martedì 16 luglio 2013

SETTE PADRI AMERICANI


per Alice, Charles,
Ernest, Peter, Ray,
Richard e Toby

Tuo padre e la sua macchina sembravano una cosa sola. Preferiva le Chevrolet. Parlava dell’Ovest in cui era cresciuto come dell’unica America ancora intatta: dove un uomo poteva avere tutto lo spazio che gli serviva, e una macchina per attraversarlo da parte a parte. Conservi una foto di lui a ventidue anni, appoggiato al cofano di un furgoncino Ford, una sfilza di persici gialli in una mano e una bottiglia di birra nell’altra: fissa l’obiettivo con aria di sfida, come se facesse a gara con qualcuno, ma è il sorriso che lo tradisce, l’impacciata spavalderia di quell’età. La birra è una Bud. Per tutta la vita, senza troppo successo, tuo padre ha cercato di sembrare un duro.
Tuo padre e le sue chiacchiere da imbonitore. Discorsi seri, da uomo a uomo, su argomenti che magari eri troppo piccolo per capire, ma un giorno eccome se gli avresti dato ragione. Ogni tanto ti chiedevi se non stesse parlando da solo. Se accennava a tua madre la chiamava proprio così: tua madre. L’umore di lei oscillava tra il poco arrabbiata e il molto arrabbiata con lui. Una volta che era poco arrabbiata lasciò che tuo padre ti portasse a sciare, alla vigilia di Natale, a patto di essere a casa per cena: soltanto che, nella neve del pomeriggio, lui trovò una qualità rara e preziosa che lo spinse a un’ultima discesa, e poi a un’ultima ancora, e poi a un’ultimissima. Nel frattempo nevicò così tanto che la polizia chiuse la strada. Questa tua madre non me la perdona, disse tuo padre davanti alle transenne. Dovevamo partire prima, commentasti tu, piccolo petulante. E allora come ne uscì, tuo padre, vedendosi preso in mezzo tra una donna e un ragazzino, entrambi convinti di essere più saggi di lui? Oltrepassò il cartello di divieto, spostò le transenne e si fece tutta la discesa nella neve fresca. Tu non lo fare mai, ti disse, capace di darti una lezione anche mentre infrangeva la legge. I bordi della strada non si vedevano più. Sulla neve sembrava di planare. Magari era un irresponsabile, però bisogna ammetterlo, che guidatore: sensibilissime le dita sul volante, leggerissimi i piedi sui pedali.
Tuo padre, l’affilatore di lame. Ricordi il gesto di pulirsi la mano sui calzoni, prima di stringerla ad altri. La bottiglia di whisky da quattro soldi nascosta sotto il lavandino. Davanti alle bizzarrie del mondo, lo stecchino di tuo padre passava da un angolo all’altro della sua bocca mentre lui considerava i modi in cui la gente si rovina. Aveva un amico giù alla segheria che possedeva uno stagno, e si era comprato un barile di trotelle con l’idea di allevarle e rivenderle ai pescatori: solo che a quelle trote finì per affezionarsi troppo. Era uno la cui moglie si vedeva spesso in giro, e forse questo c’entrava. Cristo, guarda che roba, disse tuo padre, quando ti portò a pescare allo stagno del suo amico, e l’acqua ribolliva di pesci. Gli consigliò di tirarne fuori un po’ se voleva far crescere gli altri, e quello in risposta prese il fucile e vi cacciò da casa sua. Tuo padre scosse la testa e non ne parlò mai più - erano le cose che non capiva, oltre al whisky cattivo, quelle che alla fine l’avrebbero ammazzato.
Tuo padre e suo padre: eccone un’altra di cui non parlava mai. Hai una foto di loro due di spalle sulla riva del lago Michigan. Lì tuo padre non è che un ragazzino. Tuo nonno invece è appena tornato dalla guerra, quella grande, e ora indica qualcosa all’orizzonte: forse spiega a tuo padre quant’è profondo il lago, forse gli elenca le città dal nome indiano sull’altra sponda. In casa ha ripreso subito il suo trono a capotavola. Con la mano sinistra indica, ma con la destra stringe il collo di tuo padre, e quella stretta è una morsa. Non sa che, mentre lui era nel Pacifico, suo figlio ha segretamente sperato che non tornasse. Anche se a scuola disegnava suo padre a bordo di una corazzata e scriveva: Giapponesi attenti, arriva papà! Anche se adesso resiste alla stretta di quell’uomo, osserva il lago e si sforza di vedere quello che vede lui.
Tuo padre, il venditore porta a porta. Quale mestiere migliore per uno con la sua parlantina? Ricordi il giorno che ti portò con sé e allungò il solito giro per andare a salutare una vecchia amica: lei abitava in una fattoria, era sola in casa, fu stupita di vederlo e anche un po’ offesa, come per un’antica questione tra loro due. Disse be’, chi non muore si rivede. Benché tu non ti ricordassi affatto di quella donna, lei giurò di averti preso in braccio che eri grande così, e non riusciva a credere quanto fossi cresciuto. Dopo che si fu ammorbidita vi invitò dentro a bere qualcosa di fresco. Era estate. Loro due ne avevano di cose da raccontarsi. Quando la radio passò una certa canzone tuo padre si alzò da tavola e prese la sua amica per i fianchi, e lei accettò di ballare, rise, le si arrossarono le guance, poi però successe qualcosa e il ballo si interruppe a metà, e ve ne andaste dopo non molto, nell’imbarazzo generale. Per una volta, durante il viaggio di ritorno tuo padre non canticchiava. Questo non lo raccontare a tua madre, disse. Non capirebbe.
Tuo padre senza lavoro. Tuo padre che sosteneva di avere un affare per le mani. Tuo padre, l’ottimista: diceva sempre che era l’ora di svoltare, darsi una mossa, traslocare, lasciare quel buco di città e andare dove giravano i soldi, allungare la mano e cogliere una buona volta la maledetta mela americana. Da anni sognava di rapinare una banca. Il piano lo conosceva nei dettagli, avendo rapinato quella banca, nella sua testa, già un milione di volte o due. Più di tutto si era studiato le battute. Tuo padre e la sua convinzione che il punto stesse nel saperci fare, la sua incapacità fisiologica di prevedere i contrattempi, la sua arte di scovare all’ultimo una via di fuga. Quando fu ora di scegliere tra la sua amica e tua madre, entrò nel servizio forestale e se ne andò in montagna a domare gli incendi.
Tuo padre e la guerra che aveva fatto, quella sporca. Le lettere che mandava da laggiù, lettere per tua madre giovane che tu leggesti molto tempo dopo. Era già tornato a quel punto, e da qualche parte ogni tanto riusciva ancora a ripescare quella sua allegria, il sorriso a cui le ragazze non resistevano. Ma nelle lettere aveva perso perfino le parole. Cominciava a raccontare dei villaggi, dei bambini, e poi si fermava di colpo come se ci avesse ripensato, e scriveva di te e di tua madre e diceva che se una cosa gli dava un po’ di sollievo era sapere che c’eravate voi due, in un posto lontano lontano, che non ne sapevate nulla e non ve lo potevate nemmeno immaginare. Però alla fine non ti negò l’esperienza di trovarlo con la testa spappolata, nella sua macchina - e dove altro? - accasciato sul volante coi tergicristalli che andavano, solo che non riuscivano a pulire niente perché tutto lo schifo era all’interno.
Tuo padre il cacciatore, il pescatore. Qualche anno prima di farsi saltare le cervella. Ti insegnò a infilare una cavalletta nell’amo, e per tutta la vita avresti ripensato a lui ogni volta che quel sugo color tabacco ti macchiava le dita. Una notte l’avevi visto praticare un cesareo. Tuo padre il medico degli altri, la malattia di se stesso: al ritorno, sulla barca, lui remava in silenzio e tu accarezzavi la superficie dell’acqua con la mano. Gli chiedesti se era difficile morire, lui ci pensò un po’ su e poi disse: dipende. Ci mettesti del tempo a capire quella risposta evasiva. Il fatto che c’erano cose di cui tuo padre non era per niente sicuro, eppure si sentiva in dovere di fingere di sapere anche quelle. Perché fosse così importante non dire mai: non lo so. E che tuo padre non avrebbe mai ceduto i remi della barca ad altri, né il volante della Chevy, né il comando delle operazioni, perché magari quella strada non portava da nessuna parte, ma finché stavi nella sua macchina si andava dove diceva lui.



(Questo testo è liberamente tratto da due romanzi, sei racconti e una poesia. Chi li trova tutti vince un libro a sorpresa.)

lunedì 17 giugno 2013

IL NUOTATORE

     Ho conosciuto Mara Cerri qualche anno fa, grazie a un amico più vecchio di noi e con la vocazione del ponte: lui ha la passione di far incontrare gli altri, specialmente se hanno la vocazione dell’isola. Mara e io siamo isole. Il primo libro suo che ho letto - anzi letto non è la parola giusta, bisognerebbe trovarne un’altra per le cose di Mara - è stato Via Curiel 8. Era una storia muta, tutta affidata ai disegni, su un bambino e una bambina che crescono nello stesso palazzo senza incontrarsi mai.  Soffrono di due solitudini gemelle, come celle separate da un solido muro. Inventano mondi immaginari dove trovare rifugio, e grazie a questo potere, proprio come se scavassero un buco nella distanza che li separa, finiscono per incontrarsi lì, nell’immaginazione, abbracciarsi in un luogo che esiste solo per loro.

     Quando il libro mi capitò per le mani avevo appena scritto i racconti di Una cosa piccola che sta per esplodere. Erano anche quelle storie di ragazzini, di solitudini e incontri inaspettati, collisioni che cambiano traiettorie alle vite e poi le vite non sono più le stesse. Mi sembrò di ritrovare una vecchia amica. Nella mia fantasia, la bambina e il bambino di Via Curiel 8 eravamo Mara e io: anche noi eravamo cresciuti nella stessa solitudine, avevamo cominciato a disegnare e scrivere per trovare rifugio, e scava scava avevamo finito per incontrarci. Quando successe, scoprimmo di essere molto simili. Non solo per le tante combinazioni nei ricordi di due coetanei, ma perché stavamo immaginando entrambi la storia di una ragazzina in nero. Io in quel periodo scrivevo i primissimi racconti di Sofia, e ogni tanto Mara mi spediva uno di questi disegni: li stampavo, li ritagliavo e li appiccicavo sui miei quaderni, e mi sembravano le illustrazioni ideali delle storie che stavano nascendo. Mi ispiravano atmosfere e stati d’animo. Le storie poi le mandavo a lei, e non so che cosa ne abbia fatto ma spero l’abbiano aiutata almeno un po’ con i suoi disegni.

     Poi una notte d’estate feci uno strano sogno, di me stesso che scrivevo un racconto. Miracolosamente quando mi svegliai lo ricordavo quasi tutto. In una mattina di furore creativo, di quelle che poi rimpiangi per il resto della vita, lo trascrissi più fedelmente che potevo, sapendo che era qualcosa di diverso dai racconti che scrivevo di solito e senza immaginare che cosa ne avrei fatto. Rileggendolo pensai che dentro c’era qualcosa per Mara, e glielo mandai. Da allora abbiamo passato qualche anno a spedirci aveanti e indietro disegni e parole, e anche il racconto è cambiato parecchio da quella versione iniziale, ma adesso eccolo qui: è diventato un libro vero, pubblicato da una casa editrice bella come Orecchio Acerbo, e naturalmente è dedicato al nostro amico, l’uomo-ponte senza cui queste due isole non si sarebbero mai incontrate.

     È la storia del sogno di uno scrittore e di un ragazzino che ha paura dell’acqua. Anzi no: è lo scrittore che ha paura dell’acqua, il ragazzino ha paura di diventare grande. Sott’acqua lui ci sta meglio, e sott’acqua è il posto in cui tornare se lo scrittore vuole trovare le sue storie. È un libro per grandi, ma secondo me lo possono leggere anche i bambini. Io gli sono molto grato. Per gli altri provo sentimenti contrastanti, un misto di orgoglio, vergogna, affetto, distanza critica; per questo pura e semplice gratitudine. Me lo giro e rigiro tra le mani come un dono. Se vivessi molti secoli fa inventerei un proverbio che dice così: non c’è modo migliore di essere amici che fare insieme una cosa bella.

giovedì 2 maggio 2013

IL RAGAZZO SELVATICO

     Esce oggi un libro che i lettori di questo blog hanno visto nascere. Ho cominciato a scriverlo più o meno tre anni fa, senza immaginare che cosa sarebbe diventato: vivevo in montagna da qualche tempo, leggevo i Racconti dell’altopiano di Mario Rigoni Stern e quei ritratti di alberi, animali e uomini divennero la mia enciclopedia, occhi con cui guardare il paesaggio che avevo intorno. Ero immerso in un gran silenzio. Dalla finestra della baita inquadravo un pezzetto di bosco e lo vedevo trasformarsi: frustato dalle piogge primaverili, inghiottito verso sera dalle nebbie che salivano dal fondovalle, popolato dalle ombre nitide della luna piena. Anche lo scorrere del torrente, il soffio del vento nei prati sembravano mormorii e sussurri, di notte mi agitavano i sogni. Ero andato lassù per ricominciare a scrivere, e ora so che la montagna mi stava educando all’osservazione e all’ascolto, all’attenzione necessaria alla scrittura. Finché mi venne naturale aprire un quaderno nuovo e cercare di riprodurre l’eco di quelle presenze in parole. Prima furono alberi. Poi torrenti e nevai. Poi ancora lepri, volpi, cani, mucche, uccelli, caprioli. Infine persone. Due in particolare: uomini che avevo incontrato lassù e con cui stava nascendo un’amicizia profonda.

     Perché mi pare così importante ricordare com’è cominciata? Perché, dopo tre anni e diverse rielaborazioni, il libro ha finito naturalmente per essere un libro su di me. Questo mi imbarazza molto. Uno scrittore dovrebbe coltivare la timidezza, scomparire dentro le sue storie. Deporre le armi della narrativa e dire io, confessandosi a un pubblico di sconosciuti, più che un gesto di coraggio mi sembra un grave peccato di narcisismo. Per questo ho provato a dar voce a un io schivo, come i miei amici montanari: ho eliminato gli specchi di casa e passato molto tempo alla finestra, pur sapendo che scrivere di alberi e animali era un altro modo per scrivere di me, solo nascondendomi nel larice caduto, nella volpe che di notte viene in cerca di cibo, nei ruderi infestati dalle ortiche, nei laghetti d’alta quota e negli ultimi nevai d’agosto. Poi a volte ci sono stato costretto, a dire io. Sono stati i capitoli più penosi, come quei pendii ripidi e brulli che non danno alcun piacere, e li risali a passo lungo e testa bassa per superarli il prima possibile. Scrivendoli mi veniva da chiedere scusa. E mi sono sentito molto meglio quando infine il sentiero ha svoltato e ho potuto tornare a descrivere i suoni del bosco, i gesti di un amico.

     Esiste una tradizione di libri sull’eremitaggio, anzi sull’eremitaggio nella natura, che va da Walden di Thoreau fino al recente, bellissimo, Nelle foreste siberiane di Sylvain Tesson. Ne sono usciti diversi in questi anni e credo di averli letti tutti. Se di fenomeno letterario si tratta, ho idea che non sarebbe mai diventato tale senza Into the Wild: forse io stesso non sarei andato a vivere in montagna se non avessi scoperto la storia di Chris McCandless, un santo cercatore che mi è stato d’ispirazione all’inizio e di conforto nei momenti duri.
     Rispetto alla sua Alaska, la montagna in cui ho vissuto non è affatto un luogo selvaggio, ma una civiltà abbandonata. Ho scritto di ruderi, scheletri, paesi fantasma, vecchie cose seppellite che spuntano dal terreno, e temo ci sia un senso di morte che pervade tutto il libro. Giusto così: anch’io avevo cose seppellite da tirare fuori. Ho sempre scritto di ragazze per un motivo puro e semplice: la paura boia di scrivere di maschi, ma prima o poi sapevo di doverla affrontare. Ora penso di aver cominciato a guardarla in faccia. Qui sono tutti maschi, perfino gli stambecchi e i cani, e si potrebbe anche leggere Il ragazzo selvatico come il libro di un uomo che fa i conti con la sua natura maschile. Anche ritrovando un corpo, assaporandone la libertà e la forza. Ripensando ai vecchi maestri e cercandone di nuovi. Come successe a Chris, ero partito per stare da solo ma poi la mia è diventata una storia di incontri, e non sono sicuro di avere imparato un granché durante il viaggio, ma la cosa più bella che mi è rimasta sono i miei amici. Questo libro è per loro.


mercoledì 17 aprile 2013

UN CANE FELICE


(Mozzo ringrazia tutti per le belle parole che ci stanno arrivando. Sofia, lì accanto, come al solito si sottrae. Quando esce in giardino si veste di verde, naturalmente.)

domenica 10 marzo 2013

STORIA DI UNA SCHIENA

     (Questo racconto è uscito ieri sulla Repubblica. L'ho scritto l'otto marzo ed è dedicato a Grace Paley.)

     Una mattina giocherellavo con la sua schiena. Parlavamo di vecchi amori. Anzi no: lei parlava, io camminavo con le dita su e giù per la sua spina dorsale. Il fatto è che ho sempre pensato che i vecchi amori vadano lasciati dove stanno, non è il caso di svegliarli dalla tomba e portarli a fare un giro. Ma alle ragazze, chissà perché, l’argomento piace da impazzire.
     Più tardi scrissi: Era una schiena color caffelatte, e tutta ossa. Vedeva solo le pance degli uomini e la fine delle cose. Si domandava sempre come fosse di là, dove il mondo ti veniva incontro invece di andarsene via.
    Ti sei offeso, disse, quando le mostrai quelle poche righe.
    Ma no, risposi.
    Le pance degli uomini?, disse lei. Questa non te la perdono. Schiene, pance, ossa, parli di amore e non ci metti nemmeno un bacio.
     È vero che a me piacciono le ossa - costole, vertebre, gomiti, ginocchia, anche - ma mi piacciono pure i baci. Tornai in cucina. Mi venne in mente la frase di Dorothy Parker sulle sei e mezza di sera a New York. Secondo te qual è l’ora più triste della giornata?, le chiesi ad alta voce. Come?, domandò lei dal letto, immersa in qualche Grande Romanzo Americano. L’ora più triste, ripetei.
     Ma che ne so, rispose. Forse le cinque meno dieci.
     Le cinque meno dieci erano l’ora più triste, quella in cui tornavano i fantasmi del passato. La schiena sussultava suo malgrado: ascoltava i singhiozzi soffocati dal cuscino, contemplava il soffitto e ricordava. Lei una volta l’aveva visto, il futuro. Fuori da un bar, a notte fonda, un uomo l’aveva afferrata per i fianchi e costretta a voltarsi, e lì, durante quel bacio da ubriachi, la schiena aveva finalmente potuto guardare avanti. Il futuro era una strada illuminata dai lampioni, scintillante di pioggia, indimenticabile.
     Ecco fatto. Però, ora che il bacio c’era, avevo pure scoperto come finiva la storia. Mi sa che muore, dissi tornando di là. Già mi immaginavo la schiena sdraiata su un prato. La mia schiena color caffelatte si sarebbe addormentata guardando gli uccelli e le nuvole, oppure le formiche e i fiori?
     Lei sbuffò, posò il suo libro sul cuscino, prese il foglio che le porgevo e leggendolo si fece tutta seria.
     Magari non muore, disse alla fine.
     Già, e come?, chiesi io. Una schiena così nostalgica.
     Magari incontra una persona gentile, disse lei. Sai com’è, a volte basta una gentilezza a cambiarti la giornata. Mi restituì quell'inutile pezzo di carta e si rigirò nel letto, tirandosi la coperta sulla testa.
     Gentilezza, gentilezza, pensai seduto al tavolo. Non mi veniva in mente niente.
     Poi sentii un impellente bisogno di chiedere scusa. Vale come gentilezza? Scusa per questo racconto, scusa per l’incapacità di ascoltare, scusa per come qualsiasi ricordo in cui non ci sono mi offende, scusa per quando le provo tutte per farti sentire in colpa. Vorrei essere quello dei baci e non delle ossa. Lasciai il racconto sul tavolo e andai di là per dirglielo, ma la trovai che dormiva. Distesa sulla pancia, con un braccio a coprirle gli occhi dalla luce del giorno, il gatto raggomitolato sulla schiena.