(questo pezzo è uscito su Robinson)
Ci dev'essere un'anima femminile nel racconto breve, in quest'arte di collezionare frammenti di esistenze, setacciare rivolte e silenziose illuminazioni, registrare sulla pagina la musica della vita quotidiana. O canticchiarla facendo altro, avrebbe detto Grace Paley, così disposta a lasciarsi distrarre dal mondo da avere prodotto appena tre raccolte di racconti in trent'anni di lavoro: Piccoli contrattempi del vivere (1959), Enormi cambiamenti all'ultimo momento (1974), Più tardi nel pomeriggio (1985), che oggi l'editore Sur ripubblica in un unico volume (Tutti i racconti, nella nuova traduzione di Isabella Zani). Quarantacinque piccole storie che fanno brillare il nome di Grace Paley nel firmamento americano del Novecento: per usare un'immagine di Raymond Carver, che della materia se ne intendeva, ecco una delle stelle con cui orientarsi quando si leggono racconti, o si cerca di imparare a scriverne.
Quelle storie sono un tutt'uno con l'epopea di New York nel Novecento. Figlia di ebrei ucraini fuggiti dalla Russia all'epoca degli zar, Grace era nata nel Bronx nel 1922, ovvero quando la città si avviava a diventare, senza che nessuno l'avesse programmato o previsto, il più grande esperimento di convivenza sociale del secolo. A New York allora vivevano sette milioni di persone: due di ebrei dell'Europa Orientale, uno di italiani, mezzo di afroamericani; tanti altri stavano per arrivare dall'Asia e dall'America latina. Nei racconti di Grace Paley furono voci, schiamazzi, litigi, chiacchiere, risate, grida. Il Bronx, Brooklyn, il Lower East Side risuonavano di lingue e dialetti, le radici si smarrivano o forse si intrecciavano, i figli propri si mischiavano con quelli altrui, il vecchio mondo sopravviveva nei riti e nella nostalgia. In un racconto di una sola pagina, Madre, i genitori di Grace ascoltano Mozart in salotto, dentro casa c'è la vecchia Russia polverosa, per strada New York brulica di vita: lui, medico, ha ricevuto pazienti tutto il giorno; lei ha appena lasciato il negozio per la cucina. Canta, le dice lui, una volta cantavi così bene. Lei non risponde. Sembrano smarriti e un po' stanchi. Ma dove siamo? Dopo trent'anni a lui pare ancora di essere appena sceso dalla nave, di avere appena ridato l'esame di anatomia in inglese. Lei è preoccupata per la figlia adolescente, testarda, infatuata di idee rivoluzionarie, una ragazza che torna tardi la sera, ormai così americana. Ci può stare tutto questo in un racconto di una sola pagina? Sì, nelle mani di un artista.
Le origini, gli ambienti, l'umanità che li abita fecero rientrare Grace Paley, all'inizio, in una corrente che a New York nasceva nel secondo dopoguerra, quella della letteratura ebraico-americana. Negli stessi anni esordivano Bernard Malamud, Saul Bellow, Philip Roth, il lettore americano familiarizzava con le massime talmudiche e la cucina kosher, in città lo yiddish era la seconda lingua dopo l'inglese. Grace però non intendeva proseguire su quella strada. Poco più che ragazza si era sposata ed era andata a vivere al Greenwich Village, quartiere di artisti, scrittori, intellettuali, culla della Beat Generation; aveva fatto due figli ma poi il marito se n'era andato, lei era rimasta sola con i bambini. Intorno, ancora una volta, la città ribolliva. La strada chiamava e restare in casa non era proprio possibile, nemmeno se eri una giovane madre divorziata e lavoratrice. Al Village fin dagli anni Cinquanta si era formato un comitato in difesa del parco di Washington Square, la piazza che è il cuore del quartiere e che un'autostrada urbana avrebbe dovuto sventrare: per la prima volta nella storia newyorkese un gruppo di cittadini, principalmente donne, si opponeva a un progetto di lavori pubblici, e fece tanto di quel rumore che finì per averla vinta. Negli anni Sessanta un movimento sempre più grande si formò intorno a quel nucleo originario: per il diritto alla casa, alla scuola, agli spazi di socialità urbana, e poi contro la guerra in Vietnam e l'uso dell'energia atomica. Grace in quel movimento fu sempre in prima fila, tenne discorsi e scrisse manifesti, fu arrestata più volte. Faith Darwin, il suo alter ego letterario, in un racconto è Faith sull'albero: proprio un albero del parco di Washington Square, arrampicata lassù mentre osserva le donne, le sue amiche, i figli che sono figli di tutte, bambini che giocano tra madri che chiacchierano tranquille, e lei sola è lassù a fare la sentinella, angosciata da ciò che sta per capitare. Si sentiva spesso sull'orlo di una tragedia storica, un disastro ecologico, una fine del mondo; chissà se in quell'angoscia c'era anche un ebraismo risvegliato da ciò che era successo in Europa.
Ma non le interessò mai definirsi ebrea, piuttosto newyorkese, e donna più che scrittrice. E femminista, ambientalista, anti-militarista, tutte declinazioni della stessa non-violenza che fu sempre il suo credo.
Negli anni Ottanta la comunità letteraria cominciò a tributarle il giusto riconoscimento. Grace intanto si era risposata con un compagno di penna e di battaglie che sarebbe restato con lei fino alla fine, giunta in tarda età, nel 2007. Viveva ancora al Village e ancora distribuiva volantini all'angolo della sua strada. Smise di scrivere racconti e si dedicò ad altri amori, la poesia e l'insegnamento: una sua studentessa fu A.M. Homes che la ricorda come maestra di rigore morale, attenzione verso l'altro, responsabilità, ascolto. Una donna per cui la scrittura veniva dopo le persone e correva dietro alla vita, una newyorkese per cui il richiamo del mondo là fuori era sempre stato troppo potente per starsene sola a casa a scrivere storie.
mercoledì 28 novembre 2018
martedì 6 novembre 2018
SENZA MAI ARRIVARE IN CIMA
Da qualche anno i miei libri preferiti sono libri di viaggio. Le vite dei lettori hanno stagioni, e a un certo punto della mia l'interesse si è spostato dalle storie allo sguardo, alla scrittura intesa come esplorazione di sé e del mondo. La narrativa di viaggio è un vecchio genere, forse è il viaggio stesso ad appartenere a epoche più romantiche della nostra, e io sono legato ad autori per cui viaggiare era un'arte e una filosofia, qualche volta un mestiere, sempre un modo di vivere. Della scrittura di viaggio, mi piace che nasca da un'attentissima osservazione. Ma l'osservazione non basta, per farne racconto il paesaggio deve dialogare con chi lo attraversa, diventare specchio di un paesaggio interiore. Direi che i grandi racconti di viaggio mettono in relazione un luogo e una personalità memorabili. I miei preferiti: Festa mobile di Hemingway e La mia Africa di Karen Blixen, In Patagonia di Chatwin e Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson, Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen e Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Gli ultimi due mi sono molto cari da quando la ricerca del viaggio mi ha portato in Himalaya. “Per tornare viaggiatori bisognerebbe ritornare a essere come gli unici veri viaggiatori”, disse Terzani: “i pellegrini.” Ho trovato il mio pellegrinaggio e il racconto che ne ho scritto intende essere, anche, un dialogo con Tiziano, che considero un maestro dell'arte di viaggiare, di cercare, di osservare e voler capire, di interrogarsi, di amare il mondo e la sua varietà, di rendere la scrittura uno strumento di tutto questo. Il libro si intitola Senza mai arrivare in cima ed esce oggi. Parla di quel che cerchiamo quando andiamo in montagna, e di qualche altra cosa. Il mio amico Nicola è riuscito a essere allo stesso tempo un personaggio del libro, il suo destinatario e l'autore della copertina; sono contento che sia, anche, un libro sull'amicizia.
Infine, è un libro che aiuta delle persone. Con i guadagni sostengo due associazioni che ho conosciuto in Nepal: Sanonani House e CASANepal, due Onlus italiane che operano a Katmandu, case-famiglia per bambini e donne vittime di violenza. Quel piccolo paese ai piedi dell'Himalaya mi ha dato tanto, nella vita e nella scrittura, e in questo modo spero di potergli ridare qualcosa indietro.
“Tashi delek” è il saluto tibetano, vuol dire più o meno “Buona fortuna”, e in Nepal lo si sente quando, superata una certa quota, si entra nel mondo dell'alta montagna e anche l'umanità cambia. Cambiano i volti, gli abiti, cambia la lingua, compaiono gli yak al pascolo e i segni di devozione che si agitano al vento. Il “Namasté” delle pianure e delle valli cede il passo al saluto dei montanari: lassù è ormai Tibet, il regno perduto. Dunque, tashi delek.
Infine, è un libro che aiuta delle persone. Con i guadagni sostengo due associazioni che ho conosciuto in Nepal: Sanonani House e CASANepal, due Onlus italiane che operano a Katmandu, case-famiglia per bambini e donne vittime di violenza. Quel piccolo paese ai piedi dell'Himalaya mi ha dato tanto, nella vita e nella scrittura, e in questo modo spero di potergli ridare qualcosa indietro.
“Tashi delek” è il saluto tibetano, vuol dire più o meno “Buona fortuna”, e in Nepal lo si sente quando, superata una certa quota, si entra nel mondo dell'alta montagna e anche l'umanità cambia. Cambiano i volti, gli abiti, cambia la lingua, compaiono gli yak al pascolo e i segni di devozione che si agitano al vento. Il “Namasté” delle pianure e delle valli cede il passo al saluto dei montanari: lassù è ormai Tibet, il regno perduto. Dunque, tashi delek.
domenica 9 settembre 2018
1999
(Questo pezzo è uscito su Repubblica Milano del 5 settembre)
Nel 1999 avevo ventun anni, ero appena uscito dalla scuola di cinema e con un amico girai un documentario in cui alcuni “ragazzi del '77” ci portavano, ormai quarantenni, nei luoghi della loro formazione a Milano. Ero affascinato tanto da quella generazione quanto dalla mia città a quell'epoca, dalle parti di lei che avevano generato o accolto i movimenti giovanili degli anni Settanta, i centri sociali, le radio libere, gli esperimenti di autogestione. Leggevo “L'orda d'oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni, “Costretti a sanguinare” di Marco Philopat, “Zone Temporaneamente Autonome” di Hakim Bey. Molti dei luoghi che esplorammo in quel documentario erano nel Ticinese, proprio intorno alla libreria Calusca di Primo Moroni, con la topografia politica del quartiere che scoprivo allora: via Torino in cui sfilavano i cortei del sabato, via De Amicis ferita dai colpi di pistola, via Santa Marta in cui rifugiarsi dalle cariche della polizia, piazza San Giorgio ritrovo dei primi punk di Milano. Ma c'era anche il Virus di via Correggio (ci ero cresciuto accanto!), il Parco Lambro dei festival nel fango, la Statale in cui una ragazza aveva cominciato a far politica, lo slargo di via Padova in cui un ragazzo si era fatto il primo buco. A ventun anni imparavo daccapo la città in cui ero nato, mi dotavo di occhi nuovi per guardarla. Me ne innamoravo, anche, dopo un'adolescenza in cui era stata per me una città fredda e distante, e mi preparavo a impossessarmene, a esercitare il mio diritto generazionale.
Oggi il quarantenne sono io e chissà cosa racconterei a un ventenne del 2019, se mi chiedesse dove mi sono formato a Milano, che cosa succedeva nel mio mondo allora, quali erano i posti importanti per me. Forse gli direi che nel 1999 il baricentro della città, quanto a Zone Temporaneamente Autonome (quelle che si liberano finché dura, e poi si scappa), sembrava essersi decisamente spostato da sud a nord. Il Ticinese ormai si divideva tra reduci dei bei tempi andati e Milano da bere. Al suo posto c'era l'Isola, magari, ma in pochi allora la chiamavano così, era solo il pezzo di città tra via Farini e Melchiorre Gioia, la Stazione Garibaldi e il Monumentale: uno strano quartiere fatto di scali ferroviari e cimiteri, edifici pubblici dismessi, erbe infestanti che spuntavano nell'abbandono. Era proprio quel genere di vegetazione che interessava a me.
Per qualche anno fu la parte di Milano in cui tornai più spesso, quasi sempre di sera. In via Don Sturzo c'era il Deposito Bulk, occupazione di una scuola in disuso, dove noi ragazzi bevevamo e ballavamo tra le vecchie aule e i corridoi, sembravamo i bambini liberati di “Another Brick in the Wall”. All'Isola di centri sociali ce n'erano ben due: Pergola e Garigliano con la musica, la cucina, il cinema, i concerti reggae, la birra a tremila lire. C'era Metropolix, ostello autogestito in piazza Minniti, da cui passava gente di tutto il mondo. Ma quello a cui mi affezionai di più era un posto che si chiamava Stecca degli artigiani, un'altra occupazione su via Confalonieri, una vecchia corte di officine che in parte ospitava ancora meccanici e falegnami, in parte un circolo culturale. Durò qualche anno e riuscii perfino a festeggiare lì alla Stecca l'uscita del mio primo libro, nel 2004. Poco dopo fu sgomberata e demolita per fare spazio al progetto a cui ci eravamo opposti per tutto il tempo, il cosiddetto Bosco verticale, cioè i due condomini per milionari che ora sorgono al suo posto.
Ecco, questo è il giro che la mia memoria ha fatto quando Piero Colaprico mi ha chiesto: vuoi scrivere un pezzo su quel che pensi di piazza Gae Aulenti? Ma certo, ho risposto, prima di rendermi conto che di quella piazza non ho quasi niente da dire. Non ho rapporti con lei. L'ho vista una volta sola e non ci sono più voluto tornare, così come evito di passare sotto il Bosco verticale (che io chiamerei, più correttamente, Orto). Il fatto è che non potrò mai guardare quel pezzo di Milano senza pensare a quel che c'era prima e a cosa significava per me, e forse è questa la prova definitiva che una città è la tua. È tua perché a un certo punto l'hai esplorata, hai trovato rifugio in certe sue strade, te ne sei innamorato. È tua perché hai difeso la parte di città che amavi – la sua anima, per come la vedevi allora – hai perso e ti sei sentito derubato di lei. È tua perché quando la guardi i tuoi occhi vedono in quattro dimensioni, e la quarta è il tempo: vedono la città di oggi sopra a quella di ieri, e le mettono in relazione.
Non c'entra la nostalgia. È giusto che una città si trasformi, anzi più si trasforma e più è viva, e io riesco perfino ad apprezzare le forme dei grattacieli, a trovarli belli, a riconoscere in loro una prova dell'intelligenza e del gusto umani. Intanto però mi chiedo: che cosa si fa lì dentro? Che cosa si fa per Milano? Oltre quelle finestre ci sono luoghi aperti o chiusi, luoghi che possono essere anche miei o che saranno per sempre di qualcun altro? Scambiando la Stecca con l'Orto verticale, chi abita a Milano ne è stato arricchito o impoverito?
Per fortuna nel tempo ho scoperto anche un'altra cosa, e cioè che l'anima di una città non muore, si sposta soltanto. Forse dovrei essere io a chiedere al ventenne del 2019 dov'è la sua città, di quale Milano si sta innamorando lui. E lasciarmi portare lontano dalla bellissima piazza Gae Aulenti.
Nel 1999 avevo ventun anni, ero appena uscito dalla scuola di cinema e con un amico girai un documentario in cui alcuni “ragazzi del '77” ci portavano, ormai quarantenni, nei luoghi della loro formazione a Milano. Ero affascinato tanto da quella generazione quanto dalla mia città a quell'epoca, dalle parti di lei che avevano generato o accolto i movimenti giovanili degli anni Settanta, i centri sociali, le radio libere, gli esperimenti di autogestione. Leggevo “L'orda d'oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni, “Costretti a sanguinare” di Marco Philopat, “Zone Temporaneamente Autonome” di Hakim Bey. Molti dei luoghi che esplorammo in quel documentario erano nel Ticinese, proprio intorno alla libreria Calusca di Primo Moroni, con la topografia politica del quartiere che scoprivo allora: via Torino in cui sfilavano i cortei del sabato, via De Amicis ferita dai colpi di pistola, via Santa Marta in cui rifugiarsi dalle cariche della polizia, piazza San Giorgio ritrovo dei primi punk di Milano. Ma c'era anche il Virus di via Correggio (ci ero cresciuto accanto!), il Parco Lambro dei festival nel fango, la Statale in cui una ragazza aveva cominciato a far politica, lo slargo di via Padova in cui un ragazzo si era fatto il primo buco. A ventun anni imparavo daccapo la città in cui ero nato, mi dotavo di occhi nuovi per guardarla. Me ne innamoravo, anche, dopo un'adolescenza in cui era stata per me una città fredda e distante, e mi preparavo a impossessarmene, a esercitare il mio diritto generazionale.
Oggi il quarantenne sono io e chissà cosa racconterei a un ventenne del 2019, se mi chiedesse dove mi sono formato a Milano, che cosa succedeva nel mio mondo allora, quali erano i posti importanti per me. Forse gli direi che nel 1999 il baricentro della città, quanto a Zone Temporaneamente Autonome (quelle che si liberano finché dura, e poi si scappa), sembrava essersi decisamente spostato da sud a nord. Il Ticinese ormai si divideva tra reduci dei bei tempi andati e Milano da bere. Al suo posto c'era l'Isola, magari, ma in pochi allora la chiamavano così, era solo il pezzo di città tra via Farini e Melchiorre Gioia, la Stazione Garibaldi e il Monumentale: uno strano quartiere fatto di scali ferroviari e cimiteri, edifici pubblici dismessi, erbe infestanti che spuntavano nell'abbandono. Era proprio quel genere di vegetazione che interessava a me.
Per qualche anno fu la parte di Milano in cui tornai più spesso, quasi sempre di sera. In via Don Sturzo c'era il Deposito Bulk, occupazione di una scuola in disuso, dove noi ragazzi bevevamo e ballavamo tra le vecchie aule e i corridoi, sembravamo i bambini liberati di “Another Brick in the Wall”. All'Isola di centri sociali ce n'erano ben due: Pergola e Garigliano con la musica, la cucina, il cinema, i concerti reggae, la birra a tremila lire. C'era Metropolix, ostello autogestito in piazza Minniti, da cui passava gente di tutto il mondo. Ma quello a cui mi affezionai di più era un posto che si chiamava Stecca degli artigiani, un'altra occupazione su via Confalonieri, una vecchia corte di officine che in parte ospitava ancora meccanici e falegnami, in parte un circolo culturale. Durò qualche anno e riuscii perfino a festeggiare lì alla Stecca l'uscita del mio primo libro, nel 2004. Poco dopo fu sgomberata e demolita per fare spazio al progetto a cui ci eravamo opposti per tutto il tempo, il cosiddetto Bosco verticale, cioè i due condomini per milionari che ora sorgono al suo posto.
Ecco, questo è il giro che la mia memoria ha fatto quando Piero Colaprico mi ha chiesto: vuoi scrivere un pezzo su quel che pensi di piazza Gae Aulenti? Ma certo, ho risposto, prima di rendermi conto che di quella piazza non ho quasi niente da dire. Non ho rapporti con lei. L'ho vista una volta sola e non ci sono più voluto tornare, così come evito di passare sotto il Bosco verticale (che io chiamerei, più correttamente, Orto). Il fatto è che non potrò mai guardare quel pezzo di Milano senza pensare a quel che c'era prima e a cosa significava per me, e forse è questa la prova definitiva che una città è la tua. È tua perché a un certo punto l'hai esplorata, hai trovato rifugio in certe sue strade, te ne sei innamorato. È tua perché hai difeso la parte di città che amavi – la sua anima, per come la vedevi allora – hai perso e ti sei sentito derubato di lei. È tua perché quando la guardi i tuoi occhi vedono in quattro dimensioni, e la quarta è il tempo: vedono la città di oggi sopra a quella di ieri, e le mettono in relazione.
Non c'entra la nostalgia. È giusto che una città si trasformi, anzi più si trasforma e più è viva, e io riesco perfino ad apprezzare le forme dei grattacieli, a trovarli belli, a riconoscere in loro una prova dell'intelligenza e del gusto umani. Intanto però mi chiedo: che cosa si fa lì dentro? Che cosa si fa per Milano? Oltre quelle finestre ci sono luoghi aperti o chiusi, luoghi che possono essere anche miei o che saranno per sempre di qualcun altro? Scambiando la Stecca con l'Orto verticale, chi abita a Milano ne è stato arricchito o impoverito?
Per fortuna nel tempo ho scoperto anche un'altra cosa, e cioè che l'anima di una città non muore, si sposta soltanto. Forse dovrei essere io a chiedere al ventenne del 2019 dov'è la sua città, di quale Milano si sta innamorando lui. E lasciarmi portare lontano dalla bellissima piazza Gae Aulenti.
mercoledì 15 agosto 2018
Per l'Alpe Devero
Cari amici del Comitato Tutela Devero,
sono con voi nella difesa del vostro splendido territorio di montagna dalla costruzione dell'ennesimo e distruttivo comprensorio sciistico.
So di cosa parlo perché vivo in mezzo a pascoli che, d'inverno, diventano piste da sci: lo sci di discesa richiede una trasformazione profonda del paesaggio, la costruzione di strade, edifici, impianti di risalita, la presenza costante di mezzi a motore, il disboscamento e il livellamento di interi versanti della montagna. Non solo: lo sci senza neve artificiale non è più immaginabile, e questo significa la costruzione di grandi bacini idrici a monte delle piste, lo spreco d'acqua e di energia elettrica, lo scavo di lunghe condutture e l'installazione di cannoni su tutto il percorso. Alla fine di questi lavori (che poi si riveleranno infiniti, perché una pista richiede continua manutenzione) la vostra montagna sarà irriconoscibile. Come capita dalle mie parti, immagino che la maggioranza degli abitanti della vostra valle sia a favore del progetto. Succede perché sono male informati e credono alle promesse di amministratori e imprenditori interessati solo al loro tornaconto. Progetti come questo danno lavoro, sì, ma solo a breve termine: qui a Estoul si discute da anni della convenienza del nostro impianto che, come in tanti piccoli comprensori, è sempre in perdita, prima o poi smetterà di essere sostenuto dal denaro pubblico e chiuderà. Allora nessuna amministrazione spenderà i soldi necessari a smantellarlo: ci terremo i piloni, le stazioni in cemento, le vasche dell'acqua, i versanti spianati, le strade, e la montagna impiegherà secoli a riprendersi quello che era suo, a rigenerare la propria bellezza. Agli abitanti della valle dovete spiegare questo: si stanno giocando una grande ricchezza, cioè la bellezza della loro montagna, per avviare un'attività economica che è in perdita in tutta Italia. Quella ricchezza la stanno togliendo a se stessi e ai loro figli, che non potranno riaverla indietro. Ciò che rovinate in questo modo, lo rovinate per secoli e secoli a generazioni di discendenti.
Poi parlate ai montanari delle persone che arrivano sulle Alpi da ogni parte del mondo per vedere boschi, torrenti, rocce, animali selvatici, un paesaggio non toccato dall'uomo che è sempre più raro sulla terra. È un bisogno diffuso, in un'umanità sempre più urbana, e lo dimostrano i dati del turismo dolce che sono in crescita dappertutto. Una crescita lenta, che non porterà le effimere invasioni di sciatori delle domeniche d'inverno, però solida, radicata, rispettosa del vostro territorio, non a rischio di fallimento. È quello il futuro. La conservazione della vostra montagna non è solo ecologia: è anche il vostro futuro economico, un paesaggio integro varrà sempre di più nei prossimi anni e ancora di più per i vostri figli, varrà oro.
Un abbraccio
Paolo
sono con voi nella difesa del vostro splendido territorio di montagna dalla costruzione dell'ennesimo e distruttivo comprensorio sciistico.
So di cosa parlo perché vivo in mezzo a pascoli che, d'inverno, diventano piste da sci: lo sci di discesa richiede una trasformazione profonda del paesaggio, la costruzione di strade, edifici, impianti di risalita, la presenza costante di mezzi a motore, il disboscamento e il livellamento di interi versanti della montagna. Non solo: lo sci senza neve artificiale non è più immaginabile, e questo significa la costruzione di grandi bacini idrici a monte delle piste, lo spreco d'acqua e di energia elettrica, lo scavo di lunghe condutture e l'installazione di cannoni su tutto il percorso. Alla fine di questi lavori (che poi si riveleranno infiniti, perché una pista richiede continua manutenzione) la vostra montagna sarà irriconoscibile. Come capita dalle mie parti, immagino che la maggioranza degli abitanti della vostra valle sia a favore del progetto. Succede perché sono male informati e credono alle promesse di amministratori e imprenditori interessati solo al loro tornaconto. Progetti come questo danno lavoro, sì, ma solo a breve termine: qui a Estoul si discute da anni della convenienza del nostro impianto che, come in tanti piccoli comprensori, è sempre in perdita, prima o poi smetterà di essere sostenuto dal denaro pubblico e chiuderà. Allora nessuna amministrazione spenderà i soldi necessari a smantellarlo: ci terremo i piloni, le stazioni in cemento, le vasche dell'acqua, i versanti spianati, le strade, e la montagna impiegherà secoli a riprendersi quello che era suo, a rigenerare la propria bellezza. Agli abitanti della valle dovete spiegare questo: si stanno giocando una grande ricchezza, cioè la bellezza della loro montagna, per avviare un'attività economica che è in perdita in tutta Italia. Quella ricchezza la stanno togliendo a se stessi e ai loro figli, che non potranno riaverla indietro. Ciò che rovinate in questo modo, lo rovinate per secoli e secoli a generazioni di discendenti.
Poi parlate ai montanari delle persone che arrivano sulle Alpi da ogni parte del mondo per vedere boschi, torrenti, rocce, animali selvatici, un paesaggio non toccato dall'uomo che è sempre più raro sulla terra. È un bisogno diffuso, in un'umanità sempre più urbana, e lo dimostrano i dati del turismo dolce che sono in crescita dappertutto. Una crescita lenta, che non porterà le effimere invasioni di sciatori delle domeniche d'inverno, però solida, radicata, rispettosa del vostro territorio, non a rischio di fallimento. È quello il futuro. La conservazione della vostra montagna non è solo ecologia: è anche il vostro futuro economico, un paesaggio integro varrà sempre di più nei prossimi anni e ancora di più per i vostri figli, varrà oro.
Un abbraccio
Paolo
lunedì 6 agosto 2018
TRE SEDIE
Il momento più difficile è quando vanno via tutti. I tavoli vuoti, l'erba piegata dove c'erano le tende, lo striscione nell'aria che minaccia pioggia. Allora i boschi intorno alla baita tornano al loro silenzio, io alla mia solitudine. È la stessa di prima ma è dura abituarsi di nuovo a lei, dopo tre giorni in cui migliaia di persone hanno popolato questa montagna: hanno dormito, mangiato, bevuto, discusso, cantato, ballato nei boschi in cui di solito cammino solo. Sono i luoghi in cui vado a scrivere, o meglio a osservare e pensare, che è l'inizio della scrittura: questo per me è il camminare. È un rapporto silenzioso con il paesaggio e per questo sono sempre stato un camminatore solitario. A lungo ho praticato la montagna come allontanamento, un andar via dagli altri, una forma di eremitaggio, di immersione nel mondo interiore.
Però, a un certo punto, qualcosa è cambiato. È successo quando in montagna ho cominciato ad abitarci. La solitudine è buona se dura un giorno, un mese, un anno, se è una stanza tutta per te in cui sei libero di entrare e uscire, non se è una condanna di cui non vedi la fine. Nemmeno il vecchio Thoreau aveva davvero la stoffa dell'eremita, se della sua capanna sul lago Walden scrisse: “In casa mia avevo tre sedie: la prima per la solitudine, la seconda per l'amicizia, la terza per la società.” Dopo un po' di solitudine era tornato anche a me il desiderio di amicizia e società, però non volevo scendere in città per ottenerle. Volevo vedere se, a mettere le tre sedie nel bosco, qualcuno ci si sarebbe seduto.
Questa è l'origine dell'associazione culturale di cui faccio parte, “Gli urogalli”, del festival che organizziamo e dell'ostello che stiamo costruendo a Estoul, la frazione di Brusson dove abito da dieci anni. Abbiamo battezzato il festival “Il richiamo della foresta” con l'idea che, prima che un programma culturale, proponesse alle persone un luogo e un tempo da condividere: si sta per tre giorni nei boschi, si fondano relazioni, si sperimenta una comunità effimera perché poi magari i giorni si trasformino in settimane e mesi, l'effimero in duraturo. Dovrei aggiungere che siamo persone di idee libertarie (alcune preferiscono dire anarchiche, altre tenersi le idee ma non definirsi in alcun modo). Per questo, tra i tanti modi di parlare di montagna, più che la chiave naturalistica, alpinistica, antropologica, letteraria, che pure ci interessano, abbiamo scelto quella sociale e politica. Che significa chiedersi: a quali bisogni risponde il nostro andare in montagna? Che relazioni genera? Che cosa vogliamo, noi che ci andiamo ad abitare? Come possiamo costruirlo insieme?
Non siamo certo i primi a farci queste domande, ed è bene sapere cos'è successo a chi ci ha preceduti. Enrico Camanni ha inaugurato il festival raccontando del movimento del Nuovo Mattino e di quando, negli anni Settanta, dai ragazzi della contestazione nacque un nuovo modo di scalare, un atto di gioia, amicizia, ribellione, libero dalla retorica della conquista. Linda Cottino ha parlato di alpiniste, delle loro storie sconosciute, della necessità di riempire quel vuoto che è la narrazione della montagna femminile, e Irene Borgna dei montanari tra cui lei stessa, donna e cittadina, è andata ad abitare, riuscendo con pazienza a esserne accolta. I villaggi di Urupia, Granara, Agape e Paraloup hanno portato esperienze di ripopolamento e vita collettiva sulle Alpi e sugli Appennini e mostrato come la montagna possa essere luogo non di arretratezza e chiusura, ma di diversità, tolleranza, sperimentazione; o di resistenza e di lotta, in Val Susa come in Kurdistan, nei racconti di Michela Zucca, Ezel Alcu, l'editore Tabor, la rivista Nunatak. Infine Nives Meroi e Romano Benet hanno raccontato del loro matrimonio di montagna, di come nasce l'amore sulle rocce della Carnia e di cosa diventa sui ghiacciai dell'Himalaya e del Karakorum, ed Erri De Luca ha chiuso il festival (o aperto il prossimo, dice lui) parlando di geografia e di migrazioni, e descrivendo un grande sud del mondo che si estende molto al di là dell'emisfero australe: è il sud delle periferie, dei mari solcati dagli uomini, delle coste lungo cui si mescolano, delle montagne che attraversano. “Le montagne, bordi della terra, prove della sua forza d'elevazione, margini in cui l'umanità si incontra”: ecco gli appunti che ho preso durante il discorso di Erri. C'è un'altra forza d'elevazione nel nostro paese, contraria a quella di gravità che lo tira verso il basso, e in questi tre giorni a duemila metri ha dato una piccola prova di esistere.
Ora il bosco tace e io sono tornato alle mie letture e camminate, ai rari incontri e ai piccoli lavori. Salgo per i vecchi sentieri e il silenzio della montagna mi sembra vibrare di echi. So che, se li ascolto abbastanza a lungo, presto prenderanno corpo, diventeranno scrittura.
Però, a un certo punto, qualcosa è cambiato. È successo quando in montagna ho cominciato ad abitarci. La solitudine è buona se dura un giorno, un mese, un anno, se è una stanza tutta per te in cui sei libero di entrare e uscire, non se è una condanna di cui non vedi la fine. Nemmeno il vecchio Thoreau aveva davvero la stoffa dell'eremita, se della sua capanna sul lago Walden scrisse: “In casa mia avevo tre sedie: la prima per la solitudine, la seconda per l'amicizia, la terza per la società.” Dopo un po' di solitudine era tornato anche a me il desiderio di amicizia e società, però non volevo scendere in città per ottenerle. Volevo vedere se, a mettere le tre sedie nel bosco, qualcuno ci si sarebbe seduto.
Questa è l'origine dell'associazione culturale di cui faccio parte, “Gli urogalli”, del festival che organizziamo e dell'ostello che stiamo costruendo a Estoul, la frazione di Brusson dove abito da dieci anni. Abbiamo battezzato il festival “Il richiamo della foresta” con l'idea che, prima che un programma culturale, proponesse alle persone un luogo e un tempo da condividere: si sta per tre giorni nei boschi, si fondano relazioni, si sperimenta una comunità effimera perché poi magari i giorni si trasformino in settimane e mesi, l'effimero in duraturo. Dovrei aggiungere che siamo persone di idee libertarie (alcune preferiscono dire anarchiche, altre tenersi le idee ma non definirsi in alcun modo). Per questo, tra i tanti modi di parlare di montagna, più che la chiave naturalistica, alpinistica, antropologica, letteraria, che pure ci interessano, abbiamo scelto quella sociale e politica. Che significa chiedersi: a quali bisogni risponde il nostro andare in montagna? Che relazioni genera? Che cosa vogliamo, noi che ci andiamo ad abitare? Come possiamo costruirlo insieme?
Non siamo certo i primi a farci queste domande, ed è bene sapere cos'è successo a chi ci ha preceduti. Enrico Camanni ha inaugurato il festival raccontando del movimento del Nuovo Mattino e di quando, negli anni Settanta, dai ragazzi della contestazione nacque un nuovo modo di scalare, un atto di gioia, amicizia, ribellione, libero dalla retorica della conquista. Linda Cottino ha parlato di alpiniste, delle loro storie sconosciute, della necessità di riempire quel vuoto che è la narrazione della montagna femminile, e Irene Borgna dei montanari tra cui lei stessa, donna e cittadina, è andata ad abitare, riuscendo con pazienza a esserne accolta. I villaggi di Urupia, Granara, Agape e Paraloup hanno portato esperienze di ripopolamento e vita collettiva sulle Alpi e sugli Appennini e mostrato come la montagna possa essere luogo non di arretratezza e chiusura, ma di diversità, tolleranza, sperimentazione; o di resistenza e di lotta, in Val Susa come in Kurdistan, nei racconti di Michela Zucca, Ezel Alcu, l'editore Tabor, la rivista Nunatak. Infine Nives Meroi e Romano Benet hanno raccontato del loro matrimonio di montagna, di come nasce l'amore sulle rocce della Carnia e di cosa diventa sui ghiacciai dell'Himalaya e del Karakorum, ed Erri De Luca ha chiuso il festival (o aperto il prossimo, dice lui) parlando di geografia e di migrazioni, e descrivendo un grande sud del mondo che si estende molto al di là dell'emisfero australe: è il sud delle periferie, dei mari solcati dagli uomini, delle coste lungo cui si mescolano, delle montagne che attraversano. “Le montagne, bordi della terra, prove della sua forza d'elevazione, margini in cui l'umanità si incontra”: ecco gli appunti che ho preso durante il discorso di Erri. C'è un'altra forza d'elevazione nel nostro paese, contraria a quella di gravità che lo tira verso il basso, e in questi tre giorni a duemila metri ha dato una piccola prova di esistere.
Ora il bosco tace e io sono tornato alle mie letture e camminate, ai rari incontri e ai piccoli lavori. Salgo per i vecchi sentieri e il silenzio della montagna mi sembra vibrare di echi. So che, se li ascolto abbastanza a lungo, presto prenderanno corpo, diventeranno scrittura.
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