimo libro, Retromania (Isbn 2011), lamenta l’invadenza del revival nostalgico nel pop-rock contemporaneo. Secondo Reynolds la mania del retrò - la rivisitazione di mode musicali del passato recente - ha prodotto un decennio, gli Anni Zero, in cui si fatica a riconoscere segni originali, uno “spirito dell’epoca” da lasciare alla storia. A meno che lo spirito dei nostri tempi non sia proprio la nostalgia. Io ne so poco di musica, ma leggendo il libro durante il viaggio mi chiedevo: e nella narrativa come siamo messi? E soprattutto: e io come sono messo? Pubblico qui il mio intervento, ringraziando Nevrosi per l’invito e i ragazzi di Pistoia per l’ospitalità.

     Quali possibilità ho, come scrittore, di raccontare qualcosa di autentico, originale, tipico dei miei tempi? Se scrivere fosse come scalare una montagna, dove potrei trovare una cima vergine, o almeno una via mai percorsa prima? E se non esistesse più nessun territorio inesplorato? Queste domande mi fanno tornare in mente il famoso finale del Grande Gatsby. Nick Carraday, il narratore, osserva il panorama di Long Island dopo che l’estate è finita, Gatsby è morto e la sua villa sulla spiaggia è ormai buia e deserta.
     La maggior parte delle grandi case della costa erano chiuse adesso e non si vedevano che rade luci, a parte il bagliore, mobile e indistinto, di un battello che attraversava lo stretto. E mentre la luna si stagliava più in alto, quelle costruzioni effimere cominciavano a dissolversi, finché a poco a poco mi resi conto di come appariva l’isola che in tempi andati era sbocciata agli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco e verde del nuovo mondo. I suoi alberi scomparsi, gli alberi che avevano fatto spazio alla casa di Gatsby, col loro bisbiglio avevano un tempo assecondato il più grande ed estremo dei sogni umani. Per un fuggevole e incantato istante l’uomo doveva aver trattenuto il respiro al cospetto di questo continente, costretto a una contemplazione estetica che non capiva e non desiderava, faccia a faccia per l’ultima volta nella storia con uno spettacolo all’altezza della sua capacità di meravigliarsi.
     La meraviglia è uno dei sentimenti su cui Il Grande Gatsby è costruito. Jay Gatsby suscita meraviglia nelle persone, tutte tranne l'unica che gli interessi affascinare. La sua è la storia di un uomo dalle umili origini che lotta contro il destino: si arricchisce facendo il gangster, si innamora della moglie di un miliardario, cerca di conquistarla meravigliandola, infine paga la propria audacia con la vita. Tuttavia da lettore mi è chiaro che il desiderio di Gatsby non riguarda Daisy, né i soldi, né un posto in quel mondo dorato. Ma allora che cosa vuole? E perché Fitzgerald chiude la sua storia con un’immagine che non c’entra nulla, i marinai olandesi al cospetto del nuovo continente? Io penso che  Gatsby sia soprattutto un uomo deluso. È deluso dalle cose che possiede e da se stesso. La ricchezza non è come lui sperava. Forse è quel sentimento che desidera più di ogni altro, la meraviglia che si prova di fronte a una nuova frontiera? È la capacità di meravigliarsi il lusso che non può comprare?

     Nello stesso periodo, la metà degli anni Venti, Hemingway scrive uno dei suoi racconti migliori: Il grande fiume dai due cuori. La trama è tanto semplice che si potrebbe riassumere così: Nick Adams va a pescare. Nella prima parte del racconto Nick scende da un treno, si addentra nel bosco, trova una radura in cui campeggiare, accende un fuoco, si prepara la cena e va a dormire. Nella seconda si sveglia, cattura alcune cavallette da usare come esche, fa colazione, scende al fiume a pescare, prende due belle trote e se ne torna felice alla tenda. La storia sembrerebbe oscura se non fosse preceduta dagli altri episodi di In Our Time: giunti alla fine della raccolta sappiamo che quei boschi del Michigan sono i posti in cui Nick è cresciuto; che ha imparato dal padre a pescare, cacciare e godere della vita all’aria aperta; che a diciott’anni è partito per la prima guerra mondiale, e sul fronte italiano è rimasto ferito nel corpo e nello spirito. Dunque, questa battuta di pesca è un ritorno. Anzi di più: una cura. Dopo la guerra Nick si sente un uomo debilitato, e nei boschi della sua infanzia cerca la guarigione. Non è il fiume ad avere due cuori, è lui stesso: il cuore torbido del reduce di guerra, il cuore limpido del ragazzo che era stato. Rileggendo il racconto mi colpisce ogni volta la sua sensualità. Nick ha letteralmente i sensi all’erta, ogni gesto gli provoca un piacere acuto: sdraiarsi sull’erba, portare alla bocca il primo boccone di carne in scatola, perfino infilzare una cavalletta con l’amo. È come se facesse queste cose per la prima volta. O usando le parole di Fitzgerald, come se stesse recuperando la propria capacità di meravigliarsi.
     Se cerco un nome per questa qualità, quello più adatto mi sembra ingenuità. Sono andato a controllare l’etimologia, e ho scoperto che in latino un in-genuus era un figlio di genitori liberi, contrapposto a chi nasceva da schiavi. Legalmente, un ingenuo era un uomo con pieni diritti di cittadinanza. Ma idealmente (in un’ideologia classista) era molto di più: un onesto, un puro, un cittadino dall’animo nobile e non corrotto. Ai nostri tempi l’ingenuo è diventato uno che crede a tutto, incapace di vedere la verità nascosta sotto le apparenze, facile da raggirare. I più ingenui tra gli esseri umani sono i bambini: fiduciosi e vulnerabili perché non conoscono il male.
     Jay Gatsby e Nick Adams il male lo conoscono eccome. Le loro sembrano storie molto diverse, ma secondo me non lo sono: parlano di uomini che hanno perso l'ingenuità, e cercano di riconquistarla. Perché la capacità di meravigliarsi è necessaria per continuare a vivere.

     A volte in montagna ho una fantasia: quella di trovare una cresta, un picco nascosto, o almeno una fessura o una cengia, in cui prima di me non abbia messo piede alcun essere umano. So che è una fantasia ingenua. Sulle Alpi non c’è nemmeno un sasso che non sia stato toccato dall’uomo: nessuna Alaska, nessuna frontiera, nessun’isola boscosa e incontaminata. Ma io ho bisogno di non pensarci troppo. Così mi capita di individuare una cima e una via di salita - una cima senza nome e una via che non compare in nessuna mappa - e arrampicarmi fino a lassù solo per trovare, alla fine, un ometto di sassi o un bastone conficcato in un buco, segno inequivocabile di chi è stato lì prima di me. E scopro di non essere un esploratore né un pioniere, ma solo uno che passa. Il fatto è che per arrivare in cima, per affrontare la salita e godere delle sensazioni che mi dava, avevo bisogno di farlo come se fossi il primo, di salvare la mia preziosa ingenuità dagli attacchi della consapevolezza.
     Anche quando scrivo è così. Sto parlando della soggezione che provo al cospetto della letteratura, e dell’incoscienza che mi serve per raccontare una storia. Dello sconforto e della fiducia. Qualunque scrittore è soltanto uno che passa: non fa altro che prendere il lavoro dei suoi predecessori e aggiungerci un pezzettino. Non solo quel pezzo è minuscolo, ma c’è la seria possibilità che sia un pezzo inutile: in quel caso verrà dimenticato dalla storia, eliminato senza rimpianti. Eppure, se ti siedi davanti al foglio con questo spirito, non puoi ottenere altro che una pagina bianca. Per cominciare a mettere  una parola dopo l'altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare: e raccontare una storia come se fossi il primo in questo mondo a farlo.

venerdì 9 settembre 2011

BAITA MAGICA


Giù per il pendio inghiottito dalla frana gli scarponi affondavano nella terra molle: una pasta silicea, grigiastra, vischiosa come malta fresca, che rendeva ogni passo una pena. Così sono salito su un tronco sradicato e l’ho percorso in equilibrio per superare quel caos di pietre smosse, rivoli d’acqua fangosa ed enormi zolle d’erba scaraventate intorno come da un’esplosione, appoggiate in bilico su un masso o incastrate in una crepa del terreno, e anche in quelle posizioni innaturali si ostinavano a fiorire. In alto, dove si era staccata la frana, una placca scura tagliava la montagna. Roccia umida e marcia, con le radici dei larici che sporgevano a metà parete e non riuscivano a tenerla insieme. Di animali selvatici nessuna traccia. Né un fischio d’allarme sui prati, né il fruscio di una corsa tra i rami, né un rintanarsi improvviso nel ginepro ai miei piedi. Perfino gli uccelli tacevano, lasciando nell’aria soltanto un mormorio di fondo, il gorgogliare di una corrente d’acqua sotterranea. Mi sono sentito sollevato quando alla fine ho superato gli ultimi detriti, ho ritrovato una traccia di sentiero che piegava sulla sinistra, mi sono lasciato la frana alle spalle e ho ricominciato a salire.

Avevo idea di passare la notte su un prato, in riva a un lago che conosco bene, scaldandomi al fuoco e guardando le stelle d’agosto, ma non c’è niente da fare: questa è l’estate della pioggia, e quando ormai ero arrivato su ho sentito avvicinarsi il temporale. Saranno state le sette di sera. Un fronte di nuvole gonfie e scure tuonava qualche chilometro a valle, sul paese da cui ero partito poche ore prima. In riva al lago due pescatori si affannavano a montare una tendina canadese, mettendo al riparo abiti e cibo mentre il vento complicava tutto il lavoro. Arrivava a folate gelide, increspando la superficie del lago e rendendolo ancora più lugubre. Io ho puntato verso un gruppo di massi sperando che ce ne fosse uno sporgente, adatto a farmi da riparo, e salendo per i pascoli ho superato i ruderi di alcuni alpeggi. È lì che ho trovato la mia baita magica. L’ho chiamata così solo più tardi, ricordandomi dell’autobus di Chris. Era un alpeggio abbandonato come gli altri, però i muri stavano ancora in piedi e sul tetto era stata posata una lamiera. Se qualcuno lo usa ancora, ho pensato, avrà un lucchetto da qualche parte, o sarà chiuso a chiave. Ma non c’era né serratura né lucchetto. La porta era tutta storta, incastrata per via del cedimento dei muri. Ho provato a spingerla con le mani, l’ho sentita muoversi appena, e poi le ho dato una bella spallata spalancandola.

 Gli occhi ci hanno messo un po’ ad abituarsi al buio. Fuori la pioggia cominciava a picchiare sulla lamiera. Dentro non c’era nessuna finestra, ma una fessura tra le pareti e il tetto lasciava passare un po’ di luce. Il focolare stava al centro della stanza: quattro pietre piatte a delimitare il braciere, e accanto il perno girevole su cui una volta si fissava la caldaia del formaggio. Poi una mensola di legno con una lampada a olio, qualche bottiglietta vuota, una pistola giocattolo. Che cosa ci faceva lì dentro una pistola giocattolo? Era l’imitazione di un revolver, tutta rotta e tenuta insieme dal nastro adesivo. Così mi sono ricordato di quei bambini selvaggi che da piccolo vedevo in montagna, sporchi, silenziosi, tutti seri quando ci incontravano, atteggiati da adulti mentre guardavano le loro mucche, e io cercavo di immaginarmi a cosa giocavano quando noi non c’eravamo più. Ho trovato anche un pezzo di specchio inchiodato a una trave, forse per farsi la barba la mattina, e un piatto sporco, due tazze di metallo, un vecchio materasso sventrato. Saranno stati i topi a dilaniarlo, perché il pavimento era cosparso di batuffoli di lana marcia, cocci di bottiglie rotte, fieno e chissà cos’altro. Per fortuna era abbastanza buio da non vedere. Il temporale sulla lamiera ora faceva un frastuono assordante: io ho liberato meglio che potevo un pezzo di pavimento per stendere il sacco a pelo, poi mi ci sono seduto sopra e ho preso dallo zaino la mia cena. Una pagnotta, una scatoletta di carne, due mele, una borraccia di vino. Mangiare al buio si prospettava l’unico modo per ammazzare il tempo e così ho provato farlo molto piano, masticando a lungo il pane e bevendo il vino a piccoli sorsi, sperando che mi bastassero per qualche ora. Invece più tardi il temporale si è calmato. Ho trovato della legna secca in un angolo della stanza e sono riuscito ad accendere un fuoco, fuori, contro il muro della baita, e quando ha ricominciato a piovere era già un bel falò vivace. Stando seduto sulla soglia riuscivo a non bagnarmi e ad avere comunque un po’ di luce per leggere, così ho preso il mio Hemingway e il mio vino e ho passato la serata con Nick Adams sul Grande fiume dai due cuori. Il suo torrente si chiamava Black River. Anche la mia montagna, quella che avrei provato a scalare il giorno dopo, aveva un nome nero. Mi è sembrato di buon augurio. La mia grande montagna dai due cuori.
  
Il giorno dopo mi sono alzato alle cinque e mezza, appena ho visto che fuori impallidiva. Non ne potevo più di stare lì a rigirarmi sul pavimento, evitando i cocci di vetro e l’acqua che veniva giù dal tetto e pensando a come il tempo riusciva a restringersi e dilatarsi, un anno intero poteva volare via in un battito di ciglia e una sola notte non finire mai. Ho avvolto il sacco a pelo e rifatto lo zaino, mi sono allacciato gli scarponi e ho lasciato lì il giornale con cui avevo acceso il fuoco: se mai qualcuno l’avesse trovato, sopra c’era una data a testimoniare il mio passaggio. Poi ho salutato la baita magica, mi sono chiuso la porta alle spalle e ho preso un gran respiro di aria pulita. Mi sentivo tutto rotto e ancora più stanco della sera prima, però sapevo che quella sensazione sarebbe svanita camminando. Ho cercato di non pensare alla parola caffè. Ho risalito gli ultimi pascoli, mi sono fermato in riva a un torrentello e mi sono lavato con cura i denti, la faccia, il collo. Adesso ero del tutto sveglio. La mattina stava sorgendo limpida e fredda, con il lago ancora in ombra duecento metri sotto di me e la cima del monte mille metri più in alto, già illuminata dal sole. Il bianco sporco dei vecchi nevai languiva sulla roccia nera, e nei canaloni un bianco nuovo, brillante e quasi d’argento, screziava le pareti, incideva bordi e pieghe come un gessetto sulla lavagna. Ho pensato che in alto potesse aver nevicato, ma non avevo mai visto la neve disegnare linee così nette. Avrei scoperto più tardi che si trattava di ghiaccio: la grandine notturna era scivolata tra le rocce accumulandosi nelle fessure e sulle cenge, e ora fondeva al primo sole del mattino tracciando quelle venature luccicanti. Quanto a me, mi aspettavano almeno due ore di pietraia sconnessa prima di uscire in cresta. Così ho abbassato lo sguardo, ho infilato i pollici nelle bretelle dello zaino e ho ricominciato a salire.

martedì 9 agosto 2011

PER LA COMMOVENTE RESISTENZA DEI GHIACCIAI

Per quanto mi svegliassi presto, in rifugio, c’era sempre qualcuno che si svegliava prima di me. Avevo una finestra affacciata a est, su una catena di montagne nere da cui l’alba arrivava di taglio alle sei di mattina, abbagliando il muro della stanza d’arancione e d’oro. Aprivo gli occhi in quella luce improvvisa e sentivo l’odore del fuoco salire dalla cucina. Legno di faggio, portato su dai boschi che coprono la valle duemila metri più in basso. La stufa andava avanti a bruciarlo per tutto il giorno eppure riusciva a malapena a scaldare la cucina, perciò ci trovavamo sempre lì. Sulla stufa facevamo il caffè, cucinavamo, stendevamo i vestiti fradici di pioggia, tostavamo i pistacchi che un giorno abbiamo trovato, umidi e molli e vecchi di chissà quanto, in fondo a un armadio in dispensa.

Dei due ragazzi Andrea era quello pigro, o era la sua calma nel prendere il lavoro che ti ingannava. In realtà quando io mi alzavo lui aveva già acceso il fuoco, messo su la colazione, lavato i piatti della sera prima, e ora stava fumando e guardando vecchi film, o profili di ragazze in giro per la rete. Sedeva sempre dalla stessa parte del tavolo, accanto alla finestra. A una cert’ora della mattina passava dal caffè al vino allungato con acqua, oppure acqua e Pernod oppure bianco e Campari, arrotolando sigarette di Golden Virginia e mostrandomi le ragazze a cui d’inverno aveva insegnato a sciare. Adesso erano in spiaggia, pubblicavano foto in costume. Sembravano di un altro mondo. Su di noi pioveva ogni giorno e certe volte la pioggia diventava grandine, e quando non pioveva o grandinava tirava un vento gelido, appena sopra lo zero. L’unica ragazza che vedevamo spesso praticava la corsa in montagna: la avvistavamo con il binocolo mentre saliva per il sentiero, ma poi raggiungeva il colle, toccava il muro del rifugio, si voltava e tornava giù, fugace come ogni apparizione di bellezza.

Davide sedeva nel posto di fronte, scendeva tardi in cucina ma da quel momento era in moto perpetuo. Ogni due o tre giorni faceva il pane che poi metteva a cuocere nel forno della stufa. Teneva i conti, rispondeva al telefono ed era lui ad avere a che fare con i clienti in sala da pranzo, dato che Andrea per sua natura preferiva parlare poco, e muoversi ancora meno. Davide aveva sempre più idee di quelle che riusciva a realizzare. Progetti per migliorare il rifugio. Una turbina eolica da montare sul tetto, una rosa dei venti in pietra sul selciato, spille e magliette, muri da imbiancare. Se si ritrovava con le mani in mano, afferrava una sgorbia dal davanzale e si metteva a intagliare un portacenere di legno, o il manico di un coltello. Diceva di non riuscire a disegnare forme simmetriche, e che ci doveva essere qualcosa, in lui, che faceva a pugni con la simmetria, forse per via dello zigomo che si era spaccato anni prima e che gli aveva segnato i lineamenti. Lavorando al suo intaglio raccontava, rifletteva e a volte se ne usciva con una nuova idea, che Andrea approvava con un borbottio distratto. Tanto sapeva bene come sarebbe finita.

A parte la cronica mancanza di ragazze, il problema principale in rifugio era l’energia elettrica. Non c’era abbastanza sole per alimentare i pannelli, la turbina eolica ordinata da un mese non arrivava mai, e la benzina per il generatore andava centellinata. Così, se arrivavano clienti, la prima raccomandazione era quella di spegnere la luce ogni volta che uscivano da una stanza. Se eravamo noi da soli evitavamo del tutto di accenderle, e il pomeriggio diventava un lento abituarsi al buio. Seduto a capotavola leggevo i racconti di Conrad. Verso le sei, solo spostandomi vicino alla finestra riuscivo a catturare sulle pagine un po’ di quel chiarore lattiginoso, appena sufficiente a distinguere le parole. Più tardi accendevamo un paio di candele, e quando finivano anche quelle era ora di andare a dormire. A letto mettevo quattro coperte una sopra l’altra. Dormivo dentro vestiti che sapevano di zuppa di cipolla, stufato lasciato per ore a sobbollire, fumo di legna e di tabacco. Solo quando un cliente chiedeva di farsi la doccia e toccava accendere lo scaldabagno, era la volta che potevamo lavarci tutt’e tre. Io che passavo per ultimo sperimentavo puntualmente, appena dopo essermi insaponato dalla testa ai piedi, la fine dell’acqua calda.

Dalle due valli salivano nebbie che parevano eterne, e guardare fuori dalla finestra era un lungo esercizio di contemplazione delle nuvole. La mattina presto si trovavano più in basso di noi, ma poi il primo calore le spingeva verso l’alto, ad avvolgerci per il resto del giorno. La bandiera sul colle, più che risvegliare in noi l’amor di patria, ci segnalava la direzione del vento: l’est dava qualche speranza per il pomeriggio, l’ovest annunciava tormenta. Perfino chiusi in cucina riuscivamo a sentire il cavo metallico della bandiera sbattere contro il pennone, e quel tintinnio era la musica del colle insieme a qualche rado fischio di marmotte, al frusciare violento dell’erba, al motore a scoppio del generatore e alla chitarra che ogni tanto Davide o Andrea imbracciavano, benché nessuno dei due la sapesse davvero suonare.

A volte non ne potevo più di aspettare, e allora uscivo e partivo. Puntavo la cima di una montagna attraverso la pietraia e cercavo di arrivare fin lì. Nel tragitto stanavo camosci e stambecchi, scoprivo laghi nascosti in conche imprevedibili, mi lasciavo tentare da cambi di rotta e giochi solitari. Per via di questa estate fredda e piovosa, molti piccoli nevai resistono dove normalmente ad agosto trovi soltanto pietre, e lungo certi canaloni potevo buttarmi giù scivolando sulle valanghe ghiacciate, cadendo, rialzandomi, ridendo da solo e obbedendo all’istinto di ululare. Una volta su una cima ho avuto una visione: avevo le nuvole in basso da un lato della cresta, e uno scorcio di sole è comparso all’improvviso sopra di me. Il sole ha proiettato sulle nuvole un arcobaleno circolare, in mezzo al cerchio c’era l’ombra di un uomo e ho impiegato qualche istante a capire che ero io. Ero alto e sottile, con gambe e braccia lunghissime se le agitavo per salutare quell’altro me stesso, un alieno circonfuso di luce. Non ho potuto godermi a lungo lo spettacolo, perché subito dopo il sole è svanito di nuovo, l’aria si è fatta buia ed elettrica e mi sono ritrovato in mezzo al temporale. Mi sono detto ecco, ora mi lavo. Tornando lungo la cresta immaginavo il fuoco, il profumo della stufa e il silenzio dei due amici che mi aspettavano in rifugio.