sabato 28 novembre 2020

FUORIPISTA

È avvilente, per chi ama e vive la montagna, assistere in questi giorni al dibattito sull'apertura natalizia delle piste da sci. Gli impiantisti dicono: Noi teniamo in piedi l'economia di montagna, se a Natale non ci lasciate lavorare la montagna è morta! – come se in montagna non ci fosse altro da fare che sciare sulle piste. E il governo risponde: Rassegnatevi, non ripeteremo l'errore di Ferragosto, quest'anno niente Natale sulla neve. Come se la neve fosse solo quella (in buona parte artificiale) delle piste da sci.

Per cui è bene ripeterlo ancora una volta: le piste da sci stanno alla montagna come le spiagge a pagamento stanno al mare. Al mare si può nuotare, passeggiare, andare in barca, sedersi su uno scoglio a leggere un libro, trovarsi una spiaggia libera e fare tante altre cose che non siano affittare un ombrellone e una sdraio fino all'ora di andare al bar, e così in montagna. Si può camminare sulla neve o sui sentieri, vagabondare per i boschi o sedersi al sole, si può ciaspolare e perfino sciare dove non serve il biglietto e non c'è la funivia: strano a dirsi, ma lo sci non è nato sulle piste. Ed è molto più bello praticarlo dove la montagna non è stata ridotta a un'autostrada. Bisogna ripetere anche questo, che una pista da sci è montagna disboscata, spianata e cementificata, è percorsa da mezzi a motore per tutto l'anno, e consuma tante risorse per produrre neve artificiale e far girare gli impianti.

C'è parecchia arroganza nella convinzione, da parte di imprenditori e amministratori, che l'economia invernale della montagna dipenda dallo sci su pista, perché oggi non esiste la controprova. È vero che lo sci dà lavoro a tante persone, ma non è detto che quel lavoro non possa trasformarsi (in meglio). Quest'anno qualcosa è cambiato, non per nostra volontà: la pandemia ha dato un taglio ai viaggi all'estero e forse anche ai lussi superflui; il lungo confinamento ha messo in molti di noi la voglia di vita all'aria aperta, di tempo e spazio per sé, di andarsene in giro liberi e senza troppa gente intorno; l'obbligo o la facoltà di lavorare da casa hanno aperto una possibilità inaspettata, quella di trasferirsi con la propria famiglia da un appartamento di città verso luoghi più piacevoli e spaziosi. In montagna si è lavorato bene, la scorsa estate. Per la qualità oltre che la quantità di presenze. Alcuni sono perfino rimasti. A noi che la montagna la osserviamo, la studiamo, cerchiamo di immaginarla nel futuro, tutto questo ha dato molto da pensare.

Insomma, perché ridurre il discorso intorno all'economia di montagna a un “lasciateci aprire le piste a Natale”? Forse invece è l'occasione buona per scoprire se un'altra montagna è possibile – con un turismo che consumi meno, invada meno, passi meno di fretta, e si trasformi almeno in parte in un ripopolamento, portando alla montagna non solo clienti e denaro, ma umanità e cultura. Quella montagna fuoripista per favore non chiudetela.




martedì 21 luglio 2020

PER PAOLO FINZI

Paolo Finzi ci ha lasciati, l'altro ieri. Con lui Milano perde un testimone storico, un figlio appassionato e gentile, un vulcanico agitatore di periferia, e il movimento anarchico italiano perde uno dei suoi pilastri, di cui in qualche modo dovremo raccogliere l'eredità. Io Paolo l'ho conosciuto una decina d'anni fa alla Scighera, il circolo libertario in cui veniva spesso per parlare d'anarchia, per salutare gli amici e per tornare alla Bovisa a cui si era affezionato fin dai tempi in cui frequentava un altro circolo, il Ponte della Ghisolfa di piazzale Lugano. Sì, proprio quel leggendario buco di rivoluzionari.
Paolo veniva preceduto dalla sua fama, era stato il più giovane tra i fermati per Piazza Fontana (nato nel '51, nel '69 era appena maggiorenne), amico e compagno di Pinelli e per noi che con questi miti c'eravamo cresciuti era come incontrare un pezzo di storia. La storia veniva da ancora più lontano perché Paolo era figlio di due ebrei antifascisti e partigiani, Ulisse Finzi e Matilde Bassani, lui mantovano e lei ferrarese, una madre insegnante e pedagogista che si era fatta valere durante la resistenza romana. Si erano trasferiti a Milano dopo la guerra e in quegli anni di boom economico e lotte operaie Paolo aveva trovato la sua via, anzi la sua Idea nel pensiero anarchico, entrando nel gruppo Bandiera Nera di Giuseppe Pinelli. Una scelta minoritaria e anticonformista, in anni in cui la lotta politica era rigidamente inquadrata. Dopo Piazza Fontana c'era da riorganizzare da zero il piccolo movimento anarchico milanese, e nel '71 Paolo fondò con alcuni compagni “A rivista anarchica”, in cui poi lavorò per quarantanove anni, proprio fino all'altro ieri. In mezzo secolo di storia, “A” è diventata senz'altro la voce più importante dell'anarchismo italiano. Pedagogia, antiautoritarismo e antimilitarismo, diritti delle minoranze (donne, bambini, detenuti, stranieri), da sempre sono i suoi cavalli di battaglia e sono anche i temi di cui Paolo ha scritto per tanti anni, come nei suoi studi sulla resistenza anarchica e lo sterminio nazista di rom e sinti. Fondò o sostenne la fondazione di tante altre realtà come il Centro Studi Libertari/Archivio Giuseppe Pinelli, la casa editrice Eleuthera.
La vicinanza con il popolo rom fu all'origine di un'amicizia fondamentale nella sua vita, quella con Fabrizio De André. Paolo raccontava che una volta, chiudendo i concerti, De André domandava se tra il pubblico ci fossero anarchici del posto, perché gli sarebbe piaciuto salutarli. Fu così che una sera Paolo stesso bussò alla porta del camerino, non mancando di portare la rivista di cui De André sarebbe diventato un fedele sostenitore. Furono Paolo e la compagna Aurora, anni dopo, ad aiutare Fabrizio nelle ricerche che l'avrebbero portato a scrivere Khorakhané – A forza di essere vento. Paolo trovò in Fabrizio una grande fonte d'ispirazione, forse il modello dell'anarchico che aveva in mente: colto, libero, duro e gentile, ironico e romantico al tempo stesso. Puro.
Era così anche lui. Me lo ricordo ridere spesso, parlare a voce troppo alta, raccontare mille storie e perdersi a metà: era un uomo rumoroso e ingombrante, riempiva i posti dove entrava, eppure si intuivano bene i suoi momenti bui, forse anche le sue grandi delusioni. Era molto affettuoso, anche con me. Mi dava carezze, mi abbracciava. Ho avuto l'onore di scrivere per “A” mentre Paolo c'era ancora, perché lui me l'aveva chiesto e sono stato io a ringraziarlo quella volta. Me lo ricordo ai pranzi del Primo Maggio alla Fai di viale Monza, Aurora che serviva ai tavoli e Paolo che faceva da anfitrione in quell'altro buco di sovversivi. Lui non avrebbe mai detto “padrone di casa”. Padrone era una di quelle due o tre parole che non avrebbe mai usato. È stato un nostro maestro di libertà e così sempre ce lo ricorderemo.

mercoledì 15 aprile 2020

CHINATOWN

In montagna mi ero sempre lamentato di avere un cane che non serve a niente – non sa fare il pastore, non trova i tartufi, si rifiuta di trainare una slitta sulla neve – non immaginavo che un giorno in città sarebbe stato la mia fortuna. Quando la quarantena è iniziata, l'8 marzo, ho avuto anch'io qualche ora per decidere dove stare, e confesso di aver accarezzato l'idea di andarmene in baita, pensando che lì avrei vissuto più libero e mi sarei goduto la mia casetta in mezzo ai boschi (allora non sapevo che la montagna stava per essere militarizzata, ma questo è un altro discorso). Invece poi ho scelto Milano, e senza molte esitazioni: perché qui vive la persona a cui volevo restare vicino, ma anche per un motivo più ideologico, per così dire. Benché io abbia con questa città un rapporto difficile, ci sono nato e cresciuto. Non mi andava di fare lo sfollato. Erano i giorni in cui la gente prendeva d'assalto i treni e a me sembrava uno di quei momenti in cui restare in un luogo assume un valore, diventa una specie di atto di resistenza. Qualcosa che poi ricorderemo, insieme agli altri che sono rimasti, e che fa l'anima di una città, specie ora che le città sono sempre più luoghi senz'anima, almeno quelle come Milano. Città-occasione, città di passaggio, città per studiare, lavorare, arricchirsi, città-catapulta per il mondo: usala, prendi il meglio che ti può offrire, ma non restare a Milano durante il coronavirus. E io ci resto, ho pensato (Michele Mari ti voglio bene).

Dicevo del cane: è grazie a lui, a questo cane che non tira slitte e non scava tartufi, che per due mesi ho potuto uscire la mattina e la sera, camminare, fare anche qualche incontro. Un'auto della polizia rallentava sospettosa, lui prontamente alzava la zampa contro il primo paracarro, e l'auto tranquillizzata ripartiva. Lucky è stato per due mesi il mio lasciapassare, il mio socio, il mio cane da rapina. Ne abbiamo approfittato per esplorare il quartiere: da un po' di tempo abbiamo cambiato casa, a Milano, e siamo venuti a vivere a Chinatown, e mai come in questi due mesi l'abbiamo percorsa con passione, mai più con altrettanta credo che la percorreremo. In via Paolo Sarpi i cinesi hanno chiuso molto prima di noi, ricordate? Sulle serrande dei negozi ci sono ancora i cartelli lasciati il 22 o 23 febbraio, quando i cinesi di Milano sono entrati in quarantena tutti insieme, di loro iniziativa, due settimane prima che fosse imposta dal governo. In un angolo c'è un manifesto che mi piace particolarmente, uno di quei vecchissimi manifesti di due mesi fa, in cui un braccio fasciato dalla bandiera cinese stringe la mano a un braccio fasciato dalla bandiera italiana, e lo slogan dice “Il nemico è il virus, non le persone. Forza Cina”. È la preistoria dell'epidemia, oggi a nessuno verrebbe in mente né di fare gli auguri alla Cina, né di disegnare mani che si stringono senza alcuna protezione.

Mi pare un manifesto molto più efficace, poco più avanti, la macelleria del signor Walter, una bottega milanese storica nella via principale dei cinesi, con cui convive felicemente. Lì ancora le persone si chiamano il Walter, la Silvia. Io sono vegetariano, il Walter non lo sa e se non legge questo articolo non lo saprà mai: vado da lui per il piacere di entrare in un negozio che è rimasto aperto per tutta la quarantena, un posto dove sono tranquilli, sorridono, non si lamentano di nulla, hanno chiaramente deciso di fare come se niente fosse. Anche il Walter avrà pensato: e io ci resto. E io penso che me lo ricorderò. Prendo due porzioni di ravioli di magro e un chilo di misto-cane per il mio socio, è un trito di frattaglie di cui va pazzo.

In cerca d'erba, siccome ci hanno chiuso il Parco Sempione qui dietro, andiamo davanti al Cimitero Monumentale. Prima i prati dalla parte degli acattolici, poi quelli dalla parte degli israeliti, attraversando il grande piazzale dominato dal Famedio, la cripta dei milanesi illustri dove giace il più citato scrittore della quarantena. Passiamo tre fontanelle, tre draghi-verdi presidiati da un matto per ciascuno, nel senso che vicino a ogni drago c'è qualcuno che parla da solo, che sbraita non si sa con chi, che fa strani calcoli chino su un quadernetto. Ci sono loro, i fattorini africani con gli zaini gialli e le bici, la ragazza rom a cui più di una volta ho lanciato una moneta, perché non riesco a resistere a quelli che mi chiamano amico. E poi ci sono i carri funebri che arrivano, uno via l'altro. Quando la lunga automobile si presenta, un cancello si apre e la fa entrare nel cimitero, senza corteo né parenti né niente. Il Monumentale non è per tutti: questi sono i morti delle famiglie milanesi storiche, gli industriali, gli editori, una borghesia che arriva dritta dal Diciannovesimo secolo, e forse chissà, nel Ventunesimo muore anche lei alla Baggina. Guardando il Famedio io non penso tanto al Manzoni ma ad altri che sono lì, a Gaber, a Jannacci, a Dario Fo.

Torno verso casa facendo il giro delle mura. Mi piace passare accanto alla sede della SEM, la gloriosa Società Escursionisti Milanesi, per salutarla e ricordarmi un po' della montagna. Lì accanto, una mattina, ho sentito cantare il gallo e nell'aria un odore di fuoco di legna. Chi accende la stufa e alleva galline in centro a Milano? Era un signore un po' malandato che poi è uscito a salutarmi, ed è finita che abbiamo fatto amicizia. Occupa un locale scalcinato, ha galline, un cane, “topi grossi così”, mi ha detto tutto contento, e si scalda coi rami degli alberi che raccoglie nei giardinetti. Il tetto della catapecchia è mezzo crollato: “è stata la nevicata dell'85”, mi fa, “te la ricordi?” E come no, ero un bambino, andavo in giro con mio padre e mia sorella a godermi tutta quella neve a Milano. Ecco, forse questi giorni mi ricordano un po' la nevicata dell'85. Non per la neve, ma perché è una Milano a cui voglio di nuovo bene. “Passa a salutarmi, quando vieni col cane. E se vuoi farti una fumata davanti al fuoco, in amicizia eh...” Te la ricordi la quarantena del '20?, diremo magari nel '55. Eh sì che me la ricordo. Ci andrei volentieri, a trovarlo, quando sarà finita, ma mi sa che quel giorno io e Lucky ce ne torniamo in montagna.

martedì 30 luglio 2019

TIZIANO

(Questo pezzo è uscito sulla Repubblica, per i 15 anni dalla morte di Terzani)

Ho un maestro che non ho mai incontrato, si chiamava Tiziano Terzani. Amavo in lui l'irrequietezza, la testardaggine, la fragilità, il conflitto tra il bisogno di famiglia e quello di nomadismo, i dubbi e i ripensamenti della sua mente libera, il modo in cui l'umanità lo incuriosiva, lo meravigliava e a volte lo deludeva, l'allegria contagiosa, la depressione altrettanto contagiosa, gli slanci e le crisi. Se lo immagino vivo, in carne e ossa, dentro di me non vedo il vecchio con la barba bianca e la veste indiana ma il ragazzo alto, bello, sorridente, ancora prima che si faccia crescere i baffi, già abbracciato alla sua Angela davanti all'obiettivo. È il 1961 e Tiziano ha ventitré anni. Negli occhi vedo la giovinezza e l'ambizione, l'ironia e la seduttività, è uno sguardo che dice “sto arrivando, mondo!”. Vedo la forza di un figlio della periferia e del dopoguerra che per emanciparsi studia, studia, si fa strada a forza di libri, avrebbe dovuto finire sì e no le medie e invece viene ammesso nel miglior liceo di Firenze, e poi alla Normale di Pisa. Lo vedo qualche anno dopo a Ivrea, a Milano: fuma la pipa, fa carriera all'Olivetti, lavora nell'eccellenza illuminata dell'industria italiana ma ha in testa altro, il giornalismo, l'Asia, una vita tutta diversa da quella in cui si è cacciato. Lo mandano in missione in Giappone e in Sud Africa e lui usa ogni momento libero per scrivere. Durante una conferenza interviene da par suo contro l'America che ha invaso il Vietnam e un funzionario britannico, un cacciatore di talenti, per convertirlo gli offre una borsa di studio nella tana del nemico, in qualsiasi disciplina a sua scelta. Tiziano non ci pensa due volte: lascia il posto da manager e sulla soglia dei trent'anni torna a fare lo studente, attraversa con Angela l'oceano ma non per diventare americano, con una splendida beffarda trovata ha chiesto di studiare il cinese in America. Lo vedo in un appartamento di New York in quegli anni di fuoco, tra il '67 e il '69: ora ha i capelli un po' più lunghi, fa esperimenti con la barba e i baffi, si traveste da hippie durante un viaggio in California, incontra le Black Panther e gli anarchici, va nel sud a capire come stanno gli afroamericani. Ha un figlio ma nessuna tentazione di mettere radici qui, non ora che ha visto con i suoi occhi l'America che spara a Robert Kennedy e Martin Luther King, l'America della ricchezza sfrenata, della miseria nera, delle disparità e della violenza sociale: nelle aule della Columbia e di Stanford legge tutto quello che trova sulla Cina di Mao, il paese che sogna per il suo futuro, il più grande esperimento di giustizia e di progresso della storia. Eccolo, Tiziano, eccolo a inseguire il suo sogno con un'altra capriola di coraggio e fantasia, nessun giornale italiano gli dava fiducia e allora lui è andato fino ad Amburgo, ha convinto la redazione di Der Spiegel e ora scrive in tedesco dall'Asia. Ha trentacinque, trentasette, trentanove anni, due figli piccoli, una moglie che a volte lo segue e altre lo aspetta nelle case di Singapore o di Hong Kong, case coloniali, case con pappagalli e tartarughe, case piene di libri che viaggiano da una casa all'altra, intanto che Tiziano gira il continente per raccontare le sue rivoluzioni. Fa un mestiere che non esiste più, quello di Hemingway, il corrispondente di guerra, e come Hemingway comincia a sembrare più vecchio della sua età. Sarà il sibilo dei proiettili a imbiancargli i capelli, saranno le facce dei morti a incidergli quelle due rughe tra gli occhi? È alto, lo immagino sempre alto Tiziano, una spanna più alto dei piccoli vietnamiti e cambogiani e laotiani che lo circondano, ha cominciato a indossare camicie bianche, a portare la Leica al collo, ha la sigaretta tra le dita. Sorride e anche i piccoli vietnamiti intorno a lui sorridono perché sanno che è loro amico, Monsieur Moustache, è il '75 e gli americani se ne sono appena andati da Saigon, lui è lì a festeggiare la liberazione. Lo vedo quel giorno, forse è l'ultima volta che ci crede davvero, è una specie di fine della giovinezza, Tiziano seduto sul carro armato tra le bandiere che sventolano e i guerriglieri esultanti. Comincia a smettere di crederci quando vede arrivare le dittature e i massacri nei paesi che credeva liberati, perde del tutto la fede quando la Cina apre le frontiere ai giornalisti e lui entra tra i primissimi, andando a vivere con la famiglia a Pechino. La realizzazione del sogno e insieme la sua fine. Eppure è vero amore: lo vedo, Tiziano, a quarantacinque anni, viaggiare per le province più remote, sfuggire ai funzionari di partito, se loro dicono di andare a destra lui va a sinistra, lo vedo girare in bicicletta su strade polverose, lo vedo mischiarsi alla gente nei mercati. È incantato dai contadini, dagli artigiani. I mercati sono la sua grande passione, colleziona le cose più astruse, le gabbiette di legno per i grilli, i fischietti per piccioni. Si dà un nome cinese, parla e mangia e veste cinese tra i cinesi, manda i figli alla scuola pubblica con i bambini cinesi, ma intanto in Manciuria, in Tibet, nella stessa Pechino la realtà è davanti ai suoi occhi: e gli occhi di Tiziano sono troppo acuti per non vedere, la sua penna troppo onesta per non raccontare. Non ho fotografie della paura, non lo so immaginare mentre viene avvertito e minacciato, mentre decide di mettere Angela e i bambini al sicuro, li rispedisce a Hong Kong e resta solo a Pechino, mentre viene arrestato, interrogato, tenuto in carcere e infine espulso a vita dal paese che amava, nel 1984. Lo vedo cupo e silenzioso negli anni del Giappone. Alla fine dei sogni, dei libri che ha letto, delle idee politiche che si è pazientemente costruito, deluso e tradito mentre prende la metropolitana, si mischia alla folla di impiegati di Tokyo, osserva le ruspe che perennemente demoliscono la città, gira per i locali notturni, si sente di nuovo in America. Anzi peggio che in America in quest'Asia che rinuncia alla sua cultura e alla sua storia, quest'Asia che inseguendo l'Occidente si arrende e muore. Nel '90 riesce a farsi trasferire a Bangkok, ma non è che in Thailandia trovi una storia poi tanto diversa; nel '91 attraversa ciò che resta dell'Unione Sovietica per dare la buonanotte al comunismo e vede i musulmani delle provincie asiatiche abbattere le statue di Lenin invocando Allah. È stanco, Tiziano, a poco più di cinquant'anni è perfino stanco del mestiere che era la sua passione, stanco di partire per le guerre, le rivolte e i colpi di stato, stanco di vedere morti, di ascoltare le bugie dei dittatori, di incontrare affaristi che si arricchiscono con finte rivoluzioni, di raccontare sempre la stessa storia. Il fuoco è spento e per uscirne, da questa crisi che è cominciata in Cina ed è la più grande della sua vita, ci vuole un altro numero di coraggio e fantasia, probabilmente il suo capolavoro, quando dice al giornale che per un anno non potrà prendere aerei, a causa di un vecchio indovino e di una profezia funesta. Se non sono dimissioni ci manca poco. Lo vedo, Tiziano, in quel 1993, salire su treni e navi, viaggiare per giorni e notti su vagoni lentissimi e sovraffollati, percorrere su mezzi di fortuna la Malesia, la Birmania, la Thailandia, la Cambogia, ritrovare i mercati e le fumerie d'oppio e i retrobottega dei chiromanti, riscoprire la sua Asia amatissima, cercarla dove sopravvive. Comincia a guardare all'India come a un nuovo sogno. Tradito da Mao, vede una possibilità in Gandhi; deluso dalla politica sente che è l'ora di una ricerca personale. Nel '94 si trasferisce a Delhi e due anni dopo abbandona davvero i giornali, decide di proseguire per conto suo, di provare a vivere scrivendo libri. Lo vedo di nuovo felice e curioso in quell'immensa città brulicante, ora si veste tutto di bianco, anche i capelli sono già completamente bianchi, sente un dolore che ignora per un po', sente di cominciare una seconda o terza vita e non sa cosa lo aspetta. Poi lo vedo a New York dove non avrebbe mai pensato di tornare, gira intorno alla casa dove abitava con Angela trent'anni prima, cammina per Central Park e fino all'ospedale della chemioterapia. New York gli piace anche se fatica ad ammetterlo, gli ricorda tante cose. I figli ormai sono andati per la loro strada e lui è più libero e solo che mai, si è tagliato barba e capelli prima che cadano, così è il volto di un Tiziano vecchio e giovane, un Tiziano del presente e del passato che vaga pensieroso per Manhattan. Questa crisi non se l'è cercata lui, però ci sta trovando un senso. Anche Angela non c'è, la rivede a Firenze, in India; insieme cercano un posto dove, tra un ciclo e l'altro di terapia, lui possa stare tranquillo e praticare la meditazione buddista, con cui curarsi a modo suo. È un altro giro di giostra fino a Binsar, nell'Himalaya indiana, in una casetta davanti al Nanda Devi, ospite di un vecchio maestro. Vedo Tiziano lassù con i suoi due corvi, la coperta sulle spalle, la candela davanti a cui medita la notte; fa freddo e lui sta scrivendo sulla malattia e sul male. A Tiziano della montagna non è mai importato granché, ha sempre voluto essere un uomo della città, della politica, del vivere con gli altri, ma quest'Himalaya lo riporta all'Appennino della sua infanzia. Certi giorni è incantato dalle albe, dalla luce riflessa dai ghiacciai, dagli sbuffi di nebbia tra i rami dei rododendri giganti, vorrebbe essere un pittore per dipingere tutto quello che vede, certi altri gli manca terribilmente Angela e ha nostalgia della loro vita. Tutti quei viaggi, le case, le guerre, quell'avventura di quarant'anni che è stata il loro matrimonio, tutte quelle parole su parole su parole. È così che deve finire? In silenzio davanti all'Himalaya? Sì, forse finirebbe così se l'11 settembre 2001 due aerei dirottati non piombassero su New York e se l'America non reagisse nell'unico modo che conosce da sempre, con la guerra. Un'altra guerra. Vedo Tiziano raggiunto lassù dal fragore della guerra. Si sente richiamato dal mondo, lui che aveva perfino rinunciato a un nome, ma adesso Anam è di nuovo Tiziano Terzani, se lo riprende e fa arrabbiare il suo maestro che lo vorrebbe definitivamente distaccato, pacificato, indifferente alla tragedia umana, ma Tiziano non potrà mai essere così, e adesso scende dalla montagna a fare per l'ultima volta il suo vecchio mestiere, l'inviato di guerra. Ha poco più di sessant'anni ma ne dimostra ottanta, cammina curvo e con un bastone, ha barba e capelli lunghi e bianchissimi, è ammalato eppure vivo già ben oltre le previsioni dei medici di New York, si scopre amatissimo dai suoi lettori. Non sapeva di averne conquistati tanti. Va in Afghanistan, scrive da sotto le bombe, scrive lettere contro la guerra, scrive come scrive da una vita intera. L'ultima estate lo vedo all'Orsigna perché ha capito che quello è il posto, non Binsar, non l'Himalaya. C'è Angela. C'è Folco. C'è Saskia. Passa il tempo a chiacchierare con loro, non vuole incontrare nessun altro. Lo vedo bianco, tranquillo, in pace, su un poggio da cui guardare le montagne o nella capanna che si è fatto costruire, dove dorme da solo. Ha tempo di ripensare a tutto. Poi vedo tutto finire e ricominciare. Ciao Tiziano. La fine è il tuo inizio.

lunedì 15 aprile 2019

DI LUPI E ANARCHIA

(questo pezzo è uscito su A rivista anarchica)

Gennaio. Poca neve, boschi spogli, prati bruciati dal gelo. L'altro giorno un amico passava per casa mia la mattina presto, e ha visto due cani o forse due lupi attraversare il pascolo accanto alla baita. Erano grigi e appena si sono accorti di lui sono filati via nel bosco. Più tardi è salita la forestale che ha trovato e seguito le impronte nella neve, raccolto un campione di sterco e confermato: lupi. Li aspettavamo, sapevamo che prima o poi sarebbero arrivati. E adesso eccoli qui.
Il lupo sulle Alpi occidentali era scomparso dagli anni Venti del Novecento. Un secolo fa, quando la montagna era tutta abitata e coltivata, l'avevamo sterminato fino a estinguerlo. Era sopravvissuto in Appennino, nel Parco Nazionale d'Abruzzo che fu appunto fondato nel '22, e solo nel dopoguerra, con l'abbandono di tanti paesi e campi, ha potuto tornare a riprodursi e a muoversi per le valli. Ecco due cose che il lupo ci insegna a proposito di anarchia: la prima, che lo spopolamento umano costituisce un'occasione di libertà per un'altra specie, anzi per tutte le altre diverse dalla nostra, perché siamo noi i dittatori della terra, noi la specie più violenta e feroce; la seconda, che per i fuggiaschi e i clandestini la montagna non è affatto una barriera, è piuttosto un rifugio e una via di comunicazione. Il lupo ha fatto un lungo viaggio per arrivare fin quassù, tutto attraverso le terre alte d'Italia: negli anni Settanta ha risalito l'Appennino, nei Novanta è comparso sulle Alpi Marittime, nel 2016 per la prima volta si è mostrato in Valle d'Aosta, dove ormai gli avvistamenti sono frequenti. Dunque quei due che girano qui intorno devono essere figli o nipoti di qualche emigrante, un lupo d'Abruzzo che a un certo punto è partito per il nord, come i nostri padri e i nostri nonni. E proprio come gli emigranti di ogni epoca, dove il lupo arriva incrina l'ordine costituito, disturba il sonno della brava gente, si procura odio diffuso e rare amicizie. Quassù sono in tanti che vorrebbero imbracciare il fucile. Il punto è che il lupo per vivere ha bisogno di carne: la prende dove può, non distingue tra giusto o sbagliato ma solo tra prede facili e prede difficili. Oggi in montagna la fauna selvatica è molto più abbondante di un tempo (di nuovo, evviva l'abbandono): tra cinghiali, cervi, caprioli, camosci, stambecchi, un cacciatore come lui ha l'imbarazzo della scelta. Tuttavia, qualche volta incontra un gregge di pecore o una mandria di mucche al pascolo, specie dove il bestiame viene lasciato brado. Altre volte attacca un capriolo appena fuori da un paese, dove tutti possono assistere al triste spettacolo di un animale sbranato. Ce l'ho negli occhi e posso capire che chi abita in montagna, magari in un posto isolato come casa mia, non dorma tranquillo: è difficile levarsi il pensiero che siamo carne anche noi. Bisogna informarsi per scoprire che, in vent'anni di presenza sulle Alpi, non c'è mai stata notizia di attacchi all'uomo. Dunque la paura è ingiustificata e si odia il lupo più per quello che rappresenta, che per un reale pericolo. È reale invece il bisogno dei pastori di proteggere il loro lavoro.
Dall'altra parte ci sono gli adoratori del lupo, quelli che vedono in lui la Natura, la Libertà, la Selvatichezza, non solo un animale ma un simbolo, di nuovo, e una ragione di lotta. Lo osservano, lo studiano, lo fotografano, lo difendono. Però spesso sono persone che non vivono a stretto contatto con lui, o che non hanno bestiame al pascolo, o che non devono tornare a casa di notte attraversando il bosco. È un fatto che spesso le battaglie ambientaliste siano combattute dai cittadini contro i montanari, ormai l'ho visto succedere tante di quelle volte... Come succede in ogni questione ideologica, le due fazioni si parlano poco o nulla, le posizioni si estremizzano, e qualunque cosa uno dica, anche in un articolo tranquillo come questo, finisce per farsi dei nemici. A me è capitato di trovarne al bar, dove difendevo il lupo da chi avrebbe voluto organizzare ronde di cacciatori, e di ricevere insulti digitali per aver scritto che mi pareva giusto tenerlo lontano dal bestiame, anche col fucile se necessario. Oggi non ne sono più sicuro, allora ero stato molto colpito da alcuni episodi capitati ai miei vicini e ai loro animali. Il fatto è che il lupo mette in crisi anche me. È difficile capire cosa pensarne e cosa scriverne, allora ho chiesto aiuto a un'amica, Irene Borgna, che lo studia da anni. Irene è un'antropologa, una nuova montanara (da Savona è andata a vivere in Valle Gesso), una guida naturalistica nel Parco delle Alpi Marittime. Tra le altre cose collabora a un progetto che si occupa di osservare il lupo sulle Alpi, dare un'informazione corretta sulla sua diffusione e sul suo modo di vivere, proteggerlo ma anche studiare strategie per proteggersi da lui, immaginare una convivenza più o meno pacifica. Irene mi scrive: “Mi trovo di fatto tutti i giorni in mezzo a discussioni che riguardano lupi (che predano, che vengono ammazzati e crocifissi, che vengono idealizzati e infiocchettati) e - lavorando per il Parco, ma avendo lavorato anche in una stalla e con amici pastori e cacciatori - sono nella posizione adatta per fare la passeuse di idee. Porto un pezzo di lupo vero (quello che puzza, fa danno, rompe i coglioni) dalla parte degli animalisti estremi (che però in montagna non ci stanno e il lupo lo vedono solo nei documentari) e faccio passare un pezzo di "lupo solo lupo" a pastori e cacciatori. Infatti per quanto riguarda i pastori, nella stragrande maggioranza dei casi, coi danni veri e col lupo di carne e pelo in qualche modo un accordo si trova, ma è l'idea del lupo che è inaccettabile: il lupo è la burocrazia delle norme europee che vuole le sale di mungitura immacolate e impossibili e i formaggi tutti uguali, i culi appiattiti dalle sedie dei legislatori che non conoscono la materia che pretendono di normare, la globalizzazione dei mercati che fa svendere latte, carne e lana. Per i cacciatori, che vogliono essere padroni a casa loro e signori di tutto ciò che si muove e respira nel comprensorio di caccia, il lupo è un rivale - che caccia a sbafo, non ha il porto d'armi e non paga nemmeno il tesserino stagionale. Ma nello stesso tempo sarebbe anche un bel trofeo da appendere sopra al camino. Insomma, porto a spasso pezzi di lupo qua e là nella testa delle persone. E ce li scambiamo eh, non è che io li distribuisca e basta. Infatti anche la mia idea è in continuo aggiornamento. Come la popolazione di lupo: che noi ce li immaginiamo ancora in montagna e invece (in provincia di Cuneo) sono alle porte delle città pedemontane. E non hanno nessuna intenzione di fermarsi.” Più avanti aggiunge: “Tutte le specie sono tornate per restare. Tutte ci mettono in difficoltà. Tutte ci offrono un'opportunità. Con la loro presenza i lupi insegnano una cosa che abbiamo dimenticato: che siamo animali tra gli animali. Ce lo ricordano rimettendoci nel ruolo più scomodo: quello della preda. Lo fanno attraverso qualcosa di antico e di prezioso: la paura. Ci riportano al nostro posto nell'ecosistema, ricordandoci che siamo tutti commestibili. Che il bosco non è casa nostra. Che metterci piede equivale ad accettare leggi diverse da quelle umane. Per questo un bosco con il lupo è più di un bosco senza il lupo. Una montagna con l'orso è più alta di una montagna che ne è priva. La montagna con i selvatici smette di essere una cartolina rassicurante e torna a essere un ambiente condiviso, dove di volta in volta siamo colleghi, rivali, complici. Considerarci al di sopra del mondo naturale ci ha condotti dritto verso la catastrofe ecologica, comprenderne di esserne parte è il primo passo nella direzione opposta. I selvatici incrinano la nostra onnipotenza, la presunzione di poter essere sicuri e padroni dappertutto, l'idea di essere al di là e al di sopra del resto del mondo naturale.”
Lupo, maestro di anarchia. Forse dovrei uscire di casa e dargli il benvenuto.