martedì 28 settembre 2010

DESARPA

L’autunno arriva in piccoli segnali, non solo nella gente che da un giorno all’altro è sparita. Nella brina sul prato di casa, quando esco verso le otto con la mia tazza di caffè. Nel sole incapace di scioglierla fino a mezzogiorno. Nei selvatici che sono tornati a mostrarsi: qualche notte fa una volpe è venuta a cercare cibo, mi ha visto sul balcone, è trotterellata via senza paura. Negli spari dei fucili che rimbombano per la valle, dopo quella mattina limpida e fredda in cui si è aperta la caccia al capriolo. Mario Rigoni Stern diceva che, delle stagioni, quella che gli piaceva meno era l’estate, perché il bosco è come assente, mentre amava l’autunno perché si può di nuovo tendere l’orecchio e ascoltare. Però non parlava di questo senso di morte incombente, della montagna ogni giorno più sterile, degli odori che scompaiono. Qui non ci sono raccolti e vendemmie, qui a settembre si mette via la legna in vista di una lunga stagione buia.

In alto ha cominciato a nevicare. In questi giorni le mandrie scendono dagli alpeggi, non per il freddo ma perché l’erba è finita. La montagna non ha più un goccio d’acqua, i prati sono gialli come distese di fieno. Nei letti dei torrenti il ghiaccio vela le rocce umide, si scioglie in macchie scure. Salendo per il sentiero oggi incrocio una lunga fila di mucche lente, cani e bambini intorno a badare che nessuna si attardi, l’allevatore in testa e sua moglie in coda, alla guida di un fuoristrada carico di cose. È la desarpa. Li ricordo tutti, bambini e cani e mucche, all’inizio di giugno, appena arrivati quassù e pazzi di gioia. Ora che la stagione è finita le mucche tornano in stalla, i cani alla catena, e i pastori stagionali dovranno trovarsi un lavoro nei cantieri.

Così faccio un giro intorno agli alpeggi chiusi, dove fino a ieri risuonavano i campanacci. Porte e finestre sbarrate, i letamai vuoti. Le piccole rogge e i canali, che dai torrenti portavano acqua agli abbeveratoi, ora sono chiuse. Vasche da bagno arrugginite e rovesciate restano a languire nei pascoli. Per terra lo sterco secco, i segni delle ruote dei trattori, il paletto a cui stava legato il cane. È una strana sensazione di fuga, come se fosse scoppiata una guerra o un’epidemia. Solo le ortiche sono ancora rigogliose, ma quelle crescono dove non c’è più nessuno, segnano l’abbandono.

Salendo oltre gli ultimi pascoli ripenso alla scena incredibile che ho visto alla fine di agosto, l’allattamento degli stambecchi. Era un branco di venti esemplari su una morena glaciale, con otto cuccioli non ancora svezzati. Chissà cosa provano in questi giorni, assistendo alla loro prima neve? Supero con un salto il torrente che una volta ho dovuto guadare togliendomi calze e scarpe: ora è ridotto a una serie di pozze in cui le trote sono imprigionate, non provano neanche a nascondersi al mio passaggio, potrei raccoglierle con le mani. Poco più su, scollinando a nord, trovo la conca dei laghi completamente imbiancata. La neve copre le tane delle marmotte, il tracciato dei sentieri. L’acqua è increspata dal vento e diventa scura, tetra, con tutto quel bianco intorno; ora non vedrà un raggio di sole per molto tempo. È un’incursione nell’inverno che lascia anche me di un umore cupo, e mi sento sollevato nel tornare giù a balzi, nel calpestare di nuovo l’erba.

Gli alpeggi bassi, verso i duemila metri, resisteranno ancora qualche giorno, forse un mese se il tempo sarà mite. Rambo non ci pensa alla desarpa, non ha un granché a cui tornare e ha deciso di restare qui fino a quando ce la fa. Per questo davanti alla baita ha una catasta di legna alta due metri, che un po’ alla volta sta spaccando a mano. Ascia, cunei e mazza, ma il vecchio larice a quanto pare era cresciuto ritorto, e non vuole saperne di aprirsi in due. Intorno c’è un silenzio insolito. Lupo, anziché fare la guardia al pascolo, è lì che osserva il suo padrone lavorare. Rambo scrolla le spalle quando gliene chiedo il motivo. Tra una mazzata e l’altra mi racconta che stamattina ha aperto la stalla come sempre, ma le mucche hanno messo fuori il muso, hanno annusato l’aria, hanno visto la neve e sono tornate dentro. Cazzi loro, mi dice. Le lascio un giorno a digiuno e poi domani vediamo se non corrono come vitelli. Siccome ormai è mezzogiorno, le mucche sono in castigo e il ceppo di larice non si spacca nemmeno con tre cunei in corpo, Rambo butta la mazza per terra e mi chiede se mi va di andare giù in paese a mangiare. Perché no, dico io. Andiamo in macchina? Lui si gratta la testa, guarda il rottame della Punto lì di fianco e mi confessa che ha finito la benzina. Questi sono i suoi classici casini quotidiani. Prendiamo il trattore, mi fa: ci mettiamo un po’ di più ma ti immagini l’ingresso in scena?

domenica 12 settembre 2010

MASCHI (due)

Da queste parti esiste un animale mitico, il dahu. È uno strano stambecco adattato dalla selezione naturale a vivere sui dirupi. Per abitare quei luoghi scoscesi, il dahu ha zampe asimmetriche: a volte sono più corte quelle di destra (in questo caso si chiama levogiro), a volte quelle di sinistra (destrogiro). Ma un corpo specializzato è anche una condanna. A causa delle sue zampe, il dahu non può voltarsi mai: per non cadere è costretto a dare lo stesso fianco alla montagna, e a girarle intorno nello stesso verso, per tutta la vita. Questo inconveniente genera situazioni che noi conosciamo bene. Due levogiri, per esempio, camminano in fila indiana o fianco a fianco, ma non si fronteggiano mai. Un levogiro e un destrogiro, se si incontrano e sono entrambi maschi, possono solo prendersi a cornate. Se sono un maschio e una femmina possono corteggiarsi, ma in nessun caso accoppiarsi: si guardano negli occhi, si annusano, magari si innamorano, e poi devono passare oltre. Per finire, se un dahu supera un ciuffo d’erba o un rivolo d’acqua, l’erba o l’acqua fanno già parte del passato: per ritrovarle bisognerebbe fare il giro della montagna. Qui non si torna indietro, e se incontri una donna è un gran casino. È quello che succede a vivere in pendenza.

Tra gli umani, si fa grande attenzione alla forza di gravità. Ogni cosa ha un peso e ogni cosa - che sia foglia, pietra o goccia d’acqua - tende a rotolare a valle. Prima di costruire una casa bisogna vedere se a monte c’è una sorgente, e da che parte cadono le valanghe. Se c’è da fare un lavoro in cui si trasportano carichi, lo si organizza in modo da avere il punto di partenza in alto, e la destinazione in basso. Nella preparazione dello zaino, come nella scrittura, togliere è più importante che aggiungere, e la leggerezza di Calvino è una qualità molto apprezzata per salire in cima a una montagna. Insieme al paesaggio cambiano le parole. Avanti e indietro sono roba da pianura, qui si dice su e giù. Sud e nord diventano dritto e rovescio (e in barba ai mappamondi il sud è il dritto, perché prende più sole). In città se una cosa ti cade la raccogli, che c’è di strano? Qui da noi, rischia di essere persa per sempre.

Rambo lassù ne sa qualcosa. L’invenzione della rotoballa, quell’enorme cilindro di fieno che ha sostituito le vecchie balle quadrate, sarà stata un gran vantaggio in mezzo ai campi di frumento e alle risaie, ma a lui è bastato appoggiare la prima per vederla partire, giù per i pascoli, attraverso la strada, nel bosco e infine per aria, dove il pendio precipita sul torrente, qualche quintale di fieno che è andato a nutrire i cervi cinquecento metri più in basso. Rambo di solito se ne frega. Lui spacca tutto, tira un paio di bestemmie et voilà. Compra solo auto usate molto vecchie e le distrugge correndo su e giù per le sterrate, dal bar del paese all’alpeggio: quando le sospensioni sono andate, il parabrezza incrinato, la marmitta ridotta a uno strascico sferragliante lui le parcheggia dietro la stalla e lì le abbandona. In quel piccolo cimitero, che la forestale più volte gli ha intimato di sgomberare, ci sono già due carcasse che arrugginiscono sotto temporali estivi e nevi invernali: una Ritmo e una Volvo (la sua preferita per il ruggito del motore, tanto che le aveva dipinto dei denti di squalo sul cofano: "Quando accendevo la Volvo", mi ha detto una sera, "tutto il paese sapeva che Rambo portava giù il latte"). A fine stagione le raggiungerà la Punto che ormai sta tirando le cuoia.

Quanto a me, verso ferragosto mi sono svegliato dopo una notte di pioggia, e ho scoperto che aveva nevicato appena cento metri più in alto. Il telone di plastica sotto cui dorme Rambo era coperto da due o tre centimetri di neve ghiacciata, e io ho pensato al mio amico che si scaldava con la sua tazza di caffè, burro d’alpeggio, zucchero e vino, un intruglio infernale che un paio di volte, per questioni di ospitalità e d’orgoglio, ho dovuto assaggiare anch’io. Più tardi è uscito il sole, e all’ora di cena soltanto le cime più alte erano ancora imbiancate. Io avevo passato in casa tutto il giorno, a leggere, scrivere, finire un testo che forse prima o poi mi avrebbero pagato, così ho deciso di concedermi una serata di lusso: scendere in paese, bere un paio di birre scure, leggere un giornale per vedere che cosa succedeva nel mondo. Ma quando ho raggiunto la strada ho avuto una brutta sorpresa. La macchina non partiva più. Girando la chiave d’accensione si illuminavano le spie, ma il motore non dava nessun segnale: in effetti non la muovevo da una settimana, e ultimamente aveva piovuto tutti i giorni. La macchina era parcheggiata in curva con il muso verso il prato, faceva buio e in giro non c’era nessuno, così ho deciso di arrangiarmi da solo. Ho messo il cambio in folle e cominciato a spingerla in retro - ventre a terra, sangue che pompa nei muscoli delle cosce, entrambe le mani sul parafango anteriore - ma mi è stato chiaro in fretta di aver sopravvalutato le mie forze. Anziché obbedirmi e arretrare lungo la strada, la macchina ha cominciato a scendere verso di me. Le scarpe scivolavano sull’erba bagnata e io ho fatto appena in tempo a correre a tirare il freno a mano, per poi contemplare impotente il triste spettacolo. Ora la macchina si trovava in mezzo al pascolo, affondata nel fango di una settimana di piogge. Poco più giù c’era il bosco e poi il dirupo, quello da cui è volata la rotoballa di Rambo. Così mi sono rassegnato a bloccare le ruote con due grosse pietre, tornare su per il sentiero e andare a bussare a una casa amica.

Sempre a proposito di maschi, qui c’è qualcosa che bisogna sapere. Nel mio modello virile di riferimento - diciamo boscaiolo canadese - davanti a un’auto in panne un uomo apre il cofano e ci mette le mani dentro. Allo stesso modo ripara i rubinetti che perdono, e se non si sente bene aspetta che passi, o al limite butta giù una grappa e si mette a letto. La differenza tra questo boscaiolo ideale e il me reale è che lui ci riesce, mentre io produco sempre mensole un po’ storte, rubinetti che dopo un giorno ricominciano a gocciolare, febbri croniche lunghe tutto l’inverno. So usare il trapano, la smerigliatrice e il seghetto alternativo, e se c’è un luogo che mi rilassa anche più della libreria è il negozio di ferramenta, ma faccio tutto con un’ansia di fondo, mostrando sicurezza da fuori e tormentandomi da dentro sulla tenuta di un tassello a espansione, o l’esatta sequenza dei gesti necessari a smontare una presa di corrente. Ho un’ammirazione sconfinata per i veri tuttofare, e questa categoria, nella lista degli uomini che vorrei diventare, viene forse al terzo posto (al primo c’è un bravo scrittore, al secondo una brava persona, anche se temo che queste due si escludano a vicenda). Per il momento almeno ne conosco uno. “Oh bè”, mi ha detto Remigio, sulla porta di casa sua, mentre da dentro uscivano il tepore della stufa e la musica dei Pink Floyd. “Se è solo per partire la facciamo partire”. Siamo tornati insieme giù al parcheggio. Lui ha preso il suo fuoristrada, ha agganciato la macchina con il cavo di traino e l’ha tirata fuori dal pascolo. Poi l’ha portata in cima alla salita, in modo da avere a disposizione una bella rincorsa. Da lì è stato un gioco da ragazzi: giù in folle per qualche decina di metri, dentro la seconda e via. Prima di salutarmi mi ha dato un consiglio che non dimenticherò molto in fretta: “Quando parcheggi lasciala sempre in discesa. Così, male che vada, sei sicuro che in qualche modo riparti”.

E io ho passato la serata al bar, birre scure, vani giornali d’agosto, la cameriera russa di cui tutti parlavano tre mesi fa, i cenni fiacchi di saluto dei bevitori abituali, a pensare alle volte in cui ho parcheggiato in salita. E a quanto ho dovuto spingere per ripartire.

mercoledì 25 agosto 2010

MASCHI (uno)

Tanto per dimostrare a me stesso che non è vero, non è vero che sono incapace di avere rapporti affettivi con altri esseri umani, oggi parlerò dei due amici che mi sono fatto qui, Rambo e Remigio.

Prima però devo dire un’altra cosa. Quand’ero piccolo e imparavo ad andare in montagna, avevo una guida alpina. Una guida, per un bambino, è qualcosa di più di un maestro di scuola. Ti insegna a guardare e a muoverti, a sopportare la fatica, a mantenere la calma nelle situazioni difficili. Quando cominci ad arrampicare su roccia, e soffri di vertigini, ti tremano le gambe, hai paura di morire, la guida è la persona che sta dall’altra parte della corda, e ti tiene quando cadi. Sei letteralmente nelle sue mani. Io poi, anche se fa un po’ ridere, soffro da sempre di mal di montagna, e appena mi avvicino ai 4000 metri comincio a vomitare. Dunque ecco chi era la mia guida: l’uomo adulto con cui mi trovavo, a dieci o dodici anni, in mezzo ai ghiacciai, a volte sotto la neve e il vento, piangendo e vomitando. Era la persona che mi parlava con dolcezza e mi convinceva ad andare avanti. Ho anche provato a scrivere un racconto su di lui, in cui l’ho chiamato Tito. Ma come succedeva in quella storia, c’era un problema insormontabile nel nostro rapporto: io non ero suo figlio, lui non era mio padre. Quando alla fine di una scalata ce ne andavamo ognuno per conto suo, io per qualche giorno provavo a parlare come lui (poco), camminare come lui (con leggerezza, come senza peso), avere il suo stesso atteggiamento di fronte al pericolo, tipo un temporale in parete (fischiettare). Lui invece, appena io non c’ero più, ripartiva con qualcun altro. Dunque a pensarci bene avevo un problema molto simile a quello degli ubriachi che si innamorano delle bariste. Di qua c’è amore e di là mestiere, al massimo un po’ di cortesia. Ho fatto anch’io le mie scenate al banco, alle due di notte, con il cuore spezzato e il bicchiere vuoto; invece, non sono più andato in montagna con una guida alpina.

Adesso c’è Rambo, che pascola le mucche nei prati sopra casa mia. Ha un’età tra i quaranta e i cinquanta, è difficile capirlo per via delle mani enormi, il fisico da peso massimo, i maglioni laceri, la barba rossa e la pelle bruciata. Il suo vero nome è Gabriele, ma pare che da giovane si cacciasse sempre nei guai: gli mancano i due incisivi superiori, e zoppica sulla gamba sinistra per essere finito sotto un trattore. Nonostante i denti sorride spesso. Da giugno a settembre vive in una piccola stanza rivestita di legno, tre metri per tre, una brandina, una stufa, un tavolo. Alle pareti campanacci di mucche e i collari di cuoio lavorato, un telo di plastica sopra la testa perché il tetto è crollato qualche inverno fa. Intorno un villaggio fantasma, sei o sette baite abbandonate e cadenti, le ortiche che infestano i vecchi letamai. A giugno quassù c’eravamo soltanto io e lui: io ogni mattina passavo accanto al suo pascolo e gli facevo un cenno con la mano; dopo una settimana, Rambo ha deciso di ricambiare il saluto. Ma la nostra amicizia è cominciata tutta in una volta. Una sera ero in casa a fare le tagliatelle, ho sentito un suono di campanacci, mi sono affacciato e ho fatto appena in tempo a vedere due vitelli che scappavano in giù, verso la strada. Le bestemmie di Rambo risuonavano per la valle. Per colpa della gamba zoppa non era riuscito a inseguirli, e io ho pensato: ora! Mi sono slacciato il grembiule, ho preso il mio bastone, ho spento il fornello sotto l’acqua della pasta e sono partito, tutto infarinato com’ero. Il ritorno coi fuggiaschi è stato il mio momento di gloria.

L’altro mio grande amico è Remigio, che ha costruito questa casa. Anche suo padre costruiva case. Ma a quanto pare era un uomo scontroso, avvelenato da una buona dose di rancore, e non ha mai nascosto a suo figlio che lo considerava un buono a nulla. Così, quando il padre è morto, Remigio ha preso la vecchia baita di famiglia, l’ha smontata un pezzo alla volta e l’ha rimontata come nuova. Siccome era una questione privata tra loro due, ha dovuto fare tutto da solo. Ha abbassato il pavimento della stalla di un metro e mezzo, scavando a mano con pala e piccone, per trasformarla nella camera da letto dove adesso dormo. Per il tetto ha tirato su a braccia cinque tronchi di larice lunghi sei metri. Infine ha smontato il tavolato interno, incrostato di letame e nero della fuliggine di due o tre secoli, ha pulito le assi una per una e le ha portate da un falegname, e adesso sono l’armadio, il cassettone, le panche, il tavolo dove scrivo. Il lavoro gli ha portato via due lunghe estati, e non so se sia stato sufficiente a chiudere i conti in sospeso, ma ha prodotto una casa di cui mi sono innamorato. Perché anche se non conosci la sua storia senti che in ogni pezzo c’è un pensiero, e il bisogno di fare ogni cosa nel modo più giusto possibile. Così adesso lo vedi, vecchio, se sono un buono a nulla.

Dunque ormai dovrebbe essersi capito: questa è una storia di maschi. Di maestri invecchiati male e padri che tornano dall’aldilà. Quello di Rambo era un pastore come lui. La sera dei vitelli ho scoperto che una delle baite abbandonate gli fa da cantina, e molto più tardi, quella notte, sono tornato verso casa barcollando al buio. Anche a lui il villaggio mette malinconia: si ricorda di quando ci veniva con il padre e i fratelli, e in tre famiglie passavano qui la stagione dell’alpeggio, da metà giugno a fine settembre. Da San Bernardo a San Michele, si diceva una volta. Ora è rimasto solo lui. Tra le foto appese al muro ce n’è una con moglie e figli, ma ho paura che sia un tasto dolente e forse è meglio chiedere della mucca pezzata, che Rambo abbraccia per il collo lì di fianco: quella è Morgana, la sua preferita, andata al macello ormai molti anni fa. E poi c’è Lupo che è il suo compagno inseparabile. L’uomo e il cane trascorrono l’anno in diverse case, salendo di quota con l’avanzare della stagione: in aprile a 1000 metri, in giugno a 1800, in agosto a 2400. D’inverno Rambo lavora in una stalla in pianura oppure agli impianti. È l’uomo alla stazione d’arrivo della seggiovia. E ci sono intere settimane di nuvole basse in cui non passa uno sciatore per giorni, e lui sta lassù nel gabbiotto a guardare la seggiovia che gira e gira, a vuoto fino a quando fa buio.

Anche Remigio d’inverno lavora da quelle parti, come gattista. Da quello che ho capito, si tratta di una specie di battaglione di arditi. Perché il gatto delle nevi non serve solo a spianare le piste: è anche l’unico mezzo in grado di andare su e giù d’inverno con qualsiasi situazione atmosferica, perciò viene usato per i soccorsi. Ma Remigio non è il tipo d’uomo che entra in un bar di montagna alle dieci di sera, dopo avere effettuato un recupero sotto la tormenta, e offre da bere a tutti. Anzi è riflessivo, introverso. Io e lui abbiamo cominciato a fare amicizia quando ha scoperto che scrivevo, gli ho dato qualcosa da leggere e poi ne abbiamo parlato a lungo, falciando i prati qui intorno, caricando balle di fieno sul trattore che mi ha lasciato guidare e impilandole nel fienile di sua madre. Poi in casa sua ho visto una macchina da scrivere e mi è sembrato di capirci qualcosa di più. Nel rullo c’era un foglio, e sul foglio una frase vecchia di qualche anno: chissà se riuscirò mai a scrivere come prima. Mi si è stampata a fuoco nella memoria. Quando gliene ho chiesto il senso, mi ha spiegato che risale alla morte di suo padre. Lì accanto ci sono due lunghi scaffali di libri sotto le teste di stambecchi e camosci, le piume di aquila reale, l’ermellino e la volpe a cui quell’uomo, bracconiere a tempo perso, sparava per placare la rabbia. Qui dovrei dire che anche Remigio aveva una moglie, però adesso vive solo. Questa, come dicevo, è una storia di maschi.

Gli spiriti abitano la mia casa. Di sera esco spesso sul prato, perché col buio il bosco cambia odore, e sto lì per un po’ a respirare a pieni polmoni. Raggiungo un dosso da cui si apre la vista sulla valle. Se guardo in su vedo il filo di fumo che dalla stufa di Rambo esce attraverso il telone; in giù la finestra di Remigio è illuminata. Uno ascolta la radio aspettando di prendere sonno, l’altro sta leggendo un libro. E io mi sento finalmente al mio posto: come potrei vivere altrove?

mercoledì 21 luglio 2010

CAPRE

In questi giorni esco presto la mattina. Non è che odio gli esseri umani (anche se a volte temo di sì, e che il sentimento sia ricambiato), è che non mi piacciono quando sono in tanti. In montagna d’estate i sentieri sono pieni di gente, e degli animali selvatici non c’è più nessuna traccia. Così stamattina mi sono alzato alle sei, ho bevuto il caffè e sono uscito. Niente zaino né borraccia né scarponi, solo il mio vecchio bastone e scarpe leggere come il vento. Dopo più di due mesi quassù mi sentivo in gran forma: ho superato il bosco e i primi pascoli, i villaggi abbandonati dei pastori, il pianoro tormentato di massi sotto cui le marmotte si rintanavano al mio passaggio. Mi sono fermato al torrente per bere, poi ho superato in velocità anche il rifugio: alle sette avevo davanti solo prati e pietraie, i laghetti del disgelo e le ultime nevi. Quello è il regno dei camosci ma il problema, con loro, è che di solito ti annusano da lontano, e scompaiono in un istante. Ma stamattina svalicando ho avuto un colpo di fortuna: sarò stato controvento, oppure ormai sono un selvatico anch’io, comunque giù nel vallone ne ho visti due su un piccolo nevaio. Tutt’intorno la pietraia era scaldata dal primo sole, la neve si era ridotta a una minuscola chiazza luccicante, e credo che i camosci fossero lì per rinfrescarsi. Si rotolavano sulla pancia, la schiena e i fianchi, godendosi quell’ultimo ricordo d’inverno. Sembrava che celebrassero un rito antico e giocoso. Mai visto niente del genere in tanti anni.

Ho continuato a salire, ormai chi mi fermava più? Adesso ero in cresta tra le due valli della mia vita e camminavo su lastre di pietra rotte dal ghiaccio, e su quel muschio morbidissimo che si forma a tremila metri. Da un lato dello spartiacque, quello dell’età adulta, il cielo era limpido, di un azzurro così pieno che sembrava avere massa e volume. Dal lato dell’infanzia salivano sbuffi di nuvole che si arricciavano dissolvendosi ai miei piedi. Di là ho passato vent’anni, di qua gli ultimi tre: sono contento che siano posti diversi ma vicini (mai tornare dove sei stato felice, diceva il poeta, però dà un certo conforto sapere che i tuoi ricordi sono lontani solo un paio d’ore a piedi). Poi ho visto alcune sagome scure, forme inconfondibili sulla roccia frastagliata. Mi era successa la stessa cosa proprio un anno fa, e oggi questo era il mio piano segreto: speravo che i loro movimenti obbedissero a qualche calendario, e che li avrei ritrovati all’appuntamento. Quando sono arrivato in cima ero in mezzo a un piccolo branco di sei stambecchi. Gli stambecchi non sono prudenti come i camosci, né ingenui come i caprioli: hanno un’aria maestosa e indifferente, come se per loro l’uomo fosse una minaccia da poco. Stanno lassù, sulle creste e le vette sopra i tremila, perché hanno caldo e perché amano controllare il mondo dall’alto. Lì non c’è niente, solo muschio e qualche filo d’erba, vento a tutte le ore e luce abbagliante. Il branco era composto da un maschio adulto, bello come un dio delle capre, il pelo lucido e le corna da re; due femmine più giovani e i loro cuccioli nati da pochi mesi; e un caprone così vecchio e stanco da diventare subito il mio preferito. Aveva il manto spelacchiato e il collo completamente bianco, e due corna di cui non riusciva più a reggere il peso. Arrancava con la testa china in fondo al gruppo. Appena sono stato avvistato il capo stambecco si è messo tra me e gli altri, fissandomi dritto negli occhi. Faceva un verso di battaglia, come una F prolungata e soffiata a pieni polmoni. Aveva corna lunghe un metro e almeno mezzo quintale di muscoli a sostenerle, e gli sarebbe bastato poco per cacciarmi da casa sua, se non dal mondo. Ma io cercavo di fargli capire che ero venuto in pace. Femmine e cuccioli sono saltati su un sasso mettendosi al sicuro dietro di lui, mentre il vecchio per raggiungerli ha dovuto compiere un lungo giro.

Io mi sono seduto per terra e non ho più fatto una mossa, finché il capo stambecco ha deciso che ero un nemico noioso, ha sbuffato un’ultima volta e si è messo a rosicchiare il muschio tra le rocce. I due cuccioli hanno cominciato a prendersi a cornate, mentre le madri li tenevano d’occhio. Ora il vecchio era l’unico che badava a me: mi si è seduto di fronte, a quattro o cinque metri di distanza, e mi ha fissato masticando, e grattandosi ogni tanto la schiena con le corna. Chissà quanti anni aveva. Chissà se questa è la sua ultima estate o riuscirà a superare gli acciacchi ancora per un altro inverno. Erano le otto di mattina e il mondo tremila metri più in basso sembrava un pianeta alieno: e io ho pensato al mio amico Jose, morto quassù mentre andava a caccia di questi animali, caduto perché nessuno è agile quanto loro. Jose, eri una brava persona e un magnifico alpinista, ma come facevi a sparare agli dei e pensare di farla franca? Ho guardato giù in fondo la casa in cui sono stato bambino, che adesso è stata ristrutturata e dipinta di giallo. Quella dei miei ricordi è perduta per sempre, per fortuna. Prima di andarmene ho promesso al vecchio che, se il prossimo quindici luglio non avrà ancora reso l’anima al diavolo, io sarò qui all’appuntamento, lo giuro.


lunedì 14 giugno 2010

CANI

Da una settimana sono arrivati i pastori, e la mia solitudine è cambiata. Ora ho qualcosa da osservare mentre scrivo. Il prato davanti a casa assomiglia a una piccola valle, tagliata da un torrente senza nome: il mio versante è giallo di fiori di tarassaco, con l’erba che cresce rigogliosa ormai da un mese. Su quello opposto, se mi sveglio presto la mattina, posso spiare il pastore padre che sposta i confini del pascolo, avanzando i paletti di due o tre metri al giorno in modo da razionare il prato. Intanto il pastore figlio apre il portone della stalla, da dove sette giovani vitelli e una ventina di mucche adulte si precipitano giù, verso la nuova striscia di erba alta. Sono ore di campanacci e sguardi di bovini, in cui cerco di scrivere e non pensare alla mucca di David Foster Wallace in Piccoli animali senza espressione. Verso sera, mentre mi preparo la cena, dalla stalla si alzano imperiosi muggiti: dopo un po’ tre o quattro bidoni d’acciaio compaiono davanti al portone, e il fuoristrada della latteria comunale viene a ritirarli. Allora davvero la giornata è finita.

Ma il cambiamento più grande, nella mia vita quotidiana, è stato provocato dai cani. Siccome metto via per loro le croste di formaggio, vengono a trovarmi diverse volte al giorno (a dire la verità, anche se non è da montanaro, ogni tanto sostituisco alle croste qualche biscotto, di quelli che ho in casa per gli ospiti che fanno colazione, e che tra me chiamo i biscotti degli amici). Hanno un campanello appeso al collo e così li sento arrivare da lontano. Per qualche accordo sindacale uno dei tre rimane sempre al pascolo, mentre gli altri due sono liberi di gironzolare finché arriva il momento di riportare le bestie nella stalla. Allora, richiamati dal pastore figlio, agiscono come un sol uomo: accerchiano la mandria abbaiando, mordono ai fianchi le mucche più pigre e inseguono quelle indisciplinate, le spingono in gruppo verso l’alpeggio. È uno spettacolo vederli all’opera.

Si chiamano Black, Billy e Lampo. Black è il più vecchio, un gran bastardo nero con sei dita nelle zampe posteriori e l’orecchio destro sbranato in chissà quale rissa. Per questo ho deciso di non chiamarlo Black, ma Mozzo. Si vede che ormai è a fine carriera: alle mucche preferisce l’ombra degli abeti, o gli odori dei selvatici che pigramente segue nel sottobosco. Mozzo non ama le carezze ma ama molto la ciotola di plastica che lascio fuori dalla porta ogni sera. Billy è un cane lupo e un lavoratore infaticabile, per questo io e lui ci conosciamo meno. Se la mandria è tranquilla, riposa accanto ai piedi del pastore figlio. Quando viene da me sembra sentirsi un po’ in colpa: prende la crosta di formaggio e scappa via, però ho notato che gli piacciono le ragazze. Lampo è il più giovane, un border collie con una passione per i rametti di larice lanciati a grande distanza. Ama farsi grattare dietro le orecchie e mi lascia un buon odore di stalla sulle mani. Sta imparando il mestiere da Billy, ma si vede che è alle prime armi e ogni tanto fa casino: ieri mattina, sotto il diluvio, i sette vitelli si sono ammutinati e tutti insieme hanno superato il confine del pascolo, lanciandosi nell’erba alta come su una tavola imbandita. Allora il pastore figlio ha emesso un gran fischio. Billy è partito subito, Lampo l’ha visto da casa mia e gli è andato dietro, Mozzo è rimasto a osservare la scena da sotto il tavolo che ho in giardino, all’erta ma defilato, come al suo solito. Billy e Lampo hanno riportato i fuggitivi in gruppo ma poi Lampo se l’è presa troppo con il vitello capo, ha continuato a morderlo e abbaiargli addosso e così quello è scappato di nuovo, e gli altri sei dietro. Billy è andato a riprenderli, e la scena si è ripetuta uguale. Lampo li ha spaventati e loro sono scappati di nuovo. Billy a quel punto era fradicio di pioggia: ha guardato i vitelli, ha guardato Lampo, ha guardato il pastore figlio che bestemmiava agitando il suo ombrello, poi ha girato i tacchi e se n’è andato verso il bosco. Il pastore figlio gridava: Billy! Ma Billy ormai era entrato in sciopero. È sparito tra i larici e non si è visto più. Lampo scodinzolava vicino al padrone, per lui sarà stato un gioco. I vitelli banchettavano nell’erba che avrebbe dovuto essere il loro pasto di domani. Veniva giù un’acqua da spazzarci via tutti, lavarci via dalle montagne come foglie secche, e Mozzo ha finito il suo terzo biscotto, si è stiracchiato la schiena e ha brontolato sotto il tavolo come un vecchio stanco, rassegnandosi all’idea che adesso toccava a lui.