domenica 20 marzo 2011

IN LETTURA

Racconti, sempre racconti. Se gli editori italiani andassero avanti così, potrei anche non aprire più un romanzo in vita mia. L’uscita di raccolte vecchie e nuove, in questo periodo, segue alla perfezione i miei ritmi di lettore. Ne ho cinque sul comodino, oggi parlo delle prime tre.

Richard Yates, Bugiardi e innamorati (minimum fax). È la seconda e ultima raccolta di Yates, del 1981. Molto diversa dalla prima, Undici solitiduni, soprattutto per l’impressionante adesione dei racconti alla vita dello scrittore. Conoscendola un po’, sembra di leggere i capitoli di un’autobiografia: il rapporto infantile con la madre, artista frustrata e onnipresente; l’arruolamento nell’esercito appena in tempo per visitare Parigi liberata; il ritorno a New York, il lavoro nella pubblicità e il matrimonio; il nuovo soggiorno in Europa, questa volta a Londra, con il sogno di fare lo scrittore a tempo pieno; la crisi coniugale e la separazione; il periodo trascorso a Hollywood come sceneggiatore. Ma il valore del libro non è tutto qui. Almeno due racconti sono memorabili: “Bugiardi e innamorati” (quello ambientato a Londra, tra sogni letterari e sotterfugi sessuali) e “Addio a Sally” (quello ambientato a Hollywood, in cui per tutto il racconto aleggia lo spettro di Fitzgerald, ma io, chissà perché, ci ho sentito anche John Fante e il suo Arturo Bandini). Tolta l’ossessione materna, Yates dà il meglio di sé quando parla di coppie, e lì davvero sembra di sentir suonare un'orchestra: con la grancassa dell'attrazione sessuale, gli archi dell’amore romantico, i fiati del tradimento, del disamore e del distacco che sempre chiudono il concerto.

Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni (Fandango). Brodkey è uno di quegli autori di culto scomparsi misteriosamente dalle nostre librerie. Io, almeno, questo libro lo cercavo da anni. È una raccolta di nove racconti del 1958, molti dei quali usciti in precedenza sul New Yorker. All’epoca suscitò entusiasmi, tanto che alcuni critici salutarono l’esordio di un nuovo maestro: solo che, dagli anni Sessanta, Brodkey si mise a scrivere un’opera sofferta e interminabile, migliaia di pagine intrise di nostalgia che gli valsero l’etichetta di “Proust d’America”, e che sarebbero uscite in parte come racconti (Storie in modo quasi classico, 1988), in parte come romanzo (The Runaway Soul, 1991, lungo quasi 900 pagine e inedito in Italia). Se volete saperne di più, c’è un bell’articolo di Fernanda Pivano nell’archivio storico del Corriere. Sembra che nel prossimo futuro Fandango ripubblicherà tutto quanto. Per ora, posso dire che i racconti soddisfano le attese. La raccolta è idealmente divisa in due parti: nella prima, quattro storie di ampio respiro tracciano un percorso di formazione tra infanzia, adolescenza e giovinezza; nella seconda, cinque storie brevi gravitano intorno a una stessa protagonista, Laura. A me sono piaciute soprattutto queste ultime. Più che Proust, sento risuonare le note di alcuni racconti “femminili” di Salinger.

The Paris Review: il libro della gente con problemi (Fandango). È la quarta antologia della Paris Review che Fandango pubblica, dopo due raccolte di interviste e una “bibbia” di cui ho già parlato un anno fa. In questo caso si tratta di racconti di varia lunghezza, dalle 5 alle 80 pagine. Che cosa posso dire, oltre che si tratta della migliore rivista letteraria d’America? Forse è il caso di fare alcuni nomi: Annie Proulx, Denis Johnson, Mary Robinson, Julie Orringer, Wells Tower, Miranda July. E dire che molti di questi racconti difficilmente usciranno in Italia in altra forma. A quanto pare, le antologie della Paris Review alla fine saranno otto: e io ho un piccolo scaffale di quaranta centimetri, tra il calorifero e il divano, che è già dedicato a loro. Tanto per farvi capire il valore di quella zona: sopra c’è lo scaffale con i libri sui pirati. La mia libreria è organizzata secondo un rigidissimo ordine sentimentale.

martedì 1 marzo 2011

DUE SCRITTORI AL DINGO BAR

(A settant'anni dalla morte, minimum fax pubblica tutte le opere di Francis Scott Fitzgerald in una collana speciale. I libri sono ritradotti da scrittori italiani contemporanei: Giuseppe Culicchia, Francesco Pacifico, Tommaso Pincio e Veronica Raimo. Altri hanno scritto per il sito di minimum un ricordo personale, e questo è il mio. Tutti i contributi si trovano qui. Un'ultima cosa: sono libri bellissimi, meritano il vostro scaffale migliore.)

Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o l’agio con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualunque dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.
(Ernest Hemingway, Festa mobile)

Si incontrarono al Dingo Bar di Montparnasse verso la fine di aprile del 1925, appena due settimane dopo l’uscita del Grande Gatsby in America. Per entrambi era stata una primavera fruttuosa. Il quartiere era il cuore degli anni folli, ci abitavano Picasso ed Ezra Pound, e il Dingo ospitava parecchi americani in esilio, perché stava aperto tutta la notte e si poteva parlare inglese. Seduti al banco bevvero champagne: Fitzgerald aveva ventotto anni e tre romanzi alle spalle, faceva vita da ricco tra la Costa Azzurra e Parigi, dilapidava in auto a noleggio e alberghi di lusso i compensi delle riviste newyorkesi; Hemingway non aveva un soldo, si era appena licenziato dal Toronto Star per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, saltava i pasti e metteva da parte i risparmi per fare un giro alle fiere di Spagna in estate. Erano entrambi sposati da poco. Ernest aveva un figlio piccolo, Scott una bambina. Che cosa ci facevano a Parigi? Più che altro, bevevano e scrivevano. Al di là dell’oceano, nel 1920, era cominciata l’epoca del Proibizionismo, e l’Europa si era trasformata di colpo in un immenso bar a basso costo.
Ernest amava il vino. Aveva imparato ad amarlo in Italia, nelle osterie di Milano e Padova, mentre la gamba guariva dalle schegge di granata del Piave e lo spirito da tutti i morti che gli era toccato vedere. Beveva vino in grandi quantità e quest’abitudine, oltre al mondo là fuori che lo chiamava a gran voce, gli rese la vita impossibile una volta tornato a casa, perciò a ventidue anni trovò lavoro in un giornale canadese e si fece spedire a Parigi come corrispondente. Al vino, Scott preferiva di gran lunga whisky e champagne. Preferiva le strade di New York ai boschi del Michigan, la compagnia di gente elegante a quella di soldati e contadini, le macchine decapottabili ai treni. E al posto di tutte le infermiere, cameriere, indiane mezzosangue e ragazze di campagna di Ernest, lui aveva amato una donna sola, Zelda, la sadica, rapace, sfrenata e bellissima Zelda. In vita sua era stato a letto soltanto con lei. Una donna in grado di respingerlo quando era al verde, riprenderlo appena diventato famoso, trascinarlo in una giostra di balli e sbornie che ormai vorticava da cinque anni, attraverso New York, l’Italia, Londra, le ville di Long Island e quelle di Antibes e Juan-Les-Pins. Anche Ernest aveva girato l’Europa, ma sulle carrozze di terza classe. Sua moglie Hadley veniva da Saint Louis, la prima delle quattro ragazze del Missouri che avrebbe sposato in quarant’anni. Quell’inverno, alla Gare de Lyon, qualcuno le aveva rubato una valigia preziosissima, che conteneva tutti i manoscritti del marito compreso un romanzo mai più ritrovato. All’inizio era sembrata una tragedia, poi si sarebbe rivelata una fortuna. Ogni aspirante scrittore dovrebbe essere costretto, in qualche punto del suo apprendistato, a ricominciare da zero. Hemingway stava ricominciando da zero. Fitzgerald, al contrario, era sulla cresta dell’onda, anche se per soddisfare Zelda viaggiava troppo, spendeva troppo, beveva troppo e scriveva troppo poco.
Che aspetto avevano? In Festa mobile Scott è descritto senza pietà. Parlava solo lui quella sera. Aveva letto dei racconti di Ernest e ne tesseva le lodi. Aveva una cravatta inglese, i riccioli biondi ben composti, un nasino raffinato e le gambe corte. Del suo viso colpiva la bocca: che era delicata e sinuosa e, scrive Hemingway, in una ragazza sarebbe stata una bellezza, in un uomo diventava oscena. Dell’aspetto di Ernest veniamo informati in un altro libro, l’Autobiografia di Alice Toklas, le memorie di Gertrude Stein: era un giovane gagliardo, dall’attenzione sempre viva, lo sguardo furfantesco e le movenze di uno di quei barcaioli del Mississippi descritti da Mark Twain. Uno etereo, femminile, aristocratico, l’altro virile e selvaggio, entrambi affamati di vita e lontani da casa e già posseduti dall’alcol: ecco i due protagonisti della generazione perduta al loro primo incontro.
Stavano inaugurando una strana amicizia crudele. Ernest di Scott avrebbe disprezzato la debolezza fisica, l’ipocondria, la scarsissima disciplina, la schiavitù nei confronti di Zelda, l’arrendevolezza verso la narrativa commerciale, l’enorme spreco di talento che tutto questo costituiva ai suoi occhi; Scott di Ernest avrebbe adorato il coraggio, i ricordi di guerra, l’abilità nella caccia e nel pugilato, l’esperienza delle donne e del mondo. Entrambi avrebbero riconosciuto nell’altro un grande scrittore. Fu Scott a raccomandare Ernest al suo editor, Max Perkins, con queste parole: “Volevo parlarti di un giovane scrittore di nome Ernest Hemingway, che vive a Parigi e ha un brillante futuro. Io non aspetterei un minuto a farmi vivo con lui. È la persona che mancava”. Da parte sua, una volta terminata la lettura del Grande Gatsby, Ernest si ricredette completamente su quel damerino incontrato al bar. Il romanzo lo lasciò talmente ammirato che “quando lo ebbi finito capii che qualsiasi cosa facesse Scott, o qualsiasi contegno tenesse, dovevo abituarmi a considerarlo come una malattia, e che dovevo prestare a Scott tutto l’aiuto possibile e cercare di essergli amico”. Anche se poi non andò così.
Quella sera del 1925 pensavano di avere una vita davanti, ma non era vero. Come scrittori, si trovavano nel loro momento di grazia. Scott aveva appena scritto il suo capolavoro, Ernest l’avrebbe fatto nei cinque anni successivi: i racconti, Fiesta, Addio alle armi. Tutti i libri venuti dopo sarebbero stati peggiori, per un motivo o per l’altro. O forse per l’unico motivo che né l’alcol, né le lodi del mondo hanno mai aiutato nessuno a scrivere meglio, anzi: entrambi avrebbero rimpianto gli anni di Parigi e il loro tocco magico giovanile.
Per questo mi piace fermarmi qui, al Dingo Bar, nell’aprile del 1925, l’istante dell’incontro immortalato come in un quadro di Degas o di Toulouse-Lautrec, uno di quegli interni parigini del secolo precedente. Si intitolerebbe Les écrivains de Montparnasse. Oppure: Jeunes hommes au café. Oppure: Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald scrivono la storia.
Non potevano sapere questa e tante altre cose, e nemmeno a chi dei due sarebbe toccato comporre l’epitaffio dell’altro: “Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla. In un primo tempo non lo capì più di quanto lo capisca la farfalla, ed egli non se ne accorse neppure quando il disegno fu guastato e cancellato. Più tardi si rese conto delle sue ali danneggiate e comprese com’erano fatte e imparò a riflettere e non riuscì più a volare perché era scomparso l’amore per il volo e poté solo ricordarsi di quando volare non gli era costato il minimo sforzo”. Lo scrisse Ernest per Scott ma valeva per tutt’e due: per Fitzgerald, Hemingway e tutti quelli che una volta erano grandi scrittori, e poi sono diventati soltanto vecchie glorie dal talento perduto.

giovedì 10 febbraio 2011

SCRIVERE NEW YORK SU FUORI ORARIO

In questi anni è capitato più volte che qualcuno mi chiedesse: dove posso trovare la serie Scrivere New York? Con quei nove documentari, girati nel 2004 insieme a Giorgio Carella e Marco Cassini, il sogno è sempre stato quello di realizzare un cofanetto, magari accompagnato da un libro: ma il sogno era piuttosto costoso e dall'incerto futuro commerciale, e non se n'è fatto mai niente. Così Giorgio e io, e forse anche qualcuno a minimum fax, abbiamo passato molto tempo a fare copie per gli amici, dicendo che la serie era ormai introvabile e godendo in segreto di questa condizione, che ci permetteva di passare i nostri film sottobanco, copie pirata, come certi lavori di culto degli anni Settanta.
Invece ora scopro che alcune puntate della serie sono in programmazione su Raitre, all'interno di Fuori Orario. Stanotte verso le 2 tocca a Rick Moody. La notte tra domenica e lunedì sarà il turno di Nathan Englander e Jonathan Lethem. Poi spero che arriveranno anche i successivi. Insomma: da una condizione di culto all'altra. Fuori Orario, ragazzi. Chi l'ha già vista ma la vuole rivedere, chi se l'è persa ai suoi tempi, chi non sa nemmeno che cos'è, adesso ha l'occasione giusta.
Io sono un po' commosso all'idea che siano passati sette anni. Tutta la mia storia con New York è cominciata da lì, insieme a tante altre cose. Come dice quel tizio che parla fuori sincrono? Buona visione.

mercoledì 2 febbraio 2011

LE LACRIME DI MIO PADRE

È un buon periodo per gli amanti dei racconti e della narrativa americana. Ho cinque libri sul comodino, e ho appena scoperto il piacere di leggere a letto, la mattina, come prima cosa dopo avere aperto gli occhi. Comincio con un racconto di Yates, o di Canty, o di Cynthia Ozick, poi mi alzo a preparare il caffè e penso a come dare un senso alla mia giornata. Mi infilo un maglione sopra l’altro. Faccio trazioni alla sbarra e flessioni sul pavimento. Alla finestra controllo il cielo, pur sapendo che sole o pioggia non faranno alcuna differenza per me, se non per la luce che entrerà dall’abbaino o il tamburellare delle gocce mentre scrivo. Infine prendo la tazza di caffè, la penna e il quaderno e torno nel lettone. Per fortuna ci sono le storie a riscaldare l’inverno.

Oggi ho voglia di parlare di John Updike, Le lacrime di mio padre. Non ho mai letto un romanzo di Updike, mi spaventa la mole della sua produzione. Però ho sfogliato questa raccolta in libreria e ho letto il secondo racconto, “Archeologia personale”: parla della villa di un uomo e di come si è trasformata nel tempo. L’uomo immagina le vite dei quattro precedenti proprietari attraverso i reperti che emergono dai suoi terreni. Cartucce di fucile. Resti di copertoni. Frammenti di tazze di porcellana. Intuisce che la casa ha vissuto un’età dell’oro e poi un periodo di decadenza, si fa un’idea dell’aspetto di persone ormai scomparse e nelle sue passeggiate impara a convivere con questi fantasmi, perfino ad amarli. Racconto splendido. Un altro si intitola “Blackout”: in uno di quei sobborghi della costa est, un violento temporale provoca un’interruzione di corrente. Il protagonista, un uomo sulla sessantina, decide di farsi un giro in macchina. Tutte le villette sono buie, qua e là nelle finestre ondeggiano fiammelle di candele, il silenzio è impressionante. Nel centro della cittadina la banca e la posta hanno chiuso, e le persone si sono radunate all’aperto aspettando che torni l’elettricità. Il buio le ha spinte fuori da case e negozi. Sulla strada del ritorno, l’uomo incontra una vicina che conosce soltanto di vista. È spaventata. Suo marito è via per lavoro, lei era in casa da sola e il blackout ha fatto partire l’allarme. L’uomo si offre di riaccompagnarla e darle una mano. Nella villetta identica alla sua, è disorientato dalla disposizione delle stanze. Gli spazi si intuiscono soltanto, i mobili diventano ostacoli misteriosi. Lui si trova faccia a faccia con questa sconosciuta e si accorge della reciproca attrazione. Il buio, il temporale, la paura e l’improvvisa intimità caricano l’aria di tensione erotica. I due si avvicinano. Si baciano. Quando torna la luce, le prime cose che ripartono sono la lavapiatti e l’audio del televisore.
Anche le altre storie hanno protagonisti simili, uomini benestanti e in là con gli anni, spesso con qualche matrimonio alle spalle. Le loro città di provincia, le loro case. Figli adulti e ormai estranei. Vecchie fiamme che ricompaiono con le guance avvizzite e i capelli bianchi. I fantasmi dei padri. In fondo ognuno di questi racconti è un’archeologia personale: meditazione sui frammenti che la vita produce, e che testimoniano a noi stessi ciò che è stato.

Resto in ascolto per cogliere il rumore della prima auto in movimento, verso l’alba; aspetto che mia moglie si svegli, scenda dal letto e rimetta in moto il mondo. Le ore scorrono avanti a scatti pigri. A sentire lei, dormo più di quanto sia consapevole di fare. Ma sono senza dubbio vigile quando, alla fine, inizia a muoversi; sposta le braccia con gesti irritati, liberandosi a fatica da qualche sogno, e poi, nel chiarore sempre più intenso della finestra, scosta il lenzuolo e lascia scoperta la camicia da notte spiegazzata. Sento lo scalpiccio dei suoi piedi nudi intorno al letto, e molte mattine, adesso che sono in pensione e ho quasi ottant’anni, mi riaddormento per un’altra ora. C’è chi si prende cura di tutto, posso lasciarmi andare, il mondo non ha bisogno di me.
Lo specchio per radersi è appeso davanti a una finestra affacciata sul mare. Il mare è sempre pieno, piatto come un pavimento. O quasi: ha una delicata curvatura planetaria, a sorreggere pochi sfuocati mercantili e alcune navi da crociera che escono dal porto di Boston con un’avanzata impercettibile. Aerei ammiccanti venuti dai vari angoli del globo scendono lungo linee oblique, tracciando solchi ricurvi nel cielo, verso l’aeroporto a est della città. Con le pillole per prolungarmi l’esistenza nella mano sinistra, sollevo il bicchiere pieno, l’acqua resa più dolce dalla breve attesa sul ripiano di marmo del lavandino. Se interpreto bene le intenzioni di questo vecchio strampalato, sta brindando al mondo visibile, e al diavolo l’imminente scomparsa alla quale lui è destinato.

John Updike, Le lacrime di mio padre
Traduzione di Federica Oddera, Guanda editore

martedì 11 gennaio 2011

COSE CHE CAMBIANO D'INVERNO

Da un po’ di tempo avevo il sogno di fare il cuoco, possibilmente in una nave mercantile o in un rifugio di montagna. Credo che a Carver sarebbe piaciuto: ci sta bene un mestiere così nel curriculum di uno scrittore. E poi si sa, nelle cucine il vino scorre a fiumi. Insomma: un po’ per inseguire i miei miti, un po’ per avere la scusa di tornare quassù, ho trovato lavoro in un ristorantino. Farina gialla, toma d’alpeggio, carne di manzo e di maiale sono state le mie materie prime nelle ultime settimane. Nove chili di salsiccia al giorno, teglie di lasagne e di crespelle, enormi paioli di polenta da conciare con burro e fontina. Fuori i pascoli coperti di neve e i boschi in cui correvo d’estate, osservati attraverso una finestrella appannata dalla condensa. Mi manca quella libertà, però sto bene. È un lavoro gratificante e duro, dare da mangiare alle persone. Lascia dei segni in bocca e sulla pelle. Ora ho mani da cuoco, che non sono mani da falegname ma ci vanno vicine: arrossate dai detersivi, piene di ustioni e di tagli e dei buchi della maledetta affettatrice.

Tra i pasti che prepariamo, ci sono quelli per i lavoratori degli impianti. Verso le undici e mezza riempiamo alcune borse termiche con una bottiglietta d’acqua, un sacchetto di carta con pane e formaggio, un thermos diviso in tre scomparti per il primo, il secondo e il contorno. Un ragazzo viene a ritirare le borse e le distribuisce ai suoi compagni. Una di queste prende la seggiovia, risale le piste e arriva a quota 2100, dove lavora Rambo. Il suo compito è aiutare la gente a smontare dal seggiolino, rallentando le macchine per i bambini, fermandole se qualcuno inciampa o cade, porgendo la mano alle signore. Siccome non mangia verdura il suo contorno torna sempre indietro, e così noi, in cucina, quando svuotiamo i thermos per lavarli riconosciamo quello di Rambo. È il modo che abbiamo per comunicare a distanza.
Alle quattro e mezza, chiusi gli impianti, viene giù a bere il caffè. È un uomo grande e grosso, ma otto ore all’aperto, d’inverno, a più di duemila metri, non sono uno scherzo nemmeno per lui. Se ha fatto freddo - e qui il freddo significa tra i dieci e i venti gradi sotto zero - quando entra al ristorante ha la faccia rossa, bruciata dal gelo, e delle rughe intorno agli occhi che non gli avevo visto mai. Come me, è contento di lavorare ma gli mancano i pascoli, le mucche, la baita in cui viveva con niente, la sua sconfinata libertà: il lavoro salariato è una necessità e una tortura, l’inverno è un conto alla rovescia, il primo maggio Rambo torna pastore.

Verso sera, mentre strofino le pentole con la paglietta di metallo, anche Remigio attacca a lavorare. Si infila la sua divisa, sale sul gatto e batte le piste fino a mezzanotte. Dice che la neve è un materiale come un altro. Bisogna pensarla come sabbia in un cantiere. I cannoni la producono, i gattisti la stendono su per le piste, gli sciatori la scavano, la ammucchiano, la spostano verso il basso, i gattisti la rimettono dov’era prima. Tutto lì. Da casa, di notte, assisto al lavoro che di giorno non si vede. Ogni cannone è dotato di un faro, così sembra sparare nel cielo non neve, ma lapilli di lava, e una fila di esplosioni lontane illumina la montagna. Il gatto passa davanti al mio balcone ogni mezz’ora, i lampeggianti accesi, i cingoli che spianano qualsiasi gobba, enorme bestia notturna che non teme il freddo né il buio. Remigio il solitario, il lettore, il costruttore di case magiche, l’osservatore di animali selvatici, l’amante dei lupi, lavora su una di queste macchine. Così va la vita d’inverno per via dell’oro bianco, da cui tutti noi in un modo o nell’altro dipendiamo.
Abbiamo un rapporto controverso con gli sciatori. Sono clienti. Sono l’unica risorsa economica della montagna. È triste osservare i cannoni, le seggiovie, le doppie file di macchine parcheggiate sulla strada, le tute e gli scarponi e i caschi che rendono le persone simili ad automi, però senza di loro non ci sarebbe nemmeno il resto, i miei amici emigrerebbero altrove, la mia casa sarebbe un cumulo di vecchi sassi, la cucina in cui lavoro non esisterebbe nemmeno. Cerco di ricordarmelo, quando questo parco giochi mi fa rabbia.

Di buono c’è che dura poco. Lunedì 10 gennaio, da un giorno all’altro, sono spariti tutti. Era la prima mattina libera dalla vigilia di Natale, e così, nonostante il nebbione in cui eravamo immersi, con Remigio abbiamo deciso di andarcene via con le ciaspole. Dopo mezz’ora, finito il bosco, era già tutto dimenticato. Le persone, il loro rumore. Solo la nebbia e una labile traccia davanti e quei posti conosciuti a memoria - lì d’estate c’è un masso a forma di torre, lì una sorgente, lì una distesa di rododendri - resi desertici e lunari dalla neve. Anche i selvatici, che vicino alle piste sembrano svaniti nel nulla, quassù lasciano tracce del loro passaggio. La volpe fa il giro degli alpeggi cercando avanzi di cibo. La lepre è attratta dai ciuffi d’erba secca sotto gli abeti. La martora segue percorsi di caccia, strategie misteriose ma evidenti come pieghe su un lenzuolo. Su in alto i laghi non ci sono più. Quando arriviamo alla conca Remigio scava nella neve con il bastone, e dopo un po’ trova il ghiaccio vivo. Ci siamo proprio in mezzo. Sospesi sopra il lago, avvolti dalla nebbia, ci sediamo a mangiare un pezzo di pane e formaggio. Sotto di noi, in un’acqua densa e nera, sognando la luce di luglio dormono i pesci.