giovedì 24 dicembre 2020

PELLI DI FOCA

La neve è una scoperta recente per me. Non dico la neve di un giorno, di quella anch'io ho i miei ricordi d'infanzia, ma la neve quotidiana, la neve fuori dalla finestra ogni mattina, la neve che quassù copre ogni cosa in dicembre e non si scioglie fino ad aprile, e per quei quattro mesi è l'elemento principale che abbiamo intorno. Questa neve l'ho scoperta verso i quarant'anni: più che l'incanto dei fiocchi dal cielo è una storia di scarpe bagnate, pala fuori dalla porta, la macchina che fa fatica e prima o poi toccherà decidersi a cambiarla con un fuoristrada, il semplice problema di andare da qui a lì. Per andare da qui a lì, o fare un giro intorno a casa nella neve, per qualche tempo ho usato le ciaspole, ma non mi hanno mai convinto molto. È un camminare goffo, a piedi larghi, in cui si avverte tutto il proprio peso di esseri umani, e per me invece l'andare in montagna è una ricerca di leggerezza, mi piacerebbe un giorno riuscire a passare come un soffio di vento.

Succederà magari quando di me non resterà che l'anima, ma per ora, intanto che ho ancora un corpo, ho preso un paio di sci con le pelli di foca, e sto imparando a usarli. Gli sci – è bene ricordarlo e farsene ispirare – sono stati inventati dai montanari di un tempo semplicemente per questo, per spostarsi sulla neve (poi subito si scoprì quant'era divertente). Ci sono tanti racconti di sci di Mario Rigoni Stern, lui amava molto girare per boschi d'inverno e le forme dolci del suo Altipiano invitavano a farlo, uno in particolare si intitola “L'altra mattina sugli sci con Primo Levi”: è un incontro immaginario, Primo era morto da anni e un grande rimpianto di Mario era quello di non essere mai andati in montagna insieme, benché se lo fossero promessi tante volte.

Dunque è una passeggiata sugli sci tra due vecchi amici, uno in carne e ossa, l'altro in spirito, e io mi sogno di seguirli da lontano, che sulla neve è un riconoscere la traccia e andarle dietro, quando esco una di queste mattine per fare pratica con le mie pelli di foca. La giornata è luminosa: la neve cambia in tanti sensi il paesaggio, ne ammorbidisce gli spigoli, nasconde i segni dell'uomo, rende tutto nuovo e come appena creato, ma soprattutto illumina, riempie la montagna di luce, e di questo sì, provo ancora l'incanto. È un paio d'anni ormai che ho cominciato a sciare e salire non è più un problema, è questione di ritmo, fiato, scegliere una pendenza giusta e partire, con l'entusiasmo che serve a rompere la fatica finché le gambe non si scaldano e il cuore pompa a regime. Salgo per il bosco, per la strada poderale che d'estate serve gli alpeggi sopra a casa, ma dopo un po' la taglio e la abbandono, tanto d'inverno non c'è più strada né sentiero. Lucky mi corre davanti, nella neve alta. Lui è nato qui, figlio di generazioni di cani nati e vissuti qui, e di tutti gli elementi di questa montagna la neve è di gran lunga il suo preferito (poi vengono l'aria, l'erba, il legno, la roccia, e solo ultima a distanza l'acqua). Ci salta dentro mangiandola, rotolandosi, può continuare per giornate intere, sembra non abbia mai freddo e non sia mai stanco di neve, la scorsa estate il regalo più gradito che gli ho fatto è stato portarlo in cima al Castore, a 4200 metri: cordate di alpinisti imbragati, imbottiti, ramponati, e questo cane che si rotolava tra i crepacci come fosse nel prato davanti a casa. A proposito di leggerezza...

Alla fine del bosco raggiungiamo la pista da sci, o meglio quella che dovrebbe essere la pista ma che adesso, con gli impianti fermi per pandemia, è solo un pendio innevato. Niente pali, reti, cartelli, niente pisteur, operatori di rinvio, maestri di sci. I cannoni che spuntano dalla neve sono pennoni senza bandiera, e la seggiovia ferma è triste come un rudere industriale. Non che mi piaccia tanto quell'industria, ma è una fabbrica i cui impiegati e operai sono i miei amici, quassù tutti lavorano per lei: e adesso stanno a casa a far niente. Non c'è nessuno intorno a me e le impronte di una lepre attraversano la pista chiusa. È davvero bizzarro, da qui, pensare che la città sia il luogo dove abbiamo deciso di contenere il virus, pensare ai viali e agli uffici e ai negozi e alle case come a una forma di sicurezza, e a questi spazi aperti e sconfinati come a un rischio di contagio.

Dalla stazione d'arrivo della seggiovia, dove di solito lavorerebbe Gabriele – è lui l'omone che dà la mano ai bambini per farli scendere, lui quello con la faccia bruciata dal sole e le mani come due padelle – mi viene voglia di andare a vedere se è tutto in ordine a casa sua, dato che sta proprio qui sotto. È la sua casa dell'estate, la baita di Gabriele, l'alpeggio dove una volta saliva con il bestiame e adesso ci sale da solo, perché è proprio impossibile per lui passare l'estate giù in paese. Ecco la cantinetta che tante volte ci ha dissetati, ecco la stufa all'aperto dove giravamo la polenta, ecco la vasca da bagno per lavare le pentole e i ruderi dell'antico villaggio intorno a casa sua, che è tra le poche ancora in piedi. Mi ha sempre un po' disturbato, come una stonatura o un intervento di cattivo gusto, che proprio davanti al villaggio fossero piantati i cannoni da neve, ma oggi comincio a vedere la faccenda in un modo diverso, oggi l'acciaio dei cannoni comunica meglio con queste pietre. In fondo sono entrambi segni di una storia. O di una guerra, chissà: sembrano raccontare che un tempo i cannoni hanno bombardato le baite e l'esito dell'attacco si vede bene dai tetti crollati, dai muri smangiati e sbilenchi. Però poi sono stati lasciati lì anche i cannoni, come quei residuati bellici che si trovano sul fronte della Grande Guerra, che ancora oggi spuntano dai ghiacciai in ritiro.

Adesso in montagna non c'è più nessuno, né vincitori né vinti, né mucche al pascolo né sciatori, solo io e questo cane che si rotola nella neve. Che ne dici, Mario? Che ne dici, Primo? Il montanaro e il chimico, uno che aveva rifiutato un bell'ufficio a Milano e l'altro che per tutta la vita era stato in fabbrica a Torino, il vecchio e il nuovo mondo, eppure amici: come sarebbe bello, adesso, poter avere una parola da voi due. Poi è ora di strappare via le pelli, infilarmele sotto la giacca per tenerle al caldo, stringere gli scarponi alla caviglia. Rimettere gli sci e bloccare il tallone per la discesa. Scendo per la pista che non è una pista, e per uno che sta imparando a sciare, da autodidatta, a quarant'anni, potete credermi che la discesa è ben più difficile della salita. Non serve fiato, casomai un po' di coraggio. L'incoscienza dei ragazzini nella neve. Via!

sabato 28 novembre 2020

FUORIPISTA

È avvilente, per chi ama e vive la montagna, assistere in questi giorni al dibattito sull'apertura natalizia delle piste da sci. Gli impiantisti dicono: Noi teniamo in piedi l'economia di montagna, se a Natale non ci lasciate lavorare la montagna è morta! – come se in montagna non ci fosse altro da fare che sciare sulle piste. E il governo risponde: Rassegnatevi, non ripeteremo l'errore di Ferragosto, quest'anno niente Natale sulla neve. Come se la neve fosse solo quella (in buona parte artificiale) delle piste da sci.

Per cui è bene ripeterlo ancora una volta: le piste da sci stanno alla montagna come le spiagge a pagamento stanno al mare. Al mare si può nuotare, passeggiare, andare in barca, sedersi su uno scoglio a leggere un libro, trovarsi una spiaggia libera e fare tante altre cose che non siano affittare un ombrellone e una sdraio fino all'ora di andare al bar, e così in montagna. Si può camminare sulla neve o sui sentieri, vagabondare per i boschi o sedersi al sole, si può ciaspolare e perfino sciare dove non serve il biglietto e non c'è la funivia: strano a dirsi, ma lo sci non è nato sulle piste. Ed è molto più bello praticarlo dove la montagna non è stata ridotta a un'autostrada. Bisogna ripetere anche questo, che una pista da sci è montagna disboscata, spianata e cementificata, è percorsa da mezzi a motore per tutto l'anno, e consuma tante risorse per produrre neve artificiale e far girare gli impianti.

C'è parecchia arroganza nella convinzione, da parte di imprenditori e amministratori, che l'economia invernale della montagna dipenda dallo sci su pista, perché oggi non esiste la controprova. È vero che lo sci dà lavoro a tante persone, ma non è detto che quel lavoro non possa trasformarsi (in meglio). Quest'anno qualcosa è cambiato, non per nostra volontà: la pandemia ha dato un taglio ai viaggi all'estero e forse anche ai lussi superflui; il lungo confinamento ha messo in molti di noi la voglia di vita all'aria aperta, di tempo e spazio per sé, di andarsene in giro liberi e senza troppa gente intorno; l'obbligo o la facoltà di lavorare da casa hanno aperto una possibilità inaspettata, quella di trasferirsi con la propria famiglia da un appartamento di città verso luoghi più piacevoli e spaziosi. In montagna si è lavorato bene, la scorsa estate. Per la qualità oltre che la quantità di presenze. Alcuni sono perfino rimasti. A noi che la montagna la osserviamo, la studiamo, cerchiamo di immaginarla nel futuro, tutto questo ha dato molto da pensare.

Insomma, perché ridurre il discorso intorno all'economia di montagna a un “lasciateci aprire le piste a Natale”? Forse invece è l'occasione buona per scoprire se un'altra montagna è possibile – con un turismo che consumi meno, invada meno, passi meno di fretta, e si trasformi almeno in parte in un ripopolamento, portando alla montagna non solo clienti e denaro, ma umanità e cultura. Quella montagna fuoripista per favore non chiudetela.




martedì 21 luglio 2020

PER PAOLO FINZI

Paolo Finzi ci ha lasciati, l'altro ieri. Con lui Milano perde un testimone storico, un figlio appassionato e gentile, un vulcanico agitatore di periferia, e il movimento anarchico italiano perde uno dei suoi pilastri, di cui in qualche modo dovremo raccogliere l'eredità. Io Paolo l'ho conosciuto una decina d'anni fa alla Scighera, il circolo libertario in cui veniva spesso per parlare d'anarchia, per salutare gli amici e per tornare alla Bovisa a cui si era affezionato fin dai tempi in cui frequentava un altro circolo, il Ponte della Ghisolfa di piazzale Lugano. Sì, proprio quel leggendario buco di rivoluzionari.
Paolo veniva preceduto dalla sua fama, era stato il più giovane tra i fermati per Piazza Fontana (nato nel '51, nel '69 era appena maggiorenne), amico e compagno di Pinelli e per noi che con questi miti c'eravamo cresciuti era come incontrare un pezzo di storia. La storia veniva da ancora più lontano perché Paolo era figlio di due ebrei antifascisti e partigiani, Ulisse Finzi e Matilde Bassani, lui mantovano e lei ferrarese, una madre insegnante e pedagogista che si era fatta valere durante la resistenza romana. Si erano trasferiti a Milano dopo la guerra e in quegli anni di boom economico e lotte operaie Paolo aveva trovato la sua via, anzi la sua Idea nel pensiero anarchico, entrando nel gruppo Bandiera Nera di Giuseppe Pinelli. Una scelta minoritaria e anticonformista, in anni in cui la lotta politica era rigidamente inquadrata. Dopo Piazza Fontana c'era da riorganizzare da zero il piccolo movimento anarchico milanese, e nel '71 Paolo fondò con alcuni compagni “A rivista anarchica”, in cui poi lavorò per quarantanove anni, proprio fino all'altro ieri. In mezzo secolo di storia, “A” è diventata senz'altro la voce più importante dell'anarchismo italiano. Pedagogia, antiautoritarismo e antimilitarismo, diritti delle minoranze (donne, bambini, detenuti, stranieri), da sempre sono i suoi cavalli di battaglia e sono anche i temi di cui Paolo ha scritto per tanti anni, come nei suoi studi sulla resistenza anarchica e lo sterminio nazista di rom e sinti. Fondò o sostenne la fondazione di tante altre realtà come il Centro Studi Libertari/Archivio Giuseppe Pinelli, la casa editrice Eleuthera.
La vicinanza con il popolo rom fu all'origine di un'amicizia fondamentale nella sua vita, quella con Fabrizio De André. Paolo raccontava che una volta, chiudendo i concerti, De André domandava se tra il pubblico ci fossero anarchici del posto, perché gli sarebbe piaciuto salutarli. Fu così che una sera Paolo stesso bussò alla porta del camerino, non mancando di portare la rivista di cui De André sarebbe diventato un fedele sostenitore. Furono Paolo e la compagna Aurora, anni dopo, ad aiutare Fabrizio nelle ricerche che l'avrebbero portato a scrivere Khorakhané – A forza di essere vento. Paolo trovò in Fabrizio una grande fonte d'ispirazione, forse il modello dell'anarchico che aveva in mente: colto, libero, duro e gentile, ironico e romantico al tempo stesso. Puro.
Era così anche lui. Me lo ricordo ridere spesso, parlare a voce troppo alta, raccontare mille storie e perdersi a metà: era un uomo rumoroso e ingombrante, riempiva i posti dove entrava, eppure si intuivano bene i suoi momenti bui, forse anche le sue grandi delusioni. Era molto affettuoso, anche con me. Mi dava carezze, mi abbracciava. Ho avuto l'onore di scrivere per “A” mentre Paolo c'era ancora, perché lui me l'aveva chiesto e sono stato io a ringraziarlo quella volta. Me lo ricordo ai pranzi del Primo Maggio alla Fai di viale Monza, Aurora che serviva ai tavoli e Paolo che faceva da anfitrione in quell'altro buco di sovversivi. Lui non avrebbe mai detto “padrone di casa”. Padrone era una di quelle due o tre parole che non avrebbe mai usato. È stato un nostro maestro di libertà e così sempre ce lo ricorderemo.

mercoledì 15 aprile 2020

CHINATOWN

In montagna mi ero sempre lamentato di avere un cane che non serve a niente – non sa fare il pastore, non trova i tartufi, si rifiuta di trainare una slitta sulla neve – non immaginavo che un giorno in città sarebbe stato la mia fortuna. Quando la quarantena è iniziata, l'8 marzo, ho avuto anch'io qualche ora per decidere dove stare, e confesso di aver accarezzato l'idea di andarmene in baita, pensando che lì avrei vissuto più libero e mi sarei goduto la mia casetta in mezzo ai boschi (allora non sapevo che la montagna stava per essere militarizzata, ma questo è un altro discorso). Invece poi ho scelto Milano, e senza molte esitazioni: perché qui vive la persona a cui volevo restare vicino, ma anche per un motivo più ideologico, per così dire. Benché io abbia con questa città un rapporto difficile, ci sono nato e cresciuto. Non mi andava di fare lo sfollato. Erano i giorni in cui la gente prendeva d'assalto i treni e a me sembrava uno di quei momenti in cui restare in un luogo assume un valore, diventa una specie di atto di resistenza. Qualcosa che poi ricorderemo, insieme agli altri che sono rimasti, e che fa l'anima di una città, specie ora che le città sono sempre più luoghi senz'anima, almeno quelle come Milano. Città-occasione, città di passaggio, città per studiare, lavorare, arricchirsi, città-catapulta per il mondo: usala, prendi il meglio che ti può offrire, ma non restare a Milano durante il coronavirus. E io ci resto, ho pensato (Michele Mari ti voglio bene).

Dicevo del cane: è grazie a lui, a questo cane che non tira slitte e non scava tartufi, che per due mesi ho potuto uscire la mattina e la sera, camminare, fare anche qualche incontro. Un'auto della polizia rallentava sospettosa, lui prontamente alzava la zampa contro il primo paracarro, e l'auto tranquillizzata ripartiva. Lucky è stato per due mesi il mio lasciapassare, il mio socio, il mio cane da rapina. Ne abbiamo approfittato per esplorare il quartiere: da un po' di tempo abbiamo cambiato casa, a Milano, e siamo venuti a vivere a Chinatown, e mai come in questi due mesi l'abbiamo percorsa con passione, mai più con altrettanta credo che la percorreremo. In via Paolo Sarpi i cinesi hanno chiuso molto prima di noi, ricordate? Sulle serrande dei negozi ci sono ancora i cartelli lasciati il 22 o 23 febbraio, quando i cinesi di Milano sono entrati in quarantena tutti insieme, di loro iniziativa, due settimane prima che fosse imposta dal governo. In un angolo c'è un manifesto che mi piace particolarmente, uno di quei vecchissimi manifesti di due mesi fa, in cui un braccio fasciato dalla bandiera cinese stringe la mano a un braccio fasciato dalla bandiera italiana, e lo slogan dice “Il nemico è il virus, non le persone. Forza Cina”. È la preistoria dell'epidemia, oggi a nessuno verrebbe in mente né di fare gli auguri alla Cina, né di disegnare mani che si stringono senza alcuna protezione.

Mi pare un manifesto molto più efficace, poco più avanti, la macelleria del signor Walter, una bottega milanese storica nella via principale dei cinesi, con cui convive felicemente. Lì ancora le persone si chiamano il Walter, la Silvia. Io sono vegetariano, il Walter non lo sa e se non legge questo articolo non lo saprà mai: vado da lui per il piacere di entrare in un negozio che è rimasto aperto per tutta la quarantena, un posto dove sono tranquilli, sorridono, non si lamentano di nulla, hanno chiaramente deciso di fare come se niente fosse. Anche il Walter avrà pensato: e io ci resto. E io penso che me lo ricorderò. Prendo due porzioni di ravioli di magro e un chilo di misto-cane per il mio socio, è un trito di frattaglie di cui va pazzo.

In cerca d'erba, siccome ci hanno chiuso il Parco Sempione qui dietro, andiamo davanti al Cimitero Monumentale. Prima i prati dalla parte degli acattolici, poi quelli dalla parte degli israeliti, attraversando il grande piazzale dominato dal Famedio, la cripta dei milanesi illustri dove giace il più citato scrittore della quarantena. Passiamo tre fontanelle, tre draghi-verdi presidiati da un matto per ciascuno, nel senso che vicino a ogni drago c'è qualcuno che parla da solo, che sbraita non si sa con chi, che fa strani calcoli chino su un quadernetto. Ci sono loro, i fattorini africani con gli zaini gialli e le bici, la ragazza rom a cui più di una volta ho lanciato una moneta, perché non riesco a resistere a quelli che mi chiamano amico. E poi ci sono i carri funebri che arrivano, uno via l'altro. Quando la lunga automobile si presenta, un cancello si apre e la fa entrare nel cimitero, senza corteo né parenti né niente. Il Monumentale non è per tutti: questi sono i morti delle famiglie milanesi storiche, gli industriali, gli editori, una borghesia che arriva dritta dal Diciannovesimo secolo, e forse chissà, nel Ventunesimo muore anche lei alla Baggina. Guardando il Famedio io non penso tanto al Manzoni ma ad altri che sono lì, a Gaber, a Jannacci, a Dario Fo.

Torno verso casa facendo il giro delle mura. Mi piace passare accanto alla sede della SEM, la gloriosa Società Escursionisti Milanesi, per salutarla e ricordarmi un po' della montagna. Lì accanto, una mattina, ho sentito cantare il gallo e nell'aria un odore di fuoco di legna. Chi accende la stufa e alleva galline in centro a Milano? Era un signore un po' malandato che poi è uscito a salutarmi, ed è finita che abbiamo fatto amicizia. Occupa un locale scalcinato, ha galline, un cane, “topi grossi così”, mi ha detto tutto contento, e si scalda coi rami degli alberi che raccoglie nei giardinetti. Il tetto della catapecchia è mezzo crollato: “è stata la nevicata dell'85”, mi fa, “te la ricordi?” E come no, ero un bambino, andavo in giro con mio padre e mia sorella a godermi tutta quella neve a Milano. Ecco, forse questi giorni mi ricordano un po' la nevicata dell'85. Non per la neve, ma perché è una Milano a cui voglio di nuovo bene. “Passa a salutarmi, quando vieni col cane. E se vuoi farti una fumata davanti al fuoco, in amicizia eh...” Te la ricordi la quarantena del '20?, diremo magari nel '55. Eh sì che me la ricordo. Ci andrei volentieri, a trovarlo, quando sarà finita, ma mi sa che quel giorno io e Lucky ce ne torniamo in montagna.

martedì 30 luglio 2019

TIZIANO

(Questo pezzo è uscito sulla Repubblica, per i 15 anni dalla morte di Terzani)

Ho un maestro che non ho mai incontrato, si chiamava Tiziano Terzani. Amavo in lui l'irrequietezza, la testardaggine, la fragilità, il conflitto tra il bisogno di famiglia e quello di nomadismo, i dubbi e i ripensamenti della sua mente libera, il modo in cui l'umanità lo incuriosiva, lo meravigliava e a volte lo deludeva, l'allegria contagiosa, la depressione altrettanto contagiosa, gli slanci e le crisi. Se lo immagino vivo, in carne e ossa, dentro di me non vedo il vecchio con la barba bianca e la veste indiana ma il ragazzo alto, bello, sorridente, ancora prima che si faccia crescere i baffi, già abbracciato alla sua Angela davanti all'obiettivo. È il 1961 e Tiziano ha ventitré anni. Negli occhi vedo la giovinezza e l'ambizione, l'ironia e la seduttività, è uno sguardo che dice “sto arrivando, mondo!”. Vedo la forza di un figlio della periferia e del dopoguerra che per emanciparsi studia, studia, si fa strada a forza di libri, avrebbe dovuto finire sì e no le medie e invece viene ammesso nel miglior liceo di Firenze, e poi alla Normale di Pisa. Lo vedo qualche anno dopo a Ivrea, a Milano: fuma la pipa, fa carriera all'Olivetti, lavora nell'eccellenza illuminata dell'industria italiana ma ha in testa altro, il giornalismo, l'Asia, una vita tutta diversa da quella in cui si è cacciato. Lo mandano in missione in Giappone e in Sud Africa e lui usa ogni momento libero per scrivere. Durante una conferenza interviene da par suo contro l'America che ha invaso il Vietnam e un funzionario britannico, un cacciatore di talenti, per convertirlo gli offre una borsa di studio nella tana del nemico, in qualsiasi disciplina a sua scelta. Tiziano non ci pensa due volte: lascia il posto da manager e sulla soglia dei trent'anni torna a fare lo studente, attraversa con Angela l'oceano ma non per diventare americano, con una splendida beffarda trovata ha chiesto di studiare il cinese in America. Lo vedo in un appartamento di New York in quegli anni di fuoco, tra il '67 e il '69: ora ha i capelli un po' più lunghi, fa esperimenti con la barba e i baffi, si traveste da hippie durante un viaggio in California, incontra le Black Panther e gli anarchici, va nel sud a capire come stanno gli afroamericani. Ha un figlio ma nessuna tentazione di mettere radici qui, non ora che ha visto con i suoi occhi l'America che spara a Robert Kennedy e Martin Luther King, l'America della ricchezza sfrenata, della miseria nera, delle disparità e della violenza sociale: nelle aule della Columbia e di Stanford legge tutto quello che trova sulla Cina di Mao, il paese che sogna per il suo futuro, il più grande esperimento di giustizia e di progresso della storia. Eccolo, Tiziano, eccolo a inseguire il suo sogno con un'altra capriola di coraggio e fantasia, nessun giornale italiano gli dava fiducia e allora lui è andato fino ad Amburgo, ha convinto la redazione di Der Spiegel e ora scrive in tedesco dall'Asia. Ha trentacinque, trentasette, trentanove anni, due figli piccoli, una moglie che a volte lo segue e altre lo aspetta nelle case di Singapore o di Hong Kong, case coloniali, case con pappagalli e tartarughe, case piene di libri che viaggiano da una casa all'altra, intanto che Tiziano gira il continente per raccontare le sue rivoluzioni. Fa un mestiere che non esiste più, quello di Hemingway, il corrispondente di guerra, e come Hemingway comincia a sembrare più vecchio della sua età. Sarà il sibilo dei proiettili a imbiancargli i capelli, saranno le facce dei morti a incidergli quelle due rughe tra gli occhi? È alto, lo immagino sempre alto Tiziano, una spanna più alto dei piccoli vietnamiti e cambogiani e laotiani che lo circondano, ha cominciato a indossare camicie bianche, a portare la Leica al collo, ha la sigaretta tra le dita. Sorride e anche i piccoli vietnamiti intorno a lui sorridono perché sanno che è loro amico, Monsieur Moustache, è il '75 e gli americani se ne sono appena andati da Saigon, lui è lì a festeggiare la liberazione. Lo vedo quel giorno, forse è l'ultima volta che ci crede davvero, è una specie di fine della giovinezza, Tiziano seduto sul carro armato tra le bandiere che sventolano e i guerriglieri esultanti. Comincia a smettere di crederci quando vede arrivare le dittature e i massacri nei paesi che credeva liberati, perde del tutto la fede quando la Cina apre le frontiere ai giornalisti e lui entra tra i primissimi, andando a vivere con la famiglia a Pechino. La realizzazione del sogno e insieme la sua fine. Eppure è vero amore: lo vedo, Tiziano, a quarantacinque anni, viaggiare per le province più remote, sfuggire ai funzionari di partito, se loro dicono di andare a destra lui va a sinistra, lo vedo girare in bicicletta su strade polverose, lo vedo mischiarsi alla gente nei mercati. È incantato dai contadini, dagli artigiani. I mercati sono la sua grande passione, colleziona le cose più astruse, le gabbiette di legno per i grilli, i fischietti per piccioni. Si dà un nome cinese, parla e mangia e veste cinese tra i cinesi, manda i figli alla scuola pubblica con i bambini cinesi, ma intanto in Manciuria, in Tibet, nella stessa Pechino la realtà è davanti ai suoi occhi: e gli occhi di Tiziano sono troppo acuti per non vedere, la sua penna troppo onesta per non raccontare. Non ho fotografie della paura, non lo so immaginare mentre viene avvertito e minacciato, mentre decide di mettere Angela e i bambini al sicuro, li rispedisce a Hong Kong e resta solo a Pechino, mentre viene arrestato, interrogato, tenuto in carcere e infine espulso a vita dal paese che amava, nel 1984. Lo vedo cupo e silenzioso negli anni del Giappone. Alla fine dei sogni, dei libri che ha letto, delle idee politiche che si è pazientemente costruito, deluso e tradito mentre prende la metropolitana, si mischia alla folla di impiegati di Tokyo, osserva le ruspe che perennemente demoliscono la città, gira per i locali notturni, si sente di nuovo in America. Anzi peggio che in America in quest'Asia che rinuncia alla sua cultura e alla sua storia, quest'Asia che inseguendo l'Occidente si arrende e muore. Nel '90 riesce a farsi trasferire a Bangkok, ma non è che in Thailandia trovi una storia poi tanto diversa; nel '91 attraversa ciò che resta dell'Unione Sovietica per dare la buonanotte al comunismo e vede i musulmani delle provincie asiatiche abbattere le statue di Lenin invocando Allah. È stanco, Tiziano, a poco più di cinquant'anni è perfino stanco del mestiere che era la sua passione, stanco di partire per le guerre, le rivolte e i colpi di stato, stanco di vedere morti, di ascoltare le bugie dei dittatori, di incontrare affaristi che si arricchiscono con finte rivoluzioni, di raccontare sempre la stessa storia. Il fuoco è spento e per uscirne, da questa crisi che è cominciata in Cina ed è la più grande della sua vita, ci vuole un altro numero di coraggio e fantasia, probabilmente il suo capolavoro, quando dice al giornale che per un anno non potrà prendere aerei, a causa di un vecchio indovino e di una profezia funesta. Se non sono dimissioni ci manca poco. Lo vedo, Tiziano, in quel 1993, salire su treni e navi, viaggiare per giorni e notti su vagoni lentissimi e sovraffollati, percorrere su mezzi di fortuna la Malesia, la Birmania, la Thailandia, la Cambogia, ritrovare i mercati e le fumerie d'oppio e i retrobottega dei chiromanti, riscoprire la sua Asia amatissima, cercarla dove sopravvive. Comincia a guardare all'India come a un nuovo sogno. Tradito da Mao, vede una possibilità in Gandhi; deluso dalla politica sente che è l'ora di una ricerca personale. Nel '94 si trasferisce a Delhi e due anni dopo abbandona davvero i giornali, decide di proseguire per conto suo, di provare a vivere scrivendo libri. Lo vedo di nuovo felice e curioso in quell'immensa città brulicante, ora si veste tutto di bianco, anche i capelli sono già completamente bianchi, sente un dolore che ignora per un po', sente di cominciare una seconda o terza vita e non sa cosa lo aspetta. Poi lo vedo a New York dove non avrebbe mai pensato di tornare, gira intorno alla casa dove abitava con Angela trent'anni prima, cammina per Central Park e fino all'ospedale della chemioterapia. New York gli piace anche se fatica ad ammetterlo, gli ricorda tante cose. I figli ormai sono andati per la loro strada e lui è più libero e solo che mai, si è tagliato barba e capelli prima che cadano, così è il volto di un Tiziano vecchio e giovane, un Tiziano del presente e del passato che vaga pensieroso per Manhattan. Questa crisi non se l'è cercata lui, però ci sta trovando un senso. Anche Angela non c'è, la rivede a Firenze, in India; insieme cercano un posto dove, tra un ciclo e l'altro di terapia, lui possa stare tranquillo e praticare la meditazione buddista, con cui curarsi a modo suo. È un altro giro di giostra fino a Binsar, nell'Himalaya indiana, in una casetta davanti al Nanda Devi, ospite di un vecchio maestro. Vedo Tiziano lassù con i suoi due corvi, la coperta sulle spalle, la candela davanti a cui medita la notte; fa freddo e lui sta scrivendo sulla malattia e sul male. A Tiziano della montagna non è mai importato granché, ha sempre voluto essere un uomo della città, della politica, del vivere con gli altri, ma quest'Himalaya lo riporta all'Appennino della sua infanzia. Certi giorni è incantato dalle albe, dalla luce riflessa dai ghiacciai, dagli sbuffi di nebbia tra i rami dei rododendri giganti, vorrebbe essere un pittore per dipingere tutto quello che vede, certi altri gli manca terribilmente Angela e ha nostalgia della loro vita. Tutti quei viaggi, le case, le guerre, quell'avventura di quarant'anni che è stata il loro matrimonio, tutte quelle parole su parole su parole. È così che deve finire? In silenzio davanti all'Himalaya? Sì, forse finirebbe così se l'11 settembre 2001 due aerei dirottati non piombassero su New York e se l'America non reagisse nell'unico modo che conosce da sempre, con la guerra. Un'altra guerra. Vedo Tiziano raggiunto lassù dal fragore della guerra. Si sente richiamato dal mondo, lui che aveva perfino rinunciato a un nome, ma adesso Anam è di nuovo Tiziano Terzani, se lo riprende e fa arrabbiare il suo maestro che lo vorrebbe definitivamente distaccato, pacificato, indifferente alla tragedia umana, ma Tiziano non potrà mai essere così, e adesso scende dalla montagna a fare per l'ultima volta il suo vecchio mestiere, l'inviato di guerra. Ha poco più di sessant'anni ma ne dimostra ottanta, cammina curvo e con un bastone, ha barba e capelli lunghi e bianchissimi, è ammalato eppure vivo già ben oltre le previsioni dei medici di New York, si scopre amatissimo dai suoi lettori. Non sapeva di averne conquistati tanti. Va in Afghanistan, scrive da sotto le bombe, scrive lettere contro la guerra, scrive come scrive da una vita intera. L'ultima estate lo vedo all'Orsigna perché ha capito che quello è il posto, non Binsar, non l'Himalaya. C'è Angela. C'è Folco. C'è Saskia. Passa il tempo a chiacchierare con loro, non vuole incontrare nessun altro. Lo vedo bianco, tranquillo, in pace, su un poggio da cui guardare le montagne o nella capanna che si è fatto costruire, dove dorme da solo. Ha tempo di ripensare a tutto. Poi vedo tutto finire e ricominciare. Ciao Tiziano. La fine è il tuo inizio.

lunedì 15 aprile 2019

DI LUPI E ANARCHIA

(questo pezzo è uscito su A rivista anarchica)

Gennaio. Poca neve, boschi spogli, prati bruciati dal gelo. L'altro giorno un amico passava per casa mia la mattina presto, e ha visto due cani o forse due lupi attraversare il pascolo accanto alla baita. Erano grigi e appena si sono accorti di lui sono filati via nel bosco. Più tardi è salita la forestale che ha trovato e seguito le impronte nella neve, raccolto un campione di sterco e confermato: lupi. Li aspettavamo, sapevamo che prima o poi sarebbero arrivati. E adesso eccoli qui.
Il lupo sulle Alpi occidentali era scomparso dagli anni Venti del Novecento. Un secolo fa, quando la montagna era tutta abitata e coltivata, l'avevamo sterminato fino a estinguerlo. Era sopravvissuto in Appennino, nel Parco Nazionale d'Abruzzo che fu appunto fondato nel '22, e solo nel dopoguerra, con l'abbandono di tanti paesi e campi, ha potuto tornare a riprodursi e a muoversi per le valli. Ecco due cose che il lupo ci insegna a proposito di anarchia: la prima, che lo spopolamento umano costituisce un'occasione di libertà per un'altra specie, anzi per tutte le altre diverse dalla nostra, perché siamo noi i dittatori della terra, noi la specie più violenta e feroce; la seconda, che per i fuggiaschi e i clandestini la montagna non è affatto una barriera, è piuttosto un rifugio e una via di comunicazione. Il lupo ha fatto un lungo viaggio per arrivare fin quassù, tutto attraverso le terre alte d'Italia: negli anni Settanta ha risalito l'Appennino, nei Novanta è comparso sulle Alpi Marittime, nel 2016 per la prima volta si è mostrato in Valle d'Aosta, dove ormai gli avvistamenti sono frequenti. Dunque quei due che girano qui intorno devono essere figli o nipoti di qualche emigrante, un lupo d'Abruzzo che a un certo punto è partito per il nord, come i nostri padri e i nostri nonni. E proprio come gli emigranti di ogni epoca, dove il lupo arriva incrina l'ordine costituito, disturba il sonno della brava gente, si procura odio diffuso e rare amicizie. Quassù sono in tanti che vorrebbero imbracciare il fucile. Il punto è che il lupo per vivere ha bisogno di carne: la prende dove può, non distingue tra giusto o sbagliato ma solo tra prede facili e prede difficili. Oggi in montagna la fauna selvatica è molto più abbondante di un tempo (di nuovo, evviva l'abbandono): tra cinghiali, cervi, caprioli, camosci, stambecchi, un cacciatore come lui ha l'imbarazzo della scelta. Tuttavia, qualche volta incontra un gregge di pecore o una mandria di mucche al pascolo, specie dove il bestiame viene lasciato brado. Altre volte attacca un capriolo appena fuori da un paese, dove tutti possono assistere al triste spettacolo di un animale sbranato. Ce l'ho negli occhi e posso capire che chi abita in montagna, magari in un posto isolato come casa mia, non dorma tranquillo: è difficile levarsi il pensiero che siamo carne anche noi. Bisogna informarsi per scoprire che, in vent'anni di presenza sulle Alpi, non c'è mai stata notizia di attacchi all'uomo. Dunque la paura è ingiustificata e si odia il lupo più per quello che rappresenta, che per un reale pericolo. È reale invece il bisogno dei pastori di proteggere il loro lavoro.
Dall'altra parte ci sono gli adoratori del lupo, quelli che vedono in lui la Natura, la Libertà, la Selvatichezza, non solo un animale ma un simbolo, di nuovo, e una ragione di lotta. Lo osservano, lo studiano, lo fotografano, lo difendono. Però spesso sono persone che non vivono a stretto contatto con lui, o che non hanno bestiame al pascolo, o che non devono tornare a casa di notte attraversando il bosco. È un fatto che spesso le battaglie ambientaliste siano combattute dai cittadini contro i montanari, ormai l'ho visto succedere tante di quelle volte... Come succede in ogni questione ideologica, le due fazioni si parlano poco o nulla, le posizioni si estremizzano, e qualunque cosa uno dica, anche in un articolo tranquillo come questo, finisce per farsi dei nemici. A me è capitato di trovarne al bar, dove difendevo il lupo da chi avrebbe voluto organizzare ronde di cacciatori, e di ricevere insulti digitali per aver scritto che mi pareva giusto tenerlo lontano dal bestiame, anche col fucile se necessario. Oggi non ne sono più sicuro, allora ero stato molto colpito da alcuni episodi capitati ai miei vicini e ai loro animali. Il fatto è che il lupo mette in crisi anche me. È difficile capire cosa pensarne e cosa scriverne, allora ho chiesto aiuto a un'amica, Irene Borgna, che lo studia da anni. Irene è un'antropologa, una nuova montanara (da Savona è andata a vivere in Valle Gesso), una guida naturalistica nel Parco delle Alpi Marittime. Tra le altre cose collabora a un progetto che si occupa di osservare il lupo sulle Alpi, dare un'informazione corretta sulla sua diffusione e sul suo modo di vivere, proteggerlo ma anche studiare strategie per proteggersi da lui, immaginare una convivenza più o meno pacifica. Irene mi scrive: “Mi trovo di fatto tutti i giorni in mezzo a discussioni che riguardano lupi (che predano, che vengono ammazzati e crocifissi, che vengono idealizzati e infiocchettati) e - lavorando per il Parco, ma avendo lavorato anche in una stalla e con amici pastori e cacciatori - sono nella posizione adatta per fare la passeuse di idee. Porto un pezzo di lupo vero (quello che puzza, fa danno, rompe i coglioni) dalla parte degli animalisti estremi (che però in montagna non ci stanno e il lupo lo vedono solo nei documentari) e faccio passare un pezzo di "lupo solo lupo" a pastori e cacciatori. Infatti per quanto riguarda i pastori, nella stragrande maggioranza dei casi, coi danni veri e col lupo di carne e pelo in qualche modo un accordo si trova, ma è l'idea del lupo che è inaccettabile: il lupo è la burocrazia delle norme europee che vuole le sale di mungitura immacolate e impossibili e i formaggi tutti uguali, i culi appiattiti dalle sedie dei legislatori che non conoscono la materia che pretendono di normare, la globalizzazione dei mercati che fa svendere latte, carne e lana. Per i cacciatori, che vogliono essere padroni a casa loro e signori di tutto ciò che si muove e respira nel comprensorio di caccia, il lupo è un rivale - che caccia a sbafo, non ha il porto d'armi e non paga nemmeno il tesserino stagionale. Ma nello stesso tempo sarebbe anche un bel trofeo da appendere sopra al camino. Insomma, porto a spasso pezzi di lupo qua e là nella testa delle persone. E ce li scambiamo eh, non è che io li distribuisca e basta. Infatti anche la mia idea è in continuo aggiornamento. Come la popolazione di lupo: che noi ce li immaginiamo ancora in montagna e invece (in provincia di Cuneo) sono alle porte delle città pedemontane. E non hanno nessuna intenzione di fermarsi.” Più avanti aggiunge: “Tutte le specie sono tornate per restare. Tutte ci mettono in difficoltà. Tutte ci offrono un'opportunità. Con la loro presenza i lupi insegnano una cosa che abbiamo dimenticato: che siamo animali tra gli animali. Ce lo ricordano rimettendoci nel ruolo più scomodo: quello della preda. Lo fanno attraverso qualcosa di antico e di prezioso: la paura. Ci riportano al nostro posto nell'ecosistema, ricordandoci che siamo tutti commestibili. Che il bosco non è casa nostra. Che metterci piede equivale ad accettare leggi diverse da quelle umane. Per questo un bosco con il lupo è più di un bosco senza il lupo. Una montagna con l'orso è più alta di una montagna che ne è priva. La montagna con i selvatici smette di essere una cartolina rassicurante e torna a essere un ambiente condiviso, dove di volta in volta siamo colleghi, rivali, complici. Considerarci al di sopra del mondo naturale ci ha condotti dritto verso la catastrofe ecologica, comprenderne di esserne parte è il primo passo nella direzione opposta. I selvatici incrinano la nostra onnipotenza, la presunzione di poter essere sicuri e padroni dappertutto, l'idea di essere al di là e al di sopra del resto del mondo naturale.”
Lupo, maestro di anarchia. Forse dovrei uscire di casa e dargli il benvenuto.


martedì 19 marzo 2019

FRONTIERE

(questo pezzo è uscito sulla Repubblica)

Non so se esista al mondo una frontiera più insanguinata delle Alpi. Anche in quest'angolo di nord-ovest, dove la Grande Guerra non è passata, i segni di altre guerre sono ovunque, confusi nel paesaggio ai segni del lavoro umano: ai muretti a secco, ai terrazzamenti, ai canali d'irrigazione che ora il bosco si sta riprendendo insieme alle vecchie ferite. A volte saltano fuori all'improvviso, come la palla di piombo che un amico ha trovato abbattendo un larice, ben conficcata nel tronco. Aveva forse trecento anni, quell'albero, e il mio amico ha bestemmiato quando ha sentito i denti della motosega mordere il metallo. Prima ha pensato a un chiodo, poi ha estratto dal legno una palla da moschetto che qualche soldato deve aver sparato nel corso dell'Ottocento. È strano immaginare i soldati tra questi boschi che ora sono delle lepri, delle volpi, dei caprioli, e da poco anche dei lupi. Come è strano immaginare il motivo per cui il lago lassù, che a 2500 metri riflette soltanto il cielo, è chiamato Lago della Battaglia, benché nessuno sappia più quale battaglia fosse. Ancora più in alto, verso i 3000, un giorno camminavo come piace a me, fuori dai sentieri, quando nel mezzo della pietraia ho trovato una gavetta di ferro arrugginito, con tanto di numero di matricola, tra gli ultimi nevai di luglio e le rocce venate di licheni. Quella era chiaramente una reliquia del Novecento. Sono state tutte guerre diverse, secoli diversi, che ora si confondono tra loro nel silenzio della montagna abbandonata. Non è un male che l'uomo con le sue guerre se ne sia andato altrove. Ora lassù è tutto delle aquile, dei camosci, degli stambecchi, delle marmotte e degli ermellini, il tronco del vecchio larice fa da fontana davanti a casa mia e la gavetta è un vaso di fiori appeso al balcone. C'è un passo, poco oltre il villaggio dove abitiamo, che oggi separa soltanto due valli, due pascoli, due alpeggi, due fianchi della stessa montagna, ma per molto tempo ha separato due Stati (o Regni, o Imperi, o come si chiamavano allora). Abbiamo trovato in una vecchia cassapanca un documento in cui si stabiliva quanti soldati dovessero stare di guardia su quello e gli altri punti di transito dello spartiacque. Due o tre soldati sui passi più impervi, venti o trenta su quelli più battuti. Sul passo in questione ci sono una cappella e un muretto a secco, e chi ci sale oggi difficilmente immagina che quella cappella era un posto di guardia, quel muretto una frontiera. A guardar bene si distingue dai muretti che dividono i pascoli perché la sua faccia superiore non è in piano, è un po' inclinata verso valle. L'inclinazione serviva a sparare. Oltre il passo, scendendo di qualche metro sull'altro versante, nel prato dove le mucche pascolano e corrono le marmotte c'è un rudere che sembrerebbe una vecchia stalla, ma anche lì la forma è un po' strana, e i pastori lo chiamano ancora “l'ospedale di Napoleone”. Forse non di Napoleone in persona, ma certo di qualche suo soldato che attaccò e conquistò quel passo nel maggio del 1800, mentre gli austriaci dal muretto sparavano. A pochi passi dalla cappella c'è una madonnina, sotto la madonnina una targa che ricorda il passaggio non di eserciti, ma di uno scrittore: Lev Tolstoj che qui transitò il 20 giugno 1857, annotando sul suo diario “aria pura e rarefatta, suoni chiari sui monti, odori di segala e melissa, un ragazzo canta”. Tanti altri che nessuno ricorda sono passati per le transumanze, per andare a lavorare da una valle all'altra, per emigrare in Francia o in Svizzera e per tornare a casa. Qualcuno, chissà, sarà passato per amore; qualcun altro per salvarsi la vita. Una famiglia di ebrei torinesi in fuga, nell'inverno del '44, salì al villaggio con l'idea di valicare poi quel passo e proseguire verso la Svizzera: un uomo, una donna e una bambina che il nonno del mio amico ospitò per qualche giorno nella sua stalla. Li teneva nascosti in attesa di qualcosa o qualcuno, forse una guida, un passeur, o una notizia dalla valle, o uno spiraglio di tempo buono in quell'inverno così rigido. I tre non erano preparati alla montagna, non immaginavano tanta neve. Il passo era impraticabile. Quella bambina che adesso è un'anziana signora ricorda ancora il buio, la stalla, i volti scuri dei montanari, l'altra bambina con cui aveva giocato per un po', la zia del mio amico. Alla fine rinunciarono, furono portati giù per tentare da un'altra parte, non so più come riuscirono a mettersi in salvo. Da quel passo se ne vede un altro che sta proprio di fronte, e che è il luogo dove Primo Levi fu arrestato quello stesso inverno. Era il 13 dicembre del '43. Primo amava queste montagne: quassù assaggiò la “carne dell'orso” col suo amico Sandro, che è “il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino”, quassù fece per tre mesi il partigiano e fu catturato in un rastrellamento, quassù continuò a tornare anche dopo il lager. Appena oltre il passo di Primo Levi si vede la piana d'Aosta dove Mario Rigoni Stern fece la scuola d'alpino e da dove nel giugno del '40 fu spedito al fronte, per il vigliacco attacco alla Francia già sconfitta dai tedeschi. Scendendo oltre il Piccolo San Bernardo si accorse di trovarsi sì oltre la frontiera, in un altro paese, sotto un'altra bandiera, ma sulla stessa montagna. “Dall'orlo di un bosco vidi un rustico fabbricato d'alpeggio, ma non c'erano mandrie né persone. La porta era spalancata, sul tavolo c'erano umili stoviglie sbeccate e i rimasugli di una fredda polenta; sul pavimento erano sparsi in disordine poveri capi di biancheria femminile. Provai vergogna verso chi aveva profanato quell'intimità, ma anche di me”. Avrebbe provato la stessa vergogna in Russia, andando a fare la guerra tra i contadini. Nei lunghi anni da soldato, e poi da prigioniero, Mario scoprì che al di là di ogni frontiera c'erano le stesse stalle, lo stesso bestiame, gli stessi mestieri, lo stesso attaccamento alla terra, lo stesso coraggio, la stessa dignità. “Al mondo siamo tutti paesani”, scrisse. Ora lassù è tutto delle aquile, dei camosci e dei lupi. Qua e là anche degli esseri umani che restano o che tornano. Quegli uomini avevano sognato l'Europa come fine delle guerre tra fratelli, perché sulle montagne scomparissero le frontiere e restassero le culture, i boschi e i campi che sono il rapporto dell'uomo con la terra, le vite delle persone. Non vanifichiamo le loro sofferenze, non offendiamo la loro memoria infrangendo quel sogno.


domenica 13 gennaio 2019

LA SCRITTURA DEL PAESAGGIO

(questo pezzo è uscito sulla Stampa)

Ho scritto “Senza mai arrivare in cima” su un quaderno nero, a righe, morbido ma robusto, che mi aveva regalato Mauro Corona quasi un anno prima. Mauro era stato molto generoso con me all'uscita del mio romanzo: l'aveva letto ancora in bozze, aveva accettato di presentarlo in un festival letterario, e in quell'occasione mi aveva portato uno dei suoi quaderni e la sua penna preferita. Il quaderno era rimasto in baita, su una mensola vicino alla stufa, per un intero inverno e una primavera e un'estate, aspettando che il momento della scrittura tornasse. Quando lo incrociavo con lo sguardo mi sembrava che mi ricordasse la cosa più importante, e di non distrarmi troppo con tutto il resto. In autunno finalmente venne in Nepal con me: avevo davanti un lungo cammino su un altipiano al confine con il Tibet, e lì dentro volevo scrivere quel che avrei visto.

Non so se in qualche biblioteca esista un genere chiamato “scrittura del paesaggio”, nella mia sì. Su quegli scaffali custodisco i taccuini dei viaggiatori (Chatwin, Terzani, Tesson), le memorie dei luoghi abitati (Blixen, Hemingway), le osservazioni del mondo naturale (Thoreau, Rigoni Stern). Non importa che sia Parigi o la taiga siberiana, il paesaggio è ciò che abbiamo intorno, ciò che è fuori da noi: i grandi scrittori sono capaci di renderlo vivo, di costruire una relazione tra quel fuori e la propria personalità, la propria storia, indagando se stessi insieme all'anima di un luogo (Tiziano Terzani e l'Asia, Karen Blixen e l'Africa, Mario Rigoni Stern e l'Altipiano di Asiago). “La città non rispose”: così suona l'ultima riga di un vecchio racconto di Erri De Luca, che amo molto. Lo sguardo interroga, il paesaggio risponde o rimane muto; la scrittura del paesaggio è trascrizione di questo dialogo.

E c'è qualcos'altro che ho scoperto praticandola a mia volta. Sento che mi cura dalla claustrofobia del romanzo tanto quanto il viaggio mi porta via da casa. Voglio dire che anche il romanzo è una casa: è una casa che abiti per anni insieme ai tuoi personaggi, che esistono solo per te, dunque è una sorta di casa stregata; è una casa piena di specchi e senza finestre, perché la realtà che hai intorno non penetra in quelle stanze, sono versioni della tua stessa immagine quelle che ti circondano. Io certe volte non ne posso più di stare lì dentro, ho bisogno di uscire, camminare, respirare. Sento che la scrittura del paesaggio rappresenta questo per me, è un prendere aria che poi, a ben vedere, ha qualcosa a che fare con la parola ispirazione. Cercare ispirazione è cercare aria, uscire dalla propria casa ispira nuova scrittura.

In viaggio ho sempre un libro con me, o anche più libri, ma meglio se di un autore solo. Mi piace che diventi il mio compagno di viaggio. È un maestro che mi indica le cose e mi insegna a capirle, ma finisce per essere anche un amico intimo. Questa volta il libro era Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen, un autore poco conosciuto in Italia ma ben noto agli amanti di nature writing americano, e addirittura di culto in Nepal, dove il Leopardo è esposto in lingue ed edizioni diverse nella vetrina di ogni libreria (può sembrare strano, ma a Katmandu le librerie sono parecchie). Matthiessen sta al Nepal come Chatwin alla Patagonia, come Castaneda al Messico: quel tipo di viaggio esistenziale fu compiuto da Peter nell'autunno del 1973, a quarantasei anni, ufficialmente per andare a studiare le pecore azzurre dell'Himalaya e il leopardo loro predatore, intimamente per uscire da una lunga stagione di illusioni, e cercare ciò che non è illusorio nella montagna, nella solitudine, nel cammino, negli sperduti monasteri tibetani. Divenne un “pellegrinaggio in Oriente”, per usare un titolo di Hermann Hesse che quella tensione verso l'Asia l'aveva raccontata tra i primi, e un breviario per i pellegrini come me, che sarebbero venuti dopo. Io avrei ripercorso lo stesso sentiero di Matthiessen quarantacinque anni dopo. Lui, Hesse e Terzani erano gli autori che sentivo più vicini durante il cammino.

C'è molto tempo per leggere e scrivere in un viaggio del genere. Uno parte pensando che le giornate saranno faticose e impegnative, e questo è vero, ma non si può camminare in montagna per più di sei o sette ore al giorno, se lo si fa per venti giorni di fila. Uscivamo dalla tenda al sorgere del sole e poco dopo mezzogiorno piantavamo già il campo dove avremmo passato la notte. In un mondo senza telefoni, computer, televisori, mi pareva di essere tornato all'adolescenza, a quel tempo del tutto vuoto in cui per arrivare a sera non restava che parlare con un compagno, o aprire un libro. Il momento della scrittura arrivava verso il tardo pomeriggio. Una borraccia di whisky scozzese era il mio unico genere di conforto, la centellinavo perché arrivasse alla fine: al freddo dei quattromila metri, con la tosse e la febbriciattola che vengono sempre in alta quota, bevevo whisky diluito in acqua bollente, un toccasana. Nel quaderno non mettevo alcun pensiero. Mi ero dato la regola ferrea di descrivere soltanto quello che vedevo, insieme al divieto di fare fotografie. Volevo che la macchina fotografica fosse il mio occhio collegato alla mia mano, e nel tempio più sacro che incontrai, una sorgente che scaturiva da una parete di roccia dove tutto era arido e deserto, mi bagnai le palpebre e le labbra ed espressi questa preghiera: fa' che io abbia occhi buoni per guardare e fa' che trovi le parole per raccontare ciò che ho visto. Sento che lì c'è il senso della mia scrittura.


martedì 25 dicembre 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA

(questo pezzo è uscito su A rivista anarchica)

Il richiamo della foresta è il festival che organizziamo nei boschi di Estoul, il villaggio della Valle d'Aosta dove abito da una decina d'anni. Nel tempo si è trasformato per me da ritiro personale a centro di molteplici relazioni, e fu tra cinque amici, nell'inverno del 2017, che nacque il desiderio di portare in montagna il lavoro che avevamo sempre fatto in città. Avevamo esperienze diverse e un legame comune con la Scighera di Milano, glorioso circolo libertario della Bovisa, dove alcuni di noi si erano fatti le ossa. Con quel modello in testa avevamo tentato, senza successo, di prendere in gestione un rifugio alpino, progettando di trasformarlo in laboratorio culturale d'alta quota. Così aggiustammo la mira: anche senza il contenitore, o in attesa di trovare quello giusto, non potevamo cominciare a lavorare sui contenuti? Di qui l'idea di fondare un'associazione culturale, che battezzammo Gli urogalli, e organizzare un festival a 1800 metri d'altezza. Estoul si trova su un piccolo altipiano in gran parte utilizzato per il pascolo, un paesaggio aperto e raro per la Valle d'Aosta. Avevamo in mente il luogo adatto, una radura circondata da un bosco di larici di proprietà comunale. Parlando con il sindaco di Brusson l'idea divenne più concreta: il bosco poteva essere usato come campeggio, e la radura, dotata dei servizi necessari, poteva ospitare il festival. Sarebbe noioso benché istruttivo raccontare il lungo lavoro che seguì: gli incontri con gli assessori comunali e regionali, con i consiglieri di una fondazione bancaria, con gli imprenditori a cui chiedere una sponsorizzazione, con i donatori privati; la campagna di raccolta fondi e gli eventi di finanziamento. La bella idea si era rivelata costosa, perché un conto è fare un festival in un circolo a Milano e un altro attrezzare un ambiente selvatico con palco, tensostrutture, bagni, cucina, impianti e generatori, invadendolo con grande dispendio di risorse (e questa è la contraddizione che, personalmente, sento più dolorosa). In ogni caso, né i finanziatori né le istituzioni ci imposero o vietarono nulla rispetto ai contenuti, per cui la fatica di dover gestire questi rapporti fu ripagata dalla libertà di fare quello che volevamo. Che cosa volevamo fare? Portare arte, musica, libri, teatro, fotografia nei boschi, e portarci anche il discorso sul nostro vivere comune che ci ostiniamo a chiamare politica. Parlare di montagna “come occasione di libertà e bellezza”, scrivemmo nel manifesto. Volevamo, soprattutto, condividere dei giorni e questi luoghi con persone appassionate, respirare libertà e bellezza insieme a loro, fondare relazioni da coltivare nel tempo. Nelle nostre intenzioni la montagna non era tanto il fine quanto il mezzo, ciò che avrebbe tenuto insieme questa comunità effimera, con la speranza di renderla sempre più solida e duratura. Avevamo già scoperto da tempo che in alta quota nascono grandi amicizie.

Per questo, nelle prime due edizioni del festival (quella “del lupo” nel 2017 e quella “del camoscio” nel 2018, dalle locandine dipinte dall'amico Nicola Magrin), una parte importante è stata data al racconto di esperienze di ritorno e vita comunitaria, in montagna o in ambiente rurale. Nuovi montanari italiani e stranieri accanto a realtà storiche come la comune agricola di Urupia, in Salento, o il villaggio ecologico di Granara sull'Appennino parmense. Chi studia e sostiene i progetti di ritorno, chi in montagna ospita e fa formazione: l'associazione Dislivelli di Torino, la fondazione Nuto Revelli di Cuneo (ma la sua sede simbolica è il borgo di Paraloup in Valle Stura), il centro studi valdese di Agape in Val Pellice. Abbiamo ascoltato racconti di giornaliste e antropologhe, viaggiatrici e montanare (Linda Cottino, Irene Borgna, Michela Zucca, Anna Torretta, Marzia Verona) e di ragazzi che negli anni Settanta avevano fatto del loro andare in montagna un atto politico, di protesta e di liberazione (Enrico Camanni). E ancora abbiamo provato a raccogliere le voci della montagna ribelle, quella storica delle minoranze, delle resistenze, delle eresie, e quella che oggi lotta in Val Susa o in Kurdistan. Abbiamo ricordato i maestri a cui siamo legati – Mario Rigoni Stern, Primo Levi, Tiziano Terzani – e imparato cos'è l'alpinismo secondo Hervé Barmasse, Nives Meroi, Romano Benet: esplorazione del rapporto tra uomo e ambiente selvatico, e tra esseri umani che vanno in montagna insieme. Più che esaurire l'argomento, ci è sembrato che ogni voce aprisse a tante altre possibilità di racconto, e innumerevoli sono le strade da battere in futuro. Dovrei ancora raccontare del teatro, dei concerti, dell'arte dal vivo, delle mostre fotografiche, ma anche dei balli a notte fonda e dei risvegli dopo i temporali. Sono state circa cinquecento, lo scorso luglio, le persone che hanno partecipato al festival in tenda, in un campeggio del tutto autogestito e sparso per i boschi intorno alla radura. Credo che la notizia migliore sia proprio l'esistenza di questa gente, così appassionata da sopportare per tre giorni le asperità della montagna e così rispettosa da lasciarla, alla fine, senza nemmeno un segno del proprio passaggio. Per uno come me è stato come vedere una piccola anarchia realizzata.

Erri De Luca ha chiuso il Richiamo di quest'anno (o aperto il prossimo, ha detto lui) parlando di geografia e di migrazioni, e dipingendo un grande sud del mondo che si estende molto al di là dell'emisfero australe: è il sud delle periferie urbane, dei mari solcati dagli uomini, delle coste lungo cui si mescolano, delle montagne che attraversano. “Le montagne, bordi della terra, prove della sua forza d'elevazione, margini in cui l'umanità si incontra”: ecco gli appunti che ho preso durante il discorso di Erri. I bordi, i margini, le periferie del mondo: sono i luoghi che ci interessa coltivare perché li sentiamo più fertili e tolleranti, aperti alle possibilità d'incontro, vivi come questa montagna in festa. Per il silenzio e la solitudine occorrerà passare un'altra volta.


mercoledì 28 novembre 2018

LE STORIE CANTICCHIATE DELLA VITA QUOTIDIANA

(questo pezzo è uscito su Robinson)

Ci dev'essere un'anima femminile nel racconto breve, in quest'arte di collezionare frammenti di esistenze, setacciare rivolte e silenziose illuminazioni, registrare sulla pagina la musica della vita quotidiana. O canticchiarla facendo altro, avrebbe detto Grace Paley, così disposta a lasciarsi distrarre dal mondo da avere prodotto appena tre raccolte di racconti in trent'anni di lavoro: Piccoli contrattempi del vivere (1959), Enormi cambiamenti all'ultimo momento (1974), Più tardi nel pomeriggio (1985), che oggi l'editore Sur ripubblica in un unico volume (Tutti i racconti, nella nuova traduzione di Isabella Zani). Quarantacinque piccole storie che fanno brillare il nome di Grace Paley nel firmamento americano del Novecento: per usare un'immagine di Raymond Carver, che della materia se ne intendeva, ecco una delle stelle con cui orientarsi quando si leggono racconti, o si cerca di imparare a scriverne.

Quelle storie sono un tutt'uno con l'epopea di New York nel Novecento. Figlia di ebrei ucraini fuggiti dalla Russia all'epoca degli zar, Grace era nata nel Bronx nel 1922, ovvero quando la città si avviava a diventare, senza che nessuno l'avesse programmato o previsto, il più grande esperimento di convivenza sociale del secolo. A New York allora vivevano sette milioni di persone: due di ebrei dell'Europa Orientale, uno di italiani, mezzo di afroamericani; tanti altri stavano per arrivare dall'Asia e dall'America latina. Nei racconti di Grace Paley furono voci, schiamazzi, litigi, chiacchiere, risate, grida. Il Bronx, Brooklyn, il Lower East Side risuonavano di lingue e dialetti, le radici si smarrivano o forse si intrecciavano, i figli propri si mischiavano con quelli altrui, il vecchio mondo sopravviveva nei riti e nella nostalgia. In un racconto di una sola pagina, Madre, i genitori di Grace ascoltano Mozart in salotto, dentro casa c'è la vecchia Russia polverosa, per strada New York brulica di vita: lui, medico, ha ricevuto pazienti tutto il giorno; lei ha appena lasciato il negozio per la cucina. Canta, le dice lui, una volta cantavi così bene. Lei non risponde. Sembrano smarriti e un po' stanchi. Ma dove siamo? Dopo trent'anni a lui pare ancora di essere appena sceso dalla nave, di avere appena ridato l'esame di anatomia in inglese. Lei è preoccupata per la figlia adolescente, testarda, infatuata di idee rivoluzionarie, una ragazza che torna tardi la sera, ormai così americana. Ci può stare tutto questo in un racconto di una sola pagina? Sì, nelle mani di un artista.

Le origini, gli ambienti, l'umanità che li abita fecero rientrare Grace Paley, all'inizio, in una corrente che a New York nasceva nel secondo dopoguerra, quella della letteratura ebraico-americana. Negli stessi anni esordivano Bernard Malamud, Saul Bellow, Philip Roth, il lettore americano familiarizzava con le massime talmudiche e la cucina kosher, in città lo yiddish era la seconda lingua dopo l'inglese. Grace però non intendeva proseguire su quella strada. Poco più che ragazza si era sposata ed era andata a vivere al Greenwich Village, quartiere di artisti, scrittori, intellettuali, culla della Beat Generation; aveva fatto due figli ma poi il marito se n'era andato, lei era rimasta sola con i bambini. Intorno, ancora una volta, la città ribolliva. La strada chiamava e restare in casa non era proprio possibile, nemmeno se eri una giovane madre divorziata e lavoratrice. Al Village fin dagli anni Cinquanta si era formato un comitato in difesa del parco di Washington Square, la piazza che è il cuore del quartiere e che un'autostrada urbana avrebbe dovuto sventrare: per la prima volta nella storia newyorkese un gruppo di cittadini, principalmente donne, si opponeva a un progetto di lavori pubblici, e fece tanto di quel rumore che finì per averla vinta. Negli anni Sessanta un movimento sempre più grande si formò intorno a quel nucleo originario: per il diritto alla casa, alla scuola, agli spazi di socialità urbana, e poi contro la guerra in Vietnam e l'uso dell'energia atomica. Grace in quel movimento fu sempre in prima fila, tenne discorsi e scrisse manifesti, fu arrestata più volte. Faith Darwin, il suo alter ego letterario, in un racconto è Faith sull'albero: proprio un albero del parco di Washington Square, arrampicata lassù mentre osserva le donne, le sue amiche, i figli che sono figli di tutte, bambini che giocano tra madri che chiacchierano tranquille, e lei sola è lassù a fare la sentinella, angosciata da ciò che sta per capitare. Si sentiva spesso sull'orlo di una tragedia storica, un disastro ecologico, una fine del mondo; chissà se in quell'angoscia c'era anche un ebraismo risvegliato da ciò che era successo in Europa.

Ma non le interessò mai definirsi ebrea, piuttosto newyorkese, e donna più che scrittrice. E femminista, ambientalista, anti-militarista, tutte declinazioni della stessa non-violenza che fu sempre il suo credo. Negli anni Ottanta la comunità letteraria cominciò a tributarle il giusto riconoscimento. Grace intanto si era risposata con un compagno di penna e di battaglie che sarebbe restato con lei fino alla fine, giunta in tarda età, nel 2007. Viveva ancora al Village e ancora distribuiva volantini all'angolo della sua strada. Smise di scrivere racconti e si dedicò ad altri amori, la poesia e l'insegnamento: una sua studentessa fu A.M. Homes che la ricorda come maestra di rigore morale, attenzione verso l'altro, responsabilità, ascolto. Una donna per cui la scrittura veniva dopo le persone e correva dietro alla vita, una newyorkese per cui il richiamo del mondo là fuori era sempre stato troppo potente per starsene sola a casa a scrivere storie.


martedì 6 novembre 2018

SENZA MAI ARRIVARE IN CIMA

Da qualche anno i miei libri preferiti sono libri di viaggio. Le vite dei lettori hanno stagioni, e a un certo punto della mia l'interesse si è spostato dalle storie allo sguardo, alla scrittura intesa come esplorazione di sé e del mondo. La narrativa di viaggio è un vecchio genere, forse è il viaggio stesso ad appartenere a epoche più romantiche della nostra, e io sono legato ad autori per cui viaggiare era un'arte e una filosofia, qualche volta un mestiere, sempre un modo di vivere. Della scrittura di viaggio, mi piace che nasca da un'attentissima osservazione. Ma l'osservazione non basta, per farne racconto il paesaggio deve dialogare con chi lo attraversa, diventare specchio di un paesaggio interiore. Direi che i grandi racconti di viaggio mettono in relazione un luogo e una personalità memorabili. I miei preferiti: Festa mobile di Hemingway e La mia Africa di Karen Blixen, In Patagonia di Chatwin e Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson, Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen e Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Gli ultimi due mi sono molto cari da quando la ricerca del viaggio mi ha portato in Himalaya. “Per tornare viaggiatori bisognerebbe ritornare a essere come gli unici veri viaggiatori”, disse Terzani: “i pellegrini.” Ho trovato il mio pellegrinaggio e il racconto che ne ho scritto intende essere, anche, un dialogo con Tiziano, che considero un maestro dell'arte di viaggiare, di cercare, di osservare e voler capire, di interrogarsi, di amare il mondo e la sua varietà, di rendere la scrittura uno strumento di tutto questo. Il libro si intitola Senza mai arrivare in cima ed esce oggi. Parla di quel che cerchiamo quando andiamo in montagna, e di qualche altra cosa. Il mio amico Nicola è riuscito a essere allo stesso tempo un personaggio del libro, il suo destinatario e l'autore della copertina; sono contento che sia, anche, un libro sull'amicizia.

Infine, è un libro che aiuta delle persone. Con i guadagni sostengo due associazioni che ho conosciuto in Nepal: Sanonani House e CASANepal, due Onlus italiane che operano a Katmandu, case-famiglia per bambini e donne vittime di violenza. Quel piccolo paese ai piedi dell'Himalaya mi ha dato tanto, nella vita e nella scrittura, e in questo modo spero di potergli ridare qualcosa indietro.

“Tashi delek” è il saluto tibetano, vuol dire più o meno “Buona fortuna”, e in Nepal lo si sente quando, superata una certa quota, si entra nel mondo dell'alta montagna e anche l'umanità cambia. Cambiano i volti, gli abiti, cambia la lingua, compaiono gli yak al pascolo e i segni di devozione che si agitano al vento. Il “Namasté” delle pianure e delle valli cede il passo al saluto dei montanari: lassù è ormai Tibet, il regno perduto. Dunque, tashi delek.


domenica 9 settembre 2018

1999

(Questo pezzo è uscito su Repubblica Milano del 5 settembre)

Nel 1999 avevo ventun anni, ero appena uscito dalla scuola di cinema e con un amico girai un documentario in cui alcuni “ragazzi del '77” ci portavano, ormai quarantenni, nei luoghi della loro formazione a Milano. Ero affascinato tanto da quella generazione quanto dalla mia città a quell'epoca, dalle parti di lei che avevano generato o accolto i movimenti giovanili degli anni Settanta, i centri sociali, le radio libere, gli esperimenti di autogestione. Leggevo “L'orda d'oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni, “Costretti a sanguinare” di Marco Philopat, “Zone Temporaneamente Autonome” di Hakim Bey. Molti dei luoghi che esplorammo in quel documentario erano nel Ticinese, proprio intorno alla libreria Calusca di Primo Moroni, con la topografia politica del quartiere che scoprivo allora: via Torino in cui sfilavano i cortei del sabato, via De Amicis ferita dai colpi di pistola, via Santa Marta in cui rifugiarsi dalle cariche della polizia, piazza San Giorgio ritrovo dei primi punk di Milano. Ma c'era anche il Virus di via Correggio (ci ero cresciuto accanto!), il Parco Lambro dei festival nel fango, la Statale in cui una ragazza aveva cominciato a far politica, lo slargo di via Padova in cui un ragazzo si era fatto il primo buco. A ventun anni imparavo daccapo la città in cui ero nato, mi dotavo di occhi nuovi per guardarla. Me ne innamoravo, anche, dopo un'adolescenza in cui era stata per me una città fredda e distante, e mi preparavo a impossessarmene, a esercitare il mio diritto generazionale.
Oggi il quarantenne sono io e chissà cosa racconterei a un ventenne del 2019, se mi chiedesse dove mi sono formato a Milano, che cosa succedeva nel mio mondo allora, quali erano i posti importanti per me. Forse gli direi che nel 1999 il baricentro della città, quanto a Zone Temporaneamente Autonome (quelle che si liberano finché dura, e poi si scappa), sembrava essersi decisamente spostato da sud a nord. Il Ticinese ormai si divideva tra reduci dei bei tempi andati e Milano da bere. Al suo posto c'era l'Isola, magari, ma in pochi allora la chiamavano così, era solo il pezzo di città tra via Farini e Melchiorre Gioia, la Stazione Garibaldi e il Monumentale: uno strano quartiere fatto di scali ferroviari e cimiteri, edifici pubblici dismessi, erbe infestanti che spuntavano nell'abbandono. Era proprio quel genere di vegetazione che interessava a me.
Per qualche anno fu la parte di Milano in cui tornai più spesso, quasi sempre di sera. In via Don Sturzo c'era il Deposito Bulk, occupazione di una scuola in disuso, dove noi ragazzi bevevamo e ballavamo tra le vecchie aule e i corridoi, sembravamo i bambini liberati di “Another Brick in the Wall”. All'Isola di centri sociali ce n'erano ben due: Pergola e Garigliano con la musica, la cucina, il cinema, i concerti reggae, la birra a tremila lire. C'era Metropolix, ostello autogestito in piazza Minniti, da cui passava gente di tutto il mondo. Ma quello a cui mi affezionai di più era un posto che si chiamava Stecca degli artigiani, un'altra occupazione su via Confalonieri, una vecchia corte di officine che in parte ospitava ancora meccanici e falegnami, in parte un circolo culturale. Durò qualche anno e riuscii perfino a festeggiare lì alla Stecca l'uscita del mio primo libro, nel 2004. Poco dopo fu sgomberata e demolita per fare spazio al progetto a cui ci eravamo opposti per tutto il tempo, il cosiddetto Bosco verticale, cioè i due condomini per milionari che ora sorgono al suo posto.
Ecco, questo è il giro che la mia memoria ha fatto quando Piero Colaprico mi ha chiesto: vuoi scrivere un pezzo su quel che pensi di piazza Gae Aulenti? Ma certo, ho risposto, prima di rendermi conto che di quella piazza non ho quasi niente da dire. Non ho rapporti con lei. L'ho vista una volta sola e non ci sono più voluto tornare, così come evito di passare sotto il Bosco verticale (che io chiamerei, più correttamente, Orto). Il fatto è che non potrò mai guardare quel pezzo di Milano senza pensare a quel che c'era prima e a cosa significava per me, e forse è questa la prova definitiva che una città è la tua. È tua perché a un certo punto l'hai esplorata, hai trovato rifugio in certe sue strade, te ne sei innamorato. È tua perché hai difeso la parte di città che amavi – la sua anima, per come la vedevi allora – hai perso e ti sei sentito derubato di lei. È tua perché quando la guardi i tuoi occhi vedono in quattro dimensioni, e la quarta è il tempo: vedono la città di oggi sopra a quella di ieri, e le mettono in relazione.
Non c'entra la nostalgia. È giusto che una città si trasformi, anzi più si trasforma e più è viva, e io riesco perfino ad apprezzare le forme dei grattacieli, a trovarli belli, a riconoscere in loro una prova dell'intelligenza e del gusto umani. Intanto però mi chiedo: che cosa si fa lì dentro? Che cosa si fa per Milano? Oltre quelle finestre ci sono luoghi aperti o chiusi, luoghi che possono essere anche miei o che saranno per sempre di qualcun altro? Scambiando la Stecca con l'Orto verticale, chi abita a Milano ne è stato arricchito o impoverito?
Per fortuna nel tempo ho scoperto anche un'altra cosa, e cioè che l'anima di una città non muore, si sposta soltanto. Forse dovrei essere io a chiedere al ventenne del 2019 dov'è la sua città, di quale Milano si sta innamorando lui. E lasciarmi portare lontano dalla bellissima piazza Gae Aulenti.


mercoledì 15 agosto 2018

Per l'Alpe Devero

Cari amici del Comitato Tutela Devero,
sono con voi nella difesa del vostro splendido territorio di montagna dalla costruzione dell'ennesimo e distruttivo comprensorio sciistico.
So di cosa parlo perché vivo in mezzo a pascoli che, d'inverno, diventano piste da sci: lo sci di discesa richiede una trasformazione profonda del paesaggio, la costruzione di strade, edifici, impianti di risalita, la presenza costante di mezzi a motore, il disboscamento e il livellamento di interi versanti della montagna. Non solo: lo sci senza neve artificiale non è più immaginabile, e questo significa la costruzione di grandi bacini idrici a monte delle piste, lo spreco d'acqua e di energia elettrica, lo scavo di lunghe condutture e l'installazione di cannoni su tutto il percorso. Alla fine di questi lavori (che poi si riveleranno infiniti, perché una pista richiede continua manutenzione) la vostra montagna sarà irriconoscibile. Come capita dalle mie parti, immagino che la maggioranza degli abitanti della vostra valle sia a favore del progetto. Succede perché sono male informati e credono alle promesse di amministratori e imprenditori interessati solo al loro tornaconto. Progetti come questo danno lavoro, sì, ma solo a breve termine: qui a Estoul si discute da anni della convenienza del nostro impianto che, come in tanti piccoli comprensori, è sempre in perdita, prima o poi smetterà di essere sostenuto dal denaro pubblico e chiuderà. Allora nessuna amministrazione spenderà i soldi necessari a smantellarlo: ci terremo i piloni, le stazioni in cemento, le vasche dell'acqua, i versanti spianati, le strade, e la montagna impiegherà secoli a riprendersi quello che era suo, a rigenerare la propria bellezza. Agli abitanti della valle dovete spiegare questo: si stanno giocando una grande ricchezza, cioè la bellezza della loro montagna, per avviare un'attività economica che è in perdita in tutta Italia. Quella ricchezza la stanno togliendo a se stessi e ai loro figli, che non potranno riaverla indietro. Ciò che rovinate in questo modo, lo rovinate per secoli e secoli a generazioni di discendenti.
Poi parlate ai montanari delle persone che arrivano sulle Alpi da ogni parte del mondo per vedere boschi, torrenti, rocce, animali selvatici, un paesaggio non toccato dall'uomo che è sempre più raro sulla terra. È un bisogno diffuso, in un'umanità sempre più urbana, e lo dimostrano i dati del turismo dolce che sono in crescita dappertutto. Una crescita lenta, che non porterà le effimere invasioni di sciatori delle domeniche d'inverno, però solida, radicata, rispettosa del vostro territorio, non a rischio di fallimento. È quello il futuro. La conservazione della vostra montagna non è solo ecologia: è anche il vostro futuro economico, un paesaggio integro varrà sempre di più nei prossimi anni e ancora di più per i vostri figli, varrà oro.
Un abbraccio
Paolo

lunedì 6 agosto 2018

TRE SEDIE

Il momento più difficile è quando vanno via tutti. I tavoli vuoti, l'erba piegata dove c'erano le tende, lo striscione nell'aria che minaccia pioggia. Allora i boschi intorno alla baita tornano al loro silenzio, io alla mia solitudine. È la stessa di prima ma è dura abituarsi di nuovo a lei, dopo tre giorni in cui migliaia di persone hanno popolato questa montagna: hanno dormito, mangiato, bevuto, discusso, cantato, ballato nei boschi in cui di solito cammino solo. Sono i luoghi in cui vado a scrivere, o meglio a osservare e pensare, che è l'inizio della scrittura: questo per me è il camminare. È un rapporto silenzioso con il paesaggio e per questo sono sempre stato un camminatore solitario. A lungo ho praticato la montagna come allontanamento, un andar via dagli altri, una forma di eremitaggio, di immersione nel mondo interiore.
Però, a un certo punto, qualcosa è cambiato. È successo quando in montagna ho cominciato ad abitarci. La solitudine è buona se dura un giorno, un mese, un anno, se è una stanza tutta per te in cui sei libero di entrare e uscire, non se è una condanna di cui non vedi la fine. Nemmeno il vecchio Thoreau aveva davvero la stoffa dell'eremita, se della sua capanna sul lago Walden scrisse: “In casa mia avevo tre sedie: la prima per la solitudine, la seconda per l'amicizia, la terza per la società.” Dopo un po' di solitudine era tornato anche a me il desiderio di amicizia e società, però non volevo scendere in città per ottenerle. Volevo vedere se, a mettere le tre sedie nel bosco, qualcuno ci si sarebbe seduto.
Questa è l'origine dell'associazione culturale di cui faccio parte, “Gli urogalli”, del festival che organizziamo e dell'ostello che stiamo costruendo a Estoul, la frazione di Brusson dove abito da dieci anni. Abbiamo battezzato il festival “Il richiamo della foresta” con l'idea che, prima che un programma culturale, proponesse alle persone un luogo e un tempo da condividere: si sta per tre giorni nei boschi, si fondano relazioni, si sperimenta una comunità effimera perché poi magari i giorni si trasformino in settimane e mesi, l'effimero in duraturo. Dovrei aggiungere che siamo persone di idee libertarie (alcune preferiscono dire anarchiche, altre tenersi le idee ma non definirsi in alcun modo). Per questo, tra i tanti modi di parlare di montagna, più che la chiave naturalistica, alpinistica, antropologica, letteraria, che pure ci interessano, abbiamo scelto quella sociale e politica. Che significa chiedersi: a quali bisogni risponde il nostro andare in montagna? Che relazioni genera? Che cosa vogliamo, noi che ci andiamo ad abitare? Come possiamo costruirlo insieme?
Non siamo certo i primi a farci queste domande, ed è bene sapere cos'è successo a chi ci ha preceduti. Enrico Camanni ha inaugurato il festival raccontando del movimento del Nuovo Mattino e di quando, negli anni Settanta, dai ragazzi della contestazione nacque un nuovo modo di scalare, un atto di gioia, amicizia, ribellione, libero dalla retorica della conquista. Linda Cottino ha parlato di alpiniste, delle loro storie sconosciute, della necessità di riempire quel vuoto che è la narrazione della montagna femminile, e Irene Borgna dei montanari tra cui lei stessa, donna e cittadina, è andata ad abitare, riuscendo con pazienza a esserne accolta. I villaggi di Urupia, Granara, Agape e Paraloup hanno portato esperienze di ripopolamento e vita collettiva sulle Alpi e sugli Appennini e mostrato come la montagna possa essere luogo non di arretratezza e chiusura, ma di diversità, tolleranza, sperimentazione; o di resistenza e di lotta, in Val Susa come in Kurdistan, nei racconti di Michela Zucca, Ezel Alcu, l'editore Tabor, la rivista Nunatak. Infine Nives Meroi e Romano Benet hanno raccontato del loro matrimonio di montagna, di come nasce l'amore sulle rocce della Carnia e di cosa diventa sui ghiacciai dell'Himalaya e del Karakorum, ed Erri De Luca ha chiuso il festival (o aperto il prossimo, dice lui) parlando di geografia e di migrazioni, e descrivendo un grande sud del mondo che si estende molto al di là dell'emisfero australe: è il sud delle periferie, dei mari solcati dagli uomini, delle coste lungo cui si mescolano, delle montagne che attraversano. “Le montagne, bordi della terra, prove della sua forza d'elevazione, margini in cui l'umanità si incontra”: ecco gli appunti che ho preso durante il discorso di Erri. C'è un'altra forza d'elevazione nel nostro paese, contraria a quella di gravità che lo tira verso il basso, e in questi tre giorni a duemila metri ha dato una piccola prova di esistere.
Ora il bosco tace e io sono tornato alle mie letture e camminate, ai rari incontri e ai piccoli lavori. Salgo per i vecchi sentieri e il silenzio della montagna mi sembra vibrare di echi. So che, se li ascolto abbastanza a lungo, presto prenderanno corpo, diventeranno scrittura.


sabato 16 giugno 2018

DIECI ANNI

Oggi è il decennale della morte di Mario Rigoni Stern. Me lo ricordo bene, il 16 giugno 2008: era la mia prima estate in baita e m'innamoravo dei suoi libri, quando lui morì. Ma come, pensai, io sono appena arrivato e tu vai via? Non avrei più fatto in tempo a scrivergli, ad andarlo a trovare, ad ascoltare la sua voce, a bere un bicchiere di vino con lui: non mi restava che leggerlo, seguire le sue tracce, ricordarlo. Ho poi capito che questo poteva essere un compito che mi era stato assegnato, il compito della memoria che tocca a chi, come me, viene dopo. Cerco di svolgerlo meglio che posso. Quest'anno la casa editrice Einaudi mi ha fatto il grande onore di affidarmi l'introduzione a una nuova edizione del "Bosco degli urogalli", il primo libro di montagna di Mario, del 1962. Lo trovate in libreria. Ve ne riporto qui una parte, e spero che oggi tanti di noi brindino al ricordo di questo nostro maestro.


Il sergente maggiore Rigoni tornò a baita dalla guerra il 9 maggio 1945. Ci tornò a piedi, attraversando le montagne per raggiungere il suo Altipiano. Con sé non aveva più armi né divisa ma il cucchiaio d'ordinanza, una cintura di molti buchi più stretta di quando era partito e il cappello con la penna nera che portava dal primo dicembre 1938, data del suo arruolamento volontario come “aspirante specializzato sciatore rocciatore”. In sei anni e mezzo da alpino aveva partecipato agli attacchi contro la Francia, la Grecia, la Russia, era sopravvissuto alla ritirata nella steppa in cui erano morti tanti suoi compagni, dopo l'armistizio aveva rifiutato di aderire alla Repubblica di Mussolini e per questo era stato internato nei campi di prigionia tedeschi, dove dall'autunno del '43 aveva combattuto la sua personale Resistenza. Diventato soldato a diciassette anni, spinto dalla voglia di avventura e dal patriottismo di un adolescente, smetteva di esserlo a ventitré con l'aspetto e lo spirito di un reduce: non volendo più saperne di esercito, rinunciò alla carriera militare e andò in congedo definitivo. Dunque il sergente maggiore Rigoni tornò a essere Mario Stern, figlio di Giobatta, montanaro dell'Altipiano, al momento senza lavoro. Incredibilmente, era ancora un ragazzo.
Così comincia Una lettera dall'Australia, uno dei racconti più belli di questo libro: “In quell'anno, il 1945, ritornavano a casa quelli che erano rimasti. Come nelle sere d'autunno ritornano alle stalle le pecore, le mucche e le capre a piccoli gruppi o isolate, così tornavano dalla Germania, dalla Russia, dalla Francia e dai Balcani quelli che la guerra aveva portato via e lasciato vivi. Chi era stato dalla parte dei fascisti si rintanava in casa e non aveva il coraggio di uscire; quelli che erano stati partigiani passavano cantando per il paese con fazzoletti rossi verdi attorno al collo, e quelli che ritornavano dalla prigionia sedevano in silenzio sull'uscio di casa a fumar sigarette e a guardare il volo degli uccelli.”
Dunque Mario, disoccupato, aspettava. L'uscio è il punto della casa da cui si può scegliere se partire o restare, e in un'indecisione simile si trovava anche lui. Veniva l'estate, ma erano troppo presenti i ricordi per lasciarseli alle spalle e andare avanti. Aveva sofferto la fame e il freddo, la privazione della libertà, la violenza dei carcerieri. Questo era niente, aveva ucciso e visto morire: morti, tanti morti. Chissà se lo torturavano di più i nemici che aveva ammazzato o gli amici che non era riuscito a salvare? Di notte si svegliava gridando al pensiero dei morti. Quanto aveva camminato e quanta neve! A volte provava a raccontare, ma aveva già capito che nessuno voleva ascoltare le sue storie: tutti avevano avuto la propria parte di guerra e non ne potevano più della guerra degli altri. Così aveva messo via il manoscritto del lager, le pagine in cui furiosamente, quell'inverno, aveva trascritto i ricordi della ritirata di due anni prima. Era stata la neve a farglieli tornare in mente. Forse c'era davvero un libro, dentro quelle memorie sgualcite, ma adesso non era ancora pronto a rimetterci mano.
Pensò che per il momento, dato che tra la gente non gli andava di stare, poteva andare a far legna per sua madre. A cavar ceppi, cioè sradicare i resti degli alberi abbattuti, legna utile e gratuita, però un lavoraccio: si dà di piccone tutt'intorno al ceppo e si tira finché la terra non lo lascia andare. Ad avercelo si fa prima con un mulo, e ancora prima, ad avercela, con un po' di dinamite. Ma lavorare era una cosa buona, aiutava a non pensare troppo e a rimettersi in forma, e poi stare in bosco da solo gli era sempre piaciuto. Così Mario si alzò dalla soglia, spense la sigaretta, buttò qualcosa nello zaino e andò in montagna.


giovedì 17 maggio 2018

LOUIS

Dopo un inverno così nevoso da far tornare ricordi lontani alla memoria dei vecchi, la Val di Rhêmes in aprile è tutta segnata dalle valanghe. Sale da nord a sud, al rovescio, per quella destra orografica della Valle d'Aosta che chiamiamo appunto l'envers, gole ombrose e selvatiche tagliate dai torrenti tra pareti di roccia scura. Lungo la Dora di neve non ce n'è più, ma i versanti sono così ripidi da scaricare di continuo quella che si è accumulata su in alto, per canaloni e colatoi: le slavine scavano i pendii e portano giù terra, pietre, tronchi d'albero, perfino animali travolti e trascinati a fondovalle. “Ieri due camosci”, dice Louis Oreiller, come aggiornando il conto della primavera. Io alzo gli occhi a ogni borbottio di distacco, lui non ci fa nemmeno caso. A Rhêmes Notre-Dame, 1700 metri d'altezza, dove la valle si apre in una conca glaciale e concede un po' di dolcezza e di luce, quello delle valanghe dev'essere un rombo familiare.
Louis ha 85 anni, tutti spesi ad ascoltare la montagna. È un vecchio magro e ha una barba bianca ingiallita dal tabacco, ma qui non si muore di fumo, si muore di vino e lui non beve come chi ne ha vista troppa di gente ammazzarsi in quel modo. Ha gli occhi azzurri, arrotola sigarette di trinciato, cammina con quel passo che io ho provato molto a imitare (lento, assorto, un po' curvo in avanti, il passo di chi ha sempre vissuto in salita e si ritrova a disagio nel piano), a vederlo non sai se dargli vent'anni di meno, per il fisico, o cento di più, perché c'è qualcosa di vecchissimo in lui.
Dopo averla ascoltata per una vita intera, e averne imparato la lingua, ha scritto o meglio dettato a Irene Borgna il più bel libro di montagna che io abbia letto nell'ultimo anno. Si intitola “Il pastore di stambecchi” e parla una lingua strana, non c'entra il patois né la erre arrotolata della petite patrie, è una lingua che sembra venire da un altro paese. O da un tempo molto, molto lontano. Quella montagna è qui fuori dalla sua finestra. Dai vetri della cucina, mentre la moglie di Louis prepara il pranzo sulla stufa a legna, osservo la Granta Parey, la piramide di roccia che chiude la Val di Rhêmes a sud, poco prima dei valichi che danno in Francia. Un'altra frontiera non si vede, tutta la destra della valle è dentro il Parco Nazionale del Gran Paradiso: fin da ragazzo, negli anni Cinquanta, Louis ha fatto avanti e indietro per quei confini come contrabbandiere e bracconiere, portando pelli da vendere o barattare, corna di stambecco per soldi, carne di camoscio per fame. È stato inseguito da gendarmi, doganieri, forestali, ha imparato a fuggire di notte e su sci di legno costruiti in casa, si è stampato in testa la mappa di tutti i passaggi segreti, tutte le scorciatoie e i nascondigli della montagna. Poi è passato dall'altra parte perché una volta quelli come lui li assumevano, così in un colpo solo ti levavi un problema e ne risolvevi molti altri: per quarant'anni Louis ha fatto prima il guardaparco, poi il guardacaccia nella riserva della valle, in alto su quei pendii da cui si staccano le slavine. Tutto il giorno lassù, quasi sempre da solo. Lui e la montagna.
Io sono a mio agio seduto in questa cucina, mi è sempre piaciuto stare con i vecchi. Raccontami qualcosa di quello che hai sentito, gli chiedo. “La voce delle cascate”, dice lui. Come? “Se ascolti con pazienza, scopri che le cascate cambiano voce ogni due ore. Fino alle quattro di pomeriggio, poi tornano indietro. Però devi stare lì seduto tutto il giorno per sentirla cambiare.” E gli alberi, Louis, hanno una voce anche loro? “Ce l'hanno sì, tutto ha una voce, solo che noi non la sentiamo. Una volta ho tolto un pezzo di corteccia alla base di un larice, poi ho cominciato a battere con il rovescio dell'accetta e ho avvicinato l'orecchio alla pianta. Il colpo aveva come un'eco, andava su e tornava giù come un'onda. Ho poi scoperto che un albero morto non lo fa, lo fa solo un albero vivo.”
Ora riaccende la sigaretta che si era spenta, e sento bene che è tabacco da pipa. Alle pareti, foto di famiglia e di montagna. Louis, Nathalie, il figlio Silvio, un lupo, un bivacco, tanta neve. Louis a quarant'anni aveva già i capelli bianchi e una bellezza dura, che adesso ha perso. Adesso è un vecchio dolce, non si può più immaginare la sua forza di un tempo. Parlami ancora, Louis, parlami delle rocce. “Le rocce, quante ne ho accarezzate. Tante volte ho traversato senza corda per dei posti da accopparsi. Appoggiavo la guancia alla roccia e chiedevo alla montagna di lasciarmi passare. Bisogna chiedere permesso e capire la risposta, se lei ti dice di no e non sai ascoltare è finita.” E la neve, anche quella hai ascoltato? “Ho lavorato tanto per il servizio valanghe, tutti i giorni d'inverno mandavo giù il grado di pericolo. Usavo gli strumenti in dotazione più qualche altro metodo. A contare gli strati di neve mi aveva insegnato un vecchio bracconiere, Elso, il mio maestro: ti tiri su la manica della camicia, affondi il braccio nella neve e li conti, uno per uno. A prevedere le valanghe mi hanno aiutato anche le femmine di stambecco, che scompaiono dalla montagna qualche ora prima del distacco. I maschi invece sentono la neve in arrivo, prima di una nevicata si mettono in cerchio intorno a un dosso e posano la testa verso l'interno, formano una specie di rosa con le corna. Sono sempre in numero dispari: tre, o cinque, o sette.”
Ecco, in questo libro che commuoverà gli amanti della montagna ci sono stambecchi che fanno la rosa, c'è un corvo che attacca il cucciolo di camoscio agli occhi mentre la madre lo sta partorendo, c'è un ermellino che vendica i figli uccisi cogliendo la vipera quand'è in amore. C'è un sapere non tramandabile, che non erediteremo. Provo un terribile senso di perdita a pensare che questi montanari si portano via tutto quello che hanno imparato, e che noi non impareremo mai. Noi possiamo soltanto ascoltare questa voce che ci riempie di meraviglia e di rimpianto.
Conosci la mia valle, Louis? Gli si illumina lo sguardo: non solo perché la mia, la Val d'Ayas, è sul dritto ed è tutta al sole. È che questi vecchi valdostani hanno sempre almeno un ricordo in ognuna delle nostre quindici valli laterali, posti in cui magari non tornano da cinquant'anni e di cui parlano come mondi lontani. “Sì, in quel lago del tuo libro ho fatto il guardapesca. Erano i primi anni Sessanta, mi ricordo tanti montanari in alpeggio. È ancora così?” Non te lo dico, non lo vuoi sapere. Parliamo dei vecchi amici, sono quasi tutti morti o sono via, come dicono quassù, come se morire fosse un po' partire. Fa un elenco di persone che conosceva nella mia valle, questo è via, questo è via, questo è via, finché ne nomina uno che è ancora qui. Quello sì, è vivo e vegeto, lo chiamano “Porca miseria”. È l'uso di soprannominare gli uomini con i loro tic verbali. Questo Porca miseria da noi è conosciuto perché anche dopo gli ottant'anni continua a litigare con tutti, qualche volta mena pure le mani.
Vai ancora in montagna, Louis? “No, ho smesso sette anni fa. Ho fatto un lungo giro a salutare tutto. Sapevo che era l'ultima, sono stato su per un giorno intero.” Poi pensandoci gli scappa una frase: “Ma se torno...”, e io che amo il buddismo gli chiedo se davvero pensa che torneremo. “Non so”, dice. Poi ci riflette e risponde più deciso: “No, credo di no.” Ma ho colto nel frattempo uno sguardo di Nathalie, che si è voltata dalle sue pentole per vedere cosa rispondeva. Lui crede che forse torneremo, lei no e non vuole sentire bestemmie o eresie.
Vado via dopo una mattina passata ad ascoltare questo vecchio e la montagna che parla attraverso di lui. La Granta Parey ha lo stesso nome del Gran Paradiso e vuol dire solo una cosa, montagna grande, non c'entra coi paradisi. La gente una volta non perdeva tempo a trovare nomi alle montagne.
“Salutami la Val d'Ayas”, mi dice, mentre parto. Vieni tu una volta a salutarla, no Louis? “Ma come faccio, non sento più il piede del freno. La patente ce l'ho ancora ma in discesa credo di frenare e invece vado dritto. Meglio di no.” E se una volta ti vengo a prendere io e ti porto di là, a raccontare a un po' di ragazzi che cosa hai sentito in montagna? “Allora forse sì”. Bene. Allora organizzo. Forse c'è ancora tempo per imparare.

(Louis Oreiller sarà ospite al Richiamo della foresta, il festival che con alcuni amici organizzo a Estoul in Val d'Ayas, il 21 luglio)