domenica 7 febbraio 2010

LA PRIMA PERSONA

Credo esistano due tipi di scrittori di racconti. Il primo è il narratore: cioè una persona che scrive per raccontare una storia. È interessante riflettere sui motivi della scelta, sulle possibilità che ha la forma breve del racconto, rispetto a quella lunga del romanzo, verso una storia nascente. Per conto mio, trovo che la più grande qualità del racconto sia l’estrema libertà, e allo stesso tempo l’estremo controllo, che offre allo scrittore: sono libero di riscrivere quelle venti pagine tutte le volte che voglio, di impararle a memoria a forza di spostare parole, di sostituire la pagina uno con la pagina venti e l’inizio con la fine, di togliere e aggiungere e poi di nuovo togliere scene importanti per la trama, di riscrivere tutto in terza persona anziché in prima per sentire come suona, e soprattutto di sperimentare cose che non ho mai fatto, recitare voci, esplorare strade. Un romanzo ha bisogno di essere molto più normale (c’è chi si abbandona alla stessa libertà, e prova a usare lo stesso controllo, anche scrivendo romanzi, ma di solito diventa pazzo; oppure lascia perdere il controllo e scrive cose illeggibili).

Per il secondo tipo di scrittore di racconti quella libertà è così inebriante, e il suo valore così puro in sé, che la storia non ha più molta importanza. Anzi, potrebbe avere una certa importanza il fatto che la storia non ci sia. Mi vengono in mente alcuni racconti di Donald Barthelme, o di Lydia Davis, o di David Foster Wallace, che sembrano scritti per il puro piacere di usare le parole, metterle una in fila all’altra e costruire forme mai viste prima; scritti con la stessa felicità selvaggia e senza scopo che si prova correndo nell’erba alta o tuffandosi in mare; scritti perché la scrittura non sempre è un lento e macchinoso processo di costruzione, ma alcune rare volte è stare in macchina sotto la pioggia e cantare da soli (a conferma della sua natura inafferrabile, non riesco a descrivere questo sentimento senza descrivere altro). Anche questo si può fare, con i racconti.

Tutto questo mi è venuto in mente leggendo il nuovo libro di Ali Smith, La prima persona. Chi ha amato le due precedenti - Free Love (Feltrinelli 2007) e Altre storie (e altre storie) (minimum fax 2005) - forse sa cosa intendo dire. Chi non l’ha fatto, può entrare in libreria e leggere il primo racconto di questa raccolta, e poi vedere che cosa gli succede.

***

VERO RACCONTO BREVE

C’erano due uomini nel bar, al tavolo accanto al mio. Uno era giovane, l’altro più anziano. Potevano essere padre e figlio, ma tra loro non c’era quella consolidata diffidenza, quella rabbia confusa che quasi sempre c’è tra padri e figli. Forse erano il risultato di un divorzio, il padre che ci teneva a fare il padre ora che il figlio era adulto, il figlio che ci teneva a essere un uomo adesso che si ritrovava di fronte a suo padre, se non altro per il tempo di una tazza di caffè. No. Più probabilmente l’uomo anziano era uno di quegli amici di famiglia che nei fine settimana estivi fanno le veci del padre, prendendosi cura del figlio piccolo di una coppia divorziata, un uomo consapevole delle sue responsabilità, e adesso il ragazzo era cresciuto, l’uomo era invecchiato, e fra loro c’era questa tacita comprensione eccetera.

Smisi di inventarmeli. Non mi sembrava giusto. E cominciai ad ascoltare cosa si dicevano. Parlavano di letteratura, un argomento che, guarda caso, trovo molto interessante, al contrario di tanta altra gente. L’uomo più giovane parlava della differenza tra il romanzo e il racconto breve. Il romanzo, diceva, è una vecchia puttana cadente.

Una vecchia puttana cadente!, ripeté l’uomo più anziano tutto compiaciuto.

Utile, spazioso, caldo e familiare, secondo quello più giovane, ma in realtà un po’ troppo usato, un po’ troppo sciatto e sfasciato, in realtà.

Sciatto e sfasciato!, ripeté l’uomo più anziano ridendo.

Mentre il racconto, al paragone, era un’agile dea, una ninfa dal corpo snello. E siccome pochissimi erano riusciti a raggiungere alti liveli in quel campo, il racconto era ancora in una forma smagliante.

Una forma smagliante! A queste parole l’uomo più anziano si allargò in un sorriso da un orecchio all’altro. E così, tanto per fare qualcosa, cominciai a pensare quanti tra i libri presenti a casa mia si potevano definire scopabili, e quanto sarebbero stati bravi a letto. Feci un sospiro, tirai fuori il cellulare e chiamai un’amica con la quale di solito andavo in quel bar il venerdì mattina.

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Ali Smith, La prima persona

(Traduzione di Federica Aceto, Feltrinelli 2010)

sabato 16 gennaio 2010

ANNI ZERO

In questi giorni ho letto molte classifiche sui migliori scrittori americani degli ultimi dieci anni. Ho un problema con questo tipo di categorie: per me non esistono migliori scrittori, ma solo migliori libri. Penso che non dovremmo giudicare la vita, né la filosofia, né il percorso di un autore, ma ogni singola opera come se fosse la prima e l’ultima. Dunque, da lettore di racconti, propongo una classifica anch’io. Compilarla non è stato facile. I racconti sono come le canzoni: a volte un singolo pezzo vale l’intero disco, a volte in un disco non riesci a decidere qual è il pezzo migliore. Ecco i miei album degli anni Zero, in attesa che quelli del 2009 arrivino anche da noi.

2000

Lato A: Rick Moody, Racconti di demonologia

Lato B: F.X. Toole, Lo sfidante

2001

Lato A: Alice Munro, Nemico amico amante

Lato B: Peter Orner, Esther Stories

2002

Lato A: A.M. Homes, Cose che bisognerebbe sapere

Lato B: Russell Banks, L’angelo sul tetto

2003

Lato A: Anne Tyler, Un matrimonio da dilettanti

Lato B: Julie Orringer, Quando ho imparato a respirare sott’acqua

2004

Lato A: Alice Munro, In fuga

Lato B: E.L. Doctorow, Storie di una dolce terra

2005

Lato A: Yiyun Li, Mille anni di preghiere

Lato B: Melissa Bank, L’amore per caso

2006

Lato A: Charles D’Ambrosio, Il museo dei pesci morti

Lato B: Alice Munro, La vista da Castle Rock

2007

Lato A: Jhumpa Lahiri, Una nuova terra

Lato B: Miranda July, Tu più di chiunque altro

2008

Lato A: Annie Proulx, Ho sempre amato questo posto

Lato B: Elizabeth Strout, Olive Kitteridge


lunedì 11 gennaio 2010

ALICE MUNRO

(Come ormai i lettori sanno, tre anni fa Alice Munro dichiarò di aver smesso di scrivere. Il senso di morte incombente nella Vista da Castle Rock, l’autobiografismo esplicito di quelle storie facevano pensare a un libro-testamento, ma poi qualcosa dev’essere cambiato. C’è stata di mezzo una malattia, e c’è il rapporto delicato con la vita di una donna ormai ottantenne. Oppure, come ogni scrittore, Alice Munro è solo una grandissima bugiarda. Lo scorso autunno ha pubblicato la sua tredicesima raccolta di racconti, Too Much Happiness, che speriamo di vedere presto qui da noi. Magari invece è la volta buona per cominciare a leggere in inglese. Per il momento ho trovato un’intervista sul Wall Street Journal del novembre scorso, e ho tradotto qualche risposta per chi passa di qua)

Parecchie storie della nuova raccolta sono impregnate di violenza. Da dove viene?

Non me ne sono accorta finché il libro non è stato finito. Sapevo che la prima storia era una mazzata, infatti non sono stata capace di rileggerla. È troppo inquietante. Non ho deciso di usare la violenza come tema ricorrente, ma so che c’è, e può succedere di farlo senza rendersene conto.

Per quanto tempo lavori a un singolo racconto?

Su alcuni mi capita di lavorare per un anno, lasciandoli e riprendendoli. Due mesi è il minimo.

Come cominci una storia?

Comincio scrivendo a mano su un quaderno. La scrivo dall’inizio alla fine, ma quella non è la versione definitiva. Poi prendo un altro quaderno e la riscrivo daccapo, e questa volta si avvicina parecchio alla versione definitiva. Poi straccio queste prime due storie e, senza riguardarle, comincio a lavorare al computer. A questo punto ottengo qualcosa di sensato.

È facile per te lavorare al computer?

Sono un disastro con la tecnologia. Se smetto per un po’, mi dimentico come si usa il computer e mio marito deve rispiegarmi tutto di nuovo. E poi sono stata malata, ho avuto un tumore. La terapia lesiona pezzi di cervello, e pare che le ultime cose imparate siano le prime a partire.

Perché sei così legata alla forma del racconto?

Ho provato a scrivere romanzi e non sono arrivata da nessuna parte. Mi interrompevo sempre a metà, perdevo interesse nella storia, mi sembrava che non ci fosse niente di buono e lasciavo perdere. Ora mi sembra di scrivere sempre cose a metà. La gente li chiama racconti brevi, ma spesso non sono brevi e forse non sono nemmeno racconti, nel senso della compattezza. È una combinazione di linee che si diramano dalla storia o si sviluppano dentro la storia. Non so se esiste una parola giusta per definire una forma a metà strada tra il racconto e il romanzo. C’è una cosa chiamata novella, ma non ho mai capito esattamente cosa sia, e se io ne abbia scritta qualcuna oppure no.

In un’intervista alla Paris Review, hai parlato della paura di lasciarti dietro frammenti di storie non finite. Sei ancora preoccupata di questo?

No. Devo dire che ci sono stati dei cambiamenti. Da quando sono stata malata sono soltanto felice di essere qui, non mi preoccupo più delle cose che mi lascerò dietro. E penso che uno sarebbe molto fortunato a lasciarsi dietro qualcosa, per esempio una storia. Come se Cechov avesse scritto solo “La signora col cagnolino”, se fosse l’unica cosa che avesse mai scritto, ne sarebbe valsa comunque la pena, sarebbe valsa la pena di aver vissuto. Non penso più molto alla mia carriera.

Da dove arrivano le tue trame?

Alcune cose sono accadute realmente, ma per la maggior parte si tratta di cose quasi accadute, o che avrebbero potuto accadere. Cose della mia vita intorno a cui giro, per vedere “come sarebbe andata se”. È una specie di investigazione sul modo in cui le persone si comportano, o sul modo in cui alcune persone in particolare si comporteranno. Ma così suona più brutale di quanto sia in realtà. Dovrei essere capace di descrivertelo meglio, perché sono stata seduta qui tutta la mattina a lavorare a una storia appena cominciata.

Molti personaggi in “Too Much Happiness” riflettono sullla vecchiaia. È una questione che ti preoccupa, e invecchiare rende più urgente il tuo lavoro?

Avevo previsto di andare in pensione. Pensavo che a una certa età sarei stata soddisfatta del mio lavoro, e in pensione non fai nient’altro che goderti te stessa. Non hai nessun bisogno particolare e non ti svegli la mattina con il pensiero di infilarti la vestaglia e metterti a scrivere. Invece non mi è capitato. Per niente. È una cosa che mi ha sorpreso, pensavo che smettere fosse possibile e forse per alcuni scrittori lo è davvero, ma a me succedono ancora delle cose e penso sempre “Questa è l’ultima. Dopo questa mi riposo”. Ma finora non è andata così.

Puoi dirci qualcosa del tuo prossimo libro?

Ho un po’ di storie finite. Sono storie di una parte lontana della mia vita. E poi ci sono alcune altre storie che sto scrivendo adesso.

sabato 2 gennaio 2010

HAPPY BIRTHDAY MR. SALINGER

Da parecchio tempo ormai, il mio modo di cominciare l’anno è fare gli auguri a J.D. Salinger. Lo faccio tra me e me quando finisce il conto alla rovescia, e tutti brindano e si baciano. Ieri il vecchio matto ha compiuto 91 anni. Ha pubblicato il suo ultimo racconto nel 1965 e poi è sparito dalla circolazione: da allora tace e non si fa vedere, ma non sembra che abbia smesso di scrivere, anzi dice la figlia che in casa ha abbastanza inediti da riempire una biblioteca. Lui non sarebbe per niente contento di saperlo, ma a mezzanotte io lo penso per un po’ e mi sento meglio. Penso a lui, a Holden, a Buddy e Seymour, a Esmé e Sybil e penso: vivete ancora a lungo, dovunque voi siate. Nelle vostre celle monastiche, nelle vostre capanne sull’albero, nelle vostre grotte bananifere, nei vostri taxi e camere d’albergo e vasche da bagno. Poi torno nel luogo in cui mi trovo, e mi dedico anch’io a brindare e baciare.

***

Finalmente presi una decisione, la decisione di andarmene. Decisi che non sarei più tornato a casa e che non sarei mai più andato in un’altra scuola. Quello che dovevo fare, pensavo, era andare all’Holland Tunnel e farmi dare un passaggio, e poi farmi dare un altro passaggio, e poi un altro e un altro, e in pochi giorni sarei arrivato nell’ovest, in qualche bel posticino pieno di sole dove nessuno mi conosceva e mi sarei trovato un lavoro. Pensai che potevo trovar lavoro in qualche stazione di rifornimento a mettere benzina e olio nelle macchine. Ma non m’importava che genere di lavoro. Fintanto che loro non mi conoscevano e io non conoscevo loro. Quello che dovevo fare, pensai, era far finta d’essere sordomuto. Così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote. Se qualcuno voleva dirmi qualche cosa, doveva scrivermelo su un pezzo di carta e ficcarmelo sotto il naso. Dopo un po’ ne avrebbero avute piene le tasche, e per il resto della vita non avrei più sentito chiacchiere. Tutti avrebbero pensato che ero un povero bastardo d’un sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace. Mi avrebbero fatto mettere olio e benzina nelle loro stupide macchine, e in cambio mi avrebbero dato un salario, e con quei soldi io mi sarei costruito una capanna da qualche parte e ci avrei passato il resto della mia vita. Me la sarei costruita vicino ai boschi, ma non proprio nei boschi, perché volevo starmene in pieno sole tutto il tempo. Mi sarei fatto da mangiare io stesso, e in seguito, se volevo sposarmi o qualcosa del genere, avrei incontrato una bella ragazza, sordomuta anche lei, e ci saremmo sposati. Sarebbe venuta a vivere con me nella capanna, e se voleva dirmi qualcosa doveva scriverlo su un maledetto pezzo di carta, come tutti gli altri. Se avessimo avuto dei figli li avremmo nascosti in qualche posto. Potevamo comprargli un sacco di libri, e insegnargli a leggere e scrivere.

J.D. Salinger, Il giovane Holden, 1951

mercoledì 16 dicembre 2009

SUL TIRANNICIDIO

Oggi non riesco ad aprire un libro, troppo assordante il rumore di quello che accade intorno. Così, tanto vale dire la mia. Trovo indegni gli editoriali dei quotidiani d’opposizione, che seguono tutti lo stesso schema retorico: inorridiscono per l’attentato al capo del governo; denunciano il clima di violenza politica da cui tale attentato è scaturito; richiamano i partiti, i media e l’opinione pubblica a rientrare nelle regole, confrontandosi a colpi di idee e non di souvenir. Li trovo ipocriti perché scritti da gente che fino all’altro ieri ha provato a tirare giù il capo del governo con scandali sessuali, l’equivalente giornalistico di un sampietrino. Li trovo ciechi perché non guardano più in là del proprio naso, come se l’episodio in questione fosse figlio di una stagione e non di un’epoca.

Io per esempio mi chiedo: come mai negli ultimi cinquant’anni praticamente tutti i presidenti americani hanno subito un attentato (con un presidente morto, uno ferito e diverse pistole che hanno sbagliato mira, o non hanno fatto in tempo in sparare), mentre da noi l’evento è così raro da sorprendere un esercito di guardie del corpo? Perché negli Stati Uniti il presidente è un oggetto di culto. La campagna elettorale è una battaglia uno contro uno: il volto del candidato è ovunque, il suo nome occupa berretti e adesivi, il partito di cui dovrebbe essere espressione viene dimenticato. Una volta eletto, il presidente va a vivere in un posto che è una specie di casa del Grande Fratello, dove lui e la sua famiglia sono sotto gli occhi di tutti. D’ora in poi risponde in prima persona davanti a un’intera nazione: c’è una crisi economica, una guerra neocolonialista, un uragano tropicale, un disastro ecologico all’orizzonte? Il presidente interviene alla televisione, il presidente riceve una chiamata dal Pentagono e decide su due piedi, il presidente si mette l’elmetto giallo e corre tra i terremotati, il presidente prende un aereo e va a parlare con un altro presidente. Io non so nemmeno chi siano i ministri del governo degli Stati Uniti, né quali poteri abbia esattamente il Congresso. Per il resto del mondo, e temo anche per la maggior parte dei cittadini americani, gli Stati Uniti non sono governati da una forza politica, né da una classe di amministratori, ma da una persona, e l’intero paese ha la sua faccia. La cattiva notizia è che questa incarnazione è appena avvenuta anche da noi. Ci sono voluti quindici anni per smantellare una solida democrazia parlamentare, ma alla fine è successo: oggi nessun italiano, di qualunque fede politica, prende minimamente sul serio il partito di maggioranza, né il parlamento, né il consiglio dei ministri. Qualunque cosa facciano in realtà, da fuori sembrano contenitori vuoti. Oggi per tutti noi chi ci governa ha un nome e un volto, uno solo.

Al di là di questioni da poco come la morte della democrazia, il culto della persona ha un effetto collaterale: nella gran massa dei cittadini ci sarà qualcuno che ti ama alla follia, e qualcun altro che alla follia ti odia. Quelli che ti amano sventolano le bandierine, cantano gli inni quando passi tu e lottano per essere il primo dei tuoi servitori, o la prima delle tue concubine. Quelli che ti odiano ti tirano in faccia miniature di cattedrali gotiche. Se la faccenda è più seria, sparano. Non si può avere una cosa senza l’altra. Le ragioni dell’odio, come quelle dell’amore, spesso non hanno niente a che fare con la politica: uno ti odia perché ha perso il lavoro, perché sta male e non ne può più di vedere il tuo sorriso, perché hai venduto il suo calciatore preferito a un’altra squadra, perché vorrebbe farsi le diciottenni e non può, perché vorrebbe le ali di folla e non le ha, perché tu sei un vincente e lui un perdente. Qui non c’entrano niente la destra e la sinistra. Se metti la tua persona davanti a tutto - davanti alle idee, ai movimenti, ai partiti, perfino alle aziende e alle squadre di calcio - sarà la tua persona ad attirare su di sé i sentimenti della gente, le genuflessioni dei fedeli e le pallottole dei tirannicidi. Se è amore quello che chiedi alla folla - non un semplice mandato politico ma devozione, il calore dei corpi, un comizio in Duomo come un concerto a San Siro - devi essere pronto a ricevere anche un bel po’ di odio.

Per questo ai cortigiani che ora sbraitano sulla spirale d’odio mi verrebbe da dire: occhio anche alla vostra spirale d’amore. L’assassino di John Lennon era un suo fan. Mi pare che da un meccanismo simile fossimo usciti nel 1945, con una persona idolatrata per vent’anni e finita a testa in giù in Piazzale Loreto. Quel periodo era bastato a generare gli anticorpi per il mezzo secolo che è venuto dopo, in cui a nessuno è mai venuto in mente di accogliere Andreotti o Fanfani con inni e bandierine (“Menomale che Amintore c’è!”), né di tirargli miniature in faccia. Ora gli anticorpi sono finiti, e ci siamo di nuovo in mezzo. Ecco perché fa un po’ ridere richiamare tutti quanti alla ragione: bisognerebbe invece prepararsi a vedere le pistole. E intanto chiedersi quanto siamo colpevoli per essere arrivati fino a qua, senza più uno straccio di idea, solo con una faccia insanguinata in mezzo e un deserto intorno.